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Migranti, da marzo 2017 torna il trattato di Dublino

Da metà marzo 2017 torneranno a funzionare, almeno parzialmente, i meccanismi di trasferimento di migranti, previsti dal trattato di Dublino. Lo ha annunciato giovedì 8 dicembre, durante una conferenza stampa, il Commissario europeo alle migrazioni, Dimitris Avramopoulos.

La notizia ha un significato particolare per la Grecia. La decisione della Commissione implica infatti che Atene dovrà di nuovo prendersi carico delle persone entrate in Europa attraverso il loro territorio, ma che hanno poi si sono spostate “illegalemente” in altre parti del Continente. In altri termini, gli Stati membri dell’Ue potranno cominciare di nuovo a “trasferire” i migranti “illegali” fermati sul proprio territorio verso i Paesi di ingresso.

Va specificato che l’azione esclude casi di migranti minori e in cattive condizioni di salute. Inoltre, la misura non ha un valore retroattivo e i singoli trasferimenti verso i Paesi di ingresso dovranno essere valutati caso per caso, sulla base dell’effettiva capacità di garantire alle persone una sistemazione a norma.

Ma la notizia ha comunque scatenato polemiche. Molti si chiedono infatti se la Grecia sia in grado di gestire un flusso “di ritorno” dagli altri Stati membri dell’Ue, nel momento in cui è ancora occupata a gestire gli arrivi via Mediterraneo. Inoltre, solo poco più di un anno fa, il Consiglio Ue aveva approvato un piano strategico per alleggerire la pressione della crisi migratoria in Italia e Grecia, con l’obiettivo di trasferire, nell’arco di due anni, 160mila persone verso gli altri Paesi membri dell’Ue.

Durante il suo discorso, Avramopoulos ha giustificato la decisione della Commissione sulla base di diversi fattori. In primo luogo, ha sottolineato i progressi fatti finora nel quadro del piano di trasferimento dei migranti approvato l’anno scorso. In secondo luogo, ha ricordato che, in questo momento, la Grecia deve fare fronte a meno di 100 arrivi al giorno. In ultimo, ha elogiato Atene perché sarebbe riuscita a modernizzare le proprie strutture accoglienza e permanenza sul proprio territorio nazionale. Per inciso, gli stessi complimenti sono stati indirizzati anche all’Italia.

Eppure, a livello numerico il quadro appare meno chiaro. Secondo il sesto rapporto della Commissione europea sul trasferimento dei migranti tra Paesi Ue, a fine settembre 2016, la Grecia contava un totale di circa 60mila migranti sul proprio territorio. Di questi, 13mila collocati nei territori insulari e 46mila sulla terraferma. A confronto, i circa 10mila migranti che sono stati trasferiti in altri Paesi membri dell’Ue tra il 2015 e il 2016 – gli stessi di cui si vanta di cui va fiero Avramopoulos – non fanno certo una grande figura. Ben inteso, non è certo colpa della Commissione se gli altri Paesi dell’Ue non accettano trasferimenti, o se i Paesi di ingresso non riescono a velocizzare i processi di identificazione. Ma in ogni caso, l’argomento non regge la prova dei fatti.

Certo, qualcuno potrebbe dire che i problemi vanno visti in prospettiva. E in fatti, Avramopoulos – il quale ovviamente sa che siamo lontani dai 160mila trasferimenti nell’arco di due anni – ha invitato gli Stati membri dell’Ue ad accelerare. Per quanto riguarda la Grecia, vorrebbe dire passare dall’attuale “ritmo” di mille trasferimenti al mese a circa 3mila, entro l’aprile del 2017. «Non dobbiamo guardarci allo specchio, ma intensificare lo sforzo», ha ammonito il Commissario europeo.

