Blackout, ospedali senza corrente, farmaci bloccati: la catastrofe cubana è prodotta politicamente da Washington

Cuba resiste, ma è allo stremo, l’inasprimento del bloqueo voluto da Trump e Rubio è un chiaro tentativo di strangolamento di quel che resta del sogno rivoluzionario. Donald Trump è a caccia di un trofeo da esibire prima delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre e alle quali approda con consensi ai minimi storici. La guerra illegale contro l’Iran, immaginata come una rapida prova di forza si è rivelata un pantano. L’ignoranza di Trump gli ha fatto credere di poter ripetere il blitz compiuto in Venezuela. Ma il regime teocratico, oggi più che mai militarizzato (proprio come conseguenza dell’azione militare di Trump per eterogenesi dei fini), si è rivelato assai resiliente e strutturato. L’impresa in cui il presidente Usa è stato trascinato da Netanyahu è stata un boomerang. Il 68% degli americani pensa che la guerra all’Iran non andava ingaggiata. E con l’aumento dell’inflazione e del costo della benzina, il consenso complessivo per il presidente è sceso al 37%. Così si è inventato un’inesistente minaccia comunista.

Con vari discorsi alla nazione il presidente Usa ha preparato il terreno. Lo ha fatto in particolare con il discorso del 4 luglio per i 250 anni della nazione. Il nemico comunista numero uno, per lui, è certamente la Cina, ma è lontana ed è troppo grande e potente. Cuba invece è vicina, piccola, già strangolata con i dazi e vendibile all’elettorato della Florida come l’ultima fortezza comunista finalmente espugnata. Dopo l’operazione militare statunitense con cui nel gennaio scorso ha sequestrato il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, Trump ha annunciato che a Cuba non sarebbero più arrivati «né petrolio, né denaro». Il 29 gennaio l’Executive Order 14380 ha dichiarato l’Isola una «minaccia insolita e straordinaria» alla sicurezza degli Stati Uniti, autorizzando dazi e sanzioni contro i Paesi che le forniscono petrolio. Il primo maggio l’ordine 14404 ha allargato la pressione a imprese, banche e istituzioni finanziarie straniere. Sono seguite minacce di «prendere Cuba», l’incriminazione del novantacinquenne Raúl Castro e un rapporto del dipartimento di Stato che attribuisce all’Avana perfino la protesta antirazzista e la crescita di non ben identificati antifa negli Stati Uniti. Il segretario di Stato Marco Rubio è l’architetto politico dell’offensiva. Figlio dell’esilio cubano e prodotto della destra della Florida, ha cercato di tramutare una sua lunga ossessione in dottrina di governo. Non perde occasione di additare Cuba come uno “Stato fallito” per renderlo tale.

La tecnica è chiara: prima si nega l’accesso a petrolio, pagamenti, ricambi, assicurazioni e trasporti; poi si sbandiera il collasso provocato come prova dell’incapacità del socialismo. Il cattolico Rubio ha colpito anche le missioni mediche cubane, minacciando restrizioni sui visti per i funzionari stranieri che le accolgono, puntando così a distruggere una rete sanitaria pubblica e universale dalla quale dipendono milioni di persone. Quanto si sia aggravata di conseguenza la situazione a Cuba ce lo raccontano su questo numero di Left cooperanti come Carla Vitantonio che ha vissuto fino a pochi mesi fa all’Avana, ricercatori come Fabrizio Chiodo che da anni lavora fianco a fianco con i medici e ricercatori cubani, esperti di latinoamerica come il professor Gennaro Carotenuto, e molti altri. Direttamente dall’Avana arriva la voce dell’artista Ramiro Zardoya, che come tanti cubani non smette di resistere, lottare e di immaginare modi per portare avanti i propri progetti di ricerca . Ma il quadro della situazione materiale è drammatico: giorni interi di blackout, pompe dell’acqua ferme, sale operatorie senza continuità energetica, container di farmaci bloccati perché armatori e banche temono le sanzioni americane. Eppure Cuba resiste e resta un simbolo, nonostante tutte le sue contraddizioni, gli innegabili problemi di democrazia interna e l’estrema povertà. In una America Latina che si sposta a destra, Cuba resta ancora il simbolo di un no forte e chiaro contro l’imperialismo, contro la logica della sopraffazione, dello sfruttamento. Contro l’idea che conti solo il profitto e non l’istruzione, la ricerca, l’arte, la socialità. Da oltre sessant’anni questo piccolo Paese tenta di sottrarre alcuni beni fondamentali alla legge del reddito e del capitale: scuola, salute, ricerca.

Dopo il 1959 l’Isola scelse l’alfabetizzazione di massa, la formazione gratuita, la medicina territoriale, il medico e l’infermiere di famiglia inseriti nella comunità, i policlinici, la prevenzione. Scelse di costruire un’industria farmaceutica e biotecnologica pubblica invece di affidarsi ai brevetti delle multinazionali. Ha prodotto vaccini pediatrici, terapie oncologiche e propri vaccini contro il Covid. Ha esportato medici in tutto il mondo.

Ancora nel giugno 2026, nel pieno della crisi energetica, le coperture contro pneumococco e papillomavirus superavano il 95%. Resistere è anche considerare la conoscenza un’infrastruttura pubblica anche se mancano elettricità, denaro e materie prime. Noi italiani dovremmo ricordarlo più di altri. Nel marzo 2020, mentre la Lombardia era l’epicentro europeo della pandemia, la brigata Henry Reeve arrivò a Crema. Un secondo gruppo di 38 sanitari lavorò per cento giorni nell’ospedale temporaneo delle Ogr di Torino. Cuba ci mandò ciò che aveva di meglio e aveva costruito con maggiore ostinazione: medici, infermieri, competenze nell’emergenza. Oggi centinaia di professionisti cubani contribuiscono a tenere aperti ospedali e reparti in Calabria, dopo anni di tagli e commissariamenti nostrani. L’Unione europea guidata da Von der Leyen (che per giunta è un medico!) avrebbe dovuto riconoscere l’impegno internazionale nell’ambito della medicina e della ricerca e sostenerla, implementando il piano di cooperazione scientifica Cuba Biotec. Ma ha prevalso la linea Meloni. Abbiamo beneficiato dell’aiuto cubano nel momento più buio della pandemia e ora tolleriamo che l’isola sia strangolata. Il piano 2026-2030 del Programma alimentare mondiale prevede interventi umanitari per mitigare una catastrofe che è stata politicamente prodotta. È surreale offrire pacchi alimentari con una mano dopo aver bloccato con l’altra il carburante che alimenta campi, acquedotti, ospedali. Tanti errori sono stati commessi dal governo cubano, a cominciare dal fatto di non aver puntato sulla modernizzazione, sulle rinnovabili, e aver pensato che il turismo fosse la panacea. Certamente come spiega Carotenuto la vecchia classe dirigente non è all’altezza delle sfide del nuovo millennio. Ma la spinta al rinnovamento non può che venire dai cubani stessi. Per questo oggi Cuba deve essere difesa perché nessuna potenza ha il diritto di ridurre un popolo alla fame e al buio per imporre il regime politico che preferisce. E perché, tra errori, autoritarismi, conquiste e contraddizioni, l’Isola continua a porre una domanda cruciale: che cosa accadrebbe se la misura dello sviluppo non fosse il profitto, ma il numero di persone istruite, curate, vaccinate, se la misura fosse un’altra socialità?

In apertura, illustrazione di Laura Trivelloni