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Gentiloni incaricato dal Colle. Un Renzi bis senza Renzi

Gentiloni entra al Colle
Paolo Gentiloni arriva in auto al Quirinale convocato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Roma, 11 dicembre 2016. ANSA/ ANGELO CARCONI

Tocca a Gentiloni, dunque, arrivato al Quirinale alle 12.30 come ministro degli Esteri e uscito come presidente del Consiglio incaricato. Lui è l’uomo giusto, come abbiamo visto, che mette d’accordo i più – almeno nel confine dell’attuale maggioranza di governo e del Pd – e fa stare moderatamente tranquillo Matteo Renzi. Quello di Gentiloni, infatti, il governo che vedremo nascere nelle prossime 48 ore, o comunque entro giovedì, nei piani del presidente dimissionario dovrebbe esser di fatto un Renzi bis senza Renzi.

Sarà un Renzi bis, quello di Gentiloni, tant’è che il più dei ministri non dovrebbe cambiare. Giannini e Poletti sono dati in uscita, forse sostituiti da Puglisi e Terranova. Boschi potrebbe lasciare di sua sponte, tornando al partito. Per il resto però sarà un governo in continuità. «Non per scelta ma per senso di responsabilità ci muoveremo nel perimetro del governo e della maggioranza uscente», dice Gentiloni uscendo dal Colle, riassumendo così l’esito delle consultazioni, con le opposizioni più orientate per il voto subito, chi con una nuova legge elettorale, da fare in poche settimane, Renzi reggente (Sinistra italiana e 5 stelle), chi anche così (Lega). Anche l’appoggio di Denis Verdini, quindi, sarà in continuità, con il gruppo di Ala che, uscito dalla sua consultazione, ha detto di esser disponibile per qualsivoglia governo. Sarà un Renzi bis, che però permette a Renzi di non smentirsi ancora una volta: aveva detto che avrebbe lasciato la politica e poi che avrebbe lasciato solo palazzo Chigi, restare pure al governo sarebbe stato troppo. Pure per lui.

Però con Gentiloni – è convinto Renzi – lui non lascia spazio a un possibile competitor: Gentiloni non è Franceschini, insomma. È un presidente del Consiglio silenzioso, senza velleità e fedele (leggerete decine di ritratti ma basta una parola: Rutelli), che gli consentirà di concentrarsi sulla ricostruzione della sua leadership, con un congresso e le primarie da fare il prima possibile, e le elezioni da anticipare a giugno 2017. «Il congresso lo faremo presto e Renzi correrà ancora da premier», dice infatti il renzianissimo capogruppo Rosato. E qui però ci sarà da litigare con la minoranza dem, che certo non vuole farsi dettare i tempi da un segretario che non ha mai amato e che oggi considera più debole. Anche la minoranza dem ha però bisogno di tempo (ecco perché Gentiloni fa, alla fine, contenti tutti) non avendo una leadership – una competitiva – pronta.

La contesa interna comincerà (o meglio preseguirà) lunedì, con la direzione del Pd convocata per mezzogiorno che dovrà di fatto ratificare ciò che è già accaduto. Però si potrà discutere, almeno, questa volta, ma senza Renzi pare, al momento. Il segretario non ci sarà. Poi si continuerà con l’assemblea del Pd, quella con mille membri, convocata per domenica prossima. Il congresso inizia così.

Le foto della settimana. Dalla Siria all’oleodotto dei Sioux in North Dakota

Quartieri orientali di Aleppo, Siria. (AP Photo / Hassan Ammar)

5 Dicembre 2016. Un esplosione in seguito ad uno dei continui attacchi aerei nei quartieri orientali di Aleppo, Siria. (AP Photo / Hassan Ammar)
Un esplosione in seguito ad uno dei continui attacchi aerei nei quartieri orientali di Aleppo, Siria. (AP Photo / Hassan Ammar)

Una donna iraniana durante la visita al lago salato di Khour nel nord est dell’Iran, a circa 500 chilometri a sud est della capitale Teheran. L'aumento di turisti nel deserto ha stimolato la crescita economica nella zona. (AP Photo/ Ebrahim Noroozi).
Una donna iraniana durante la visita al lago salato di Khour nel nord est dell’Iran, a circa 500 chilometri a sud est della capitale Teheran. L’aumento di turisti nel deserto ha stimolato la crescita economica nella zona. (AP Photo/ Ebrahim Noroozi).