Ma nonostante gli auguri della Commissione, è legittimo chiedersi perché Orban – il quale ha addirittura organizzato (e perso) un referendum sul tema –  e gli altri capi di governo dell’Est, dovrebbero cambiare idea aprendo le loro porte ai migranti. Inoltre, il 2017 è anno di elezioni politiche proprio nei Paesi Ue dove i partiti di estrema destra hanno fatto della crisi migratoria un cavallo di battaglia. Infine, è lo stesso Avramopoulos ad aver ammesso, durante il suo discorso, che «non è la Commissione a prendere la decisione finale riguardo ai trasferimenti, ma che la concretizzazione dipende sempre e comunque dalle singole corti nazionali di riferimento».

Insomma, se i numeri attuali non reggono, tanto meno le aspettative per il 2017 in un certo senso. Ivan McGowan, Direttore dell’ufficio europeo di Amnesty International, ha affermato che «i migranti sulle isole greche affrontano situazioni di sovraffollamento, mancanza d’acqua, scarso riscaldamento e attacchi violenti di natura discriminatoria», concludendo, quasi ovviamente, che «la pressione sulla Grecia dovrebbe essere alleggerita, non aumentata».

Intanto, anche gli intellettuali in Europa si sono mossi sul tema. A Lisbona, a novembre si è tenuto l’incontro “Vision Europe”, durante il quale i più prestigiosi think tank europei hanno discusso e firmato una dichiarazione comune contenente proposte di policy per risolvere la crisi migratoria. Quattro i punti principali del piano d’azione proposto.

Innanzitutto, vanno create le condizioni politiche per sviluppare una strategia europea prospettica e razionale. Ciò vuol dire creare un dibattito trans-europeo attraverso lo sviluppo di strutture “di riflessione” comuni. Questo dibattito dovrebbe favorire un dialogo che si regge sull’evidenza dei fatti e che riesce a promuovere la fiducia reciproca tra Stati, nonché la volontà politica per risolvere il problema.

In secondo luogo, è necessario sviluppare un meccanismo equo e sostenibile per gestire i flussi all’interno dell’Ue. Ciò vuol dire sviluppare politiche di investimento sociale focalizzate sulla prevenzione. Vanno quindi coinvolti tutti i centri istituzionali e politici della “catena migratoria”: dalle comunità di partenza, a quelle di arrivo, passando per quelle di transito. Inoltre, sebbene la distinzione tra migranti economici e rifugiati possa avere un qualche senso, la dicotomia risulta obsoleta rispetto alla varietà delle cause per cui le persone si spostano e migrano (per esempio, le crisi ambientali ed ecologiche).

In terzo luogo, bisogna promuovere il lavoro e l’educazione come strumenti per l’integrazione dei migranti nelle comunità di arrivo. A tale proposito, va tenuto conto del “ritorno” sociale ed economico di lungo periodo, determinato dal sentimento di appartenenza delle seconde e terze generazioni che crescono nei territori di accoglienza.

Infine, è necessario creare le condizioni per una mobilitazione sociale allargata. L’integrazione non passa infatti soltanto per misure burocratiche, ma anche per la capacità delle comunità di arrivo di gestire la diversità culturale. Va ricordato che, alla base della costituzione della società europea, risiede la differenza delle sue culture e non una sorta di nazionalistica e mitologica unità.

 

 

Brasile, richiesta di impeachment per Temer

epa05640293 Demonstrators demand detention of the former President Luiz Inacio Lula da Silva and senator Renan Calheiros for the corruption case in Petrobras, at the Paulista avenue in Sao Paulo, Brazil, 20 November 2016. Judge of the Petrobras case will hold a hearing on 21 November 2016. EPA/Fernando Bizerra Jr.

Proteste di piazza e scandali, pessimo gradimento e dimissioni dei suoi ministri, e adesso anche una richiesta di impeachment per il presidente brasiliano Michel Temer. Il suo governo, nato all’indomani della cacciata di Dilma Rousseff è ritenuto golpista da molti brasiliani.

Lo scandalo in questione riguarda le pressioni che l’ex ministro Geddel Vieira Lima, incaricato delle relazioni con il Congresso, faceva sul ministro della Cultura per approvare la costruzione di un edificio con appartamenti di lusso in una zona protetta di Salvador de Bahia. Due settimane fa, sul tavolo di Michel Temer, sono arrivate le dimissioni del ministro della Cultura, Marcelo Calero, mentre al posto del centrista Vieira Lima è stato nominato il socialdemocratico Antonio Imbassahy. «Un golpe dentro il golpe» denunciano le opposizioni.

