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Quell’accozzaglia chiamata Costituzione. O forse le chiacchiere in suo nome

Innanzitutto: Renzi sa perdere. Ma non sa vincere. Meglio: non sa vincere senza incappare poi in derive padronali che tanto piacciono ai governanti e a tanti governati. Ma si è dimesso, furbescamente subito, per chiudere in fretta la stagione sperando di ripulire in fretta i veleni. Eppure è lo stesso Renzi che fino a un minuto prima della chiusura delle urne ha distribuito prebende, elargito bonus a pioggia, che ha fatto le fusa a Confindustria e irriso i sindacati, che a urne ancora aperte ha annunciato la conferenza stampa (a proposito di “stabilità”, tra l’altro), che ha voluto trasformare una revisione costituzionale nell’ennesimo suffragio personale e che ha usato il Parlamento come inevitabile passaggio di ratifica di decisioni di Governo.

È tutta sua la sconfitta e il fatto che l’abbia riconosciuta nel suo discorso di dimissioni non ne sminuisce le responsabilità: la Buona Scuola, il Jobs Act, il decreto salva banche, una brutta legge elettorale e questa brutta riforma costituzionale sono la fotografia di un’epoca di Leopolde piene e urne vuote.

Poi c’è la Costituzione, ancora una volta sottoposta a un tentativo di riforma in nome di un’incapacità di governare con le regole. Almeno la Costituzione, almeno quella è salva. E forse sarebbe il caso di provare a non farci chiasso sopra. Basta, dice il referendum. Basta.

Dopo il No, la democrazia che vogliamo

Renzi annuncia le dimissioni
epa05660300 The Italian Prime Minister, Matteo Renzi, speaks at the Palazzo Chigi in Rome, Italy, 04 December 2016 after the referendum on constitutional reform. Matteo Renzi has announced his resignation after exit polls on 04 December 2016 suggest a 'No' vote victory in a crucial referendum to which Renzi had tied his political future. The referendum is considered by the government to end gridlock and make passing legislation cheaper by, among other things, turning the Senate into a leaner body made up of regional representatives with fewer lawmaking powers. It would also do away with the equal powers between the Upper and Lower Houses of parliament - an unusual system that has been blamed for decades of political gridlock. EPA/GREGOR FISCHER

L’aveva scritto Raffaele Lupoli sabato. E la vignetta di Vauro che rappresentava un No enorme che avrebbe schiacciato Renzi, era giusta filologicamente ma non era giusta per noi. Perché a noi che questo No schiacciasse Renzi non interessava affatto. Noi il No lo abbiamo “smisuratamente” sostenuto perché era simbolo e strumento per fare un Rifiuto grande come la Costituzione. Un rifiuto immenso nei confronti di una cialtroneria, di una arroganza, di una onnipotenza, di un tale scarso senso del Paese, della cultura democratica e della vita delle persone che ci faceva impressione. Grande impressione.

Aspettavamo la reazione, ma quella che abbiamo visto ha grandemente superato ogni aspettativa. Tutti corrono a metterci il cappello, tutti corrono a mascherarla di destra. Tutti corrono a intervistare i Salvini e i Brunetta. Tutti. Tutti hanno interesse a dipingere di nero questa reazione. Tutti cercheranno di sporcarvi. Ed invece non è così.

Voi, il popolo italiano, così vi hanno chiamato, avete votato per la vostra Costituzione, perché è bella e giusta e perché sono trent’anni che viene disattesa, ed è già troppo. Sono trent’anni che non avete dalla vostra parte uno Stato che vi garantisca il libero sviluppo della vostra persona e che rimuova gli ostacoli che non la permettono. Prendervi in giro, cambiarla per non cambiare. Cambiarla per accentrare pensando di potervi manovrare forse era davvero troppo. Le conseguenze? Vere o presunte? Riempiranno le pagine di giornali e le bocche dei tanti, proveranno anche a farvi sentire in colpa per aver sfasciato. E invece no, nessuna colpa. Non si può sfasciare ciò che è già sfasciato. Tenetelo bene a mente. E non fatevi intimorire dalle minacce dell’ex presidente del Consiglio su onori e oneri. O dagli opinionisti di turno.

Lasciateli parlare a vanvera, avranno bisogno di riposizionarsi. E state all’erta, chiediamo il meglio. Da oggi in poi solo il meglio. Questa è un’occasione non per la destra, o almeno poco ci riguarda quella partita, ma per la sinistra. Vedo appelli che recitano “dal No al Noi”, vedo passione. Provo grande pena per chi non ne ha avuta, per chi ha mentito, per chi si è schierato per convenzione più che per convinzione, per chi lo ha fatto per convenienza o per paura e per chi non si è schierato affatto. Noi paura non ne abbiamo avuta. Perché il rifiuto è continuo e la rivolta pure. E perché il meglio lo dobbiamo realizzare.

Ha vinto la maggioranza degli italiani. Questo è. Il resto conta e ci ragioneremo, ma la verità è che la maggioranza ha detto No. E ora abbiamo un sacco da fare.

Renzi si dimette. Perché e cosa succede adesso

Renzi lascia palazzo Chigi, abbracciato alla moglie Agnese Landini
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi con la moglie Agnese nella sala dei Galeoni dopo la conferenza stampa in cui ha annunciato le sue dimissioni, Roma, 5 dicembre 2016. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Cosa è successo

«Come era chiaro sin dall’inizio, l’esperienza del mio governo finisce qui». Con queste parole Matteo Renzi mette fine, passata da poco la mezzanotte, alla lunga domenica referendaria e, insieme, al suo governo. Che dura, dunque, poco più di mille giorni.

