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Russia e Cina bocciano la tregua all’Onu mentre Assad prende la città vecchia di Aleppo

epa04843861 (FILE) A file picture dated 11 March 2013 of smoke rising next to a shelled part of Citaled of Aleppo during clashes beetwen Syrian Army and rebel fighters, in the old city of Aleppo, Syria. According to reports, parts of the Citadel were damaged after an explosion in a tunnel near the site on 12 July 2015. The citadel is listed as a UNESCO World Heritage in danger Site. EPA/MAYSUN

Lunedì scorso la Russia e la Cina, membri permanenti del consiglio di sicurezza Onu con diritto di veto, hanno bloccato una risoluzione che chiedeva una tregua di sette giorni ad Aleppo. Oggi i ribelli siriani hanno abbandonato le ultime aree hanno che occupavano nella città vecchia e che avevano occupato quattro anni fa. Così capiamo perché Mosca e Pechino, per la sesta volta dal 2011 a oggi, abbiano scelto di fermare un testo blando che non proponeva ipotesi future ma semplicemente uno stop. E se in passato le risoluzioni erano più orientate e condannavano il regime di Assad, stavolta si trattava solo di fare arrivare aiuti umanitari.

L’esercito regolare siriano, a questo punto, ha in mano circa il 75% di Aleppo orientale e sta cercando di prenderla tutta. Le aree controllate dai ribelli sono divise, il che rende più facile colpirli. Le aree  nel sud-est della città sono sotto il fuoco dell’artiglieria pesante. Decine di migliaia di civili sono ancora intrappolati nei distretti in mano ai ribelli e i morti tra i non combattenti, secondo l’Osservatorio per i diritti umani, sarebbero 341 nelle zone controllate dai ribelli e 81 in quelle controllate dall’esercito. I bambini uccisi, da entrambi i lati, sono 77. Settantasette.

Chi è tornata a farsi sentire è Bana, la bambina che twittava da Aleppo e che ora, per sua fortuna, è uscita dalla città. Il Washington Post l’ha paragonata ad Anna Frank, per l’aver raccontato la quotidianità dell’orrore con occhi diversi. Assad, invece, ha sempre parlato di propaganda, stesso termine usato per le foto della bambina coperta di polvere e sangue seduta in un’ambulanza.

Il clima in consiglio di sicurezza è avvelenato: i russi e cinesi accusano gli Stati Uniti di aver avvelenato il clima e che il voto avrebbe dovuto essere rimandato, gli americani viceversa parlano di scuse e alibi. A prescindere da quel che si pensa sulla vicenda siriana, in effetti sembrano aver ragione gli ultimi – che in Siria hanno sbagliato tutto, mentre i russi, dal loro punto di vista, le hanno azzeccate tutte.

La guerra di Siria prosegue anche altrove, le bombe russe e siriane cadute su Idlib in questi giorni hanno fatto un centinaio di morti. E se il ministro degli Esteri russo Lavrov parla di colloqui a Ginevra per negoziare la fuoriuscita dei ribelli dalla città più importante della Siria, altre fonti smentiscono. I ribelli promettono di combattere fino all’ultimo, ma chiedono di consentire l’uscita dalla città di 500 persone ferite o malate che hanno urgente bisogno di cure.

In questo contesto l’Europa, l’Italia e tutte gli altri che potrebbero premere sulla Russia (e sull’Iran) scelgono di non farlo: gli europei tacciono, gli Usa sono smarriti e pronti a negoziare con Putin. I diritti umani e le convenzioni internazionali sono carta straccia.

 

 

Raccontare il presente Hanif Kureishi apre Più libri più liberi

Hanif Kureishi

Scrivere per essere indipendenti: con questo spirito lo scrittore e sceneggiatore anglo pakistano Hanif Kureishi inaugura il 7 dicembre  la quindicesima edizione della Fiera nazionale della piccola e media editoria ‘Più libri più liberi’ (www.plpl.it), intervistato da Giorgio Zanchini, al Palazzo dei Congressi dell’Eur, a Roma. Per presentare l’incontro ecco l’intervista di left all’autore di Intimacy, del budda delle periferie e di tanti altri romanzi che hanno raccontato le trasformazioni del melting pot inglese e dell’Europa
«Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese, più o meno. La gente mi considera uno strano tipo d’inglese, come se appartenessi a una nuova razza, dal momento che sono nato all’incrocio fra due culture lontane». Così si presenta il protagonista de Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi. Per poi aggiungere, laconico: «Vengo dalla periferia di Londra e sto andando da qualche parte». Questo incipit stregò la scrittrice Zadie Smith quando andava a scuola e i compagni di classe si passavano quel romanzo, clandestinamente. Non solo per le scene di sesso, quanto per quel nome Karim, così comune per strada, ma mai incontrato in letteratura. Al pari del cognome del suo autore, Kureishi. L’autrice di Denti bianchi lo racconta nell’introduzione alla nuova edizione Bompiani di questo irresistibile romanzo che ha già compiuto 25 anni. Con tono apparentemente leggero e scanzonato The Budda of the suburbia (questo il titolo originale) raccontava l’immigrazione, il razzismo e l’incontro-scontro fra differenti culture nel sud-est della capitale britannica, con dialoghi scheggiati, vicende picaresche e una prosa musicale ispirata dalla scena punk  rock inizio anni Ottanta, dalla quale viene anche uno dei suoi protagonsti,  Charlie ispirato a David Bowie, che poco più grande di Kureishi frequentava la sua stessa scuola della periferia londinese.