E così, l’8 dicembre i Movimenti sociali brasiliani hanno protocollato alla Camera dei deputati la richiesta di impeachment contro il presidente Michel Temer: ha commesso un crimine di responsabilità, scrivono i firmatari, per non aver preso provvedimenti contro il ministro Geddel Vieira Lima. «Abbiamo avuto un impeachment senza crimine, non possiamo permettere che un crimine rimanga senza impeachment». Il riferimento è al colpo di mano nei confronti di Dilma Rousseff, destituito dalla carica di Presidente della Repubblica brasiliana.

Il pacchetto di riforme neoliberiste del governo Temer: tagli indiscriminati all’educazione e alla sanità pubblica, riforma del lavoro, esternalizzazione dei servizi, riforma dell’istruzione secondaria e della sicurezza sociale, la proposta di emendamento costituzionale 241/2016, che stabilisce un tetto sulle risorse pubbliche da destinare alle politiche sociali per i prossimi vent’anni. Poi, l’imminente avvio di un ampio piano di privatizzazioni, in linea con le imposizioni di Washington: in altre parole, è prevista la svendita di quel patrimonio pubblico che fu il volano del boom economico brasiliano durante gli anni della presidenza Lula. E i provvedimenti in agenda hanno un’ampia maggioranza tra gli scranni del Parlamento, la prima approvazione in Senato è già avvenuta il 30 novembre: 61 favorevoli e 14 contrari. Ma non è così nel Paese.

Da mesi le strade di San Paolo, di Rio e delle altre città carioca sono attraversate da imponenti manifestazioni contro il governo. L’ultima, oceanica, il 27 novembre, quando alla chiamata del Movimento dei Lavoratori, del Partito dei Lavoratori e dei Contadini senza terra, hanno risposto milioni di brasiliani. Cittadini, artisti e movimenti sociali latinoamericani continuano a protestare contro il processo golpista dei settori reazionari del Paese contro Dilma Roussef. Quel giorno, a San Paolo, al fianco dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva, c’è anche l’ex presidente uruguayano José “Pepe” Mujica. È un chiaro monito ai leader progressisti latinoamericani, ritrovare l’unità d’azione per fronteggiare l’avanzata feroce del neoliberismo nella Regione.

Infine, a ribadire che con le nuove misure del governo Temer si rischia un forte arretramento dei diritti in Brasile ci sono anche i vescovi brasiliani della Commissione episcopale per il Servizio alla carità, giustizia e pace, organismo che opera nell’ambito della Conferenza episcopale brasiliana. Le misure del governo, scrivono i vescovi: «mettono a repentaglio i diritti sociali del popolo brasiliano, specialmente dei più poveri».

Cosa vogliono i giovani che hanno votato NO?

Mentre proseguono le consultazioni del Presidente della Repubblica per la crisi di Governo che si è aperta a seguito delle dimissioni post-referendum di Matteo Renzi, i giovani del gruppo “Studenti per il No” diffondono un appello per far sapere cosa vogliono adesso. Perché fin ora «nessuno ha ancora chiesto a noi, l’81% dei giovani che hanno votato NO, cosa vogliamo» scrivono sulla loro pagina facebook. «Democrazia, lavoro, diritti – continuano – siamo stanchi dei giochi di potere, delle guerre di posizione giocate sulla nostra pelle. Qualsiasi governo si insedi dovrà abrogare Buona Scuola e Jobs Act». Qui il video appello:

La carica di 4500 case editrici piccole e medie in Italia

Più libri più liberi

Una flotta ingenosa e creativa, con tante piccole navi, snelle e veloci nel fiutare i nuovi telenti, più di quanto non lo siano i colossi editoriali, che comprano i diritti nelle aste internazionali puntando solo sui best seller, sui grandi numeri. In Italia sono 4516 le case editrici piccole e medie, secondo l’indagine dell’Associazione italiana editori (Aie) presentata alla fiera Più libri più liberi in corso fino a domenica 11 nel Palazzo dei Congressi dell’Eur. Si tratta, tecnicamente, di marchi editoriali indipendenti  “con un venduto a prezzo di copertina sotto i 16milioni di euro annui”.