5 dicembre 2016. La marcia lungo il ponte fuori del campo Oceti Sakowin dove in tantissimi si sono riuniti per protestare contro l'oleodotto Dakota (AP Photo / David Goldman)
5 dicembre 2016. La marcia lungo il ponte fuori del campo Oceti Sakowin dove in tantissimi si sono riuniti per protestare contro l’oleodotto Dakota (AP Photo / David Goldman)

6 dicembre, 2016. Rio de Janeiro, Brasile. Un manifestante arrestato dalla polizia durante una protesta contro le misure di austerità in discussione alla camera. A causa della profonda crisi finanziaria dello Stato, a migliaia di dipendenti statali e pensionati non sono stati pagati gli stipendi o sono stati pagati con mesi di ritardo. (AP Photo/ Leo Correa)
6 dicembre, 2016. Rio de Janeiro, Brasile. Un manifestante arrestato dalla polizia durante una protesta contro le misure di austerità in discussione alla camera. A causa della profonda crisi finanziaria dello Stato, a migliaia di dipendenti statali e pensionati non sono stati pagati gli stipendi o sono stati pagati con mesi di ritardo. (AP Photo/ Leo Correa)

7 dicembre, 2016. San Pietroburgo, Russia. L’Hermitage State Museum illuminato. Le temperature in Russia, in questi giorni, hanno raggiunto i 13 gradi sottozero. (AP Photo / Dmitri Lovetsky)
7 dicembre, 2016. San Pietroburgo, Russia. L’Hermitage State Museum illuminato. Le temperature in Russia, in questi giorni, hanno raggiunto i 13 gradi sottozero. (AP Photo / Dmitri Lovetsky)

7 dicembre, 2016. Kyebi, Ghana. Aspettano il risultato di voto alle elezioni. L’opposzione guidata da Adama Barrow ha vinto contro il presidente Yahya Jammeh, che governa in maniera autoritaria dal colpo di Stato del 1994. (AP Photo/ Domenica Alamba)
Kyebi, Ghana. Aspettano il risultato di voto alle elezioni. L’opposzione guidata da Adama Barrow ha vinto contro il presidente Yahya Jammeh, che governa in maniera autoritaria dal colpo di Stato del 1994. (AP Photo/ Domenica Alamba)

8 dicembre 2016. Istanbul, Turchia. Alcune donne turche durante una manifestazione di protesta contro la guerra ad Aleppo. (AP Photo/ Emrah Gurel)
8 dicembre 2016. Istanbul, Turchia. Alcune donne turche durante una manifestazione di protesta contro la guerra ad Aleppo. (AP Photo/ Emrah Gurel)

8 dicembre 2016. il villaggio di Haji Ali visto dall’interno di un edificio distrutto, a circa 70 km da Mosul, Iraq. (AP Photo / Manu Brabo)
Il villaggio di Haji Ali visto dall’interno di un edificio distrutto, a circa 70 km da Mosul, Iraq. (AP Photo / Manu Brabo)

9 dicembre 2016. Londra, Inghilterra. In un albergo del centro due giornalisti leggono la relazione sul doping nello sport russo del professor Richard McLaren, membro della commissione indipendente del World Anti-Doping Agency (WADA), secondo cui, a partire dal 2011, sono più di 1.000 gli atleti russi coinvolti in casi di doping sponsorizzata dallo stato (ANSA EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA)
9 dicembre 2016. Londra, Inghilterra. In un albergo del centro due giornalisti leggono la relazione sul doping nello sport russo del professor Richard McLaren, membro della commissione indipendente del World Anti-Doping Agency (WADA), secondo cui, a partire dal 2011, sono più di 1.000 gli atleti russi coinvolti in casi di doping sponsorizzata dallo stato (ANSA EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA)

9 novembre 2016. Sucre, Venezuela. Alcuni bambini giocano ai "pirati" su una barca da pesca a Cumana. La grave crisi economica che il paese sta attraversando ha portato alcuni pescatori ad usare le loro imbarcazioni per attività illegali. "Si parla di pirateria e si pensa a ragazzi che rapinano navi-container. Ma qui si tratta solo di poveri pescatori che derubano altri pescatori poveri", ha detto l'avvocato Sucre Luis Morales. (AP Photo / Rodrigo Abd)
Sucre, Venezuela. Alcuni bambini giocano ai “pirati” su una barca da pesca a Cumana. La grave crisi economica che il paese sta attraversando ha portato alcuni pescatori ad usare le loro imbarcazioni per attività illegali. “Si parla di pirateria e si pensa a ragazzi che rapinano navi-container. Ma qui si tratta solo di poveri pescatori che derubano altri pescatori poveri”, ha detto l’avvocato Sucre Luis Morales. (AP Photo / Rodrigo Abd)

