Nel dibattito pubblico si fa fatica a riconoscere la dipendenza dalle piattaforme digitali come “vera” dipendenza. L’assenza di una sostanza la rende meno tangibile, quasi meno legittima. Eppure, dal punto di vista clinico, i criteri sono simili

C'è qualcosa di profondamente nuovo nella recente sentenza che negli Stati Uniti ha visto una giovane donna ottenere un riconoscimento giudiziario contro Google e Meta per aver sviluppato, attraverso le loro piattaforme, una forma di dipendenza (v. box a pag. 63, ndr). Non è soltanto un caso individuale. È una soglia simbolica: per la prima volta, il danno psicologico prodotto dall’architettura digitale viene nominato e ritenuto giuridicamente rilevante.

Per chi lavora nel campo della salute mentale, questa storia non arriva come una sorpresa. Da anni osserviamo comportamenti che eccedono la semplice “abitudine”: compulsività, perdita di controllo, alterazioni del sonno, compromissione delle relazioni e dell’autostima. In altre parole, ciò che in clinica riconosciamo come dipendenza comportamentale. La novità è che questo vissuto esce dalla stanza terapeutica e trova legittimità nello spazio pubblico e giuridico.

Oltre la retorica della responsabilità individuale

Per molto tempo il discorso dominante ha attribuito la responsabilità all’utente: “è sufficiente spegnere il telefono”, “serve più autocontrollo”. Ma questa lettura ignora un dato fondamentale: le piattaforme non sono ambienti neutri, ma sistemi intenzionalmente progettati per catturare e trattenere l’attenzione. Algoritmi, notifiche intermittenti, scrolling infinito, personalizzazione dei contenuti, tutto concorre a costruire un ecosistema che sfrutta meccanismi psicologici profondi, come il rinforzo variabile, lo stesso principio alla base del gioco d’azzardo.

Parlare di “scelta individuale” in questo contesto è riduttivo. È come discutere di libertà di movimento all’interno di un labirinto progettato da altri a nostra insaputa. Nel dibattito pubblico persiste una resistenza a riconoscere la dipendenza da social media come “vera” dipendenza. L’assenza di una sostanza la rende meno tangibile, quasi meno legittima. Eppure, dal punto di vista clinico, i criteri sono

Questo articolo è riservato agli abbonati

Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivista
Se sei già abbonato effettua il login