I piccoli editori nel 2016, secondo i dati annuali della indagine Nilsen segnano “un più 7,6% a valore e un più 5,9% a copie (la media è +1,9% a fatturato e -0,8% a copie)”. A benediciarne sono  diversi settori settori: la fiction italiana (+16,4% a copie e +18,3% a fatturato) e straniera (+13,2% a copie e +19,3% a fatturato). L’unico segmento che diminuisce, a sorpresa, è quello dei bambini e ragazzi (-1,2% a copie e -1,6% a fatturato).

Il merito delle case editrici piccole e medie, e la loro marcia in più, è fare scouting, anche se poi – ed è un fenomeno che non riguarda solo l’Italia ( qui il pezzo del Guardian) – aiutano ad emergere talenti che poi diventano firme delle majors. Ma tant’è. Dalla propria parte hanno la fiducia dei lettori forti che leggono più di 12 libri l’anno. Il dato nuovo e incoraggiante è che progressivamente stanno coinvolgendo lettori che leggono poco meno di dieci libri all’anno e chi legge gli ebook, un pubblico del quale si immagina una prossima crescita grazie al recenteabbassamento dell’IVA. Parliamo di un pubblico curioso e fedele, così lo descrive la ricerca Nilsen in fiera, il 41% degli intervistati dice di amare la fiera per seguire gli incontri con gli autori. Ma anche per fare regali. Per il resto acquista libri online ( il 30,8% degli intervistati) e preferisce le catene alle librerie indipendenti, per la maggiore offerta. Secondo la ricerca diffusa dall’Aie questo stesso pubblico di lettori forti che ama la carta e non disdegna il digitale, si informa attraverso siti e social (il 29,3% degli intervistati) e molto meno da media più tradizionali come pubblicità alla radio (2,8%) e dai giornali (5,8%).

Infine un dato incoraggiante per i piccoli editori: quella fetta di pubblico  che acquista dai 12 ai 30 libri l’anno passa dal 51,1% degli intervistati al 64,4%. Ma c’è anche un 6,2% che è fatto da deboli e occasionali acquirenti.
Lo studio Nilsen ha preso in esame 199 bilanci di piccoli editori riguardanti il 2015 e leggendoli in parallelo con i dati del 2013. Quasi la metà (il 48,9%) ha resistito alle trasformazioni e sta ulteriormente migliorando, mentre nel 2013 ce la faceva il 43%. Va meglio della media il 18,2% (era il 15% nel 2013) perché ha ha saputo raggiungere lettori medio-forti lettori cavalcando le trasformazioni che sono avvenute nel pubblico della piccola editoria. Tuttavia  il 26,6% del campione (era il 28% nel 2013) risulta ancora in difficoltà, seppur mostrando timidi segni di ripresa miglioramento.

Mentre ad essere davvero in crisi, secondo i dati Nilsen, è  la grande distribuzione, nei  primi 10 mesi dell’anno a fronte di  un  più 0,2% a valore  si è registrato un  meno 3,2% a volume.