Il Budda delle periferie «era un libro che si rifiutava di rigare dritto» scrive Smith. Anche per questo colpiva e ci riesce ancora. Perché non è un libro politicamente corretto. Perché mostrava un nuovo modo di essere asiatici a Londra. Perché manda a gambe all’aria molti luoghi comuni e ha la vitalità contagiosa del suo protagonista, un diciassettenne scansafatiche (e con molti sogni), che mentre naufraga il matrimonio dei suoi, cerca un proprio posto nel mondo; avendo ben presente cosa significa far parte di una minoranza “invisibile”. Temi che con grande forza politica emergono anche da My beautiful laudrette (1985), la prima di molte sceneggiature di Kureishi realizzate poi dal regista Stephen Frears. A cui se ne sarebbero aggiunte molte altre. Scritte per Frears e per altri importanti registi. Basta pensare ad Intimacy con cui Patrice Chéreau vinse l’Orso d’oro a Berlino. Ma 25 anni dopo che ne è del multiculturalismo che Il Budda delle periferie sembrava preconizzare? E come si presenta l’Inghilterra di oggi, in cui la sinistra ha subito una secca sconfitta alle elezioni? Lo abbiamo chiesto allo scrittore anglo-pakistano che il 6 giugno al festival cagliaritano Leggendo metropolitano partecipa ad un incontro dal titolo“Voci dalle periferie”.

« Se usciamo da Londra il multiculturalismo non c’è proprio in Gran Bretagna. Vige il pensiero unico del neo-liberismo», risponde Kureishi con il suo modo franco e gentile, quasi stupito, come se fosse un’ovvietà sotto gli occhi di tutti. «In Inghilterra i conservatori, dopo le dimissioni di Cameron sono ancora al governo  e il capitalismo domina incontrastato».

E il melting pot londinese di cui tanto si è parlato al cinema e in letteratura?

Intendiamoci viviamo in una società multirazziale, specialmente a Londra s’incontrano persone provenienti da differenti background. Ma non parlerei di multiculturalismo, ognuno vive la propria cultura in privato. Il multiculturalismo è qualcosa di profondamente diverso, che implica possibilità di scelta, anche fra opzioni politiche differenti. Non penso che una società multirazziale possa diventare in modo automatico una società multiculturale. Certo, molte più persone oggi prendono la parola, in letteratura, in tv, al cinema, in politica, prevenendo da differenti contesti culturali e razziali. Ma questo non basta a fare della Gran Bretagna un Paese multiculturale.

Dal film My Beautiful Laundrette emergeva una forte denuncia dell’ingiustizia sociale e delle discriminazioni dell’era Tatcher, ma si mostrava anche una opposizione di sinistra viva, combattiva, con molti ideali. E oggi?

La sinistra inglese mi pare abbacchiata, anche per l’esito del referensum sulla Brexit. Sta riflettendo sull’accaduto e su se stessa. Non per offrire una giustificazione alla sconfitta, ma bisogna dire che in Gran Bretagna i media di destra sono molto forti. A parte il Guardian, tutti i più grossi quotidiani solo in mano ai conservatori. La Bbc pretende di essere neutrale ma non so che senso abbia, dal momento che sempre più persone vivono in povertà, mentre una ristretta oligarchia sta diventando sempre più ricca e potente nonostante l’austerity. I ragazzi lasciano l’università senza sbocchi lavorativi. La grave crisi economica che l’Europa sta attraversando fa sì che i Paesi più “deboli” siano messi in ginocchio dal debito. Direi di più: questa è un’economia del debito che alimenta circoli viziosi e distruttivi. Sempre più persone e intere nazioni come è già accaduto per la Grecia si trovano in condizioni di insolvenza. Sono soldi che non riusciremo mai a restituire. E per la sinistra è sempre più difficile trovare efficaci vie d’uscita. In Inghilterra in particolare è diventato molto più difficile dopo l’era Tatcher che ha distrutto le istituzioni pubbliche, ha privatizzato e ridotto l’intervento dello Stato, ha cancellato le case popolari, il welfare e ogni rete di protezione sociale. L’unico obiettivo oggi è il profitto e questo è molto scoraggiante per chi, come me, è di sinistra.

La letteratura può fare spingere le persone a reagire?

Gli scrittori possono mantenere viva la cultura e accendere lo spirito critico. Quello che puoi fare è continuare a scrivere, a far sentire la tua voce, provando a far aprire gli occhi alla gente su ciò che stiamo vivendo. Quando ho scritto Il budda delle periferie volevo far conoscere una storia. Che al fondo era la mia, quella della mia famiglia. Una storia che volevo raccontare perché non era mai stata raccontata prima. E volevo scriverla come fosse una commedia, anche se alcune vicende avevano risvolti drammatici, per trasmettere qualcosa di positivo alle persone. Non volevo che fosse un libro nero, depressivo. Questo è tutto ciò che possiamo fare. Siamo solo dei narratori. Ma se sei fortunato puoi riuscire a cogliere lo Zeitgeist,  ciò che è latente, offrendo per così dire una visione, strumenti di lettura.

Oggi quale potrebbe un esempio?

Oggi mi piacerebbe leggere delle nuove “comunità” che si vanno formando in Europa, fatte di immigrati, lavoratori ecc. Mi piacerebbe leggere di nuove realtà sociali che nascono in differenti Paesi, in Italia, in Francia, in Germania, storie che – appunto – non sono state ancora raccontate. Anche se forse non hanno molto a che fare con il multiculturalismo. Potremmo definirle storie di gente “non bianca”. Perché i migranti non hanno un volto e non hanno una storia agli occhi degli europei. Quasi fossero alieni pronti all’invasione, invece che esseri umani.

Cosa pensa delle politiche dei respingimenti e dell’assenza di cordoni umanitari , mentre ogni giorno aumentano i morti per naufragio nel Mediterraneo?

