«Sono gli anni Quaranta e la Francia è occupata dai nazisti. La domanda è: in una situazione del genere, che cosa dovrei fare io? Io, non gli altri. Restare con mia madre, che ha davvero bisogno di me, o entrare nella Resistenza?». Nel libro La gente normale non va in giro armata, edito da Altrecose con Iperborea, Artem Chapeye racconta come, dal 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, tutto sia cambiato nella sua vita e in quella dei suoi cari. Lo fa con la stessa drammatica incredulità che proverebbe qualsiasi altro europeo trovandosi di fronte al bivio della guerra combattuta, come è accaduto a lui, con l’ulteriore lacerazione di essere pacifista e di sinistra. Questa domanda muove il libro, che è anche il racconto della consapevolezza di come, come sempre, le conseguenze cadono sulle spalle della gente comune, di chi non ha privilegi, soprattutto le persone più povere che vivono in campagna o nei paesi: contadini, autisti di autobus, operai, guardie private. «Rispetto a loro – scrive Chapeye – la gente come me ha la fortuna di poter sparire. Possiamo benissimo “combattere sul fronte delle notizie” e “sul fronte dell’economia” in tutti quei settori dove “c’è più bisogno di noi”».
Le oltre cento pagine del libro ripercorrono i momenti in cui il mondo di prima e le convinzioni coltivate per una vita si infrangono contro il muro della realtà. Al centro c’è il conflitto più doloroso: come restare fedeli al pacifismo quando il proprio Paese viene invaso da una potenza dittatoriale? È allora che il rifiuto della violenza si misura con la necessità della resistenza e con il diritto di difendere la propria libertà. All’età di Artem, la famiglia non coincide più soltanto con la madre, ormai anziana, ma soprattutto con i figli: uno di sette anni, l’altro di nove. Dopo l’invasione russa, circa un milione di ucraini tra i diciotto e i sessant’anni è entrato nell’esercito. Molti di loro avevano già costruito una famiglia e, come Artem, lasciavano a casa figli ancora piccoli. Nella sua compagnia, alcuni soldati erano già nonni. Anche per Artem Chapeye, nato nel 1981 nell’Ucraina occidentale, formatosi a Kiev e protagonista di numerosi movimenti sociali e politici ucraini di questo secolo, tutto comincia in una notte, nel buio di febbraio.
Giornalista e scrittore, Chapeye racconta le pareti che tremano per le esplosioni e i contraccolpi avvertiti fin dentro la colonna vertebrale. Oksana, sua moglie, guarda fuori dalla finestra e dice: «Ecco, ci siamo». Svegliati i figli, preparano la valigia di emergenza e salgono in macchina insieme a un’amica. Davanti a loro si allunga una colonna interminabile di automobili: famiglie in fuga dalla città, dirette verso la campagna e i villaggi, ritenuti più sicuri. Si scappa dalla guerra. Ed è proprio mentre si fugge, quando ci si sente espulsi dalla propria terra, che può maturare il pensiero di doverla difendere. «State assistendo allo sfacciato imperialismo Russo, e chiedere agli ucraini di arrendersi ora sarebbe come chiedere ai vietnamiti di non ribellarsi contro gli americani negli anni Sessanta, perché a fornire le armi erano la Cina e l’Unione Sovietica», scrive. «Perché anche noi avremmo fatto volentieri a meno di rischiare la vita, se solo avessimo potuto permettercelo». Ma ci sono anche i corpi dilaniati, sogni bagnati di lacrime, le intossicazioni alimentari, la paura di morire e di uccidere, le gentilezze tra commilitoni, gli antidepressivi, la burocrazia militare, le emozioni tossiche per chi vive la sua vita alle tue spalle e quell’odio per i bodybuilder in palestra mentre gli altri crepano. C’è il muro emotivo. E il muro cresce verso chi ha vissuto una vita completamente diversa scegliendo di scappare per non entrare nell’esercito. E la vicinanza. Con quell’emigrato che con lo scoppio della guerra è tornato in Ucraina, per il vecchio chirurgo americano all’ospedale da campo, per il volontario inglese con un occhio solo che organizza l’evacuazione di donne e bambini e per giornalista norvegese. Ci sono poi le persone. Il vegano Serhij, Tkač, Vitalik il ceco, Mykola padre di due figli piccoli, l’anarchico di campagna, il sessantenne nonno di diversi nipotini e Ihor il grande amico, ucciso poi durante la traduzione del libro. E le cose che non ti saresti mai aspettato in guerra.
«Nell’esercito, a differenza che, sui social e in televisione, di frasi altisonanti non se ne sentono quasi mai. I soldati non parlano di patriottismo. Un ragazzino in campagna mi ha detto “Sai, ultimamente mi capita che quando sento l’inno nazionale mi viene la pelle d’oca. È una cosa terribile” Perché terribile? “Be’ vuol dire che mi sto arrendendo alle loro provocazioni”». Nel libro emergono le contraddizioni del pacifismo, ma anche un profondo sentimento culturale. La sua è una reazione anticoloniale, radicale, che segna una rottura. La scelta di imbracciare le armi non nasce da una fascinazione per il militarismo o per la logica imperiale, ma dal principio della legittima libertà. In questa prospettiva, il ricorso alla forza diventa l’unico strumento concretamente disponibile per difendere la sovranità nazionale e rendere possibile una pace futura. L’Ucraina non è morta, si è trasformata in qualcosa di diverso dice Artem, perché le scelte esistenziali non riguardano solo gli individui, ma le comunità. Scegliere di arruolarsi o no, è una questione che riguarda tutti, tutta l’Ucraina. Arriverà forse un tempo, più avanti, in cui la distanza dagli eventi consentirà di riconoscere con maggiore lucidità le ragioni del pacifismo e di interrogarsi sulle strade alternative che avrebbero potuto essere percorse. Ma non è giusto chiederlo oggi, né a chi sta combattendo per sopravvivere e per difendere il diritto del proprio popolo a continuare a esistere. Sarà una domanda da rivolgere al cittadino di domani, quando l’urgenza della sopravvivenza avrà lasciato spazio alla memoria, alla riflessione e alla possibilità di immaginare una pace diversa. Un impegno fondamentale, però per chi non è al fronte.
Foto in apertura, Wikimedia By Mirek Pruchnicki from Przemyśl, Sanok, Polska
Artem Chapeye in tour in Italia
- 7 settembre, Milano, ore 19 – Libreria Verso
- 8 settembre, Torino, ore 18.30 – Libreria Luxemburg
- 9 settembre, Firenze, ore 18.30 – Teatro della Pergola
- 10 settembre, Roma, ore 18.30 – Libreria Spazio Sette
- 11 settembre, Ventotene, ore 18.30 – Terrazza Granili