9 dicembre, 2016. Bucarest, Romania. Una donna anziana pulisce una finestra accanto a un manifesto pubblicitario. l’11 dicembre i romeni saranno chiamati a votare per le elezioni parlamentari, un anno dopo la massiccia campagna anticorruzione che ha costretto il primo ministro Victor Ponta a dimettersi. (AP Photo/ Vadim Ghirda)
Bucarest, Romania. Una donna anziana pulisce una finestra accanto a un manifesto pubblicitario. l’11 dicembre i romeni saranno chiamati a votare per le elezioni parlamentari, un anno dopo la massiccia campagna anticorruzione che ha costretto il primo ministro Victor Ponta a dimettersi. (AP Photo/ Vadim Ghirda)

Gallery a cura di Monica Di Brigida

Il declino della democrazia americana

Francis Fukuyama, director of Center on Democracy, Development and the Rule of Law at Stanford University, during the International workshop " Post-election America: Political and economic challenges", at Center for American studies in Rome, Italy, 2 December 2016. ANSA/ MAURIZIO BRAMBATTI

Era un mondo dubbioso ma ancora tranquillo quello del 4 dicembre. In Italia non si era abbattuta ancora sul governo una valanga di no, in America Trump non aveva ancora scatenato un caso internazionale chiamando Taiwan invece che Pechino, dove stava per arrivare Kissinger. C’era il sole a Roma e c’era Francis Fukuyama a piazza Minerva.
Avevo delle domande sui fogli: questo è il tempo della grande guerra? Cosa ne sarà del mondo tra Putin e Trump? L’Europa sta finendo o sta continuando a finire? E la Storia? La democrazia failed to perform, come si intitolava uno dei suoi interventi? C’erano anche altre domande che stavano su un foglio ma arrivavano da più lontano, da certi banchi universitari, certe tavole d’infanzia piene di evacuati oltre cortina. Fukuyama si siede e sorride.
«Sono stato invitato in Italia a parlare dei problemi strutturali delle istituzioni della democrazia americana, credo che sia ovviamente legato al referendum del 4 dicembre, perché i nostri governi hanno problemi simili nel prendere decisioni».

L’intervista continua su Left in edicola dal 10 dicembre

 

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L’onda populista si ferma a Vienna

Presidential candidate Alexander Van der Bellen, a former leading member of the Greens Party, celebrates on the podium at a party of hius supporters in Austria's capital Vienna Sunday, Dec. 4, 2016, after the first official results from the Austrian presidential election showed left-leaning candidate Alexander Van der Bellen with what appears to be an unbeatable lead over right-winger Norbert Hofer. (AP Photo/Matthias Schrader)

«Libertà, uguaglianza e solidarietà», sono queste tre parole che scandisce il neo-presidente austriaco dei Verdi Alexander Van Der Bellen nel suo primo discorso: «Cercherò di essere un presidente dalla mentalità aperta, liberale e pro-europeo». La sera del 4 dicembre, mentre l’Italia è col fiato sospeso in attesa dei risultati del referendum, la sede del partito austriaco dei Verdi scoppia in un boato: Van Der Bellen ha sconfitto definitivamente Norbert Hofer del partito nazional-populista delle Libertà (FPÖ). Lo scarto è del 53,3% contro un 46,7%, un distacco decisamente maggiore di quello del secondo turno dello scorso maggio, quando Van Der Bellen aveva vinto contro Hofer per soli 31mila voti: un risultato a cui l’FPÖ si era aggrappato sollevando dubbi legati all’irregolarità nella chiusura delle buste elettorali e che aveva portato la Corte elettorale ad annullare i risultati e far ripetere il secondo turno. «Si tratta un’importante vittoria contro il populismo di destra» dice Anton Pelinka, scienziato politico esperto di nazionalismi e professore all’Università Centrale Europea, soprattutto perché questo dimostra che in Austria esiste una maggioranza che si mobilita contro l’estrema destra dell’FPÖ.

