Un giudice federale di Washington, Richard Leon, ha sospeso le sanzioni che l’amministrazione Trump aveva imposto a Francesca Albanese, relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati. Nelle ventisei pagine dell’ordinanza c’è una frase che dovrebbe far arrossire chi siede ai vertici della Farnesina: “se Albanese si fosse opposta all’azione della Cpi contro cittadini statunitensi e israeliani, non sarebbe stata sanzionata”. Tradotto: la punizione era per le idee. “Repressione di espressioni sgradite”, scrive il giudice, peraltro nominato da George W. Bush.
Intanto a Madrid, una settimana fa, Pedro Sánchez consegnava ad Albanese l’Ordine al Merito civile e scriveva alla Commissione europea per attivare lo Statuto di blocco contro le sanzioni americane. Una posizione di governo messa per iscritto. Madrid difende la sua relatrice italiana, mentre Roma si gira dall’altra parte.
A Roma, niente. Antonio Tajani, ieri in Senato, ha liquidato la questione: “Mica devo commentare le decisioni di ogni tribunale nel mondo”. Sostanzialmente: una cittadina italiana sanzionata per il suo lavoro Onu, costretta a fare causa negli Usa perché lo Stato che dovrebbe difenderla preferisce tacere, viene ridotta a notiziola estera. Meloni l’aveva definita “la nuova eroina del Pd”. Difesa zero, alibi infiniti.
Quando la Casa Bianca punisce chi documenta un genocidio, l’Italia gira la testa. Cos’è? Si chiama complicità, e ha la firma dei silenzi istituzionali. È un giudice americano a ricordarci cosa sia la libertà di espressione: deve venire da Washington la lezione che i nostri ministri rifiutano di pronunciare.
Buon venerdì.
By Fotografía oficial de la Presidencia de Colombia – Andrea Puentes




