Dalla nascita dell’agenzia Ue per l’asilo alle nuove norme sull’immigrazione. Bruxelles ha deciso di rafforzare un modello centrato su controllo e respingimento, contestato da organizzazioni internazionali e medici che richiamano i principi costituzionali e umani

Sedute al caffè detto “dei Siciliani” a Floriana - la piccola città vicino alla sede dell’Agenzia dell’Unione europea per l’Asilo (Euaa), a Malta - un’amica, mentre si toglieva il badge dell’Agenzia, mi racconta del doppio festeggiamento avvenuto il giorno prima in ufficio. A giugno, l’Agenzia ha compiuto quindici anni e, quasi a suggellare questo anniversario, il 12 giugno è entrato pienamente in vigore il cosiddetto “nuovo” Patto sulla migrazione e l’asilo.

«Ma», si chiede, «c’è davvero qualcosa da festeggiare?» Per provare a rispondere, facciamo un passo indietro.

Era il 2010 quando il Consiglio dell’Ue scelse Malta come sede del futuro Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, l’Easo, diventato operativo l’anno successivo. Ci sarebbe già da soffermarsi su questa scelta: un’isola nel cuore del Mediterraneo. Non è una scelta da poco a livello simbolico, eppure è difficile da conciliare con la realtà di un Paese che al soccorso in mare ha spesso preferito il silenzio, e le cui politiche di accoglienza sono tra le più criticate d’Europa. Il mandato di questo Ufficio nasceva tuttavia da un buon proposito: avviare un processo di “convergenza”, come viene chiamato dagli addetti ai lavori, per allineare pratiche e decisioni in materia di asilo tra gli Stati membri dell’Ue in modo da garantire ai richiedenti trattamenti equi e uniformi, indipendentemente dal Paese in cui presentavano la domanda. Per questo, fin dall’inizio, l’Easo ha avuto un ruolo centrale nel formare i funzionari, nel raccogliere informazioni aggiornate sui Paesi d’origine a supporto delle decisioni riguardanti le domande di protezione internazionale e nell’invio di esperti laddove la pressione era maggiore. Il tutto con un bilancio iniziale di appena 10 milioni di euro e meno di 50 dipendenti.

Tra la fine del 2010 e il 2011 le Primavere arabe cambiano il volto del Mediterraneo. In pochi mesi centinaia di migliaia di persone sono costrette a lasciare le proprie case in cerca di un futuro, e perché no, di un futuro in Europa, a cui offrire il proprio. Saranno tuttavia i naufragi di Lampedusa del 3 e dell’11 ottobre 2013, e le morti del Mediterraneo che seguiranno negli anni successivi, e in particolare nel 2015, a segnare il vero punto di non ritorno verso una politica europea sempre più securitaria. Nel maggio 2015 la

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