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Come Renzi ha mandato a sbattere i sindaci del Sud

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi a Bari con il sindaco Antonio Decaro a un'iniziativa per sostenere il "sÏ" al referendum, 18 novembre 2016. ANSA / US PALAZZO CHIGI - TIBERIO BARCHIELLI +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

«Chiedere alla casalinga di Voghera e al barista di Trani di pronunciarsi sul bicameralismo imperfetto è puro sadismo», scriveva qualche settimana fa Michele Serra, in una sua contestatissima “l’Amaca”. Sbagliava. O meglio, è probabile che qualche casalinga o qualche barista (ma anche qualche costituzionalista e qualche giornalista) non abbia votato nel merito della riforma costituzionale («Solo una piccola minoranza di italiani avrà la competenza e la voglia di farlo», continuava Serra, «e sarebbe sbagliato biasimare chi non lo farà»). Ma di votare, soprattutto il barista di Trani aveva molta voglia. Lo dicono i numeri, sorprendenti, che riconoscono al Sud il merito non tanto di aver fatto vincere il No – in vantaggio pressoché ovunque – ma di aver dato alla sua vittoria le dimensioni che conosciamo (59,1 il No, 40,9 il Sì), che hanno innescato reazioni politiche di portata inaspettata.

È interessante leggere i dati aggregati per macro regioni. Nel Nord-est, ad esempio, il No ha vinto con il 55,6 per cento, lasciando al Sì il 44,4; nel Nord-ovest il No ha raccolto un punto in più, il 56,5 per cento; nel Centro, il 56,1 per cento, con il sì al 43,9. È dal Sud e dalle isole che arriva la marea: il Sì è staccato di oltre 36 punti, con il No al 68,1 per cento. Ogni regione, e non solo la Puglia di Michele Emiliano (che ride leggendo i dati di Bari, città del sindaco Decaro, renziano e per il Sì, fermo 31 per cento), è diventata una roccaforte dei “professoroni”. La Puglia, è persino sotto la media, con il 67,2 per cento di No e un’affluenza del 61,7. È sopra la media, invece, la Campania, dove Matteo Renzi contava invece su Vincenzo De Luca e il suo lavorio. Lì il No è arrivato al 68,5 per cento, con la provincia di Salerno (città di cui è stato sindaco De Luca) al 64,7, e quella di Caserta, quella di molti sindaci convocati da De Luca per l’ultimo sprint a suon di «clientela», al 71,7.

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Non sparate su Dostoevskij

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San Pietroburgo, 1849 Dostoevskij si trova davanti al plotone di esecuzione, aspetta il colpo di fucile. Insieme ad altri prigionieri politici è condannato a morte per cospirazione. avendo frequentato gruppi decabristi clandestini. D’un tratto arriva inaspettata la notizia di grazia. Ma quei cinque minuti gli cambiarono la vita e il modo di fare letteratura. Da quell’episodio prende le mosse Il giardino dei Cosacchi (Iperborea) di Jan Brokken, appassionato omaggio all’autore de I demoni. Una biografia in forma di romanzo costruita a partire da lettere e documenti. Racconta aspetti poco noti della vita del grande scrittore russo e ne illumina il lavoro letterario, mostrando come siano nati straordinari personaggi come l’Idiota, ma anche come Dostoevskij sia riuscito a tratteggiare una approfondita psicopatologia del terrorismo. Su Left in edicola questa settimana, l’intervista a Jan Brokken, che il 10 dicembre interviene a Più libri più liberi.

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«Sono un uomo libero, io». Parla Emiliano, l’anti Renzi

MICHELE EMILIANO

Non chiede le dimissioni del segretario Renzi, Michele Emiliano, quando lo raggiungiamo al telefono a Roma, dov’è arrivato per partecipare alla direzione di martedì 6 dicembre poi slittata. In attesa di intervenire nel parlamentino del partito, però, il presidente della Regione Puglia dice che il premier «avrebbe dovuto lasciare l’incarico di segretario, piuttosto che quello di capo del governo». E si fa avanti per sostituirlo annunciando che valuterà «se ci saranno candidati convincenti» alla segreteria del Pd.

Presidente Emiliano, partiamo dal suo appello al voto rivolto al Sud. In Puglia ha prevalso anche sul Sì del sindaco Decaro. È soddisfatto del risultato?

Certo che sono soddisfatto! Il Sud è una realtà piena di grandissime opportunità e meraviglioso dal punto di vista della passione e delle emozioni, ma è anche un posto pericolosissimo, dove se si crea un vuoto politico può essere occupato anche da clientele, da pressioni mafiose. Questa volta ha scelto di esserci ed è stato decisivo.

