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Cresce il numero di imprese gestite dai migranti. Producono 96 miliardi, il 6,7% della ricchezza italiana

African American worker (30s) wearing hardhat and safety glasses, co-worker in background out of focus.

Sono più di 550mila le imprese gestite da immigrati, in Italia. Quasi un decimo di quelle iscritte alle Camere di Commercio, e da sole producono 96 miliardi di euro: il 6,7% della ricchezza complessiva del nostro Paese. Imprese che stanno dando un massiccio contributo alla ripresa dell’imprenditoria italiana, sottolinea il terzo rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2016 redatto dal Centro Studi e Ricerche Idos, con il sostegno della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa (Cna) e della società di trasferimento di denaro a distanza MoneyGram.

«Si tratta di un folto gruppo imprenditoriale che, se adeguatamente sostenuto, può funzionare come un perno su cui innestare promettenti azioni di co-sviluppo», ha commentato il presidente di Idos, Ugo Melchionda, parlando dei nuovi imprenditori. Entusiasmo ripreso anche da Massimo Canovi, vicepresidente di MoneyGram per il Sud Europa: «Anche le esperienze meno strutturate possono innescare percorsi fruttuosi di crescita e di successo», ha detto, «come testimoniano i numerosi imprenditori immigrati finalisti di MoneyGram Award, che si sono distinti per aver raggiunto risultati prestigiosi sul piano dell’innovazione e del profitto, ma anche dell’occupazione e della responsabilità sociale». Il presidente del Cna Daniele Vacarono, poi, ha così commentato i dati raccolti dal dossier: «Un segnale positivo di dinamismo che fa emergere l’economia sommersa, un fattore di promozione socio-economica e di integrazione». Il lavoro autonomo, insomma, risulta essere la migliore forma di integrazione. «È la prima volta da quattro anni a questa parte», fa notare il presidente di Cna, che il numero delle imprese ha smesso di calare, e questo anche grazie al dinamico apporto dell’impreditoria immigrata». Se negli ultimi cinque anni (2011-2015), infatti, le imprese registrate in Italia hanno registrato un calo dello 0,9%, nello stesso periodo le imprese gestite dai nuovi italiani sono cresciute di oltre il 21% (+97mila).

Chi sono
Chi proviene dal Marocco (il 14,9%) si occupa prevalentemente di commercio (nel 73,3 per cento dei casi), chi viene dalla Cina (11,1%) di commercio (39,9%), manifattura (34,9%), alloggio e ristorazione (12,9%), mentre chi è arrivato dalla Romania (10,8%) e dall’Albania (7%) gestisce per lo più attività edilizie (64,4%).
Ricapitolando, delle oltre 550mila attività gestite dai nuovi italiani: gli immigrati provenienti da Marocco, Cina e Bangladesh hanno investito nel commercio per un totale di 200mila aziende, romeni e albanesi nell’edilizia per un totale di 129mila attività registrate, la manifattura è soprattutto in mano dei cinesi, con 43mila imprese. Ma è il settore dei servizi – che copre l’80 per cento delle imprese – che si conferma il principale traino anche per gli imprenditori immigrati, in linea con il trend nazionale.

Come e dove investono
Le ditte sono prevalentemente a gestione individuale (8 casi su 10), confermando un tratto caratteristico delle imprese italiane, e le attività non registrano una particolare propensione all’innovazione tecnologica, anche se i numeri degli ultimi anni fanno ben sperare, riporta il dossier. Le principali regioni di insediamento per le attività immigrate sono la Lombardia (19,1%) e il Lazio (12,8%), e le due città di Milano e Roma, insieme, accolgono da sole un terzo delle imprese immigrate d’Italia. Seguono: la Liguria (11,8%); la Toscana (9,5%), dove il picco di concentrazione è a Prato con il famoso distretto tessile a più alto tasso di immigrazione cinese; e ancora: l’Emilia Romagna (8,9%), il Veneto (8,4%), il Piemonte (7,4%) e chiude la Campania con il 6,8 per cento delle imprese gestite da cittadini stranieri. Nell’insieme, perciò, i tre quarti delle imprese hanno sede nel Centronord e raggiungono il 77,3% del totale.

L’Onu: «Ad Aleppo civili giustiziati a freddo dalle truppe di Assad»

epa05664300 A handout photograph released by the official Syrian Arab News Agency (SANA) shows people carrying their belonging and leaving the eastern neighborhoods of Aleppo, Syria, 07 December 2016. According to SANA, Syrian army secured the exit of new batches of civilians who were besieged by 'terrorists' in east of Aleppo after recapturing several neighborhoods. According to Syrian official and foreign NGO sources, the Syrian government forces recovered more East Aleppo districts, where they are involved in a large-scale offensive to expel the insurgents. Syrian rebel factions have also fully retreated from the historic center of Aleppo. EPA/SANA HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Le notizie sulla presa di Aleppo sono terribili: migliaia di persone sono intrappolate in appena una manciata di distretti in mano ai ribelli si trovano ad affrontare i bombardamenti intensi che il governo siriano aveva annunciato.

Il New York Times parla di gente ammassata in pochi edifici, senza un luogo dove ripararsi dai bombardamenti. Le Nazioni Unite rendono noto che le forze di Assad avrebbero giustiziato sul posto 82 civili, undici erano donne, 13 erano bambini. L’Onu sostiene di avere prove considerevoli di questo massacro e non darebbe notizie così alla leggera. Jan Egeland, inviato speciale Onu per la Siria accusa russi e siriani di atrocità. I tweet e le immagini – non verificabili, nel senso che non siamo in grado di dire se siano di questi giorni – che arrivano da Aleppo sono impossibili da pubblicare per la loro durezza.

