Nel tempo della guerra globale permanente, le “piazze” pacifiste si trovano di fronte a una svolta necessaria: non basta più scendere in strada per protestare dopo che i conflitti armati sono scoppiati. E’ necessario ma non sufficiente. L’impegno dei movimenti, oggi, è diventare pro-attivi. Ossia passare dalla sacrosanta indignazione per i bombardamenti e i genocidi alla costruzione di politiche attive di pace per preparare infrastrutture di nonviolenza. Era questo il “programma costruttivo” che Aldo Capitini aveva in mente quando, nel 1961, concludeva la prima marcia Assisi-Perugia pronunciando la “Mozione del popolo della pace”. Ed è la lucida intuizione che Alex Langer esprimeva già durante la prima guerra del Golfo (1991): «I movimenti per la pace devono sforzarsi di essere sempre meno costretti ad improvvisare per reagire a singole emergenze, ed attrezzarsi invece a sviluppare idee e proposte forti, capaci di aiutare anche la prevenzione, non solo la cura di crisi e conflitti. Dobbiamo, dunque, preoccuparci di alternative credibili, se non vogliamo finire per arrenderci alle “guerre giuste”».
Raccogliendo anche questa eredità, tre grandi reti per la pace, il disarmo, il servizio civile – Rete Italiana Pace e Disarmo, Sbilanciamoci! e la Conferenza nazionale enti di servizio civile – lo scorso marzo hanno depositato in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare per istituire il Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta. Non si tratta di una petizione simbolica, ma di un’azione politica di democrazia diretta: dare finalmente una consistenza istituzionale, organizzativa e finanziaria ai mezzi alternativi alla guerra, secondo Costituzione. Sottraendo allo strumento militare il monopolio della difesa.
La formula magica della deterrenza e il “dilemma della sicurezza”
Il contesto in cui si inserisce questo impegno è drammatico. I dati del Sipri (l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma) ci dicono che la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.887 miliardi di dollari, portando l’umanità a soli 85 secondi dalla guerra nucleare nel metaforico orologio dell’Apocalisse, monitorato dal Bulletin of the Atomic Scientist. L’Europa guida questa folle corsa al riarmo con ritmi che non si vedevano dai tempi della guerra fredda, e l’Italia partecipa con un aumento del 20% delle proprie spese belliche, verso il 5% del Pil. Negli ultimi tre anni, come documentato dall’Osservatorio Milex, il governo ha avviato ben 78 nuovi programmi di riarmo per un costo aggiuntivo di 38 miliardi di euro.
Siamo assistendo ad una gigantesca operazione di trasferimento di risorse pubbliche dalla sanità, dalla scuola, dalla transizione ecologica verso i bilanci del complesso militare-industriale. Questa ipertrofia delle armi viene giustificata con la formula magica della “deterrenza”, ripetutamente smentita dalla realtà: più gli Stati accumulano armi, più aumenta l’insicurezza globale, alimentando il “dilemma della sicurezza”. Più mi armo per difendermi, più il mio vicino si sentirà minacciato e si armerà a sua volta, in un circolo vizioso che moltiplica le guerre anziché evitarle. .
La riforma Crosetto e la militarizzazione della società
Mentre la società civile cerca strade di pace, il governo va in direzione opposta. L’annunciata “riforma Crosetto” del sistema militare delinea una vera e propria virata verso quella che gli esperti chiamano warfare society, ossia la società orientata alla guerra (vedi analisi a cura di Rete Italiana Pace e Disarmo). Attraverso l’istituzione di una forza multilivello e di un sistema di “riserve” – operativa, territoriale e specialistica – si punta ad arruolare oltre 40.000 cittadini italiani aggiuntivi agli effettivi già in divisa, spendendo 8 miliardi di euro in più all’anno. Non è solo un potenziamento tecnico, ma un’operazione culturale e pedagogica. Si vuole abituare la società, e in particolare i giovani, a pensare che la sicurezza coincida esclusivamente con la forza delle armi e che la guerra sia un orizzonte inevitabile a cui prepararsi. Il controllo parlamentare sulle spese e sulle operazioni militari viene indebolito, a favore di una centralizzazione dei comandi che privilegia la prontezza operativa rispetto al dibattito democratico. È la dinamica che Zygmunt Bauman chiamava «paura liquida»: il potere alimenta la paura del nemico esterno per giustificare misure di controllo e militarizzazione interna. Come nel racconto di Franz Kafka Durante la costruzione della muraglia cinese, il “nemico” diventa un fantasma permanente funzionale ad educare i cittadini all’obbedienza gerarchica e alla normalizzazione dell’immaginario bellico come orizzonte necessario.
L’alternativa è scritta nella Costituzione
Esiste un’altra strada ed è radicata nel nostro fondamento repubblicano. L’Articolo 11 della Costituzione, mentre «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», evoca la costruzione di mezzi alternativi, ossia “pacifici”, come indicato dalla Carta delle Nazioni Unite (Articolo 2). E la “difesa della patria”, citata dall’Articolo 52, non è più appannaggio esclusivo dei militari: la Corte costituzionale, con la storica sentenza n. 164 del 1985, nata dalle lotte degli obiettori di coscienza, ha stabilito che la difesa civile, non armata e nonviolenta ha la stessa dignità e legittimità di quella militare.
La proposta di legge promossa dalla campagna Un’altra difesa è possibile vuole dare attuazione a questo principio declinandone gli strumenti, con l’istituzione di un Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta che coordini anche i Corpi civili di pace – giovani e professionisti formati per intervenire nelle aree di crisi con strumenti di prevenzione del conflitto, di mediazione, interposizione e riconciliazione, seguendo l’”utopia concreta” proposta dallo stesso Langer già nel 1995 al Parlamento europeo – e un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, perché la pace non è solo assenza di guerra, ma studio e costruzione delle condizioni per la trasformazione nonviolenta dei conflitti. La nonviolenza non è passività inerme, ma un metodo di difesa sociale e resistenza civile, dei quali la storia ha fornito innumerevoli esempi. Da quelli indicati da Jacques Sémelin sulla resistenza civile al nazismo in Europa (Senz’armi di fronte ad Hitler), alla resistenza danese – raccontata anche da Hannah Arendt ne La banalità del male – durante la quale la popolazione coesa e disarmata riuscì a salvare quasi tutti i cittadini ebrei dalla deportazione, alle tante lotte nonviolente ed efficaci censite da Erica Chenoweth negli ultimi 120 anni (Come risolvere i conflitti).
Ma per fare tutto questo servono risorse. La proposta di legge prevede un doppio canale di finanziamento: un fondo dedicato, stabile e pluriennale, dal bilancio dello stato e il meccanismo dell’opzione fiscale, pari al sei per mille, per consentire ai cittadini di scegliere, in sede di dichiarazione dei redditi, di finanziare la difesa nonviolenta. La difesa civile, non armata e nonviolenta nell’era atomica e della crisi ecologica che moltiplica i conflitti non è un’utopia, ma l’unico realismo politico possibile per evitare il baratro. Firmare qui ed ora (con Spid o Cie) questa legge di iniziativa popolare significa esercitare il proprio potere di cittadini, affermando il diritto costituzionale ai mezzi pacifici per preparare la pace.




