Riace è un paese dalle caratteristiche estremamente affascinanti per un forestiero: la parte alta, che si distingue dalla marina, è arroccata, fatta di mura antiche, vicoli stretti, salite impervie, panorami sulla montagna e affacci sul mare. Nelle serate estive, tra un vicolo e l’altro, arriva una voce anziana in dialetto stretto, che accompagna chi è di passaggio.
Si assomigliano un po’ tutti i paesini sulla costa ionica: Camini, Bivongi, Caulonia. Ma a Riace si respira un’atmosfera diversa, c’è un’aria densa di politica. In ogni angolo del paese, attraverso murales e opere artistiche, c’è una presa di posizione politica: si ripudia la guerra, si esprime solidarietà ai palestinesi, ai curdi, c’è il volto di Che Guevara, di Peppino Impastato. C’è Gino Strada, le parole di Pasolini e di Guccini. Al bar si parla di politica, le iniziative delle associazioni culturali del territorio come Restanza e Radicare sono manifestazioni di impegno politico.
Sarà che si tratta di un piccolo paese, ma la politica a Riace diventa una questione tangibile e le idee di resistenza, le utopie, si possono toccare con mano. Sarà che il modello di accoglienza, che ha contraddistinto il paese dall’inizio degli anni 2000 ed è stato ostacolato nel 2018 con la revoca dei progetti da parte del ministero degli Interni, ha lasciato una traccia indelebile, che continua ad attrarre turisti, attivisti, autori o semplicemente famiglie e i bambini nigeriani che ancora invadono le strade del paese permettono di sperimentare nel concreto che cosa sia l’integrazione.
C’è un’eredità di umanità a Riace. Quest’eredità nasce dalla politica ventennale di Mimmo Lucano, che oggi, nel paese, risulta una figura fortemente divisiva e ingombrante. In molti non sopportano che la popolarità di Riace derivi dalle sue politiche di accoglienza, che l’attenzione sul piano nazionale e internazionale sia il riflesso delle sue vicende giudiziarie, ma più di tutto, non si accetta che le sue idee, dai tratti rivoluzionari, prendano ancora il sopravvento sulla politica locale.
Quello che si vorrebbe per Riace è un’amministrazione più devota alle esigenze del paese, all’economia locale, a opere di manutenzione, alle tradizioni religiose e culturali, ma soprattutto si vorrebbe restituire a Riace un’identità che prescinda da Mimmo Lucano. Il paradosso è che nel paese, noto a livello internazionale per le sue politiche di integrazione, siano tornati di moda i confini. Prima i riacesi, insomma. Gli stessi che emigrano: vivono a Roma, Milano, Torino. Non hanno più neanche la residenza per votare.
Rientrato a ricoprire la posizione di sindaco da circa un mese, Lucano ha incontrato un clima fortemente ostile, un’aria tesa volta a paralizzare la sua amministrazione. La dinamica è stata particolarmente evidente in occasione del consiglio comunale del 24 agosto, quando il sindaco ha nuovamente proposto un gesto di solidarietà al popolo palestinese con un nuovo gemellaggio. Il primo tentativo dell’anno scorso, quello con Gaza, era stato negato dal ministro Calderoli, per eventuali danni alla politica estera. Questa volta l’atto riguardava il campo profughi di Dheisheh in Cisgiordania. Erano presenti il Presidente del campo Mahmoud Ramadan, la docente e attivista e assistente di Lucano al Parlamento Europeo, Souzan Fatayer e l’ex sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.
Consapevole delle tensioni che hanno incrinato la sua maggioranza, Lucano ha invitato i consiglieri municipali ad andare oltre rivalità e insoddisfazioni nella comunità in nome dell’esercizio di fratellanza e solidarietà con un popolo colonizzato e devastato. I membri dell’opposizione hanno espresso però parere contrario. Tra le motivazioni quella che il gemellaggio non rappresentasse una priorità per la politica locale.
«Mi chiedo perché sia così difficile accettare un gemellaggio che non priva il paese di nulla. Mi chiedo anche perché altri paesi, altre città non facciano lo stesso. È il minimo che si possa fare verso la sofferenza di un popolo» ha affermato Lucano.
L’atto è stato approvato dalla Giunta.