Lei ha sostenuto che la riforma Renzi-Boschi avrebbe danneggiato il Meridione. Perché?
Perché l’unica forza del Sud in questo momento sono le autonomie. Al Sud non pensa nessuno in questo Paese.

L’intervista continua su Left in edicola dal 10 dicembre

 

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Sono più quelli che non vogliono andare al voto

consultazioni al Quirinale
Un momento nella Loggia d'Onore del Quirinale durante le consultazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Roma, 9 dicembre 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Entro lunedì, questo dicono tutti, si dovrebbe risolvere la crisi. Così vorrebbe almeno Sergio Mattarella (ma così vogliono in tanti). Come, però, ancora non si sa.

Anche se ci sono un po’ di indizi, che arrivano tutti, per il momento, da fuori il Quirinale: le consultazioni infatti sono state ieri istituzionali (Grasso, Boldrini e Napolitano) e oggi minori, con il peso maggiore, entrato nell’ufficio delle vetrate, rappresentato da Giorgia Meloni e dalla Lega, non certo determinanti (né disponibili) alla nascita di un qualsivoglia governo.

Domani sarà invece la giornata di 5 stelle, Forza Italia e Pd e allora sì che avrà senso seguire le dirette tv, la maratona di Mentana o quella che preferite. Per ora dunque, meglio guardarsi intorno, leggere bene i giornali e guardare, più che al Colle, alle dichiarazioni delle varie anime dem, e a palazzo Chigi, dove, ad esempio, si sono riuniti nella tarda mattinata Matteo Renzi, Giancarlo Padoan e Paolo Gentiloni, per un vertice. L’uscente – cioè – e due dei papapili più gettonati: con il secondo, il ministro degli Esteri, Gentiloni, schizzato improvvisamente al primo posto, perché – si può dire guardandolo da ottica renziana – antidoto “politico” al rischio Franceschini.

Se infatti, come abbiamo già scritto, per Renzi lo scenario peggiore sarebbe quello di un governo fortemente politico, con un primo ministro che possa prenderci gusto e magari pensare di far dimenticare Renzi come Renzi ha fatto dimenticare Letta (e Franceschini risponde al profilo, anche se per ora si mostra disinteressato e ricorda di aver sempre detto che Renzi non si sarebbe dovuto dimettere), Gentiloni rappresenta la giusta via di mezzo tra quello e un governo di pura “responsabilità”, alla Grasso, improbabile se legato all’idea di una maggioranza “costituzionale”, che unisca il fronte del Sì e quello del No. Non è un caso che Renzi non si stia affatto preoccupando di far montare il nome di Gentiloni. Alla fine, non gli dispiacerebbe.

È Gentiloni (o un Gentiloni), infatti, l’alternativa che consentirebbe a Renzi di evitare l’altra via d’uscita, il Renzi bis, altra strada possibile per far calare il rischio di finir rottamati – strada che piacerebbe molto ad alcuni renziani di ferro, ma che costringerebbe Renzi a un’ennesima clamorosa smentita. Il sindaco d’Italia che aveva giurato sarebbe arrivato a palazzo Chigi solo passando per il voto popolare e non «attraverso giochi di palazzo», a quel punto, non solo ci sarebbe arrivato «attraverso giochi di palazzo» ma, «attraverso giochi di palazzo», ci resterebbe pure, avendo peraltro detto più volte di esser pronto a cambiare mestiere. A livello di comunicazione: un disastro.

È Gentiloni che potrebbe così accontentare tutti (tranne i giovani Turchi, forse, che temono di restare fregati con un ridimensionamento, pur temporaneo, di Renzi). Potrebbe far stare un pelo più tranquillo Renzi (convinto così di potersi sganciare dal governo e rigenerarsi) e darebbe ragione a tutti quelli che al voto non vogliono andare, che sono i più. E non solo per il vitalizio, come già si maligna sui social. Il punto è che nel Pd è già cominciato il fuggi fuggi generale (così come è cominciato tra gli editorialisti dei giornaloni). E che con Franceschi, ovviamente, ma anche con Gentiloni (sostenuto dalla stessa maggioranza di Renzi, a prescindere dall’allargamento a Berlusconi), si può guadagnare un po’ di tempo.