Le Nazioni Unite e la Croce Rossa hanno fatto appello per la salvaguardia di vite civili nelle ultime ore della battaglia di Aleppo.  Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha reso noto che i civili intrappolati nelle zone di combattimento non hanno «letteralmente nessun posto sicuro». Infine, il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha espresso allarme «per le notizie di atrocità nei confronti di un gran numero di civili». Né il regime di Assad, né la Russia sembrano essere preoccupati.

I bombardamenti continuano anche su Idlib mentre ieri la Bbc dava notizia di un possibile uso di armi chimiche contro l’Isis a Palmira, che i miliziani del Califfato hanno riconquistato. Diversi testimoni raccontano di aver visto cadaveri senza ferite. Si tratterebbe del quarto attacco con armi proibite dalle convenzioni internazionali. E ieri Human Rights Watch ha diffuso un rapporto nel quale denuncia un uso crescente di armi incendiarie, specie in Siria.

L’Europa e gli Stati Uniti assistono a questo massacro senza proferire parola. E l’Onu non sembra in grado di fare altro se non denunciare le atrocità. Mosca ribatte che anche i ribelli ne commettono. Si potrebbe obbiettare che, appunto, quelli sono i miliziani che Assad e Putin chiamano terroristi e che la differenza tra eserciti regolari e “terroristi” sta proprio nel modo in cui si gestiscono le situazioni come quella di Aleppo.

L’amministrazione Trump tende la mano a Putin con l’idea che questi aiuterà a combattere l’Isis a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. Un errore di prospettiva enorme: l’aver abbandonato i civili (e anche i ribelli) al loro destino rischia di alimentare la propaganda islamista più estrema. Le foto sovrapposte della reazione dell’Occidente agli orribili attentati di Parigi (i capi di Stato che sfilano per le strade della capitale francese) e quelle di Aleppo sono lì a segnalare come e quanto il massacro siriano sia stato sottovalutato o ignorato. Era già successo a Srebrenica e in Ruanda – a Falluja si è trattato di una vicenda diversa, ma l’uso di armi vietate e la ferocia dell’azione militare Usa e britannica hanno contribuito non poco a far crescere al Qaeda in Iraq, quella che, dopo varie evoluzioni è diventato l’Isis.

Prima di Aleppo


 

Aprile-luglio 1994, il genocidio in Ruanda

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Il genocidio dei tutsi ruandesi è un massacro durato 100 giorni tra aprile e luglio del 1994. Si stima che circa 500.000 e un milione di persone siano state passate per le armi. Il  70% dei tutsi e il 20% della popolazione totale del Ruanda. Anche una parte degli Hutu meno coinvolti nel massacro, quelli che con gergo occidentale chiameremmo “moderati” vennero uccisi. Vicini di casa uccisero i loro dirimpettai, mariti le mogli (perché minacciati, dissero),

Il genocidio è stato progettato dai membri della élite politica ruandese, circa 300mila persone vi parteciparono, che fossero milizie organizzate o membri dell’esercito, della gendarmeria o civili. Il genocidio ha avuto luogo nel contesto della guerra civile ruandese, cominciata nel 1990 e lascito della dominazione coloniale belga (forse la peggior potenza coloniale tra tutte).

epa04156389 (FILE) A undated file photo shows Dancila Nyirabazungu, a survivor and one of curators of the genocide memorial at Queen of the Apostles Church of Ntarama, in front of hundreds of skulls on display where some 5,000 people were killed during the genocide of 1994. On Monday, 07 April 2014 leaders including UN Secretary General Ban Ki-moon will gather in Kigali, Rwanda, to remember the events in 1994, when around 800,000 Rwandans were brutally killed in a three-month campaign by the Hutu-led government against the Tutsi population. EPA/STEPHEN MORRISON

Anche in quel caso l’Onu stette a guardare. La Missione di assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda  era stato nel Paese dall’ottobre 1993 con il compito di controllare l’attuazione degli accordi di Arusha, firmati in Tanzania tra le parti coinvolte nel conflitto (il governo ruandese e il Ruandan Patriotic Front dei ribelli Tutsi). Il comandante del contingente, Roméo Dallaire, appreso dei piani per lo sterminio di massa e venuto a conoscenza dell’esistenza di depositi di armi chiese un intervento massiccio, ma il comando di peace-keeping Onu rifiutò la richiesta. L’anno prima dei soldati Usa erano stati uccisi in Somalia durante una missione simile, un precedente che aveva raffreddato gli entusiasmi per qualsiasi intervento di peace-keeping in conflitti civili. Il contingente francese, poi, amico del governo Hutu, evitò in ogni modo di proteggere i civili dal massacro. la carneficina si interruppe quando i ribelli, con il sostegno dell’esercito ugandese, occuparono la capitale Kigali e, a loro volta fecero fuggire milioni di persone, uccidendone altre migliaia. Gli Hutu passarono il confine verso quello che allora era lo Zaire e oggi è la Repubblica Democratica del Congo.

Luglio 1995, il massacro di Srebrenica

epa04766941 (FILE) A file picture dated 16 July 1995 showing a Bosnian Serb armed vehicle crew driving through the empty streets of Srebrenica after the Bosnian Serb army took the UN safe area one week before. July 2015 marks the 20-year anniversary of the Srebrenica Massacre that saw more than 8,000 Bosniak men and boys killed by Bosnian Serb forces during the Bosnian war. EPA/IGOR DUTINA PLEASE REFER TO THIS ADVISORY NOTICE (epa04766937) FOR FULL PACKAGE TEXT
Serbo bosniaci nelle strade deserte di Srebrenica, EPA/IGOR DUTINA

Nel luglio 1995, in piena guerra tra quel che rimaneva della Yugoslavia e la Bosnia, le forze serbo-bosniache entravano a Srebrenica. L’idea era quella di isolare il territorio ed espellere i bosniaci da un’area, quelle della autoproclamata Repubblica serba di Bosnia, che volevano annettere all’allora Serbia-Montenegro.  Nella notte dell’11 luglio, una colonna di oltre 10.000 maschi uomini partì da Srebrenica occupata dalle truppe di Radko Mladic nel tentativo di fuggire. Vennero fermati in un bosco dai miliziani serbi, alcuni con insegne Onu, e vennero incoraggiati ad arrendersi.

