Spazio, chip, energia: la vera posta in gioco della competizione sino-americana

Dopo il bilaterale tra Xi Jinping e Donald Trump e dopo la visita di Vladimir Putin a Pechino, il mese di giugno si apre dentro una fase internazionale che non può essere letta con le categorie consuete della cronaca diplomatica. Non siamo davanti a una pacificazione fra Stati Uniti e Cina, ma nemmeno al preludio di una nuova guerra fredda perfettamente ordinata in due blocchi. Siamo piuttosto dentro una competizione più instabile e più profonda, in cui le potenze cercano di evitare lo scontro diretto mentre spostano la rivalità sui “terreni” del XXI secolo: spazio, energia, intelligenza artificiale, satelliti, semiconduttori, terre rare, data center, rotte commerciali.

È da qui che parte il numero di giugno di Left: dalla necessità di guardare alla Cina non come a un altrove esotico o minaccioso, ma come a uno dei laboratori centrali del nuovo ordine mondiale. A fronte di una Repubblica popolare capace oggi di pensare in termini di lungo periodo si delinea un nuovo ordine dove rimpicciolisce l’Europa sempre più arroccata, prigioniera dell’emergenza, ostaggio delle risorgenti destre, subalterna agli Usa di Trump.

Intanto il vertice Xi-Trump sembra aver prodotto una sorta di tregua fra i due colossi mondiali, anche perché, come spiega il sinologo Simone Pieranni, entrambi hanno questioni di politica interna da risolvere. L’inflazione, il vertiginoso calo dei consensi, l’affare Epstein sono solo alcuni dei gravi problemi che assediano Trump, che per “distrarre” l’opinione pubblica continua a ingaggiare o ad annunciare nuove insensate guerre, in spregio al diritto internazionale. Dall’altra parte, per quanto il Pil cinese (seppur in calo), possa vantare una crescita del 4,5%, Xi deve affrontare la questione della disoccupazione giovanile, delle basse pensioni, dei consumi fermi.

In attesa che Xi ricambi la visita andando a Washington a settembre, temi cruciali restano aperti: Taiwan, i dazi, l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, l’accesso alle materie prime critiche, il controllo delle tecnologie strategiche. Tuttavia la Cina ha ottenuto ciò che in questa fase le è più utile: una cornice di stabilità sufficiente a evitare che la competizione con Washington degeneri in crisi permanente.

La visita di Putin a Pechino ha illuminato l’altro lato della scena. La relazione fra Cina e Russia è stretta, ma non simmetrica. Mosca ha bisogno di Pechino più di quanto Pechino abbia bisogno di Mosca. La Cina compra energia, rafforza il linguaggio del multipolarismo, contesta l’egemonia americana, ma non si lascia assorbire nell’agenda russa. Usa il rapporto con Putin per ampliare il proprio spazio negoziale con Washington e con il Sud globale.

La capacità cinese di pensare il tempo lungo emerge dall’intervento del sinologo Federico Masini che apre lo sfoglio di copertina accendendo i riflettori sul programma spaziale cinese. Nella tradizione cinese il cielo non è un luogo astratto: è ordine, misura, legittimazione. Le missioni Chang’e e Tianwen, la stazione orbitante Tiangong, l’obiettivo di una presenza stabile sulla Luna compongono una narrazione di potenza che collega mito, Stato e tecnologia. La Cina guarda allo spazio come a una nuova forma di sovranità terrestre cercando di scippare l’egemonia agli Usa anche in questo campo. Il fisico Roberto Battiston ci aiuta a capire il salto di scala e a cosa prelude la recente missione lunare cinese: l’obiettivo è la capacità di restare sulla Luna, presidiare l’orbita bassa, controllare satelliti, frequenze, dati, comunicazioni. In questo è centrale la competizione con Starlink di Musk che porta con sé la possibilità di trasformare reti civili in infrastrutture militari, diplomatiche, industriali. L’Ucraina ha mostrato quanto una rete satellitare privata possa incidere su una guerra. Pechino ha tratto la lezione: nessuna grande potenza può delegare ad altri il controllo del proprio spazio informativo.