Quanto? Qui le speranza divergono nuovamente. Alcuni, quelli che non vogliono fare un congresso lampo, sperano fino al 2018, altri – i renziani – vorrebbero a quel punto, rifatte pure le primarie, metà 2017: giugno 2017. Nella speranza (ancora una volta) che il vento “populista” passi; nella certezza che, almeno, cambieranno i rapporti di forza nel Pd. Ma in favore di chi?

Civati: «Dopo 4 anni di Renzi, siamo allo stesso punto. Ora tocca alla società»

Pippo Civati nell'Aula della Camera durante le votazioni sugli emendamenti al dl Ilva, Roma, 13 gennaio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Giuseppe Civati, è leader di Possibile. Ma soprattutto, il parlamentare, fa parte di quella sinistra critica uscita dal Partito democratico proprio a causa dei metodi renziani. Un modo personalistico di gestire politica, partito e Paese che al referendum, non ha pagato. Oggi, era il turno di Possibile nelle consultazioni al Colle.

Civati, cosa vi siete detti con il presidente della Repubblica?
Ride. Ovviamente non ti posso dire niente. In sintesi, il tema, mi sembra continuità e discontinuità col governo precedente. Mi aspetto che sia un confronto istituzionale, non un congresso tra correnti del Pd.
In ogni caso, per noi si può andare alle elezioni anche domani, ma ci vuole una legge elettorale dignitosa per farlo. Che è esattamente quello che pensavo nel 2013. Anche perché siamo nella stessa situazione del 2013. Dopo 4 anni ci ritroviamo allo stesso punto. E cioè, andare a votare, con un nuova legge elettorale.
Il presidente, insieme al Pd, deve trovare una strada dignitosa per farlo. ripartendo proprio dagli errori fatti. Un’operazione non banale. Ci viene detto, “il fronte del no faccia proposte”, ma cosa vuoi che proponga? Il fatto è che non si può fare un governo senza il Pd.

C’è margine per lavorare con un nuovo Pd?

Mah, guarda, più che il partito o le persone, ci vuole qualcuno che sappia essere terzo rispetto alla legge elettorale. Oltre a non essere disponibili con un Pd che si allea con Berlusconi, temiamo anche che ci sia una situazione conflittuale. Come per altro si è visto. Tutti per esempio parlano di Gentiloni, ma è in totale continuità.

Un nome che faresti?

Preferisco non farne. Anche perché, davvero, dipende dall’ingegneria del governo più che dai nomi. In sostanza, se è fatto da Mattarella per rimediare ai guai di Renzi, noi avremo un atteggiamento ben diverso rispetto a quello nei confronti di un Pd che va verso destra.

Qual è la soluzione migliore, in termini di legge elettorale, secondo te?

Questa te la posso raccontare (scherza): a Mattarella ho detto che, senza piageria, la legge elettorale che preferisco è la sua. In ogni caso, qualsiasi legge elettorale è meglio dell’Italicum. Ce ne sono molte, in giro per l’Europa da cui prendere esempio, sperimentate e verificate. Siamo pronti a confrontarci con tutti, sul punto.

In ogni caso, preferirei che alla fretta precedesse la concretezza. Magari ci vorrà qualche settimana in più, ma almeno si restituirebbe ai cittadini il pieno della loro sovranità.

E il Paese, di cosa ha bisogno il Paese? Cosa dice questo no?

Il Paese ha bisogno di istituzioni credibili, elette (!) in modo democratico e trasparente, a disposizione degli elettori e di  chi vuole rappresentarli. non un pacchetto oligarchico di pochi, che rappresentano il potere e i poteri e parlano solo tra loro. E di scelte conseguenti, su economia e società, che sappiano rimuovere gli ostacoli che provocano disuguaglianza e insieme disaffezione. Le due cose sono intimamente collegate.

La copertina di Left in edicola da domani, è dedicata proprio al passaggio successivo al No, nella speranza di trovare una nuova rappresentanza che sia anche partecipazione. “Da No a Noi”. Come dice anna Falcone: “Chi saprà interpretare il senso di questo voto dimostrerà di essere moderno”…

Dal No al Noi era il nostro slogan (sorride). Penso che questo soggetto, dovrà presentare un progetto di governo. Non soluzioni identitarie. Non cercare di attribuirsi un pezzo di risultato, che ha molti padri e madri, ma di guardare al dato complessivo di un sentimento popolare che si è manifestato. Ora tocca alla società. Questo è il senso nel quale ci muoveremo noi con Possibile.

