All’indomani della vittoria dei neonazisti dell’Afd in Sassonia-Anhalt, abbiamo incontrato Alfio Nicotra, coordinatore della Rete italiana Pace e disarmo, per cercare di inquadrare lo sconcertante risultato elettorale del piccolo land nel contesto di una Germania che si riarma e di un’Europa che non è da meno.
L’Afd scalza la Cdu, che governava la Sassonia-Anhalt da vent’anni, e per la prima volta una forza che nel Parlamento europeo siede a destra perfino del gruppo dei Patrioti – per il veto di Le Pen, che la giudica troppo estremista – rivendica la guida di un Land. Tra le cause si indicano la discriminazione dell’Ovest percepita fin dalla riunificazione e la nostalgia per la Ddr, dove una vera denazificazione non c’è mai stata. È un ragionamento che condividi?
Chiaramente il ragionamento è corretto. Bisogna però aggiungere un elemento: la riunificazione tedesca è apparsa più come un Anschluss, cioè come un’annessione alla Germania più ricca delle parti più povere della Germania orientale. Tra le due Germanie c’erano, e ci sono ancora, differenze salariali e di tenore di vita notevoli, in termini di reddito e di accesso al welfare state. Questo ha lasciato una percezione di disparità che, a distanza di decenni, non è stata completamente superata.
E la guerra in Ucraina che effetto ha avuto su una regione come questa?
A questo si è aggiunto l’impatto della guerra nel cuore dell’Europa. Il conflitto tra Ucraina e Russia e l’adozione delle sanzioni hanno avuto ripercussioni pesantissime sull’industria chimica e su tutte quelle industrie presenti in Sassonia-Anhalt che vivevano di un rapporto privilegiato con il gas a basso prezzo proveniente dal mercato russo. Quel rapporto, con la guerra, è stato completamente precluso. E questo ha provocato una crisi economica, ma soprattutto ha alimentato ulteriormente l’incertezza sul futuro. C’è, appunto, questo sentirsi fratelli minori da parte degli abitanti dell’Est rispetto ai fratelli dell’Ovest. Sono quelli che la Guerra fredda l’hanno persa. Almeno così è stato raccontato loro. Invece di costruire una narrazione più unitaria, dicendo che finalmente i popoli europei si riunivano dopo la caduta del Muro di Berlino, si è preferito dare un’altra lettura. Una lettura che ha avuto come conseguenza l’espansione della Nato e l’individuazione di un nemico a Est, nel tentativo di disgregare quella che era l’Unione Sovietica. È prevalsa una concezione europea molto subordinata alle esigenze statunitensi e della Nato, e questo, nel tempo, ha contribuito ad alimentare nell’Est della Germania una percezione di distanza rispetto alle scelte dell’Occidente.
Sul voto hanno pesato anche fattori più immediati?
Certo, nell’impatto elettorale di questo voto così massiccio a destra incidono anche altri fattori. In un’economia di guerra e in una situazione di crisi sociale, le forze di destra hanno sempre buon gioco nell’indicare chi sta in basso nella piramide sociale come il nemico principale: in questo caso, i migranti e le decine di migliaia di rifugiati ucraini che accedono a un reddito di sussidio di cittadinanza per sopravvivere in terra tedesca. Tutto ciò ha lavorato a favore dell’Afd, così come ha lavorato a favore la politica dei governi precedenti, sia della Cdu sia della Spd. Ora il governo Merz, avendo scelto l’economia di guerra, ha chiuso il cerchio. Von der Leyen, che è stata ministro della Difesa sotto il governo Merkel, ha dichiarato che entro il 2030 dobbiamo preparare l’Europa alla guerra con la Russia: le sue affermazioni stanno provocando un forte risentimento contro le burocrazie e le tecnocrazie europee, che finisce per riversarsi anche nel voto di protesta. In verità, il programma dell’Afd ripropone esattamente le solite politiche neoliberiste delle quali molti dei suoi elettori si lamentano. La logica è che lo Stato debba ritirarsi il più possibile dall’economia e che si debbano tagliare quelle che vengono definite “spese improduttive”. Ma tra queste finiscono anche i sostegni ai disabili, i finanziamenti ai centri antiviolenza per le donne e, più in generale, tutte quelle politiche considerate woke, che in realtà sono politiche sociali importanti. E poi ci sono le politiche contro l’immigrazione, ulteriormente esasperate dal clima di guerra, che sta rafforzando la destra in tutta Europa, come vediamo anche in Italia. Chi doveva rappresentare le ragioni della pace, del dialogo e del riscatto sociale non si è fatto sentire: la socialdemocrazia tedesca, che era la più grande d’Europa, è ormai ridotta al lumicino perché ha seguito questo crinale, tradendo anche figure come Willy Brandt, che hanno sempre fatto della politica del dialogo tra i due blocchi un elemento caratterizzante e originale della tradizione socialdemocratica tedesca ed europea.
