Un fischio è un suono che non dice quasi niente. Non ha parole, slogan, programma. È soltanto aria che attraversa le labbra. Eppure, la sera dell’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo, allo stadio Erasmo Iacovone di Taranto, quel suono ha incrinato una fotografia.
Per anni una parte della destra italiana ci ha spiegato che il problema del paese era il politicamente corretto: non si poteva più dire niente, provocare niente, essere scomodi senza finire sotto accusa. Che la libertà di espressione era minacciata da professoresse, giornalisti, femministe, attivisti, “buonisti” e chissà quanti altri custodi del linguaggio. La libertà di parola veniva rivendicata come libertà di disturbare, di infrangere il conformismo, persino di essere maleducati. Poi, allo Iacovone, qualcuno ha fischiato Giorgia Meloni. E improvvisamente la libertà di espressione ha scoperto le buone maniere.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato accolto da un’ovazione; al nome della presidente del Consiglio sono arrivati fischi e contestazioni. Il giorno dopo Massimo Ferrarese, nominato commissario straordinario dei Giochi dal governo, ha parlato di “profondo rammarico”, definendo la contestazione “ingiusta” e “paradossale” e rivendicando il ruolo decisivo del governo Meloni nella realizzazione dei Giochi. La sindaca di Lecce, Poli Bortone, ha preteso le scuse di tutta la città. Massimiliano Di Cuia, consigliere regionale di Forza Italia, ha scritto di aver applaudito “convintamente il nostro Presidente del Consiglio” e che “la Taranto che abbiamo ammirato ieri meritava solo applausi”. Quel “nostro” dice parecchio.
Meloni non è più soltanto la presidente del Consiglio che si può sostenere o contestare. Diventa qualcuno a cui si appartiene. E quel “noi” finisce quasi subito per sovrapporsi a un altro: Taranto. Così il dissenso verso il governo può trasformarsi in un’offesa alla città, in una mancanza di riconoscenza, perfino in un danno alla sua immagine.
È una dinamica curiosa in una cultura politica che ha trascorso anni a denunciare il conformismo altrui. Il dissenso piace, insomma, finché non mette in discussione il proprio leader. A quel punto diventa ingratitudine.
Ferrarese rivendica il commissariamento, le risorse, le opere, il sostegno del governo. È una rivendicazione legittima. Ma contiene anche un’idea precisa del rapporto tra politica e cittadinanza: abbiamo fatto qualcosa per voi, quindi almeno questa sera ci dovete riconoscenza. La gratitudine diventa così una forma di obbligo civile. Ma Taranto non è in debito con nessuno. Semmai, la storia di questa città suggerisce una domanda opposta: quanto deve ancora pagare per ciò che le è stato presentato, per decenni, come sviluppo?
È difficile sapere che cosa ci fosse dietro ogni singolo fischio. Rabbia, appartenenza, protesta, risentimento, semplice impulso. Non serve trasformare uno stadio in un sondaggio politico. Ma è difficile non sentire, dentro quella contestazione, anche la storia dell’ex Ilva. La protesta, del resto, non è necessariamente riducibile a un’opposizione a Meloni: a Taranto il dissenso verso chi governa ha attraversato governi e schieramenti diversi, seguendo nel tempo le promesse di sviluppo, la questione industriale e il rapporto con lo Stato. Meloni, che da presidente del consiglio non aveva mai messo piede a Taranto, è il volto politico contro cui si è rivolto il fischio quella sera; la storia che lo rende possibile è molto più lunga.
A pochi metri dall’acciaieria c’è il cimitero di Taranto. L’antropologa Pisapia ha raccontato come, per anni, i custodi notturni fotografassero ogni due ore il camposanto per dimostrare di essere al lavoro. Quelle immagini finirono per documentare altro: nel lampo del flash apparivano le particelle di polvere trasportate dal vento oltre i muri del cimitero, provenienti dall’acciaieria a pochi metri di distanza. Un controllo del lavoro diventava, quasi per caso, una testimonianza della contaminazione.
A Taranto quella polvere ha anche un nome: “minerale”. Una parola che può sembrare innocua, ma che descrive una materia capace di depositarsi sulle tombe, sulle case, sui vestiti e sui corpi. Una contaminazione che non si distribuisce allo stesso modo: la distanza dall’acciaieria e la posizione sociale determinano esposizioni differenti. La tossicità, insomma, non è soltanto una questione ambientale; segue le disuguaglianze della città.
È forse qui che l’inquinamento smette di essere soltanto una questione tecnica. I dati epidemiologici, le autorizzazioni, i limiti di legge sono indispensabili. Ma esiste anche una conoscenza più elementare e più difficile da liquidare: quella del corpo. La polvere sui davanzali, l’aria nei giorni di vento, la materia che si deposita sulle superfici. Una parte della città non ha avuto bisogno che qualcuno le spiegasse che cosa significasse vivere accanto alla fabbrica.