epa04766957 (FILE) A file picture dated 11 July 2003 shows people attending the burial of 282 Bosnian Muslim men on the eighth anniversary of the Srebrenica Massacre, in the eastern Bosnian Serb town of Srebrenica. July 2015 marks the 20-year anniversary of the Srebrenica Massacre that saw more than 8,000 Bosniak men and boys killed by Bosnian Serb forces during the Bosnian war. EPA/FEHIM DEMIR PLEASE REFER TO THIS ADVISORY NOTICE (epa04766937) FOR FULL PACKAGE TEXT
I corpi dei bosniaci ritrovati in fosse comuni, vengono sepolti in un cimitero dalle vedove EPA/FEHIM DEMIR

Alcuni vennero giustiziati sul posto.  Altri bosniaci sono stati costretti a lasciare Potočari, un villaggio nei pressi di Srebrenica, utilizzando la singoli omicidi e stupri come strumento di persuasione. Donne, bambini e anziani sono stati trasferiti a bordo di autobus verso il territorio bosniaco. Gli uomini e i ragazzi furono stati invece trasferiti in vari luoghi tra il 12 e 13 luglio e poi uccisi in serie e gettati in fosse comuni in campi di calcio, scuole e altri spazi pubblici.  In quelle ore e in quei giorni un contingente di caschi blu olandesi, presente in città su mandato del consiglio di sicurezza, che aveva designato quella come un’area protetta, evitarono di intervenire: erano pochi, non ricevettero supporto dal comando regionale a cui avevano chiesto di intervenire con l’aviazione ed erano esausti – i serbo bosniaci li avevano isolati da settimane e c’era gran tensione, culminata con la presa di una postazione e la morte di un olandese nei giorni che precedettero il massacro. Il risultato furono 7mila morti, la strage di massa più grave e terribile capitata in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Gli sfollati dalla pulizia etnica furono 20mila.

 

«Ma com’è che gli assessori grillini si dimettono solo di notte?». Muraro si dimette. E l’ironia del web si scatena

La sindaca di Roma Virginia Raggi (S) con l'assessora alla Sostenibilità Ambientale Paola Muraro, durante la conferenza di presentazione "Il nuovo corso di Ama: più vicina ai cittadini con servizi mirati di raccolta differenziata" nella sala della Protomoteca in Campidoglio, Roma, 28 novembre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

È uno degli scandali più pesanti del Movimento 5 stelle. Un po’, perché si parla appunto del Movimento 5 stelle, che dell’onestà e della trasparenza ha fatto il suo slogan; un po’ perché è Roma, la capitale in cui l’M5s ha vinto proprio per augurarsi un rinnovamento. E un po’ perché, in altri casi (uno fra tutti l’ex sindaco di punta, Federico Pizzarotti), il blog è stato irreprensibile.

Sta di fatto che l’assessore all’ambiente Paola Muraro, voluta e difesa a oltranza dal sindaco Virginia Raggi, stanotte si è dimessa. Che fosse coinvolta in indagini che la vedrebbero accusata di reati ambientali (aver gestito i rifiuti in maniera non autorizzata, con violazione del codice ambientale), lo sapeva da mesi. Quattro per l’esattezza. E come lei, lo sapevano il sindaco Raggi, Luigi Di Maio e tutto il direttorio, e il garante Beppe Grillo.

Ma la decisione è arrivata solo stanotte. Per aver ricevuto «da poco», spiega Raggi in un video, l’avviso di garanzia. Rispetto al quale il sindaco dice: «Non sono entrata nel merito dell’avviso, ho accettato le sue dimissioni e ho assunto le deleghe alla sostenibilità ambientale». Perché ritiene importante «dare continuità all’azione amministrativa nel risanamento di Ama». Non troppa continuità, c’è da augurarsi a questo punto.

E a proposito di ironia, se il Movimento (a volte) perdona, e fa finta di niente, il web no. Anzi, si scatena.

Per la maggiore va però la battuta sul “fuso orario” romano.

E le allusioni, diventano anche più esplicite. C’è chi non ha dubbi sul tempismo dei Cinquestelle – anche se l’avviso di garanzia è stato recapitato solo ieri pomeriggio.

E fioccano anche i paragoni con la raccolta dei rifiuti, materia di sua pertinenza.

A sollevare una questione più seria, Roberto Giachetti, sfidante in quota Pd della Raggi alle ultime amministrative, e oggi consigliere comunale di opposizione.

Fondo monetario internazionale: «Fermate l’austerity in Grecia»

Alla Grecia l’austerity fa male. Ormai lo grida a voce alta anche il Fondo monetario internazionale (Fmi).

Poul M. Thomsen and Maurice Obstfeld, rispettivamente direttore del dipartimento europeo e studi del Fmi, hanno pubblicato un lungo post sul blog dell’istituto in cui chiedono esplicitamente di fermare le politiche di risparmio.

L’intervento di due figure di primo piano del Fmi, ha decisamente chiarito la posizione dell’istituto di Washington nel contesto delle negoziazioni riguardo alla seconda revisione del terzo programma di bailout, definito nell’estate del 2015 tra creditori e il governo di Alexis Tsipras.

In particolare, Thomsen e Obstfeld hanno avvertito l’Eurogruppo che «l’obiettivo del 3,5 per cento di avanzo primario che Atene è chiamata a rispettare dal 2018 in poi, implicherebbe un livello di austerity che comprometterebbe la recente crescita economica».