La Ostpolitik, intendi?
Sì, la Ostpolitik. Brandt sapeva benissimo che la pace non è tutto, ma una politica senza pace è niente. E invece oggi c’è un approccio al riarmo aggressivo: Merz ha varato un piano di 900 miliardi di aumento delle spese militari e di investimenti per fare sì che entro il 2030 le forze armate tedesche siano le più forti d’Europa. Questo significa dimenticare cosa è stato il riarmo tedesco nel secolo scorso, che ha portato a due guerre mondiali e alle avventure totalitarie, all’ascesa delle forze della destra. Siamo dentro una tempesta perfetta: da una parte l’economia di guerra, dall’altra un partito neonazista che è il primo partito nei sondaggi, anche a livello nazionale.
Un risultato di queste proporzioni come si affronta?
Il consenso al 45 per cento ottenuto dall’Afd rappresenta quasi la metà dell’elettorato e suscita enorme preoccupazione. Ma c’è un altro elemento che dovrebbe far riflettere: è aumentata la partecipazione al voto e c’è stata una capacità di mobilitazione anche in settori che negli anni si erano estraniati dalla politica. Sono persone che tornano a votare e votano oggi per questo partito neonazista: un fenomeno che richiede una riflessione attenta e critica da parte del fronte democratico. Ma la soluzione non sta nel semplice cordone sanitario nei confronti dell’Afd, sta nel ribaltare totalmente le politiche che stanno nutrendo l’estrema destra, cioè il warfare. Bisognerebbe tornare al welfare, alle politiche redistributive, a rendere più convenienti le politiche sociali e di pace rispetto alle politiche di guerra e di reclutamento. A proposito di reclutamento, in Germania si sta parlando della leva obbligatoria, e il 20 novembre è già in programma il terzo sciopero generale studentesco contro il progetto del governo. Il progetto, però, non sta funzionando: rispetto alle decine di migliaia di persone che si pensava di reclutare, proponendo anche stipendi lauti, superiori ai 3.000 euro al mese, hanno risposto soltanto poche centinaia di giovani. Dunque, se il governo vorrà mantenere l’obiettivo di fare delle forze armate tedesche le più forti d’Europa, dovrà probabilmente procedere con la coscrizione obbligatoria. Anche questo incide sul successo dell’Afd in Sassonia-Anhalt: la preoccupazione di tutto l’elettorato tedesco, ma in particolar modo di quello orientale, per la guerra.
La Sassonia-Anhalt è il Land più povero e più vecchio della Germania. Viene promossa la rimozione degli stranieri, oggi all’8 per cento e provenienti prevalentemente dalle regioni dell’Est, senza riconoscere che sarebbero una ricchezza in una regione che già fatica a trovare persone qualificate. Eppure la soluzione sembra essere quella proposta dall’Afd, e gli operai che la votano sono passati da circa un terzo al 61 per cento: è un voto di protesta e un disagio che qui si fa sentire particolarmente acuto?