Noi siamo Left. Sinistra senza inganni

Della sinistra tutti parlano… ma nessuno, in realtà, sa cosa sia. Una “cosa” che
è stata data per morta ed estinta mille volte ma poi inaspettatamente, come il 4 dicembre, si risveglia. “Ehi! guardate che sono qui, sotto i vostri occhi!”. Poi riscompare… tutti la cercano e nessuno la trova. Come fosse una donna misteriosa che non si fa sentire e vedere. “La sinistra è finita!”, “La sinistra non esiste”, “La sinistra è il vecchio e non il nuovo”, “La sinistra senza il centro non vince”, “La Sinistra si fa con idee di destra…”. Una cosa è certa: la sinistra è, evidentemente, un pensiero che è nella mente di milioni di persone. È un’aspirazione al meglio, al più bello, allo stare bene insieme, allo stare bene in tanti. È il rifiuto della stupidità e dell’arrogan- za. È la certezza che un altro mondo è possibile e anche necessario.
Una donna di 200 e più anni, violentata da un pensiero religioso senza senso, piegata a un pensare razionale che lei non capisce… ma che accetta per la sopravvivenza…
Ma la sinistra è anche una giovane ragazza bella, libera, felice, studiosa, colta, intelligente, che ha la certezza di sé e della bellezza del rapporto con gli altri. Ed è una realtà di pensiero nascosta nel cuore dei tanti che ne tengono un frammento ognuno. La sua forza è nella forza di quei milioni di cuori che batto- no insieme.
Noi abbiamo deciso di cambiare di nuovo per la terza volta in due anni. Ed è bello che accada in un giorno in cui festeggiamo il grande NO del 4 dicembre.
Le lettere che fanno il nostro nome sono diventate linee disegnate da una mano… e sono incerte, non nette come un carattere tipografico. Abbiamo deciso di lasciare quell’incertezza per dire dell’incertezza che noi abbiamo sempre quando facciamo un nuovo numero, quell’incertezza che abbiamo nel cercare, con il nostro lavoro quotidiano, la sinistra.
Ognuna di quelle lettere che fanno il nostro nome e di quelle parole che ognuna di esse rappresenta ha un significato grande. Ognuna di esse serve a far sì che la sinistra si tolga dall’oblio e dalla condanna in cui è stata confinata.
Come abbiamo fatto fino ad oggi, cercheremo sempre più di dare parola a tutti quelli che conservano
un frammento di sinistra nel loro cuore. Per far sì che la forza dei loro cuori, tutti insieme, possa diventare trasformazione della realtà.
Libertà, Eguaglianza, Fraternità, Trasformazione.
Noi siamo Left. Sinistra senza inganni.

See you letters

Settentrionalizzare la legalità, ad esempio

Complici Salvini e compagnia cantante (ma anche parecchi democratici e presunti uomini di sinistra) la questione meridionale tornerà ad essere un tema caldo della prossima campagna elettorale. Se è vero che Chicco Testa per commentare i risultati del referendum ha pensato bene di comporre un tweet in cui rivendicava i risultati del nord nei confronti del meridione sulle posizioni del sì al referendum, giocando ancora una volta sulla presunta superiorità morale e politica dei settentrionali rispetto ai meridionali, anche in occasione delle sfortunate uscite di Vincenzo De Luca (sul clientelismo come inevitabile modalità politica) qualche dirigente politico ha pensato bene di sminuire il tutto spiegandoci che lì da loro, da quelle parti, si fa così. Il meridione come grumo di illegalità diffusa, insomma, è uno dei pregiudizi più comodi da servire quando serve.

Due giorni fa l’ASTAT (che è l’acronimo dell’Istituto di Statistica della Provincia Autonoma di Bolzano) in occasione della giornata mondiale contro la corruzione (che è oggi) ha pubblicato un report sull’opinione degli altoatesini “sulla corruzione e su comportamenti che attengono al senso civico e che, più o meno direttamente, fungono da indicatori di legalità di un territorio.” Dice il rapporto che “il 60% degli altoatesini considera molto o abbastanza pericoloso denunciare fatti di corruzione”; che “un terzo degli altoatesini sarebbe disposto a pagare in nero parte o tutta la parcella di un professionista se quest’ultimo glielo chiedesse”; che “l’abbandono di rifiuti ingombranti è considerato tra i comportamenti più gravi (prima di concussione e corruzione); che il 30% degli altoatesini giustifica l’evasione fiscale; e che “oltre la metà degli altoatesini pensa che sia giusto farsi raccomandare per ottenere un posto di lavoro”.

