In avanti a più di 70mila morti accertati a Gaza, le case sventrate, i corpi dei molti che non sono stati ancora estratti dalle macerie e riconosciuti, si fatica ad accendere un faro sul patrimonio culturale palestinese raso al suolo da Israele. C’è pudore, sembra quasi di sottrarre qualcosa alle vittime del genocidio. Ma neanche il genocidio culturale può essere trascurato. È il risultato delle bombe dell’Idf che hanno colpito al cuore la storia, la memoria millenaria dei Gazawi, per distruggere il presente, ma anche il futuro delle prossime generazioni di palestinesi. E come se non bastasse Trump punta a speculare sulla “ricostruzione” di una Gaza a-Lago a misura di turisti ricchi costruita su migliaia di cadaveri. Mentre si profila questo orizzonte distopico e disumano si cerca di fare il conto di ciò che è andato distrutto (pur fra mille difficoltà visto che l’Idf impedisce ogni accesso alla Striscia). A Gaza, l’Unesco ha verificato al 24 marzo 2026 danni a 164 siti culturali dall’inizio dell’offensiva israeliana: luoghi di culto, edifici storici e artistici, monumenti, musei, siti archeologici. Nell’elenco compaiono non soltanto pietre antiche, ma anche spazi vivi della cultura: Eltiqa’ Gallery, l’Edward Sa’ed Institute of Music, il deposito archeologico dell’École biblique, la Holy Family Church, il cinema As-Samer.
Anche durante questa fragile tregua, funestata da bombe e carestia, l’Idf prosegue nell’aggressione al territorio impedendo ogni possibilità di futura memoria storica. Dopo l’eliminazione delle persone si procede alla demolizione delle tracce, delle genealogie, dei luoghi della trasmissione culturale. Dopo il genocidio si continua con il genocidio culturale. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu già nel settembre 2025 ha denunciato che Israele aveva distrutto il sistema educativo di Gaza e oltre metà dei siti culturali della Striscia, inserendo questi attacchi dentro un quadro più ampio di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Lo scorso marzo esperti Onu hanno parlato apertamente di «de-palestinizzazione» di Gerusalemme, aggiungendo che allo sterminio a Gaza si affianca l’avanzamento delle occupazioni illegali in Cisgiordania. Siamo ormai a una annessione de facto da parte di Israele, “giustificata” attraverso l’archeologia letta in chiave biblica e degradata ad arma politica. Basti dire che il 3 febbraio una commissione della Knesset ha fatto avanzare una proposta per creare una nuova autorità civile israeliana, posta sotto il ministero del Patrimonio, con poteri diretti sui siti archeologici della Cisgiordania. L’organizzazione israeliana Emek Shaveh, insieme a Peace now e Geneva initiative, ha denunciato questa mossa come l’ultimo passo deciso verso l’annessione. Sarebbe il primo caso di legislazione civile israeliana applicata direttamente al territorio occupato e non soltanto ai coloni. Il dossier avverte che, se la competenza fosse estesa alle aree A e B della Cisgiordania, verrebbe svuotato l’impianto di Oslo II. Quello che potrebbe sembrare un dettaglio amministrativo segna in realtà un vero e proprio cambio di paradigma. In questo quadro il patrimonio non è più un bene da proteggere, ma una leva per ridefinire chi ha diritto alla terra, alla storia, persino al passato. Si tratta di una inaccettabile torsione coloniale dell’archeologia, denuncia la storica dell’arte Carla Benelli che da tanti anni viva Gerusalemme e lavora alla protezione del patrimonio palestinese, frutto di una pluralità di memorie, che in Cisgiordania hanno convissuto per secoli.
Oggi il patrimonio culturale palestinese viene espropriato, “risemantizzato” in chiave ebraica, assorbito. La guerra culturale mira a distruggere l’identità più profonda. A volte non servono picconi e bombe, basta classificare, gerarchizzare, cancellare, sostituire.
Gli attacchi militari comandati da Trump e Netanyahu all’Iran e al Libano, in piena violazione del diritto internazionale, hanno aperto ulteriori fronti di attacco al patrimonio artistico universale. Questa volta oltre ai civili ne hanno fatto le spese antichi monumenti dell’Iran che Trump ha dichiarato di voler riportare all’età della pietra, dall’alto della sua totale ignoranza della millenaria storia persiana e l’orgoglio di un popolo che ha resistito ad Alessandro Magno, a Gengis Khan e molti altri invasori. Il 4 marzo esperti Onu hanno condannato gli attacchi militari illegali lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Pochi giorni dopo, l’Alto commissario Volker Türk ha denunciato che i raid hanno colpito complessi abitativi, ospedali, scuole, negozi, tribunali e siti del patrimonio Unesco. L’Unesco ha confermato che il Golestan Palace di Teheran è stato danneggiato dall’onda d’urto dei bombardamenti; Icomos ha parlato anche di lesioni al Chehel Sotoun e all’Ali Qapu di Isfahan. E questo mentre il regime iraniano stesso reprime la libertà di espressione e continua a colpire il dissenso culturale. Artisti, scrittori e registi che usano l’espressione creativa come forma di resistenza vengono arrestati e silenziati. La società civile iraniana che protesta con mezzi non violenti è stretta fra le bombe straniere e l’autoritarismo interno.
Difendere i siti colpiti dai raid non è sufficiente. La comunità internazionale deve difendere anche chi scrive, canta, filma, dipinge. In Iran come in Palestina, in Libano come in ogni altro teatro di guerra dobbiamo stare dalla parte di chi fa cultura e di chi cerca di preservarla. La violenza dei nuovi imperialismi coloniali non si limita a uccidere il presente, tenta di disattivare la trasmissione tra generazioni. Tenta di rendere impossibile il ritorno. Tenta di costruire un paesaggio senza testimoni, cerca di sequestrare il futuro. Lo abbiamo già visto in Iraq, dove il patrimonio culturale millenario è stato distrutto dall’Isis e dall’invasione anglo-americana. Lo abbiamo visto in Afghanistan dove i Buddha di Bamiyan furono distrutti nel 2001 dai talebani, complice l’invasione americana. Lo abbiamo visto a Sarajevo e a Mostar dove i croati distrussero deliberatamente il ponte di Mostar, memoria storica del passato ottomano e ponte fra civiltà. La abbiamo visto a Palmira dove le antiche rovine furono trasformate da Daesh in un patibolo di morte e dove nel 2015 l’Isis ha decapitato l’archeologo Khaled al-Assad che per quarant’anni era stato il direttore del sito archeologico. Al suo cadavere appeso a un palo della luce, i miliziani misero un cartello con la scritta «custode di idoli». Dopo la liberazione di Palmira, che nella storia è stata uno straordinario crogiolo di culture, nel sito dell’antica città di origini romane sono stati trovati in una fossa comune i corpi di 42 persone giustiziate dall’Isis e decapitate, fra loro anche donne e bambini. Non basta dire “Mai più.
In apertura, illustrazione di Fabio Magnasciutti