Tra coloro in possesso della licenza media, la percentuale di votanti per l’Afd è al 60 per cento, mentre il rapporto si ribalta considerando le persone laureate. Per questo bisogna investire nel welfare, e l’istruzione è uno dei suoi capisaldi. In Italia, d’altronde, le 150 ore, cioè la formazione scolastica serale per i lavoratori, contribuirono a portare la classe operaia, che in larga parte votava per la Democrazia cristiana, a votare a sinistra, così come la più generale campagna di istruzione di massa. Il punto è che l’Afd esprime oggi un’egemonia proprio in quei settori popolari che dovrebbero essere i settori di riferimento della sinistra. A questo si aggiunge l’avversione alla riconversione ecologica, alimentata anche dalla crisi dell’industria automobilistica e dai circa 100.000 posti di lavoro a rischio alla Volkswagen. La Germania si è attardata sul motore a scoppio e nella gestione delle fonti fossili e non ha avviato, specialmente nel campo dei trasporti, una trasformazione importante, lasciando questo mercato in mano ai cinesi. Anche questo, in un’epoca di nazionalismi e di identità tedesca, induce ad avere un’avversione contro il nemico esterno, che in questo caso è la Cina, non la Russia.
L’Afd è russofila e Weidel vuole riallacciare i rapporti con Mosca: nell’Est, dove si teme di più la guerra con la Russia, questo rassicura?
Assolutamente. Perché, come dicevo all’inizio, tutta l’industria chimica viveva grazie al gas russo, così come i fertilizzanti, che sono fondamentali per l’agricoltura tedesca. C’è stato un crollo pesantissimo della loro produzione perché i costi sono diventati fuori proporzione: produrre fertilizzanti è diventato diseconomico perché i costi energetici sono altissimi. È chiaro che questo legame con la Russia è più forte nell’Est della Germania. D’altronde incidono anche le decine e decine di miliardi dati dalla Germania e dall’Europa all’Ucraina in armamenti per proseguire la guerra, e anche questo sta favorendo la propaganda di Putin. Senza colpo ferire, nelle popolazioni, nei lavoratori e nelle lavoratrici tedesche si afferma la percezione che i propri soldi vadano altrove invece che, magari, alla casa, all’istruzione o alla salute. Si vede che i soldi vanno all’Ucraina, a Israele o ai diritti civili, di cui magari interessa poco, mentre l’Afd viene vista come il partito che salvaguarda i propri interessi.
Non è la prima volta che la Germania prova a resuscitare lo spirito dell’estrema destra, a smontare la cultura antinazista. Nel 1953 i post-hitleriani dell’Srp (Sozialistische Reichspartei) furono messi fuorilegge; negli anni Ottanta e Novanta ci provarono i Republikaner di Franz Schönhuber; la Npd, dopo gli scossoni degli anni Sessanta e Duemila, è diventata irrilevante e il suo voto di protesta è stato assorbito dall’Afd. Sembra un incubo che eternamente ritorna. Quali pericoli nasconde un risultato così grande in una Germania che si sta riarmando fino ai denti, nella Zeitenwende?
È la tempesta perfetta. Sembra di vivere gli anni Trenta, è economia di guerra. La Germania si riarma, tra l’altro con una subalternità anche dei sindacati nel settore metalmeccanico, perché devono dare una risposta ai 100.000 licenziamenti alla Volkswagen e vedono nel riarmo una possibilità di mantenere i posti di lavoro, se non di incrementarli. Il problema vero è che il programma dell’Afd non è diverso, sul riarmo e sulla coscrizione obbligatoria, da quello della Cdu del governo Merz. Il problema è che troveranno già tutto pronto, tutto apparecchiato: attribuiranno le colpe del peso sociale al governo democristiano, ma proseguiranno con il riarmo, perché da sempre il militarismo è nel Dna dell’estrema destra tedesca, prussiana, di quel nazionalismo che nel secolo scorso abbiamo visto essere così devastante. Così si va verso la disintegrazione dell’Europa, perché l’onda nera non riguarda solo la Germania, ma anche il Portogallo con Chega e la Spagna di Vox; in Italia abbiamo già un governo di destra, con in più una calamita ulteriore nell’estrema destra rappresentata da Vannacci.
E le forze progressiste dove sono?