Se leggete queste statistiche ai vostri amici o colleghi chiarendo che si parli di Valle D’Aosta vi capiterà di scorgere, in molti di loro, la stessa sorpresa sincopata che fu di molti lombardi nel momento in cui si accorsero delle mafie sotto casa o lo stesso imbambolamento che fu dell’Emilia Romagna che si scoprì in parte ‘ndranghetista: la presunzione d’immunità, nonostante la vorticosa circolazione di bufale e informazioni, è uno stupido pregiudizio ancora duro da scalfire. Settentrionalizzare la legalità, ad esempio, sarebbe un buon punto di programma per la prossima campagna elettorale: porta pochi clic e non so esattamente quanti voti. Ma farebbe bene alla cultura della legalità di questo Paese molto di più di testimonial, miti o figurine. Eccome.

Buon venerdì.

Dal No al Noi, è questa la strada

Anna Falcone, vice presidente del Comitato per il 'No' al referendum di Ottobre durante un' iniziativa organizzata a Napoli, 15 Giugno 2016. ANSA/CIRO FUSCO

Ha sfidato Renzi per mesi, c’ha messo la faccia e la pancia – è proprio il caso di sottolinearlo – Anna Falcone, vicepresidente del Comitato per il No. Sta per partorire Maria Vittoria ma non si è mai sottratta. Avvocatessa, esperta di diritto costituzionale, è stata una delle protagoniste più significative della campagna referendaria che ha portato alla vittoria del No alla revisione costituzionale Renzi-Boschi. «Mi capita di pensare che sto vivendo un momento davvero bello della mia vita», dice sorridendo. In questi mesi non ha mancato un confronto televisivo o un dibattito. Instancabile, sempre lì, a difendere le idee della Costituzione con un mix di parole alte e di passione che contagia. Tutto nel nome di una democrazia partecipativa, il futuro secondo lei. Reso possibile dall’esisto del voto di domenica.

Anna Falcone, si aspettava un margine così ampio di vittoria tra il No e il Sì?

No, ci speravo, ma non me l’aspettavo. E devo dire che sono stata molto contenta di rimanere stupita dalla partecipazione popolare. Ricordo che non era mai stata così alta per un referendum costituzionale.

A chi oggi parla di populismo cosa risponde?

Il populismo è stato tutto dall’altra parte. Un’espressione irrispettosa nei confronti di un pronunciamento così ampio e partecipato. Quando va a votare il 70 per cento degli italiani e il 60 per cento dice No, si chiama democrazia, non populismo.

L’intervista continua su Left in edicola dal 10 dicembre

 

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Una sola cosa è chiara: Renzi non vuole finire come Letta

Renzi in macchina saluta
Former Italian Premier Matteo Renzi is seen driving his car in Pontassieve, near Florence, the day after his resignation, 08 December 2016. Matteo Renzi on Wednesday handed in his resignation to President Sergio Mattarella after a resounding defeat in Sunday's Constitutional reform referendum which saw his shrinkage of Italy's political system rejected. Mattarella invited the government to stay in charge of day-to-day business and said he would start his crisis consultations at 18:00 local time Thursday, beginning with Lower House and Senate Speakers, Laura Boldrini and Pietro Grasso, and former President Giorgio Napolitano. ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

Grasso, poi Boldrini, infine Napolitano, il presidente emerito. La prima giornata di consultazioni al Quirinale è tutta formalità, una liturgia da giorno festivo, su cui si potrebbe quasi sorvolare, non fosse che il primo ad entrare nello studio della vetrata, da Sergio Mattarella, Pietro Grasso, è anche uno dei papabili per la successione a Matteo Renzi. Un nome buono per lo scenario del «governo di responsabilità», come l’ha chiamato lo stesso Renzi. Un governo senza alcuna pretesa politica (e che per questo dovrebbe essere, secondo i paletti posti da Renzi nella direzione Pd, sostenuto da «tutti», cioè almeno dall’attuale maggioranza più Berlusconi) che accompagni il Paese a rapide elezioni.

È un nome che resta in ballo, quello di Grasso, che fa aumentare le sue quotazioni non rilasciando dichiarazioni, alla fine del colloquio (cosa che però fa anche Boldrini). Ma non è quello lo scenario che va per la maggiore. È vissuta, l’ipotesi Grasso, come quella dell’ultimo minuto, da scegliere quando tutte le altre saranno state scartate, per veti ogni volta diversi.