Chi ci sarà il 18 a Bologna, per “Costruire l’alternativa”?

Ancora dobbiamo capire bene, ma credo proprio che Possibile ci sarà.

Perché non andare anche domani a Ricominciamo da no(i), l’iniziativa di Sinistra italiana a Roma?

Non siamo stati invitati.

Ma non è un’assemblea aperta?

Non so guarda, non sono molto bravo in convegni della sinistra in cui si parla della sinistra. In generale l’unica cosa che conta è un progetto di governo e di Paese che bisogna definire. Non un convegno da promuovere…

 

Ricominciamo da No(i): la sinistra “diffusa” ora pensa al futuro

Un momento della protesta di un gruppo di studenti davanti a Palazzo Chigi in vista del Consiglio dei Ministri. Una ventina di giovani che erano in piazza alla manifestazione del 27 novembre a Roma per il No è arrivata davanti alla sede del governo, urlando cori contro il premier Matteo Renzi ed esponendo lo striscione 'C'è chi dice No'. Ci sono stati momenti di tensione con la polizia, che ha fermato tre giovani. Roma, 5 dicembre 2016. ANSA/ CLAUDIO PERI

L’avevano programmata “a scatola chiusa”, ben prima di conoscere l’esito del referendum. E adesso chiaramente assume un altro significato. E’ l’assemblea Ricominciamo da No(i) domenica dalle 10 alle 18 a Roma (Roma meeting center, Largo Scoutismo 1). L’appello vede tra i primi firmatari Giorgio Airaudo, Fabio Alberti, Maria Luisa Boccia, Stefano Fassina,Adriano Labbucci, Giulio Marcon, Sandro Medici, ma ha raggiunto centinaia di adesioni tra costituzionalisti, sindacati, rappresentanti di liste civiche e amministrazioni, studenti del No. E’ la sinistra diffusa che non si riconosce nel centrosinistra accarezzato da Giuliano Pisapia e che vede nella politica del Pd di Renzi il maggior ostacolo per il futuro del Paese. Tra le adesioni vediamo i giovani degli Studenti del No e della Rete della Conoscenza Martina Carpani e Alessio Torti, ma anche chi di politica di sinistra ne ha vista tanta scorrere sotto i ponti come Lidia Menapace, Marco Revelli, Paolo Ferrero, Nicola Fratoianni, Alfonso Gianni, Monica Frassoni, oppure fini esperti di diritto come Luigi Ferrajoli, costituzionalisti come Gaetano Azzariti, personaggi simbolo della campagna per il No come Anna Falcone. E ancora: amministratori giovani che hanno saputo creare liste civiche di sinistra tra i giovani, come Michele Conia sindaco di Cinquefrondi (Reggio Calabria). Insomma decine e decine di esperienze di lavoro e di impegno nella politica “dall’alto e dal basso”. Ne parliamo con Giulio Marcon, deputato di Sinistra italiana ed esperto di politiche sociali e per anni portavoce della campagna Sbilanciamoci.

Giulio Marcon, Ricominciamo dal No(i) per una politica in comune cosa significa?
E’ la terza tappa cominciata a luglio che ha visto associazioni e liste civiche cimentarsi nelle scorse elezioni amministrative. L’obiettivo è costruire uno spazio comune di dibattito e di riflessione nella speranza di creare un percorso concreto di iniziative unitarie per far fare un passo avanti a questa sinistra per troppo tempo frammentata. Comunque, per noi è importante la dimensione sociale con al centro le associazioni, i movimenti, espressioni dal territorio come le liste locali.
L’obiettivo è arrivare a un nuovo soggetto politico?
No, non vogliamo fare l’ennesimo tentativo di costruire un soggetto politico a sinistra (ride), perché non è nelle nostre corde e sarebbe un po’ ridicolo…Noi vogliamo offrire uno spazio a tutti che pur nelle loro diversità partecipano a un confronto. Ma, ci tengo a ribadirlo, fuori da ogni logica politicistica e di posizionamento di diverse entità. L’idea è quella di partire dal lavoro che ognuno fa nelle associazioni e nei movimenti e anche nelle istituzioni attraverso le liste locali. Si tratta di questo, poi se verrà fuori qualcosa, non è certo quello che ci proponiamo nell’obiettivo di questa iniziativa. Oltre a questo appuntamento c’è anche quello delle liste civiche di Bologna del 18 promosso da Federico Martelloni. Ecco, dobbiamo convergere per proseguire insieme.