Stanno purtroppo, in larga parte, recitando il copione di chi sta portando alla rovina. È lì che occorrerebbe lo scatto, la rottura: ci vorrebbe il coraggio, e ci vorrebbe Willy Brandt. Invece di inseguire i Blair e quelli che sulla guerra, anche nel socialismo democratico, pensano di fare le fortune, bisognerebbe recuperare un’altra idea della politica, perché le guerre, il militarismo e il riarmo rischiano di diventare la bara dello stesso socialismo democratico. Questo porta chiaramente anche al dibattito da noi, dentro il Partito democratico. Mentre il Pd, sotto il peso dei movimenti, ha assunto sulla Palestina posizioni molto avanzate che prima non aveva, sul riarmo purtroppo Schlein è abbastanza isolata e ancora non sta pronunciando le parole che dovrebbe pronunciare. Noi ci aspettiamo che questa coalizione alternativa alle destre lo sia effettivamente anche nei programmi: bisogna puntare sul nostro modello di civiltà, che è il welfare state, non sul modello militarista del riarmo. Solo così si riuscirà a salvare la pace e la democrazia, perché le due cose sono indissolubili; nell’altro modo finiamo per riempire le vele di voti e di consenso dell’estrema destra razzista e fascistoide.
Ma tu pensi che neanche un riarmo, una difesa a livello europeo, sia necessaria?
No, il riarmo io penso che sia una iattura, una sconfitta, e porta alla disgregazione dell’Europa. Certo, si può discutere della difesa europea, ma poi bisogna capire che cos’è la difesa: se significa continuare a fare ciò che ha fatto, dal ’91 in poi, l’Occidente, la Nato, cioè disseminare di guerra il pianeta rendendolo più insicuro, allora non ci siamo. Ormai è palese che le guerre non le vince più nessuno, ma si tramutano in nuovi orrori, in nuovi mostri e in nuove guerre. Soltanto rompendo con la cultura militarista e tornando alle origini dell’Unione europea, al Manifesto di Ventotene, si può costruire un continente aperto a tutti, senza più discriminazioni: un ponte verso il mondo e non una portaerei, una corazzata che vuole imporre le proprie posizioni e i propri privilegi. A Hormuz stiamo assistendo alla sconfitta definitiva del militarismo: gli stretti ormai valgono più di un’arma atomica e sono altri gli strumenti che possono risolvere quei conflitti, non la via militare, che non porta da nessuna parte se non ad aggravare i problemi e, semmai, ad avvicinarci al precipizio della distruzione totale del pianeta.
Il quadro è europeo. In Svezia domenica 13 settembre si vota e il blocco di destra, che comprende ormai a pieno titolo i Democratici svedesi, è in netto recupero. In Francia, in vista delle elezioni di primavera, cresce la destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella: oggi al 35 per cento, il Rassemblement National vincerebbe a ogni ballottaggio e ha appena firmato con Reform UK di Nigel Farage, al 23 per cento, un accordo sui flussi migratori nella Manica. Poi ci sono i post-haideriani di Herbert Kickl in Austria, i Veri Finlandesi, Vox in Spagna al 20,3 per cento, Vannacci in Italia che supera Lega e Forza Italia con il 7,5 per cento. Il collante sembra sempre il tema immigratorio, in chiave sovranista e antieuropeista. Che pericoli corriamo?