È una situazione terribile. Gli immigrati possono essere facilmente denigrati e attaccati dal momento che vengono considerati alla stregua di merci, come oggetti e non come persone. La libera circolazione dei corpi è dettata dalla legge del profitto. I ricchi comprano la libertà di viaggiare, possono andare dove vogliono, mentre i poveri non sono mai ben accetti, ovunque vadano. Come dio o il diavolo, l’idea di migrante creata dalle menti politiche europee è una allucinazione, una proiezione paranoica. E la faccenda è tanto più grave, dal momento che questi migranti e rifugiati sono persone che scappano da guerre, fame e vicende che non gli permettono di vivere nei loro Paesi d’origine. Per salire su barconi del genere devi avere davvero delle buone ragioni. Ma le politiche europee stanno rispondendo in modo aggressivo, violento. Sarebbe una tragedia se l’Europa diventasse un sorta di fortezza, con un grande muro attorno che impedisce alle persone di entrare. Senza contare che l’Europa ha bisogno di lavoratori per il successo dell’economia. Questo è indubbiamente vero per la Gran Bretagna. Una nazione che per secoli ha vissuto di colonialismo. Sarebbe pura pazzia pensare di poter tagliare i legami fra l’Europa e il resto del mondo.

Cresciuto in una famiglia musulmana e ateo dichiarato, dopo la fatwa ricevuta da Sulman Rushdie lei ha scritto romanzi come The black album e Mio figlio, il fanatico che indagano il fondamentalismo. Come legge   la situazione dei giovani europei nati da immigrati oggi ?

Come molti giovani cercano un futuro, inseguono i loro sogni, hanno uno spirito rivoluzionario, anche se chi è andato a combattere in Siria o altrove si illude che quella delle armi sia la strada. Ammiro però il fatto che siano politicizzati, che si facciano domande, mi piacerebbe vedere i ragazzi europei più impegnati di quanto non lo siano stati di recente. Negli anni 60 e 70 i giovani si dedicavano moltissimo alla politica, formavano gruppi, facevano lotte per i diritti. Mi è dispiaciuto vedere tanti giovani europei diventare meri consumatori. Hanno creduto che il neoliberismo fosse l’unica scelta possibile, mi piacerebbe che si battessero contro la retorica dell’austerità, contro un sistema che crea solo disoccupazione proprio fra le persone giovani.

Più libri più liberi dal 7 all’11 dicembre

Lo scrittore anglo -pachistano Hanif Kureishi inaugura la quindicesima edizione di ‘Più libri più liberi’, la fiera nazionale della Piccola e Media Editoria, al Palazzo dei Congressi dell’Eur a Roma dal 7 all’11 dicembre, che vede anche la partecipazione di Roberto Saviano, come ha annunciato alla presentazione il direttore della manifestazione Fabio Del Giudice.
   In crescita e sempre più cosmopolita, la Fiera vede la presenza di autori provenienti da venti Paesi e quattro continenti fra i quali il tedesco Friedeich Ani, le scandinave Lena Andersson e Laura Lindstedt, il francese Marc Augé e il romeno Mircea Cartarescu. Folto il gruppo degli ospiti italiani con Andrea Camilleri, Erri De Luca e Antonio Manzini. Ci sarà anche un conftonto fra Nicola Lagioia, neo direttore editoriale del Salone del Libro di Torino e Chiara Valerio, responsabile del programma generale della nuova fiera milanese ‘Tempo di libri e si parlerà di come è cambiato  il mondo dell’editoria negli ultimi dieci anni.

Dopo il referendum il lavoro del Comitato per il No continua. Sulla legge elettorale

La sala del Comitato per il no dopo la proiezione dei primi exit poll sul Referendum Costituzionale a Roma, 4 dicembre 2016. ANSA/CLAUDIO PERI

Ora che la Costituzione è salva, grazie agli oltre 19 milioni di italiani che hanno respinto la revisione Renzi-Boschi, il lavoro del Comitato per il No al referendum costituzionale non finisce. E nonostante i media abbiano fatto calare un grande silenzio sulla mobilitazione di studiosi e semplici cittadini che ha portato alla vittoria del NO, questa continua. I giuristi, i costituzionalisti, i rappresentanti di associazioni e i cittadini che in questo ultimo anno hanno contribuito a creare oltre 700 comitati in tutto il Paese, non considerano finito il loro compito. Questa mattina, alle 13, si terrà una conferenza stampa alla Camera proprio per presentare il percorso futuro. Il presidente del Comitato Alessandro Pace, insieme con Massimo Villone, Anna Falcone, Alfiero Grandi, Domenico Gallo e Vincenzo Vita parleranno di legge elettorale, di rapporto di fiducia tra elettori ed eletti «al fine di garantire l’eguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto di voto», si legge nel comunicato. Legge elettorale dunque. Era stato lo stesso presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di domenica notte a lanciare la palla ai “leader del no” a proposito dei cambiamenti da fare nella legge elettorale. «Cittadini, non leader!» avevano risposto dall’hub di San Lorenzo a Roma dove il Comitato attendeva lo spoglio delle schede.

L’Italicum del resto era stata la scintilla che ha fatto nascere nel 2015 la “rivolta“ dei giuristi e dei costituzionalisti che si sono ritrovati tra l’associazione Libertà e Giustizia, i Giuristi democratici e il Coordinamento per la democrazia costituzionale. Sono stati proprio i ricorsi presentati dall’avvocato Felice Besostri – che insieme a Claudio Tani e a Aldo Bozzi è l’artefice dell’affossamento del Porcellum – a ottenere l’esame da parte della Corte Costituzionale della legge elettorale attualmente in vigore, ma solo per la Camera, dopo essere stata approvata a colpi di fiducia. L’udienza presso la Consulta è stata fissata per il 24 gennaio 2017, ma chissà se nel frattempo il Parlamento riuscirà a fare qualcosa. Anche perché se si va a elezioni anticipate manca una legge elettorale per il Senato. Cioè, esiste, ma si tratta di ciò che resta del Porcellum dopo il vaglio della Consulta che a gennaio 2014 lo aveva “spolpato”, il cosiddetto Consultellum, un proporzionale puro. Se la Consulta non dovesse intervenire sull’Italicum, e se le elezioni fossero a metà del prossimo anno, si andrebbe a votare con due sistemi elettorali opposti. Un delirio. E allora forse i giuristi avranno qualcosa da suggerire proprio in nome di quel rapporto di fiducia tra cittadini elettori ed eletti che è tutto da riconquistare. Anche alla luce del risveglio di democrazia partecipativa manifestatosi con il referendum.

