Giovanni Mininni: «A Cuba portiamo interventi concreti La solidarietà non è assistenza, è azione politica»

Pannelli fotovoltaici per strutture sanitarie e scuole, aiuti alimentari per bambini, sostegno agli ospedali. La missione Flai Cgil è arrivata a Cuba, come parte del secondo “Convoy” organizzato dall’agenzia italiana per l’interscambio culturale ed economica con Cuba. Ce ne parla il segretario generale Giovanni Mininni rivendicando un’idea di sindacato “che tocchi la carne viva della società”, da Gaza alle campagne italiane.

La delegazione del sindacato Flai Cgil è in questi giorni impegnata a Cuba in una missione di solidarietà. Non è la prima volta. E’ una nuova tappa del lungo percorso del sindacato Flai che intreccia internazionalismo, autodeterminazione dei popoli, lotta allo sfruttamento e sostegno concreto a chi vive sotto embargo, guerra o occupazione.

Segretario Mininni partiamo dall’attualità, concretamente qual’è il vostro contributo oggi?

La Flai Cgil ha inviato il 28 aprile aiuti alimentari, impianti fotovoltaici e una delegazione di undici persone nell’ambito della mobilitazione “Let Cuba Breathe”. Per la Flai Cgil la missione è cominciata quando abbiamo incontrato, la scorsa settimana, il nuovo ambasciatore cubano che si è insediato a Roma. Con l’ambasciata cubana abbiamo rapporti da diversi anni e anche in quell’incontro ci è parsa chiara la necessità di essere presenti a Cuba, perché il Paese vive una condizione davvero drammatica.

Che tipo di aiuti avete inviato?

Avevamo già fatto partire da Livorno, circa un mese fa, quattro impianti fotovoltaici destinati all’Avana. Sono impianti pensati per alcune strutture sanitarie e sociali con cui abbiamo rapporti da molti anni. Cuba ha una sanità molto diffusa sul territorio. Ci sono grandi ospedali, ma anche tante case della salute, consultori, strutture dedicate a bisogni e esigenze più specifiche. Da più di vent’anni seguiamo in particolare due realtà: una che riguarda bambini nati con gravi disabilità e un’altra che accoglie donne con problemi di salute mentale. Abbiamo scelto di destinare loro alcuni degli impianti fotovoltaici ma anche alle scuole dell’Avana Vecchia. L’obiettivo è semplice e concreto: dare luce, garantire corrente elettrica a luoghi che svolgono funzioni fondamentali.

Quanto pesa oggi la crisi energetica sull’isola?

Pesa moltissimo. Il problema dell’energia è enorme. L’inasprimento del blocco e la difficoltà ad avere petrolio stanno creando situazioni davvero drammatiche. In alcuni ospedali la corrente elettrica arriva per quattro ore al giorno. Questo significa che i pazienti più fragili, anche quelli in coma o che hanno bisogno di assistenza continua, rischiano di non essere assistiti come dovrebbero. Le persone rischiano di morire, e in alcuni casi stanno già morendo. È passata una petroliera russa. Grazie a quella, ci hanno detto, a Santiago ci sono state alcune ore di luce in più al giorno. Ma resta una condizione durissima.

Come sta reagendo la popolazione cubana?

Quello che colpisce è che le persone paradossalmente non si stanno scoraggiando. Cuba ha già vissuto il “periodo speciale” degli anni Novanta e conserva una forza d’animo molto grande. Si vede anche dalle foto e dai racconti che ci arrivano: sono combattivi, non si stanno spaventando. E sono attenti a queste forma di solidarietà, che stanno crescendo. Il secondo convoglio è più grande del primo, ci sono molte più associazioni, anche a livello europeo.

Intanto però gli Stati Uniti continuano a indicare Cuba come un pericolo. Una piccola isola che minaccerebbe gli Usa secondo quanto dice Trump. Come leggere questo scenario?

Stare nella testa di Trump è difficile, siamo dentro una follia alla quale ci ha abituato. Non so dire che cosa farà, ma sicuramente sta pensando seriamente ad attaccare Cuba. È palesemente risibile definire Cuba una minaccia per gli Stati Uniti. Lo capirebbe chiunque. Inoltre Cuba non hai mai aggredito altri Stati. Dalla rivoluzione in poi non ha mai aggredito e non ha mai esportato terrorismo. Semmai ha esportato medici, professionisti che sono andati ad aiutare in giro per il mondo. Ha sostenuto lotte e rivoluzioni nel quadro dell’autodeterminazione dei popoli, penso anche all’Angola, ma non è rimasta nei vari Paesi con basi militari per controllarli. Questo è ciò che invece fanno gli Stati Uniti: restano con le loro basi, perché hanno una logica di potenza, di proiezione imperiale. Lo vediamo anche in Medio Oriente: le basi militari Usa diventano strumenti di pressione, di aggressione e poi anche bersagli dentro l’escalation. È una logica pericolosissima.