Conseguentemente, i due direttori del Fmi hanno affermato che un «avanzo primario del 1,5 per cento sarebbe sufficiente», date le attuali condizioni e riforme in corso. Inoltre, nel post si legge che «l’esperienza dimostra come misure di breve periodo volte a raggiungere obiettivi [di risparmio] non sono compatibili con le ambizioni di una crescita nel lungo periodo».

La discussione sull’avanzo primario è quindi diventata uno snodo centrale della crisi greca. Durante la riunione dell’Eurogruppo di settimana scorsa, i partner europei e hanno infatti concesso un alleggerimento del debito, senza trovare però una posizione comune sui numeri dell’avanzo di bilancio per i prossimi anni.

Secondo la tabella di marcia ufficiale, creditori e governo greco dovrebbero trovare un accordo all’inizio del 2017. In vista delle negoziazioni, il post di Thomsen e Obstfeld smarca l’Fmi rispetto al governo tedesco, mettendo in piena luce i contrasti all’interno del fronte dei creditori.

In altri termini, Washington non è più disposta ad essere il capro espiatorio. Ora, gli occhi sono puntati sulla Germania.

Leggi anche:

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Trump va alla guerra con la CIA sulla Russia: perché è un rischio trattar male gli agenti segreti

la sede della CIA
FILE - In this March 3, 2005 file photo, a workman slides a dustmop over the floor at the Central Intelligence Agency headquarters in Langley, Va. President Barack Obama has ordered intelligence officials to conduct a broad review of election-season cyberattacks, including the email hacks that rattled the presidential campaign and raised fresh concerns about Russia's meddling in U.S. elections, the White House said Friday. (AP Photo/J. Scott Applewhite)

Donald Trump e i suoi portavoce/alleati sembrano aver deciso di andare alla guerra contro le agenzie di intelligence. Non è una novità assoluta, anzi, ma lo scontro e il modo in cui prende forma ha qualcosa di fuori dal comune. E rischia di essere pericoloso per il presidente eletto che ha annunciato di aver scelto, Rex Tillerson, una vita passata alla Exxon e noto per le sue ottime relazioni con Putin – e i sauditi – come Segretario di Stato. Tillerson e Trump si sono incontrati più volte, si sono piaciuti e in molti (Condoleezza Rice, che ha prima di entrare nell’amministrazione Bush lavorava per la petrolifera Chevron, Dick Cheney) hanno sostenuto e sosterranno in pubblico la sua candidatura. I democratici ed alcuni repubblicani hanno però espresso forti riserve, sia per le relazioni personali, che per i conflitti di interesse: Exxon è stata danneggiata dalle sanzioni alla Russia. In teoria ci sarebbero i numeri per bloccarne la nomina, che deve passare per il Senato.

Il futuro segretario di StatoTillerson e Putin
Tillerson con Putin EPA/MIKHAIL KLIMENTYEV / RIA NOVOSTI

Il tema delle relazioni con Mosca e del possibile intervento russo nel cercare di influenzare le elezioni è dunque cruciale. C’è un dossier CIA che ritiene di avere elementi per dire che la Russia ha lavorato in quella direzione. Il dossier dell’agenzia di spionaggio non è basato su elementi inequivocabili, non ci sono comunicazioni captate, prove o altro. Ma soprattutto deduzioni: molti elementi, l’hackeraggio dei server della campagna Clinton e la fuga di notizia puntano nella direzione di hacker russi che tutti sanno avere legami con lo Stato russo. «Ridicolo» ha risposto Trump, che ha anche detto «questa è la stessa gente che ci ha detto che l’Iraq aveva armi di distruzione di massa». E poi anche: è una notizia messa in giro dai democratici. Vero, ma il presidente è meglio che non lo dica così.

Infine un tweet nel quale Trump spiega: a meno di non prendere gli hacker sul fatto, è difficile capire chi ha fatto cosa. E perché non se ne è parlato prima del voto? Una sciocchezza la prima, una bugia la seconda: anche membri dell’amministrazione hanno parlato del caso russo, ma si è scelto di non aprire un’inchiesta prima del voto per evitare di farla apparire come un tentativo di influenzare il voto.

 

Ancora più improbabili sono le parole di John Bolton, ex ambasciatore all’Onu con Bush e neocon non pentito che si dice potrebbe diventare vice segretario di Stato. Bolton ha sostanzialmente detto in Tv che tutta la vicenda potrebbe essere una pista falsa orchestrata dall’amministrazione Obama. Bolton parla di “false flag”, ovvero di una pista falsa ordita dal governo per sviare e diffondere notizie false. Materiale per il pubblico a cui piacciono le teorie del complotto. Quelle di Bolton sono deduzioni: i russi, dice, hanno i mezzi per non lasciare tracce, se lo hanno fatto vuol dire che c’è qualcosa che non torna. Gli uomini di Trump, insomma, sostengono che l’agenzia stia politicizzando l’intelligence. Un attacco diretto a John Brennan, uomo messo al suo posto da Obama, che nei giorni scorsi ha rilasciato un’intervista alla Bbc nella quale critica l’idea di gettare alle ortiche l’accordo sul nucleare iraniano e quella di tornare a usare la tortura come strumento per ottenere informazioni. Sul tema della Russia, a dire il vero, la CIA ha tenuto un profilo basso.

 

 

Altrettanto vero è che il più evidente colpo a Clinton è venuto dall’Fbi, che ha detto che avrebbe indagato sulle mail private provenienti dall’account Clinton e trovate nel computer di Anthony Weiner, marito della braccio destro di Hillary, Huma Abedin. In questo caso la Russia non c’entra.