Ne erano consapevoli subito dopo l’esito del referendum. «Abbiamo evitato il peggio, ma adesso dobbiamo rimboccarci le maniche», aveva detto Gaetano Azzariti, professore di Diritto Costituzionale alla Sapienza di Roma e direttore della rivista Costituzionalismo.it. Il quale vedrebbe bene anche un intervento sui regolamenti parlamentari, «dando spazio al dibattito parlamentare». La ventata di partecipazione popolare non va soffocata. «Il popolo italiano ha deciso di esserci nuovamente, è un popolo che non si rassegna a delegare chi sta a Palazzo Chigi e poi tacere per 5 anni. È una precisa domanda di tornare a contare tutti i giorni», aveva detto dopo i primi risultati nello spoglio delle schede il professor Massimo Villone, salutando «un Paese diverso che ritrova le sue radici, un’Italia di quando è nata la Costituzione».

Ma di Jim Messina, il guru di Renzi e della campagna del Sì, ma ne vogliamo parlare?

(Avvertenza: questo articolo è ironico. Satira, quella cosa lì. Non vi torna utile per sviluppare acredine di primo mattino mentre bevete il caffè e nemmeno per fare da colonna sonora alla Liberazione di qualche bilioso dalla parte opposta. Ecco. Detto questo iniziamo.)

Io giuro che vorrei avere l’occasione di bere un caffè con Jim Messina, il super pagato e iper celebrato spin doctor di Matteo Renzi in questa campagna referendaria. L’unica persona che io conosca e che ne abbia avuto mai notizia che è riuscito a farsi dare qualcosa come 400.000 euro (la cifra non è mai stata confermata) per coniare slogan meravigliosi come il “se votate No vi tenete quello che c’è” (dimenticando che c’erano loro, c’era lui, Renzi, appunto) oppure il “se volete meno politici basta un sì” (stampato in un manifesto sei metri per tre pagato dal gruppo parlamentare, eh) o ancora “siamo in grande rimonta, sul filo di lana” sponsorizzato su tutti i social network possibili immaginari quando ormai gli scrutini erano quasi finiti.

Giuro io vorrei stringergli la mano a uno così perché è la fotografia di come sia andata a fottersi la politica in questo Paese, tutta ritrita da slogan masticati pagati come se fossero vangeli. Nel 2016 Jim Messina ha fatto da consulente per arginare la Brexit (poi avvenuta), sostenere la Clinton (poi sconfitta) e sostenere Renzi e la battaglia per il Sì (che sappiamo com’è andata): Jim Messina è il rigore sbagliato nella finale di un campionato del Mondo che si ripete tutte le mattine, tutti i giorni, tutto il giorno.

Ma ve lo immaginate, dico? Renzi che gli chiede cosa debba fare per sostenere il sì e lui che gli propone di aprire la porta finestra sul balcone e uscire in accappatoio a gridare “accozzaglia!”. La Clinton che gli domanda cosa dire su Trump per neutralizzarlo e lui che le propone di dare del coglione a chi ha intenzione di votarlo (che poi qui dovrebbe anche pagare i diritti d’autore a un altro genio, ma si farebbe lunga…). Oppure David Cameron che ascolta il suggerimento di Messina nel ripetere all’infinito che l’Europa è la città più bella dopo Venezia in giro per il mondo.

Grande Jim, davvero. Finché esistono guru così in queso mondo ci sarà sempre un posto libero per il Rondolino di turno. Davvero.

Buon mercoledì.

Il Movimento 5 Stelle: «Voto subito, andiamo a governare». E sul blog spunta il primo punto di programma

Da sinistra: Vito Crimi, Alessandro Di Battista, Luigi Di Mio, Danilo Toninelli, durante la conferenza stampa del M5S nella sala stampa della camera sui risultati del voto del referendum costituzionale, Roma, 05 dicembre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Lo aspettavano da tanto. E finalmente è arrivato, per il Movimento 5 stelle, il momento di enunciare il loro programma di governo. Certo, prima va prodotto. Ma ora qualche cognizione in più rispetto a tre anni fa, ce l’hanno. E soprattutto, hanno quello che serve: un partito. Hanno un leader, Luigi Di Maio (Di Battista non se ne abbia), hanno una segreteria, il direttorio e i probiviri, hanno i fondi, la macchina comunicativa della Casaleggio Associati. E hanno anche i loro piccoli scandali e i loro primi piccoli indagati (prontamente sospesi).

Si stanno istituzionalizzando, non c’è niente di male. Niente più non-statuto, ma “regolamento”, niente più “capo politico” ma “garante”, niente più “cittadini portavoce” ma “capogruppo alla Camera”, “vice presidente di Commissione”, ecc.

Tuttavia, essendo ancora una forza all’opposizione, una forza del “No” – non solo nel senso del referendum costituzionale -, non avendo ancora a che fare con i mille risvolti e compromessi che il funzionamento di una macchina amministrativa richiede, possono tenersi ancora sul generico. Anche se, a Roma, che è la prova più simile a quella di governo centrale, non sta andando benissimo.

La partita, sarà giocata molto all’interno. Ed è difficile pensare, conoscendo le tensioni interne fra seguaci dell’uno o dell’altro, che sarà meno fratricida della direzione nazionale del Pd. Oltre a Di Maio e Di Battista, la candidatura di Roberto Fico, visto come uno dei pilastri della vecchia guardia dello spirito movimentista, e non in rapporti rilassatissimi con il compagno di direttorio, è altamente probabile. Primo fra tutti gli ostacoli, sarà dover sottoporre ogni decisione alla rete. La democrazia diretta, impone che migliaia di cittadini – solo quelli iscritti al blog, ma tant’è – decidano parimenti chi dovrà essere il loro rappresentante. Tutto su piattaforma. Le modalità su chi candidare e come decidere, invece, verrano dall’alto.