In questo quadro di crisi del diritto internazionale come agire?

A mio avviso è gravissimo che il diritto internazionale sia stato strappato in questo modo e che l’Onu sia diventata praticamente afona. Purtroppo non si sente più l’Onu. Al di là delle responsabilità dei singoli Stati, l’Onu dovrebbe avere un sussulto, dovrebbe battere un colpo. Non possiamo accettare che passi l’idea che l’unica regola sia la violenza. Perché, se vale solo la violenza, chi ha l’esercito più potente detta legge. Ma questa non è politica internazionale: è gangsterismo. È il comportamento del prepotente, del bullo, del mafioso, che impone con la forza ciò che vuole fare.

Davanti a guerre, bombe e minacce, che cosa può fare un sindacato?

Ce lo siamo chiesti anche noi. Che cosa può fare un sindacato davanti alle bombe, davanti a quello che accade in Iran, in Palestina, in Libano, a Cuba? Un sindacato a mio avviso deve fare qualcosa di concreto. Non può limitarsi a sfilare con le bandiere della pace. Noi abbiamo partecipato a tutte le manifestazioni, ma oggi non basta più. Le manifestazioni sono giuste, vanno fatte, ma bisogna anche agire. E agire non significa certo arruolarsi o fare i guerriglieri. Significa però chiedersi quale forma concreta può prendere la solidarietà. Vale per Cuba e per la Palestina, come per altri luoghi di guerra.

In Palestina come agite?

In contemporanea alla missione su Cuba abbiamo avviato un progetto con Un Ponte Per che si sta sviluppando proprio in queste ore. A Gaza vogliamo contribuire a bonificare e reimpiantare campi agricoli distrutti dai carri armati e dalla guerra. Interveniamo su terreni da liberare da bombe inesplose, detriti, devastazione. Il progetto coinvolge realtà palestinesi legate all’agricoltura e ai piccoli produttori. Per noi è la stessa logica: rispondere alle bombe con il lavoro, con la ricostruzione, con la cura della terra. Purtroppo però a Gaza non si può entrare. Se si potesse, manderemmo anche lì una brigata del lavoro.

Le brigate del lavoro sono una pratica storica della Flai. Ora diventano anche internazionali?

Sì è così. Noi concepiamo le brigate del lavoro non solo come attività da fare in Italia, nelle campagne, per denunciare lo sfruttamento e il caporalato. Lo abbiamo fatto in varie Regioni, da ultimo anche in Toscana e Friuli lo scorso anno, e ripartiremo anche quest’anno da maggio. Le brigate servono a tenere acceso il riflettore sullo sfruttamento nei campi. Ma oggi diventano anche internazionali. Vanno ad aiutare altri lavoratori: i lavoratori degli ospedali a Cuba, i lavoratori agricoli in Palestina. Sono una risposta concreta alle bombe, alla paura, alla minaccia che incombe su popoli come quello cubano o palestinese.

La concretezza dell’azione sindacale conta?

Io la penso così; il sindacato o è concreto o non è. Il sindacato fa trattative, interviene quando c’è un sopruso, tutela i lavoratori, si prende in carico chi viene sfruttato, cerca di liberarlo dal caporalato. Se un lavoratore vede che la sua busta paga non è rispettata, noi interveniamo. Ma non basta. Il sindacato deve toccare la carne viva della società. Deve stare nelle campagne, accanto ai lavoratori. Deve abbracciare le persone, farsene carico, proteggerle attraverso un’azione collettiva. Se diventa solo un sindacato dei servizi, se si riduce a una struttura di professionisti dietro una scrivania, allora non è più un sindacato. Diventa un’associazione che dà consigli, ma lascia i problemi in capo alle persone. Io sono sempre più convinto che il sindacato sia uno strumento concreto di trasformazione sociale. E quando c’è una guerra, quando un popolo è bombardato o strangolato dal blocco, la domanda diventa: come interveniamo? La risposta è la solidarietà verso i popoli.

C’è anche un messaggio da lanciare contro la criminalizzazione della solidarietà?

Penso alla Sumud flotilla per Gaza bloccata da Israele e ai blocchi navali evocati dal governo italiano. I nostri compagni e compagne ci hanno scritto anche di notte. Stavano partendo da Santiago verso l’Avana e volevano capire se fosse possibile organizzare un presidio sotto la sede dell’Unione europea, in solidarietà con la flottiglia fermata. Dobbiamo protestare contro l’ignavia dell’Europa. La solidarietà, da anni, viene trattata quasi come un crimine e penso a quelle persone coraggiose e alle compagne e ai compagni di Mediterranea, che salvano le persone in mare. Dare un messaggio opposto è già un atto politico. Noi non vogliamo limitarci alla denuncia. Agiamo, superiamo insieme il senso di impotenza.