Lucano sa che il suo è un mandato agonizzante. È deluso, è triste, è sfiduciato, ma è uno di quegli uomini che vivono per le idee, vive nell’ossessione di realizzarle. Ha la consapevolezza che una forma di potere subdolo che si estende capillarmente ci sarà sempre e sente dentro sé stesso il dovere di resistere. La politica è per lui una missione, che non conosce calcolo né premeditazione.
Oltre al gemellaggio, la sua amministrazione ha un altro obiettivo: il ripristino dell’ambulatorio medico. L’ambulatorio era un progetto nato nel 2017 da una collaborazione con un medico del territorio, Isidoro Napoli. Il presidio prevedeva gratuitamente assistenza cardiologica, pediatrica e ginecologica e diagnosi attraverso l’ecografo e altra strumentazione. Nonostante fosse stato predisposto per la comunità migrante, aveva intercettato il bisogno di molte persone sul territorio, soprattutto anziani.
Brutalmente chiuso nel 2019 con l’insediamento della giunta leghista al Comune, è stato sostituito da un’area di videosorveglianza. «La destra ha l’ossessione della sicurezza. Com’è possibile ritenere la sicurezza più importante della sanità?» afferma Lucano e prosegue «la mia battaglia per ripristinare questo ambulatorio deriva anche dalla mia esperienza a Cuba, sono stato lì per portare le medicine. Lì in ogni angolo dell’Avana c’era un polo per la sanità sociale: presidi sanitari, screening per bambini.
Tra le idee di resistenza di Lucano, ci sono sempre dei volti e dei nomi: l’ambulatorio sarà dedicato ad Hassan Habashy, cittadino egiziano accusato di scafismo, arrestato e condannato a cinque anni di reclusione in un centro di detenzione a Reggio Calabria. È uscito di prigione il 7 marzo 2025, con un tumore al pancreas al quarto stadio. Ha trascorso gli ultimi giorni della sua vita in una stanza del Villaggio Globale.
«Mi ha fatto innamorare della sua sofferenza» racconta Lucano e prosegue «Si contorceva in quella stanza per i dolori. Portava con sé una tristezza enorme e un mezzo sorriso di rassegnazione. Si era rassegnato alla malattia e all’idea che l’Italia non fosse il Paese che aveva immaginato. Era un uomo innocente. È morto il primo giorno di primavera, il 21 marzo 2025».
Un’altra storia che Lucano ha deciso di portare nelle sue battaglie è quella di Adele Zotti, giovane antropologa che nel 2018 ha scritto la tesi di laurea osservando da vicino il modello di Riace. Adele Zotti ha dedicato la vita al tema delle migrazioni. Precaria, oltre a vivere una condizione di sfruttamento e mortificazione delle sue qualità, portava con sé un dolore: percepiva in un punto profondissimo del suo cuore la crudeltà del mondo verso le vite dei migranti. Adele si è uccisa il 2 aprile 2025, poco prima di presentare a Bruxelles il libro che raccoglieva il suo capitolo sul modello Riace.
E forse è questo il rischio che si corre quando si sottovaluta l’impatto di una politica, quando diventa un gioco e non più una pratica per il bene comune: si perde di vista la vita.
L’ambulatorio Hassan Habashy dovrebbe aprire entro dicembre per ricominciare a garantire un presidio di sanità pubblica e gratuita; entro dicembre si esprimerà anche la Corte di Cassazione, confermando o meno il giudizio della Corte d’Appello di Reggio Calabria che ha sospeso l’efficacia della decadenza dal ruolo di sindaco. A seconda della sentenza, viene da interrogarsi sul destino di quest’eredità, fatta di resistenza e umanità, sul destino di questo piccolo paese della Calabria che riflette dinamiche politiche che vanno ben oltre l’amministrazione locale.
Sorgono molte domande camminando per quei vicoli colorati di Riace: esporsi per tutelare la vita di un altro popolo non rappresenta l’unico modo dignitoso di fare politica? Che prospettiva ha una politica che non prende chiaramente posizione? Possiamo davvero illuderci che una telecamera e qualche pena più severa possano salvarci dall’orrore che generano le disuguaglianze? Un ambulatorio che offre un servizio gratuito e professionale, di diagnosi e cura, salva i migranti o salva il paese stesso?
Quando la politica si fa distante, intangibile, strategica e sfumata nelle sue posizioni o meschina nel perseguimento dei suoi interessi, l’eredità di Riace, l’eredità della politica di Mimmo Lucano, è una linea netta tra umanità e disumanità, tra che cosa sia una politica di destra e una politica di sinistra.