E naturalmente, c’è la legge elettorale da ridefinire, prima. L’Italicum, che fino a giugno il Dibba chiamava “uno schifo”, non andrà certo bene. E invece si: «La nostra soluzione è applicare la stessa legge al Senato su base regionale. È sufficiente aggiungere alcune righe di testo alla legge attuale per farlo e portarla in Parlamento per l’approvazione», spiegano Vito Crimi e Danilo Toninelli. «Stiamo lavorando alla bozza che presenteremo in questi giorni. La legge recepirà in automatico le indicazioni della Consulta che si pronuncerà a breve. Dopo di che avremo una legge elettorale costituzionale pronta all’uso evitando mesi di discussioni e mercato delle vacche dei partiti». E per giustificare il clamoroso dietrofront, dovuto al fatto che l’Italicum, prima di tutti, converrebbe proprio ai Cinquestelle, garantiscono: «La nostra soluzione e l’azione di controllo della Consulta garantiscono l’approvazione di una legge costituzionale e al di sopra delle parti». E rincarano: «I partiti farebbero solamente una legge peggiore per i cittadini e “Anticinquestellum”». E lo stesso Di Battista, su Facebook, scrive: «Non ci faremo trascinare in estenuanti trattative sulla legge elettorale. Il Paese è stufo. Per noi l’Italicum, la legge elettorale che loro si sono votati, ha dei profili di incostituzionalità (se fosse così chi l’ha votata dovrebbe vergognarsi e sparire dalla scena politica)». Quindi si riscrive la legge? Niente affatto: «A ogni modo ce lo dirà la Corte Costituzionale. Una volta che si sarà pronunciata andremo al voto con quella legge corretta, sia alla Camera che al Senato. Punto». Punto.

Per i Cinquestelle quindi (e per Di Maio), prima si va al voto, meglio è. «Al voto il prima possibile», ha detto il leader 5s in un’intervista alla Cnn. «Il nostro governo sarà in grado di cambiare l’Italia e sarà libero dalla logica delle grandi banche». La campagna elettorale è iniziata.

Il programma

Per questo, ecco che si parte con la raccolta di consensi e la strutturazione di quelli che saranno i pilastri del programma. Il primo post, che promette votazione a breve, parte da una delle 5 stelle del Movimento: l’energia. Si comincia dunque dalle politiche energetiche.
«Di nuovo a parlare di energia. Sono 30 anni che parlo di energia – è Grillo che parla, nel video postato sul blog -. Dal Wuppertal Institute al Fattore Quattro, ai fratelli Weizsäcker, Sachs, Lester Brown. Li avevo conosciuti tutti nel mondo. Tutti che parlavamo di energia perché è un cambio di civiltà».

Il piano è a lunga durata: un piano trentennale-quarantennale dell’energia: «Dobbiamo passare all’elettrificazione. Dal petrolio all’elettrificazione in 30 anni», continua Grillo. Ecco dunque che nel loro programma, ci saranno le rinnovabili.
«Gradualmente passiamo alle rinnovabili, le produciamo noi, il Paese del Sole. Sono stato fra i primi ad avere un impianto fotovoltaico, qua, che mi faceva 5/6 kilowatt, e dovevo recuperare, stoccare in batterie». Lo dicono da sempre, è vero. Se saranno al governo, dovranno pensare incentivi, fonti coi quali finanziarli, elaborare bandi per selezionare “società pure” che potranno avervi accesso, e soprattutto: rinunciare all’enorme mercato petrolifico, al suo indotto. Quindi, ci si immagina un piano di riconversione e ricollocamento. Si immagina.
«Oggi c’è l’elettrico e la mobilità elettrica – risponde Beppe – Tesla, il signor Musk, ha fatto nei primi tre mesi della sua attività più guadagni di tutto l’anno dei petrolieri». E infine: «La Rockefeller Foundation non investe più un centesimo nel petrolio. Ci dobbiamo investire noi con questi cazzoni che sono al governo? Ma vi sembra normale?», chiosa.

Ed ecco la cosa più simile a un intento, una “filosofia”: «La nostra filosofia dovrebbe essere 2-20-20. 2: passare a un consumo medio di energia che è 6 kilowatt la media europea a 2, con l’efficienza e con le tecnologie. Ci lavorano i più grandi politecnici d’Europa, da 6 kw a 2 kilowatt. Poi da 40 tonnellate pro capite di materiale che consumiamo a 20 tonnellate, e da 40 ore di lavoro a 20 ore di lavoro».

Aspettiamo che ci dicano una cosa semplice: come.

La domatrice di tigri che nel 1920 combatteva il sessismo

Mabel Stark con i suoi "gatti" nel 1926

«Le donne negli ultimi anni hanno raggiunto molti nuovi traguardi, hanno invaso come mai prima d’ora gli uffici pubblici e hanno lottato contro i pregiudizi di chi le vedeva esclusivamente come una proprietà maschile. Eppure Miss Mabel Stark ha fatto molto di più di tutto questo. Non solo è riuscita a fare cose che nessuna donna prima di lei era riuscita a fare, ma le imprese che ha compiuto non sono mai state compiute nemmeno da alcun uomo». Queste sono le parole con cui nel lontano 1921 un reporter del Clovis News, il giornale locale della cittadina di Clovis in New Mexico, raccontava dell’arrivo del circo di Al G. Barnes e in particolare di lei, Miss Mabel Stark, indomita domatrice di tigri e star indiscussa dello spettacolo circense.

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La fama della signora Stark era piuttosto diffusa negli anni Venti in America, tanto che in un articolo del 1922 apparso sul New York Times si riporta la sua storia: «Mabel Stark inizialmente lavorava come infermiera, ma dopo un crollo nervoso cominciò ad allevare tigri. Pensò fosse più facile e semplice». Era il 1912 quando iniziò questa avventura, dieci anni dopo i felini erano diventati sedici ed era riuscita ad insegnare loro una serie di acrobazie fra le quali disporsi a piramide e saltarle sopra la testa. Alcuni giornali riportavano addirittura che era in grado di restare in una gabbia con oltre venti tigri alla volta.