La democrazia è scossa alle radici. Rischiamo che siano cancellate le libertà democratiche fondamentali con l’affermazione delle estreme destre: siamo di fronte a un ritorno del fascismo sotto altre forme, e il rischio è fortissimo. Ma il fascismo, in questa fase, non si combatte semplicemente mettendo insieme i democratici in un fronte, si combatte cambiando le politiche che stanno alimentando le forze fasciste di destra. Bisogna cioè rimettere in discussione alle radici le politiche neoliberiste, rilanciare il ruolo pubblico dell’economia, limitare le privatizzazioni e, anzi, per certi aspetti, anche ripubblicizzare ciò che è stato inopinatamente privatizzato; e soprattutto bisogna redistribuire la ricchezza dall’alto verso il basso. Perché viviamo il paradosso che ormai un pugno di ricchi detiene nelle proprie mani ricchezze pari a quelle di un intero continente come quello africano, e si tratta in gran parte di europei: abbiamo visto il ruolo di Musk nel sostenere l’Afd, ed è chiaro che le grandi corporations stanno soffiando sul vento della destra. Qualcosa, però, si potrebbe inceppare, per esempio nelle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Se le manovre di Trump di rimuovere decine di migliaia di elettori dal diritto di voto, ridisegnando i collegi e introducendo leggi elettorali liberticide, non avranno successo, si potrebbe bloccare il meccanismo di questa internazionale nera. Perché nel Partito democratico degli Stati Uniti stanno finalmente emergendo, in tantissime primarie, profili nuovi, più radicali, ecologisti, socialisti e femministi, che non c’erano mai stati: hanno una posizione netta e alternativa, a favore dei diritti sociali e dei diritti umani. Solo questo può consentire oggi di bloccare la destra, il trumpismo e il neofascismo in Europa.
Tutto questo significa lavorare molto sulla comunicazione, far capire che se la sinistra si occupa di diritti civili è perché vanno di pari passo con quelli sociali?
Questa polemica sul woke non l’ho capita: forse aveva un senso negli Stati Uniti, qui la lascerei da parte. È evidente che il manifesto di Vannacci sulle donne assomiglia molto a quello di un talebano, e forse andrebbe letto così: sono poi quelli che dice di combattere, cioè l’estremismo islamico, il fondamentalismo. Voi volete costruire una società analoga a quella? Dunque la sinistra dovrebbe smarcarsi su questo e iniziare a parlare di salari, pensioni, ospedali, scuole e trasporti pubblici gratuiti. Perché tra poco non si andrà avanti: con questo aumento del prezzo della benzina molti lasceranno l’auto, e allora questa è la grande occasione per ridisegnare un modello di trasporto diverso, più attento alla società. Perché no al trasporto pubblico gratuito o semigratuito, accessibile a tutti? Queste sono le cose che dovrebbe fare la sinistra: chiedere di rompere la camicia di forza di Maastricht, non sulle spese militari ma sulle spese sociali, sugli investimenti nell’economia, nell’industria e nelle innovazioni tecnologiche. Maastricht dovrebbe essere accantonato in modo definitivo, perché il mostro che ci si para davanti è quello del neofascismo, e va rimosso da parte di chi questo mostro lo vuole combattere.
In Germania mi ha colpito la proposta di abolire l’obbligo scolastico, per il timore che i propri figli, a scuola con i figli degli stranieri, siano trattati male o rallentino nell’apprendimento: eppure gli stranieri in Sassonia-Anhalt sono solo l’8 per cento. Diceva Nelson Mandela che un popolo educato, illuminato e informato è una delle vie migliori per promuovere la democrazia. È da lì che si riparte?
Sì, deve smontare la propaganda di questi partiti. Si è detto prima che il 60 per cento delle persone con licenza media vota Afd e che tra chi ha i due anni da tecnico professionale in moltissimi votano la Weidel. A me viene in mente la poesia di Bertolt Brecht: «Affamato, senzatetto, afferra il libro: è un’arma». È questo il punto: per prendere i voti, bisogna ritornare alle origini per cui la sinistra è nata, perché chi sta in basso deve emanciparsi, deve prendere il potere, essere protagonista della società. Questa cosa si è andata perdendo negli anni, attraverso le varie svolte e gli sbocchi neoliberisti, con l’idea che il libero mercato avrebbe risolto magicamente tutta la situazione. E invece il mercato non può essere libero quando massacra i diritti sociali delle persone: deve essere controllato dall’interesse pubblico.
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I numeri di un voto destinato a entrare nella storia della Repubblica federale
di G.A.