Ma il punto, sostengono i favorevoli a un’indagine, non è tanto e quanto la circolazione di notizie false – disseminate da siti russi – e la diffusione di email vere rubate dai server di posta dei democratici abbiano o meno cambiato il risultato elettorale (e alcuni tweet di Nate Silver lasciano pensare che, secondo il più influente esperto di numeri politici d’America, un ruolo lo hanno giocato). Il tema, come hanno detto diversi senatori repubblicani, è se un Paese non amico abbia cercato di influenzare attivamente il processo politico della democrazia Usa. La cosa, per gente della vecchia guardia repubblicana, cresciuta con lo spettro dei sovietici, sarebbe gravissima. E per questo il leader repubblicano del Senato, McConnell, ha annunciato che ci sarà una indagine del comitato di intelligence perché «questo non può essere un tema di parte». Anche la campagna Clinton chiede un’indagine.
Si delinea quindi una frattura anche tra Trump e parte della sua maggioranza, molto dipenderà da cosa il comitato del Senato e la CIA troveranno.

Il conflitto con le agenzie di intelligence non si ferma qui: da diverse settimane, il presidente eletto, dovrebbe ricevere un briefing quotidiano sulle questioni relative a sicurezza e intelligence. Trump si rifiuta e giustifica la cosa, in Tv, dicendo: «Perché sono un tipo sveglio e perché mi rifiuto di sentire tutti i giorni le stesse cose, dette con le stesse parole». Trump sta insomma dicendo alla gente che si occupa di intelligence che le informazioni che raccolgono non sono di valore per il presidente. E lo sta dicendo in pubblico. Un’altra cosa che non si fa.

L’attitudine sembra quella – lo avevamo sospettato nelle prime ore -di uno che detesta e detesterà tutti gli obblighi del presidente che non siano inaugurare cose, fare discorsi roboanti e ricevere capi di Stato. La soluzione rischia di essere una delega totale al suo vice e al consigliere per la sicurezza nazionale Flynn, non un moderato, su tutte quelle cose che “annoiano” il presidente eletto. In quel caso, saranno loro a influenzare la politica presidenziale. Gli agenti della CIA, che di informazioni ne vedono circolare parecchie, anche sul presidente, non la prenderanno bene. Ora, Trump ha un passato pieno di cose che è meglio non diffondere. NOn necessariamente illegali: ma il nastro in cui diceva “acchiappale per la figa e siccome sei una celebrità fanno quello che desideri” non è certamente l’unica cosa imbarazzante in circolazione. Avere contro gli agenti della CIA, forse, non è una buona idea.

In passato è successo che Nixon accusasse l’agenzia di aver aiutato Kennedy a vincere, mentre negli anni 2000, il capo della CIA George Tenet ha prima collaborato con l’amministrazione Bush per poi prendere le distanze e dichiarare, anche davanti al Congresso, che le informazioni relative alle armi di distruzione di massa di Saddam, sono state usate in maniera distorta per invadere l’Iraq.

Tenet si dimise e molte delle colpe dell’Iraq vennero attribuite a lui e a una sua frase detta in una riunione (“è una schiacciata”, parlando dell’intelligence sulle armi di Saddam), che a suo modo è stata diffusa in maniera da distorcerne il significato. Ma Tenet si difendeva e la verità la sapremo chissà quando. Chissà cosa sapremo della Russia, invece, se è vero che il presidente eletto sembra avere tutte le intenzioni di aprire un canale preferenziale con Putin. A partire dalla nomina di Rex Tillerson, petroliere con forti interessi a Mosca, come Segretario di Stato, scelta che è stata elogiata dal governo russo.

Hanno a che vedere con l’intelligence anche le notizie che riguardano la possibile nomina alla guida della National Intelligence Agency di Carly Fiorina, ex manager disastrosa di Hewlett-Packard (quella delle stampanti) ed unica donna candidata alle primarie repubblicane vinte da Trump, che durante un dibattito le disse che non sapeva gestire un business e aggiunse: «Guardate quella faccia, potrebbe essere quella del vostro prossimo presidente. È una donna e non dovrei dire cose maleducate, ma andiamo…». Fiorina rispose bene, ma oggi riempie Trump di elogi e in cambio potrebbe ottenere la nomina a un posto per il quale non ha nessuna qualifica. Le battute che circolano in rete sono tutte, più o meno: «Ha distrutto Hewlett Packard, sarà capace di distruggere l’Isis».

Podemos, la corrispondenza tra Iglesias ed Errejón che i politici di sinistra dovrebbero leggere

epa05077417 The leader of Podemos, Pablo Iglesias, (R), and his director of campaign, Inigo Errejon, celebrate results in Madrid, Spain, 20 December 2015. The ruling party of Spanish Prime Minister Mariano Rajoy fell short of an absolute majority in the elections that saw both major traditional parties lose ground and left it uncertain who would form the next government. Spanish voters casted their ballots in parliamentary elections that will determine the country's next coalition government, with polls indicating that no party is likely to win enough seats to govern alone. EPA/FERNANDO VILLAR

Dal 10 al 12 febbraio Podemos terrà il suo secondo congresso nazionale, negli stessi giorni in cui si terrà quello del Partito popolare spagnolo. Intanto Pedro Sanchez prova a “reintrodurre” il socialismo nel suo Psoe dopo che i “barones” hanno decretato la svolta moderata del partito sostenendo il ritorno di Rajoy al governo di Spagna. Il fermento, insomma, è tanto. E nemmeno in Spagna manca la “narrazione” personalistica del tizio contro caio, in questo caso del Pablo (Iglesias) contro Íñigo (Errejón).

Un modo di raccontare la politica che piace tanto anche agli italiani ma che non rappresenta lo stile della formazione politica spagnola. Così Iglesias, scrive di suo pugno una lettera aperta a Errejón e la pubblica su 20minutos.es. Decide di intitolarla, semplicemente, “Carta abierta a Íñigo” e tra parentesi, osserva «e che gli altri titolino come meglio credono». Noi abbiamo creduto di titolarla così. E anche di consigliarne la lettura ai politici italiani (soprattutto a quelli di sinistra) e ai colleghi giornalisti che troppe volte optano per il “pollaio”. Ecco il testo indirizzato dal segretario generale di Podemos Pablo Iglesias al suo compagno di partito e “oppositore interno”.