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Una nota interessante da constatare è sul metodo utilizzato da Stark per addomesticare le sue adorate tigri, un metodo che a quanto riportano articoli e vecchi testimonianze era molto lontano da quello aggressivo e “maschile”. Rispetto alle solite pratiche dei domatori uomini che tentavano di sottomettere gli animali utilizzando punizioni e forza bruta, Mabel preferiva invece cercare di creare un legame con le sue tigri e insegnare loro una serie di comandi verbali e a quanto pare le sue scelte furono azzeccate vista la grande fama che ottenne rispetto a molti dei colleghi del sesso opposto.

Mabel Stark training tiger to walk tightrope at Jungleland, circa 1950. We’re happy to share this digital image on Flickr. Please note that certain restrictions on high quality reproductions of the original physical version may apply. For information regarding obtaining a reproduction of this image, please contact the Special Collections Librarian at specoll@tolibrary.org.
Mabel Stark training tiger to walk tightrope at Jungleland, circa 1950.
We’re happy to share this digital image on Flickr. Please note that certain restrictions on high quality reproductions of the original physical version may apply. For information regarding obtaining a reproduction of this image, please contact the Special Collections Librarian at [email protected].

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Quella di Mabel Stark non è però l’unica storia di questo tipo, in quegli anni infatti, proprio nel mondo della performance circense, molte donne trovavano il modo di spiccare per doti che rompevano gli stereotipi tradizionali, contribuendo così a plasmare nell’immaginario collettivo l’idea di un nuovo modello di donna: libero, forte e indipendente, ma che, paradossalmente restava, estremamente attraente per gli uomini.

 

Mabel Stark non addomesticò solo tigri, addomesticò anche le menti dei suoi contemporanei e li abituò a pensare alle donne in modo diverso.

 


A differenza delle suffragette infatti le donne impegnate nel mondo del circo erano considerate dotate di un fascino esotico nel quale l’aspetto estremamente femminile e fragile creava un contrasto quasi magnetico con la tenacia e la fermezza con cui praticavano (sfoggiando una certa non calanche) attività considerate tradizionalmente maschili. D’altronde, come amava ripetere la stessa Mabel: «Le tigri amano solo le persone che hanno una volontà più forte della loro» e questo ha poco a che vedere con il genere a cui si appartiene. Quello che è certo è che Mabel Stark non addomesticò solo tigri, addomesticò anche le menti dei suoi contemporanei e li abituò a pensare alle donne in modo diverso. Anche questa era un’impresa in cui nessun uomo prima di allora era mai riuscito.

Povertà e diseguaglianze aumentano in Italia. Dove la situazione è peggiore il No più forte

Povertà, secondo Istat i poveri aumentano
Un uomo dorme su una panchina nel parco di Colle Oppio a Roma, 17 ottobre, 2011. Secondo il nuovo rapporto Caritas Italiana e Fondazione Zancan, i poveri in Italia sarebbero in aumento. ANSA / GUIDO MONTANI

Da due giorni ci si chiede come mai gli italiani abbiano respinto con tanta veemenza le riforme istituzionali proposte dal governo Renzi. L’errore del premier nel puntare a un voto su di sè? La campagna ben fatta dal fronte del No?  E forse il rapporto Istat sul Reddito e le condizioni di vita nel 2015 è un buon indicatore. Indiretto, certo, ma un indicatore: c’è stato un voto sulla costituzione e poi c’è stato il rifiuto dell’idea che cambiare le regole e la costituzione fosse una priorità per una società allo stremo.

L’Istat stima che nel 2015 il 28,7% delle persone residenti in Italia fosse a rischio di povertà o esclusione sociale (ovvero rischio di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro). Più di una persona su quattro è in difficoltà e il dato è sostanzialmente identico (ma in lieve crescita) a quello del 2014.  C’è un piccolo aumento degli individui a rischio povertà (dal 19,4% a 19,9%) e calano quelli che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (da 12,1% a 11,7%); resta invariata la stima di chi vive in famiglie gravemente deprivate. Insomma, mentre il governo investiva tutte le energie sulla riforma istituzionale, un quarto degli italiani si preoccupavano per il futuro prossimo. E mentre Renzi spiegava che le cose miglioravano, le persone non vedevano il miglioramento. È un po’ una costante di questa epoca storica: il Pil che cresce (di poco) non ha effetti sulla vita e quando si vota i governi vengono puniti.

Ma che vuol dire essere a rischio povertà? Gli esempi Istat sono “non riuscire a sostenere una spesa imprevista di 800 euro”, non potersi permettere una settimana l’anno di ferie”, “avere debiti e non pagare le bollette”, “non riuscire a riscaldare la casa adeguatamente” e “non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni”. Naturalmente le percentuali calano: più è drammatico l’esempio, meno sono (per fortuna) coloro che rientrano nella categoria.

Un riscontro di questa lettura del dato referendario può essere un confronto geografico: se Milano e Bologna votano Sì, il Mezzogiorno che vota No resta ancora l’area con più persone a rischio. L’Istat stima che nel nel 2015 le persone a rischio povertà nelle regioni del Sud siano aumentate dell’1% fino a essere quasi la metà del totale (46,4%). La quota è in aumento anche al Centro (da 22,1% a 24%) ma riguarda meno di un quarto delle persone, mentre al Nord si registra un calo dal 17,9% al 17,4%.

Le persone che vivono in famiglie con cinque o più componenti sono quelle più a rischio di povertà o esclusione sociale.

Nel 2014, escludendo gli affitti figurativi, si stima che il reddito netto medio annuo per famiglia sia di 29.472 euro (circa 2.456 euro al mese). Considerando l’inflazione, il reddito medio rimane per la prima volta da diversi anni sostanzialmente stabile in termini reali rispetto al 2013. La metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.190 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese), sostanzialmente stabile rispetto al 2013 – nel Mezzogiorno scende a 20.000 euro (circa 1.667 euro mensili).