Per la prima volta dal dopoguerra un partito classificato come di estrema destra rivendica la guida di un Land, ma il risultato – pur schiacciante – non basta a governare. Ecco come si sono distribuiti seggi e percentuali, e perché ora tutto passa dal Bsw di Sahra Wagenknecht
Il partito populista di estrema destra Afd ha stravinto le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt con il 43,8 per cento dei voti, conquistando 39 sugli 83 seggi del Landtag, il parlamento del Land che designa poi il ministro-presidente. Un risultato storico, che però non basta a governare da solo: per la maggioranza assoluta servono 42 seggi. Ora tutti gli occhi sono puntati sul Bsw di Sahra Wagenknecht, l’esponente rossobruna che con i suoi cinque seggi può diventare decisiva per la formazione del prossimo governo del Land.
Nel Land della Germania orientale, che conta circa 2,2 milioni di abitanti (sugli 83 milioni totali in Germania) ed era chiamato alle urne con oltre 1,7 milioni di elettori, l’affluenza ha raggiunto il 77,8 per cento, un record storico per le elezioni regionali dalla riunificazione: nel 2021 aveva votato il 60,3 per cento degli aventi diritto. Quasi un elettore su due ha dunque scelto l’Afd, che ha più che raddoppiato il risultato del 2021 e ha ottenuto il suo miglior dato di sempre in un’elezione regionale tedesca. Con 39 seggi, tuttavia, alla formazione guidata da Ulrich Siegmund ne mancano tre per la maggioranza assoluta.
I cristiano-democratici della Cdu del ministro-presidente uscente Sven Schulze dimezzano quasi i consensi, passando dal 37,1 al 17,2 per cento e conquistando 15 seggi: è il peggior risultato della loro storia nel Land. I socialdemocratici della Spd recuperano appena rispetto al minimo del 2021, dall’8,4 al 9,3 per cento, con otto seggi; i Verdi crescono di tre punti, dal 5,9 all’8,9 per cento, e ottengono il miglior risultato della loro storia in Sassonia-Anhalt, anch’essi con otto seggi; la Linke arretra invece dall’11 all’8,6 per cento, il peggior risultato di sempre nel Land, con altri otto seggi. Il Bsw supera di misura la soglia di sbarramento del 5 per cento, raggiunge il 5,3 per cento e porta in Parlamento cinque membri, mentre i liberali della Fdp crollano dal 6,4 al 2,6 per cento ed escono nuovamente dal Landtag.
La matematica parlamentare rende ora il Bsw l’ago della bilancia. Afd e Bsw insieme avrebbero 44 seggi, due più della maggioranza assoluta, ma questo non significa che sia pronta una maggioranza di governo: il candidato dell’Afd Ulrich Siegmund ha rivendicato un mandato a governare, mentre il suo partito resta isolato dagli altri. La questione è dunque se il Bsw sia disposto non tanto a entrare in un esecutivo con l’Afd, quanto eventualmente a sostenerne singoli provvedimenti dall’esterno. È qui che si apre il vero rebus politico: anche una coalizione fra Cdu, Spd e Verdi arriverebbe soltanto a 31 seggi, e aggiungendo gli otto della Linke si arriverebbe a 39, ancora tre sotto la maggioranza. Anche una soluzione alternativa avrebbe quindi bisogno, almeno in certe circostanze, dei cinque parlamentari del Bsw.
La proposta avanzata dal partito della Wagenknecht è quella di un presidente del Land indipendente dai partiti, senza una coalizione fissa e con la possibilità di cercare di volta in volta maggioranze diverse in Parlamento: una formula che consentirebbe al partito di mantenere autonomia sia rispetto all’Afd sia rispetto ai partiti tradizionali. Resta però da capire se e come questa ipotesi possa funzionare. La vittoria del neonazista, sovranista e antieuropeista Afd apre infatti una situazione senza precedenti nella politica regionale tedesca del dopoguerra: per la prima volta una formazione classificata dai servizi di intelligence interna come di estrema destra potrebbe rivendicare la guida di un Land. Ma vincere le elezioni non significa automaticamente poter governare: il Bsw può rendere possibile un governo guidato dall’Afd, condizionare una soluzione alternativa oppure mantenere il Land in una situazione di stallo. E se nessuna maggioranza si formerà, non è escluso il ritorno alle urne.
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