Perché, ad esempio, nel Pd sono in molti a volere un governo più politico. Ci sono renziani (anche vicinissimi al premier) che chiedono ancora di riflettere sull’ipotesi di un Renzi bis, ovviamente, ma ci sono soprattutto quelli che vedono nella necessità di dover fare un governo (e nelle prime dichiarazioni con cui Renzi si è chiamato fuori) la possibilità di una vita.

Tipo Dario Franceschini, dicono i maligni, che se arrivasse a palazzo Chigi potrebbe prenderci gusto, restare fino al 2018 e poi chissà, a quel punto tentare di proseguire, stravolgendo gli equilibri interni nel Pd. Equilibri che stanno già cambiando e che certo cambierebbero (fosse anche solo per gli incarichi da distribuire) in un anno e più di governo.

Per Renzi questo scenario (o uno simile, tipo Calenda, tipo Delrio) è il peggiore. Sono premier troppo ingombranti, soprattutto ora che lui non può certo ripetere lo schema Letta, silurando quotidianamente il governo, che in questo caso avrebbe lui, come segretario, contribuito a far nascere (non fu così per Letta: all’epoca c’era Bersani). Non puoi girar l’Italia e magari fare le primarie del tuo partito parlando male del governo che da segretario hai fatto nascere. Se quello è il punto di caduta, insomma, e non un Padoan o appunto un Grasso, molto meglio restare lui, e smentirsi un’ennesima volta, adducendo l’onere del «disbrigo degli affari correnti». Molto meglio il Renzi bis, che dovrebbe piacere a Mattarella, che se la caverebbe chiedendo al dimissionario di ripresentarsi alle camere e verificare i numeri, ridimensionando di molto la crisi. I numeri sappiamo già che ci sono (ci sono stati sulla legge di bilancio, sarebbe clamoroso non ci fossero più) e Renzi avrebbe la certezza di gestire (per quanto possibile) la tempistica del voto, sganciandosi nuovamente quando si sentirà pronto.

Cartello Euribor: tre colossi bancari multati per mezzo miliardo di euro

La Commissione europea ha multato JP Morgan Chase, Crédit Agricole e HSBC per un totale di quasi mezzo miliardo di euro per aver manipolato l’Euribor, il tasso di offerta interbancario di offerta in euro.

L’Euribor viene calcolato quotidianamente e rappresenta il tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie in Euro che le banche applicano per le transazioni tra di loro (depositi interbancari).

In “soldoni”, l’Euribor rappresenta il prezzo per gli scambi di denaro tra banche stesse. Ma non solo: l’Euribor è una componente importante che influisce direttamente sul tasso di interesse relativo a diversi strumenti finanziari, tra cui i derivati, e sul tasso di interesse (quando variabile) che viene applicato, in ultima istanza, ai muti ipotecari, se non ai depositi di risparmio.

In pratica, le tre banche citate sopra, hanno deliberatamente manipolato il tasso di interesse, creando una sorta di cartello finanziario a proprio vantaggio. Ogni mattina infatti, oltre 50 istituti finanziari privati comunicano il tasso applicato sulle transazioni quotidiane. Sulla base di queste singole “quotazioni”, viene poi calcolato l’Euribor.

Come si legge nel comunicato stampa rilasciato mercoledì 7 dicembre dal Commissario europeo per la concorrenza, Margarethe Vestager, «gli istituti finanziari si accordavano per spostare il tasso di interesse in funzione delle proprie necessità […] quotidiane».

Per giungere alla multa finale, la Commissione europea ha analizzato diverse chat di dipendenti dei vari istituti di credito coinvolti durante gli ultimi anni. Le manipolazioni risalgono per lo più agli anni dell’inizio della crisi economica e finanziaria.

Nel 2013, altre 7 banche che facevano parte del cartello – Barclays, Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland e Société General  – avevano patteggiato con la Commissione europe una multa complessiva, pari a 820 milioni di euro.

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