Ad aumentare sono anche le diseguaglianze. E anche questo è un pessimo segnale in assoluto (e per un governo di centrosinistra): l’Istat stima che il 20% più ricco delle famiglie percepisca il 37,3% del reddito equivalente totale, il 20% più povero solo il 7,7%. Dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere. Le diseguaglianze, spiega l’Istat, sono in media più ampie che non nel resto dei Paesi europei (esclusi i mediterranei e alcuni Paesi dell’est). Nell’Europa dei 28, l’Italia è sedicesima.

L’esodo forzato dal Kurdistan turco, centinaia di migliaia in fuga da Diyarbakir

In this Saturday, Nov. 19, 2016 photo, residents sit and walk around rubble in an area in Sirnak, southeastern Turkey, destroyed in government operations against Kurdish militants of the Kurdistan Workers Party or PKK. The 246-day curfew in the mainly-Kurdish city of some 290,000 was imposed on March 14 as part of government operations against PKK. (AP Photo/Cansu Alkaya)

Sono 500 mila i curdi che hanno abbandonato forzatamente le loro case nel sud-est della Turchia e sono alcune decine di migliaia i curdi che hanno abbandonato la città di Diyarbakir nell’ultimo anno per non farvi più ritorno. Pochissimi di loro hanno provato a tornare indietro, invano, poiché le autorità turche hanno sequestrato le loro abitazioni per ristrutturare – qualcuno parla di gentrificare – i quartieri del centro storico della roccaforte curda.

Coprifuoco 24 ore su 24, pattugliamenti di polizia, repressione, demolizioni e intimidazioni è quanto denuncia il rapporto di Amnesty International Sfollati ed espropriati. Il diritto degli abitanti di Sur, centro storico della città e patrimonio mondiale Unesco, al rientro a casa, pubblicato in occasione del primo anniversario del coprifuoco no stop nel distretto di Sur, a Diyarbakir. Un esodo forzato che l’organizzazione internazionale non esita a descrivere come un’azione punitiva contro il popolo curdo, alla luce dei conflitti con il governo turco.

La città di Diyarbakir, anche chiamata dai curdi “la capitale del Kurdistan turco”, è nel mirino del governo di Erdoğan dal 2015 e – ricostruisce il rapporto – da allora convive con un ininterrotto coprifuoco 24 ore al giorno. Cominciato nel luglio del 2015, il divieto di uscire di casa è cominciato dopo la fine della tregua tra il PKK (Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e l’esercito turco, quando la città ha proclamato l’autogoverno curdo e sono state costruite barricate e trincee a protezione di Sur ( e di altri distretti del sud-est della Turchia).

L’11 dicembre dello stesso anno il coprifuoco è stato esteso a tempo indeterminato in 6 dei 15 quartieri di Sur e per un lungo periodo agli abitanti è stato vietato di muoversi da casa, anche per comprare cibo e medicine. Successivamente le autorità governative hanno ordinato agli abitanti dei quartieri storici di abbandonare le loro case e la città si è svuotata e per la prima volta nella sua storia è semi deserta.

Città millenaria della mezzaluna fertile, Diyarbakir è stata riconosciuta patrimonio dell’Unesco a luglio del 2014. Dei 595 edifici storici protetti, sono di particolare importanza la fortezza e i giardini di Hevsel, perché sono situati al centro di Sur e rischiano quotidianamente di subire danni a causa dei conflitti a fuoco. Gli esperti dell’Unità di Monitoraggio e di Indagine della Direzione e della Gestione del Sito ciclicamente controllano lo stato dei monumenti e dei siti archeologici e gli ultimi rapporti evidenziano numerosi guasti e distruzioni (moschee, negozi storici, chiese, architettura civile e manto stradale tradizionale) soprattutto nella zona di Sur.
Contemporaneamente la Camera degli Architetti (che è l’istituzione riconosciuta dalla Costituzione turca deputata alla comunicazione con gli esperti mondiali del patrimonio artistico e storico) ha avviato una procedura contro le espropriazioni in atto nelle zone di conflitto. Dalla fine ufficiale del conflitto, infatti, lo spopolamento della città ha permesso alle autorità di espropriare le proprietà di migliaia di famiglie in fuga e di demolire gli edifici che non ritenevano funzionali al nuovo progetto urbanistico della città di Diyarbakir.

In this Saturday, Nov. 19, 2016 photo, residents look at the damage inside a mosque, in Sirnak, southeastern Turkey, destroyed in government operations against Kurdish militants of the Kurdistan Workers Party or PKK. The 246-day curfew in the mainly-Kurdish city of some 290,000 was imposed on March 14 as part of government operations against PKK. (AP Photo/Cansu Alkaya)
Una moschea distrutta dall’esercito turco a Sirnak (AP Photo/Cansu Alkaya)

Il disegno governativo – che sfrutta a suo favore lo stato di emergenza e le espropriazioni per “ragioni di sicurezza” – prevede la riqualificazione dei quartieri centrali, il ripopolamento ex novo della città e il dislocamento definitivo degli abitanti originari di Sur in altre destinazioni.
I curdi sfollati, infatti, non potranno tornare nelle loro case perché non le ritroveranno e vagano in cerca di soluzioni alternative, senza trovarle, perché il governo ha fatto chiudere le organizzazioni non governative e i centri sociali della regione che davano sostegno agli esuli.
«Non riesco neanche più a piangere. Tutte le lacrime le ho versate per la mia casa che non c’è più» ha dichiarato ad Amnesty un uomo che, rientrato a Sur dopo otto mesi, ha trovato le mura di casa sbriciolate. Mentre una donna che ha tentato di resistere dentro casa ha raccontato: «Ero con i miei due bambini, non abbiamo avuto acqua per una settimana. Un giorno hanno lanciato in casa un candelotto di gas lacrimogeno. Non abbiamo avuto l’elettricità per 20 giorni. Volevo andare via ma non avevo alcun posto dove dirigermi». E poi minacce e violenza ingiustificata da parte della polizia, come raccontano un uomo che ha trovato tutti i suoi beni in fiamme dopo essere stato minacciato dai poliziotti «con le pistole alla tempia» e una donna che ha detto di aver trovato «tutte le cose della sua famiglia a pezzi e accatastate in un cortile», risarcite dal governo con una somma di 800 euro.