Se la gente leggesse le nostre chat, scoprirebbe dalle risate e dagli scherzi che siamo amici. L’altro giorno discutevamo dei rapper che ci hanno dedicato un “combattimento di galli”. Ti dicevo che mi preoccupava che la nostra relazione si convertisse in una telenovela sui media. Mi rispondevi, a ragione, che questo faceva parte della strana cultura pop associata a Podemos.
Ho ripensato molte volte a questo e a tutto nelle ultime ore, e mi sono deciso a scriverti questa lettera aperta, per dirti le stesse cose che ti avrei scritto in una delle nostre chat. Pochi sanno che, spesso, senza neanche alzarci dal letto ci telefoniamo e ci raccontiamo cosa ognuno di noi andrà a dire ai media. E che ci facciamo delle gran risate calcolando che, qualunque cosa diremo, si convertirà sempre, anche se abbiamo pianificato il contrario, in “Íñigo contesta a Pablo…” o “Pablo contesta a Íñigo…”. Cosicché oggi ho deciso di “contestarti” scrivendoti da un giornale (e che gli altri titolino come meglio credono…). Penso che siamo tra i pochi che si possono permettere qualcosa di simile suonando credibili e onesti. Siccome, chissà, questo non dura per sempre, voglio farlo. Questo sì, come quando chattiamo o ci sentiamo al telefono, oggi non ti scrive il tuo segretario generale, ti scrive il tuo compagno e amico. Dobbiamo subordinare il nostro lavoro parlamentare a una strategia più ampia. I media, lo sai bene, ci vedono come rivali da tempo. È normale e prevedibile, però mi preoccupa enormemente, Íñigo, che i militanti e gli iscritti non ci vedano come compagni. Mi preoccupa anche che i nostri dibattiti vengano banalizzati. Penso che in Spagna stia crescendo lo spirito costituente di una maggioranza trasversale che vuole il cambiamento e penso che dobbiamo coltivare questo spirito nato dall’opposizione sociale, non solo di fronte al governo del Pp e dei suoi alleati, ma anche contro le élites che rappresentano. Per questo, credo, dobbiamo subordinare il lavoro parlamentare a una strategia più ampia di costruzione di contropoteri e istituzioni sociali alternativi, proteggendo e avendo cura del grande spazio politico che condividiamo con gli altri. So che ci sono molte sfumature in queste idee e che alcune non le condividi, però pensare ciò che penso, amico, non è imporre a Podemos una deriva estremista. Nello stesso modo in cui mente o non capisce niente chi ti attribuisce di essere vicino al Psoe. Tu ed io ci capiamo bene e fino a volte a completarci in questo dibattito, anche quando non siamo d’accordo su nulla, però mi preoccupa che alla fine di tutto ciò possa rimanere solo una caricatura. Credo, compagno, che sia più sensato vincolare qualunque lista di candidati alle idee e al progetto che difendono i suoi membri (Errejón chiede di votare separatamente, al congresso, le persone da candidare e i programmi, ndr). Credo che le idee e i progetti debbano rimanere incarnati nei documenti e che questi documenti debbano convertirsi in contratti con i militanti, le iscritte e gli iscritti. Per questo mi preoccupa che si votino separatamente i programmi e le persone, poiché credo che le persone non si possano svincolare dalle idee. Mi inorgoglisce che tu sia candidato alla leadership di Podemos, anche se ci sono differenze tra di noi, e ti assicuro che mi sforzerò per raggiungere la maggiore interazione possibile tra i nostri programmi, però non puoi chiedermi di separare il mio ruolo di segretario dalle mie idee. So che la pensi diversamente ma voglio che tu sappia che la nostra proposta di votare contemporaneamente le idee e le persone non è un invito al duello nell’“Ok Corral” (qui fa riferimento al “rimprovero” di Errejon), né un combattimento tra galli, né un’involuzione democratica, è una proposta legittima quanto quella che difendi tu. Per questo mi preoccupa che l’idea del duello possa prevalere su quella del dibattito fraterno. Tu ed io non siamo galli da combattimento, siamo compagni. Voglio un Podemos nel quale tu possa lavorare al mio fianco e non di fronte a me. Mi preoccupa, Íñigo, il ruolo di arbitro che certi interessi editoriali potrebbero giocare nei nostri dibattiti, sai come me che la visione editoriale condivisa da quasi tutti è che il “moderato errejonismo” rappresenta il male minore innanzi al “radical pablismo” (espressioni che meritano grandi risate nelle nostre chat). Sai come me che questa visione non solo fa un magro favore al prestigio del tuo progetto (essere il “preferito” di certi poteri non genera credibilità tra la nostra gente), ma svilisce i dibattiti. Molte volte mi hai detto che non dobbiamo dire sempre quello che pensiamo di questi poteri e che dobbiamo aspirare a governare. Tatticamente hai sicuramente ragione, ma credo che la gente preferisca che noi diciamo, almeno ogni tanto, certe verità come pugni, nonostante i tanti contraccolpi che potremo ricevere per averlo fatto.

Íñigo, voglio tenere aperta la discussione e ti dico chiaramente che lavorerò affinché le idee che condivido con le altre compagne e gli altri compagni abbiano il maggiore sostegno possibile all’Assemblea Ciudadana (preparatoria al congresso di Podemos, ndr). Come te rispetto al tuo progetto, anch’io penso che il mio ci avvicini di più e meglio alla costruzione di una maggioranza per il cambiamento in Spagna. Tuttavia, voglio un Podemos in cui le tue idee e il tuo progetto abbiano spazio, allo stesso modo degli altri compagni come Miguel e Teresa (Urban e Rodriguez, esponenti di altre aree programmatiche, ndr). Voglio un Podemos nel quale tu, che sei tra le persone con il maggior talento e brillantezza che io abbia conosciuto, possa lavorare al mio fianco e non di fronte a me. Prendiamoci cura della nostra discussione, Íñigo, in modo che, con o senza accordo, possiamo sempre dirci amici, fratelli, compagni.

