Il Pnacc, il piano di adattamento al clima approvato nel 2023, sta lì senza risorse. S

È la solita, tragica barzelletta. Il governo più sovranista della storia repubblicana passa l’estate a compilare domande per Bruxelles. La giunta di centrodestra della Regione Piemonte ha chiesto lo stato di calamità e notificato alla Commissione la delibera di emergenza, perché gli allevatori scesi in anticipo dagli alpeggi bruciati rischiano pure i contributi comunitari. A inizio agosto sono arrivati 45,6 milioni dalla riserva di crisi della Politica agricola comune. Li ha chiesti lo stesso governo che considera il cambiamento climatico una bugia.

Il conto finale l’ha firmato in calce il caldo. Coldiretti ha stimato l’11 agosto che i danni all’agricoltura italiana hanno superato i 3 miliardi di euro fra caldo, siccità e roghi, mentre nelle stalle del Parmigiano Reggiano il latte è calato in media del 10 per cento perché a 40 gradi la mucca mangia meno.

Ecco, il 22 ottobre 2025 in Senato Giorgia Meloni spiegava che i concorrenti globali fanno salti di gioia davanti alle «follie verdi che ci siamo autoimposti», e due settimane più tardi il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin proponeva a Bruxelles un ulteriore 5 per cento di crediti internazionali, cioè riduzioni pagate altrove invece che a casa nostra. E il 10 giugno 2026 il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha chiesto la sospensione di Cbam ed Ets invitando la Commissione ad abbandonare “posizioni ideologiche”, nella stessa nota in cui ringraziava per i quattrini.

Il Pnacc, il piano di adattamento al clima approvato nel 2023, sta lì senza risorse. Si può irridere il termometro per tre anni e poi mettersi in fila allo sportello che si è passato il tempo a insultare. Si chiama questua.

Buon mercoledì.

Foto di Markus Spiske su Unsplash