In this Saturday, Nov. 19, 2016 photo, residents stand around in the rubble of an area in Sirnak, southeastern Turkey, destroyed in government operations against Kurdish militants of the Kurdistan Workers Party or PKK. The 246-day curfew in the mainly-Kurdish city of some 290,000 was imposed on March 14 as part of government operations against PKK. (AP Photo/Cansu Alkaya)
Demolizioni a Sirnak (AP Photo/Cansu Alkaya)

La situazione dei diritti umani nel sud-est della Turchia – sottolinea Amnesty International – nei mesi successivi al tentativo di colpo di Stato (luglio 2016) è altamente peggiorata. Oltre all’altissimo numero di sfollati, è in atto l’eliminazione (anche fisica) delle voci di opposizione curda, comprese le organizzazioni non governative, colpevoli di avere “rapporti con organizzazioni terroristiche”, i mezzi di informazione e alcuni sindaci.
Così mentre si consuma un esodo interno che sembra non volgere mai al termine nonostante la fine ufficiale dei conflitti (marzo 2016), la città di Diyarbakir e la sua identità vengono distrutte a colpi di bulldozer in un processo che alcuni chiamerebbero “urbicidio”.
Termine coniato da un gruppo di architetti jugoslavi durante la guerra degli anni ‘90, la parola urbicidio vuole esprimere la duplice volontà di eliminare gli obiettivi militari e di distruggere i valori identitari, culturali e sociali del nemico al fine di rimuovere dalla memoria il ricordo di un popolo e di una Storia scomoda.

Grecia: l’Eurogruppo alleggerisce il debito, ma non basta

Greek Finance Minister Euclid Tsakalotos, right, speaks with European Commissioner for Economic and Financial Affairs Pierre Moscovici during a round table meeting of eurozone finance ministers at the EU Council building in Brussels on Monday, Dec 5, 2016. Eurozone finance ministers meet on Monday to assess the 19-member currency bloc's budgetary outlook for next year and Greece's progress on economic reforms. (AP Photo/Virginia Mayo)

Nel bel mezzo della sbornia del referendum costituzionale italiano, lunedì 5 dicembre, a Bruxelles, si è tenuto l’ultimo Eurogruppo del 2016. All’ordine del giorno, come al solito, le riforme di Atene e il possibile alleggerimento del debito greco.

La data era stata prefissata come possibile giorno di chiusura del secondo controllo (“second review”) del terzo programma di bailout da 86 miliardi, firmato nell’estate del 2015. Nel quadro di queste revisioni, i creditori internazionali verificano il progresso fatto da Atene nell’implementazione delle riforme.

Contrariamente alle previsioni, gli staff tecnici di creditori e governo greco non sono però arrivati a un accordo finale. Conseguentemente, la chiusura della così detta “second review” slitterà a gennaio 2017, al più presto. In altri termini, il Fondo monetario internazionale (Fmi) e gli altri partner finanziatori, hanno chiesto maggior dettagli e misure concrete al governo di Alexis Tsipras.

In particolare, a livello di Eurogruppo manca un’intesa con Atene sulle misure necessarie per raggiungere, da un lato, l’avanzo primario del 3,5 per cento previsto per il 2018 e, dall’altro, una maggiore crescita e competitività – leggi: riforma del mercato del lavoro, liberalizzazione di professioni e rimozione delle barriere per gli investimenti.

D’altra parte, Alexis Tsipras è riuscito a ottenere, ciò di cui aveva bisogno, ovvero un alleggerimento parziale, e di breve periodo, del debito. Il Meccanismo di stabilità europeo (Mse), il fondo intergovernativo che eroga finanziamenti alla Grecia per conto degli Stati membri dell’Ue, ha infatti concesso ad Atene un congelamento parziale dei tassi di interesse e una dilatazione dei tempi di restituzione dei crediti – il periodo medio è passato da 28 a 32,5 anni.

Secondo Klaus Regling, direttore del Mse, si tratterebbe di «misure importanti per aumentare la sostenibilità del debito». Anche il Ministro delle finanze greco, Euclid Tsakalotos, ha affermato che sono «azioni che aiuteranno immediatamente l’economica greca». Secondo i calcoli dei creditori, da qui al 2060, le misure porterebbero a una diminuzione del rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo, pari al 20 per cento.

Insomma, si ha la sensazione che, per il momento, il piccolo aiuto possa fare comodo a Tsipras. Ma per quanto tempo? E ha veramente senso parlare di 2060? L’Fmi continua infatti a reputare insostenibile il debito di Atene e la partecipazione di Washington al programma di bailout rimane appesa a un filo. Insomma, per molti continua ad essere necessario un taglio nominale del debito. Inoltre, è proprio il famoso target di avanzo primario – 3,5 per cento per il 2018 – che crea enormi divisioni tra i creditori stessi. Per la Germania non si tocca e dovrebbe essere mantenuto dal 2018 per 10 anni. L’Fmi spinge per un obiettivo inferiore, ma realistico, pari all’1,5 per cento.

Secondo un report di Euractiv, un membro della squadra tecnica dell’Fmi che ha partecipato all’Eurogruppo di ieri, avrebbe detto: «Veniamo sempre indicati come i responsabili dell’austerity in Grecia. Ma questa non è la realtà. Il Paese ha già sopportato una mole imponente di aggiustamenti strutturali, eppure il suo futuro continua a rimanere insostenibile».

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