Poche ore dopo, Errejón pubblica su Facebook la sua lettera di risposta: «Lo sai che continuerò a camminare accanto a te, perché lo dobbiamo alla nostra gente ma soprattutto perché è un onore. Ma noi siamo di passaggio, arriverà un giorno in cui faremo un passo indietro e verranno altre e altri. Ne Il postino, Mario apprende da Don Pablo le metafore e le usa. E quando Neruda gli rimprovera di aver usato una delle sue poesie lui gli risponde che la poesia non è la sua, ma di chi ne ha bisogno. Così è per Podemos, che deve essere una metafora del Paese che verrà».

Mi(ni)stero Buffo

Con Angelino Alfano che si sposta dall'Interno agli Esteri sono 13 i ministri che restano nella squadra del neopremier Paolo Gentiloni: Angelino Alfano (Esteri), Andrea Orlando (Giustizia), Carlo Calenda (Sviluppo Economico), Roberta Pinotti (Difesa), Maurizio Martina (Agricoltura), Gian Luca Galletti (Ambiente), Graziano Delrio (Infrastrutture), Giuliano Poletti (Lavoro), Dario Franceschini (Beni Culturali), Beatrice Lorenzin (Salute), Marianna Madia (P.A.), Enrico Costa (Affari Regionali. ANSA

La ministra della salute che ha sbagliato tutta la comunicazione possibile, che ha parlato della cannabis con la stessa preparazione scientifica di un Adinolfi qualsiasi, che è riuscita farsi beffeggiare da ogni grafico pubblicitario sul territorio italiano compattando in un sol colpo un’intera categoria, la ministra che ha partorito la medievale idea del Fertility Day, Beatrice Lorenzin, rimane ministro. Ovvio. Chissà cosa ne pensa la Giannini, ex ministra alla scuola, che dicono abbia perso il posto per “aver sbagliato comunicazione sulla riforma”. Lei. Chissà che ne pensa della Lorenzin.

La ministra che ci ha presentato con gran cerimonia la riforma della pubblica amministrazione che avrebbe sbloccato l’Italia, la riforma che avrebbe cambiato verso al Paese, la riforma che tutti ci avrebbero invidiato e che invece è stata bocciata dalla Consulta, la ministra Madia, ovviamente è al suo posto.

Angelinoalfano, che si scrive tutto attaccato perché ormai è diventato un aggettivo che sarà presto inserito nel vocabolario, così: agg. 1.  (non com.) che sta nel mezzo fra due estremi per qualità o quantità 2.  che è inferiore alla media, alla norma 3.  di scarse doti, di limitate capacità di qualità non buona, di poco pregio. s.m. e f. persona di limitate capacità e qualità 4. che nonostante sia angelinoalfano sopravviva a qualsiasi stagione e qualsiasi governo consapevole di rappresentare un partito che esiste solo nelle trattative di crisi e di transumanza parlamentare ma che è scomparso da tempo fuori nel mondo reale. Ovviamente angelinoalfano è ancora al suo posto. Cioè, l’hanno cambiato di posto, come quando si tocca un rettile col bastoncino solo per assicurarsi che sia ancora vivo. Ma è sempre lì.

L’amico dell’ex premier che da grande voleva fare l’agente segreto. L’uomo senza qualità che per fortuna geografica ha diviso la merenda con Renzi negli scout e che ha dimostrato una capacità da mediatore pari a quella di Gasparri davanti a twitter, l’uomo che è finito a fare il buttafuori personale del segretario del suo partito, Luca Lotti, è sempre lì. Ministro dello sport. Giuro. Dello sport. Dai, gli sarà venuto da ridere anche a lui.

Una ministra della guerra che ha giurato e spergiurato che l’Italia non vendesse armi per i bombardamenti sauditi sullo Yemen. Che si è anche offesa quando qualcuno gliel’ha fatto notare. Che poi ha detto che forse sì, forse qualche bomba partiva dalla Sardegna, ma era tutto regolare. Poi quando le hanno fatto notare che no non è regolare (e infatti una Procura s’è messa a indagare) ha detto che non era colpa sua, la ministra Pinotti, è sempre lì. Ma che ce frega, alla Pinotti: l’altro che aveva tirato in ballo è diventato Presidente del Consiglio, figurati.

Poi c’è lei. Maria Elena. La ministra che ha dato il nome alla riforma sprofondata dal referendum. Quella che diceva che se avesse vinto il no avrebbe smesso di fare politica, quella che diceva che se avesse vinto il no non ci sarebbero più stati loro al governo, quella che forse il 40% dei sì non è tutto di Renzi ma di sicuro il 60% dei no è tutto contro la sua retorica bugiarda di tutti questi mesi. La Boschi che avrebbe dovuto dimettersi una settimana prima di Renzi stesso, lei. Lei, la Boschi, è sempre lì. La Boschi è ancora lì. Lei, la Boschi, è sempre lì. La Boschi è ancora lì. Lei, la Boschi, è sempre lì. La Boschi è ancora lì. Lei, la Boschi, è sempre lì. La Boschi è ancora lì. Lei, la Boschi, è sempre lì. La Boschi è ancora lì. Lei, la Boschi, è sempre lì. La Boschi è ancora lì. Renzi a Pontassieve e la Boschi sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio. Come una macchia che non va via. Solo che questa sta facendo il deserto e lo chiama modernità.

Buon martedì.

Ecco il governo Renz… ops, Gentiloni!