La Luna, in questo quadro, diventa una vera e propria piattaforma strategica. Il polo sud lunare interessa per il ghiaccio, per l’energia solare quasi continua, per le possibili risorse utili a missioni più lontane. Nessuno Stato può formalmente appropriarsi della Luna, ma chi arriverà prima nelle aree decisive potrà stabilire standard, procedure, infrastrutture, consuetudini. La domanda che Battiston pone è quindi politica prima che scientifica: chi scriverà le regole della permanenza umana nello spazio?

La stessa sfida riguarda la produzione di energia. Alessandro Scassellati Sforzolini ricostruisce come la Cina sia diventata una sorta di “elettro-Stato”: una potenza che fonda una parte crescente della propria autonomia non più soltanto sull’accesso agli idrocarburi, ma sulla capacità di produrre, accumulare e distribuire elettricità. Solare, eolico, batterie, veicoli elettrici, reti ad altissima tensione, terre rare: sono questi i nuovi strumenti della sovranità. La transizione energetica cinese è una risposta alla crisi climatica ma anche una scelta di politica industriale, sicurezza nazionale, proiezione internazionale.

Anche qui occorre evitare ogni semplificazione. La Cina è un attore indispensabile della transizione ecologica globale, ma il suo modello non è democratico né privo di costi. Le filiere verdi dipendono da miniere, polisilicio, litio, rame, grafite, lavoro industriale, controllo delle periferie. Xinjiang e Tibet sono aree in cui la modernizzazione cinese mostra il suo doppio volto, infrastruttura di sviluppo e dispositivo di controllo. L’ambientalismo, dunque, può accelerare la decarbonizzazione, ma non risolve il nodo della libertà, dei diritti, della partecipazione. Proprio su questo punto, osserva Pieranni, qualcosa sta cambiando: le giovani generazioni cinesi cresciute nel benessere sono più disposte a parlare di ciò che non va e di come stanno veramente le cose e sono sempre più protagoniste come nuove forze produttive in settori strategici, tanto che il sinologo non esita a dire che una delle questioni più urgenti per Xi è la scrittura di un nuovo patto sociale. E poi c’è la questione Intelligenza artificiale. Come ci ricorda Franco Padella l’Ai non è tecnologia immateriale, richiede energia, acqua, chip, data center, reti elettriche, apparati di sicurezza. Se in Cina è il partito Stato a esercitare il controllo in modo autoritario negli Stati Uniti la sua crescita si intreccia sempre più con il Pentagono, le big tech private e il rilancio del nucleare modulare. Anche qui la questione diventa politica: chi governa queste infrastrutture? Lo Stato democratico, le imprese private, l’apparato militare, o una combinazione opaca di tutti questi soggetti?

Da questo punto di vista il confronto tra Stati Uniti e Cina non offre una prospettiva rassicurante. Il modello Usa appare sempre più condizionato da poteri privati, deregolazione, militarizzazione della ricerca, uso geopolitico della tecnologia.

Quello cinese mostra una capacità superiore di pianificazione, ma dentro un sistema autoritario che riduce lo spazio del conflitto sociale e del controllo democratico. E l’Europa? Riuscirà a costruire una posizione autonoma, capace di criticare entrambi i modelli e di recuperare una sovranità democratica fondata su politiche industriali, investimenti pubblici e programmazione? Ma la domanda chiave è: chi scriverà le regole delle prossime sfide del XXI secolo? Perché, chi controlla i satelliti condiziona le comunicazioni. Chi controlla le batterie elettriche condiziona la mobilità. Chi controlla i data center condiziona l’intelligenza artificiale. Chi controlla le reti energetiche condiziona la transizione ecologica. Chi arriva prima nello spazio può orientare le regole della permanenza futura. L’Europa vuole subire questi processi o cercare di orientarli e di governarli in modo democratico?

In apertura, illustrazione di Laura Trivelloni