È dentro questa esperienza che vanno collocate anche le parole dell’Associazione Genitori Tarantini, che ha denunciato come le “bare bianche” siano diventate una consuetudine capace di “ferire a morte centinaia di famiglie”. Nella stessa narrazione, i genitori definiscono la comunità tarantina “dignitosa e pacifica” e ricordano quanto sia stata lasciata sola a sopportare le conseguenze di una storia industriale che altri hanno deciso per lei.
Non è necessario trasformare quei morti in un argomento contro ogni forma di industria, né attribuire a ogni fischio il significato di una protesta ambientalista. Basta riconoscere una cosa più semplice: a Taranto il rapporto con il potere, l’industria e lo Stato passa anche attraverso corpi che hanno memoria. La città del futuro, allora, continua a vivere dentro un passato che non passa.
Sul palco, invece, Taranto è apparsa come una città mediterranea, accogliente, orgogliosa, pronta ad “abbracciare il futuro”. Il motto dei Giochi “Embrace the Future” che appare sul ponte che collega la Città Vecchia al Borgo Nuovo e il Mar Grande con il Mar Piccolo, sembra quasi una diagnosi. Il futuro non è più una possibilità, ma una condizione visibile: il passato alle spalle, il futuro davanti, gli impianti a dimostrarne la concretezza. Ma Taranto continua a invecchiare, a perdere popolazione, a vedere partire i giovani. I quartieri sono segnati da differenze profonde, la struttura sociale è diseguale, il rapporto con l’ex Ilva rimane irrisolto. Non sono problemi esterni ai Giochi. Sono Taranto.
L’ex Ilva, soprattutto, rende impossibile raccontare Taranto come una città che ha semplicemente lasciato il passato alle proprie spalle. L’acciaieria non è soltanto un impianto industriale: per decenni ha organizzato lavoro, reddito, migrazioni interne, gerarchie sociali, aspettative e conflitti. La sua crisi continua a determinare il presente mentre il futuro viene annunciato in forma di grandi opere. Lo stesso vale per l’aeroporto di Grottaglie, proposto come possibile eredità dei Giochi e come strumento per superare l’isolamento del territorio. Ma un’infrastruttura non è ancora sviluppo. Lo diventa, forse, quando qualcuno può usarla, mantenerla e permettersela. Il problema non è stabilire se lo stadio, la piscina o l’aeroporto siano “buoni” o “cattivi”. È chiedere chi potrà realmente abitare il futuro che rappresentano.
“Rossa di minerale, tra scirocco e maestrale”, canta Diodato, il cantante tarantino, in La mia terra. “Fumo che mangia il futuro, che ogni respiro scongiuro.” La canzone è stata scritta per il film Palazzina Laf, diretto e interpretato da Michele Riondino, un altro tarantino, che racconta la fabbrica e i suoi morti. Durante la cerimonia di inaugurazione, nessuno l’ha cantata. Sul palco si parlava di Mediterraneo e di dialogo. Ma la colonna sonora di Taranto è un’altra: è il respiro affannato di chi vive sotto i camini della fabbrica, dove per decenni la salute è stata trattata come un costo accettabile.
Qualcuno ha detto che quei fischi hanno tradito lo spirito dei Giochi. Forse, invece, lo hanno messo alla prova. Il dialogo che contempla soltanto l’applauso è molto più vicino all’acclamazione che al dialogo, e la città che applaude compatta non esiste: esistono soltanto le persone che la abitano, in disaccordo tra loro. Il problema dei fischi, alla fine, è forse proprio questo: non che qualcuno abbia contestato Meloni, ma che quella contestazione abbia reso più difficile raccontare Taranto come una comunità compatta, riconoscente e finalmente pacificata.
Una parte della destra che per anni ha rivendicato il diritto di disturbare, provocare e “dire quello che pensa” sembra improvvisamente riscoprire il valore del decoro quando è il suo governo a essere disturbato. La stessa cultura politica che ha fatto del “non si può più dire niente” uno slogan non ha difficoltà a spiegare che, almeno durante una festa, alcune cose sarebbe meglio non dirle. Ma una città non è una festa: è il luogo in cui convivono quelli che applaudono e quelli che fischiano, quelli che vogliono salvare l’acciaieria e quelli che vorrebbero liberarsene, quelli che vedono nei Giochi una svolta e quelli che temono l’ennesima promessa, quelli che restano e quelli che partono. Il vero conflitto, allora, non è tra chi ama e chi non ama Taranto, ma tra diverse pretese di rappresentarla.
Ed è forse questo che i fischi hanno reso visibile meglio di qualsiasi discorso inaugurale: che il futuro di Taranto non è ancora una fotografia. È una contesa. E nessun governo, nessun commissario, nessun grande evento può stabilire in anticipo chi debba applaudire quando la fotografia viene scattata.
Nessuna fotografia può catturare il peso dell’aria, la polvere che si deposita sui polmoni, il respiro di chi ogni giorno si sveglia in una terra definita “zona di sacrificio” dalle Nazioni Unite. Quel respiro, non gli applausi, non i fischi, è la vera voce di Taranto. Ed è quella voce che, prima o poi, dovrà essere ascoltata. Non con la gratitudine, non con il rammarico, ma con la giustizia.
foto Gov