Gentiloni durante le consultazioni
Italian Prime Minister in charge, Paolo Gentiloni, talks to journalists after the end of his talks with parties, Rome, 12 December 2016. Italian Premier-designate will present his new cabinet later in the day. President Sergio Mattarella yesterday gave the former foreign minister a mandate to form a new government in the wake of Matteo Renzi's resignation as premier last week, following a crushing defeat in a December 4 constitutional referendum. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Ecco il governo Gentiloni, che nascendo chiude rapidamente la crisi aperta con le dimissioni di Matteo Renzi, sconfitto in un referendum che doveva esser costituzionale e che lui stesso ha però voluto impostare come un giudizio su di sé, una prova da superare per restare a palazzo Chigi. Una prova persa.

La crisi di governo si risolve così rapidamente, per «responsabilità», dicono dal Pd, che in una direzione, nel pomeriggio, ha accordato all’unanimità la fiducia al presidente incaricato. Ma anche perché, nei fatti, alla fine, la maggioranza è sempre la stessa (salta solo Zanetti, ormai in quota Verdini, che doveva esser ministro, ed è il tributo alla «discontinuità» chiesta dalla minoranza dem) e anche il più dei ministri, anche quelli sono sempre gli stessi.

E centrale è il ruolo dei nomi più pesanti del renzismo, Boschi e Lotti
. Verrebbe da dire che anche il governo è lo stesso, un Renzi bis senza Renzi. Non fosse che, se questa è sicuramente l’idea di Renzi (che così, senza lasciar spazio a un competitor, può dedicarsi a rigenerare la sua leadership), non è detto che poi sia così veramente.

Renzi – sempre durante la direzione dem – ha messo una sorta di data di scadenza sulla fronte di Gentiloni. «C’è un appuntamento imminente con le elezioni, che noi non temiamo», ha detto Renzi, subito coperto da Matteo Orfini secondo cui siccome la legislatura non è più costituente non avrebbe senso farla arrivare a scadenza naturale. Ma non è detto che la scadenza immaginata da Renzi si avveri. Lui pensa a giugno 2017; non in pochi vorrebbero però arrivare al 2018. E dettare i tempi da fuori il parlamento, anche se sei il segretario del primo partito della coalizione di governo, è complicato. Ecco perché Renzi vuole un rapido congresso e rapide primarie. Per fare avere qualche argomento in più.

Ma ecco la lista.

Angelino Alfano va agli Esteri e il sottosegretario ai servizi Marco Minniti sarà invece ministro dell’Interno. Orlando resta alla Giustizia, Pinotti alla Difesa, Padoan ovviamente all’Economia, Calenda allo Sviluppo economico, Madia alla Pubblica amministrazione. Resta anche Franceschini alla Cultura, Galletti all’ambiente, Poletti al Lavoro, Delrio alle Infrastrutture. Resta Lorenzin alla Salute e Martina all’Agricoltura, mentre cambia l’Istruzione, dove arriva Valeria Fedeli.

Maria Elena Boschi cambia solo ruolo, ma resta centrale e resta a palazzo Chigi: aveva detto anche lei, come Renzi, che avrebbe lasciato la politica, non solo la poltrona al governo, e invece sarà sottosegretario alla presidenza. I Rapporti col parlamento vanno a Anna Finocchiaro, senatrice e – volendo – “nonna” della riforma bocciata, se Boschi ne era la madre. Proseguendo le conferme c’è Enrico Costa agli Affari regionali, promosso invece De Vincenti per cui torna la Coesione territoriale. Luca Lotti, infine, già sottosegretario sarà ministro dello Sport (ma anche al Cipe e all’Editoria).

Alle 16.37 di 47 anni fa la strage di piazza Fontana. È l’inizio degli anni di piombo

1969 - la strage di Piazza Fontana a Milano

Ore 16.37. Un’esplosione fa detonare Milano. È il 12 dicembre 1969, e a saltare in aria è la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana, per lo scoppio di 7 kg di tritolo. Moriranno 17 persone, ne resteranno ferite 88. Impunite.

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È l’inizio degli anni di piombo e della “strategia della tensione”: 15 anni di uno dei periodi più bui della storia d’Italia. Troppe morti, molti insabbiamenti, poca verità.

Per la strage di Piazza Fontana, il processo (iniziato nel 1972) è stato lungo, intricato e più volte deviato. Alla fine, dopo rinvii, coinvolgimenti e piste sbagliate (come l’iniziale pista anarchica), e soprattutto dopo una serie di assoluzioni “per insufficienza di prove”, non si hanno condannati. L’ultima sentenza della Cassazione, nel 2005, ha assolto i tre imputati (Delfo Zorzi come esecutore della strage, Carlo Maria Maggi come organizzatore e Giancarlo Rognoni come basista), pur imputando la responsabilità della strage alla cellula eversiva neofascista Ordine nuovo. Franco Freda e Giovanni Ventura, ai tempi a capo della cellula, non sono tuttavia più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987.

Al termine del processo, nel maggio del 2005, ai parenti delle vittime vennero addebitate le spese processuali.

Fra le vittime della strage, va inserito anche l’anarchico Giuseppe Pinelli. Il giovane ferroviere, arrestato nei giorni immediatamente successivi alla strage e misteriosamente “caduto” dalle finestre della questura durante il suo interrogatorio. Della misteriosa morte venne additato dalla sinistra estrema come responsabile il commissario Luigi Calabresi, allora presente in quell’ufficio del quarto piano milanese. Calabresi, fu ucciso in un attentato il 17 maggio 1972. Vennero riconosciuti responsabili della morte di Calabresi alcuni esponenti di Lotta continua: Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri. L’innocenza di Pinelli, venne riconosciuta diversi anni dopo la morte.

Un momento della manifestazione per ricordare il 41/o anniversario della bomba esplosa alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, questo pomeriggio 11 dicembre 2010 a Milano. ANSA/MATTEO BAZZI
Un momento della manifestazione per ricordare il 41/o anniversario della bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, 11 dicembre 2010 a Milano.
ANSA/MATTEO BAZZI