Tra notizie di elezioni anticipate e anche di altri incontri strategici, come quello del 18 dicembre a Roma promosso da Giuliano Pisapia, a questo popolo che ha votato No che cosa gli si può proporre a sinistra?
Ognuno deve partecipare con la propria identità. A febbraio, intanto, Sinistra italiana dopo il superamento politico di Sel si costituisce come partito politico, poi esiste il Prc, c’è Civati con Possibile, De Magistris che porta avanti le sue iniziative e poi c’è tutto questo mondo fatto di associazioni, movimenti, liste civiche. Tutti fanno politica.. Bisogna capire come si può ricondurre il tutto a uno spazio comune, perché se si dovesse andare a elezioni politiche – e per quanto mi riguarda non vi può essere alcuna alleanza con il Pd di Renzi – è inevitabile per non rischiare di disperderci in mille rivoli e non avere alcun rappresentante, che nella costruzione di una lista elettorale ci debba essere un processo unitario. Ripeto, è inevitabile che questo accada, ma non deve essere un’operazione politicistica, né tantomeno tipo lista Arcobaleno i cui fallimenti ancora ricordiamo, ma deve essere un processo reale, che parte dal basso, senza scorciatoie politicistiche decise a tavolino con i vari giochi di posizionamento per cui poi quello che conta è fare le liste con le candidature. Quindi se vogliamo arrivare a quel momento che può essere ravvicinato, tra quattro, otto mesi o fra un anno al massimo bisogna partire subito, coinvolgendo tutte le identità e le sensibilità che compongono questo mondo. E’ una sinistra diffusa e articolata che in parte è rappresentata da soggetti politici storici ma che in gran parte non è rappresentata. Bisogna arrivare alle elezioni con una lista unitaria per una politica di sinistra in comune.
Bisognerà cambiare la legge elettorale, qual è la soluzione migliore?
Il problema drammatico è che una gran parte di questa società non si sente rappresentata per via della dimensione maggioritaria del sistema, è proprio un annullamento della rappresentanza. Per questo motivo, la dimensione proporzionale di un sistema elettorale è centrale. Può essere un proporzionale puro, oppure un proporzionale con alcuni correttivi e anche i premi devono essere molto limitati rispetto ai risultati e potrebbero riguardare anche la coalizione. Io non sono un tecnico ma so che la dimensione di base deve essere l’aspetto proporzionale. Bisogna tornare alla rappresentanza seguendo questo principio, altrimenti una parte dei cittadini che già non si sente rappresentata si allontanerà ancora di più dalla politica e dalle istituzioni.

Quindi non bisogna attendere il 24 gennaio quando si terrà l’udienza della Consulta sull’Italicum?
Il parlamento dovrebbe lavorarci già da prima. Io penso che dobbiamo andare ad elezioni perché non si può tenere il Paese in questa condizione per troppo tempo. E occorre andarci con una legge , bisogna sbrigarsi. A me farebbe molto piacere che si votasse anche sui referendum di primavera della Cgil.

Infine, ti sembra che l’aria sia cambiata?
Beh la Costituzione l’abbiamo salvata. Ma sia in Italia che in Europa ci sono le spinte di una destra aggressiva e reazionaria, da noi lo vediamo con la Lega. La sinistra deve riprendersi la sua anima, perché il Pd di questi anni non lo posso definire una forza di sinistracvisto che ha fatto politiche di destra. C’è il problema di ricostruire un campo di forze che veda la Cgil, le associazioni, le forze di sinistra tutte insieme. O facciamo questo o la destra si farà avanti. La storia europea ci insegna che di fronte alle crisi sociali, le alternative sono due: o la sinistra riesce a interpretare questa crisi e ne è un punto di riferimento, oppure la destra gioca un ruolo provocando derive gravi. Noi dobbiamo essere in grado di prendere la spinta di democrazia che viene dal Paese a partire dal No al referendum che ha le radici nella sofferenza e nel dolore che la gente vive in prima persona per ricostruire una sinistra che sia in grado di rispondere a questa domanda di cambiamento.

Per quella democrazia partecipativa che è venuta fuori comunque dal voto…
Sì, questo è un dato molto bello. Dimostra che non c’è un destino ineluttabile della crisi delle democrazie in Occidente. Quando ci sono cose importanti in ballo la gente partecipa.