E finisce perché il No ha vinto nettamente nel confronto sulla riforma costituzionale, proposta, approvata in Parlamento, e sostenuta nella campagna elettorale, direttamente dal governo. Che quindi paga il conto, tutto, anche se Renzi, in un composto e breve discorso, dice che a perdere è stato solo lui. «Ho perso io», dice il presidente del Consiglio, «in un’Italia dove non perde mai nessuno». E il governo, così, è solo la prima vittima (incolpevole, parrebbe) della personalizzazione.

Matteo Renzi, comunque, non può fare altro (e forse neanche vuole far altro). Mentre parla, le proiezioni e i dati che arrivano dai seggi danno al No quasi il 60 per cento dei consensi, con il Sì che vince sono in Trentino Alto Adige, come regione, e, nei comuni capoluogo, solo a Firenze, che è la prima città del Sì, col 56 per cento, a Milano, ma di un pelo, e a Bologna. Ci sarà ovviamente tempo per i dettagli – con qualche numero che magari cambierà – e per le conferme. Che a Renzi però non servono, perché la sconfitta è netta. Ed è fotografata già dai primi exit poll che girano nelle redazioni dei giornali (e quindi anche a palazzo Chigi) a metà pomeriggio.

Solo che erano persino ottimisti, i primi exit poll, con Masia, il sondaggista di La7, che – per dire – dava il No al 55 per cento. Quello che si delinea dopo solo mezz’ora di scrutinio è invece «un dato inequivocabile», come dice Renzi. Che può consolarsi solo con l’affluenza. Se questo è stato un voto anche contro di lui – è infatti il ragionamento che si fa ma non si dichiara – è stato anche un voto a suo favore, con un bel 40 per cento (ricordate le Europee? Il Sì prende oggi più o meno gli stesi voti presi allora da Pd e Ncd) di «sostenitori del Sì». Sostenitori a cui Renzi si rivolge direttamente in conferenza stampa e che oggi più che mai deve far passare come suoi: «Fare politica andando contro qualcuno è facile, fare politica per qualcosa è più difficile ma più bello», dice Renzi, «a chi si è speso per il Sì».

Cosa succede adesso

Con il suo discorso Renzi ci porta tutti al 5 dicembre. Al giorno dopo, che sarà il giorno delle dimissioni, anche se il governo ovviamente continuerà a lavorare – come ricorda Renzi – tentando di portare a casa la legge di bilancio e i decreti sul terremoto. Il segretario e premier del Pd, però, salirà al Colle e rimetterà il suo mandato.

E poi? Movimento 5 stelle e Lega Nord chiedono di andare subito al voto, senza neanche modificare la legge elettorale (modifica di cui ci sarebbe bisogno, teoricamente, valendo l’Italicum solo per la Camera). Di Maio e Di Battista («Non dite più che siamo quelli dell’antipolitica», ha detto Dibba, «siamo quelli della Costituzione») hanno spiegato che sarà il prossimo parlamento a fare semmai una nuova legge, visto che si può votare con il ciò che uscirà dalla sentenza attesa sull’Italicum. Lo scenario del voto immediato però è il meno probabile. E non solo perché Forza Italia con Berlusconi ha subito aperto a «un tavolo per cambiare l’Italicum».

Mattarella infatti proverà la strada di un governo di scopo, sicuramente e a prescindere dalle dichiarazioni di Berlusconi, anche e proprio per fare una nuova legge elettorale. Franceschini, Grasso, Padoan. Avventurarsi nei retroscena non vale la pena: meglio attendere. Ma qualcosa ci sarà (con D’Alema che si appella alle forze responsabili  – ! – per evitare il voto subito). E c’è chi spera persino in un Renzi bis, a cui Mattarella potrebbe chiedere di prendersi l’onere. Anche questo scenario è però poco probabile.

Non fosse perché Renzi per ora l’ha stoppato, sempre parlando in conferenza stampa. «Consegnerò la campanella al mio successore, chiunque sarà, con tutto il lungo dossier delle cose fatte e delle cose da fare», dice Renzi chiudendo così, almeno per il momento, a un secondo mandato. Tentazione che al Colle però c’è, come sembrerebbe confermare lo stesso con un messaggio per Mattarella recapitato con il tweet che anticipa l’inizio della conferenza stampa. «Arrivo, arrivo», scrive Renzi, con tanto di emoticon sorridente, evocando così l’attesa a cui costrinse tutto il Paese – ma soprattutto la stampa – nel giorno del primo incarico, quando rimase chiuso a lungo, riunito con il presidente.

Renzi sembra così concentrato a ritrovare la forma che questo referendum gli toglie. E se non vuole veramente cambiare mestiere deve darsi nuovo lustro: e per quello niente di meglio esiste che le primarie del Pd (il cui primo capitolo, a questo punto, è la direzione convocata per martedì). Primarie da anticipare, dunque, prima che la minoranza dem – hai visto mai – si riorganizzi. Vinte quelle, completata la colonizzazione del Pd (finora Renzi ha fatto i conti con gruppi parlamentari eletti ai tempi di Bersani), Renzi può tentare di tornare a palazzo Chigi. Questa volta dopo un voto.

Renzi prende atto, domani dimissioni: «Il No ha vinto, mia la responsabilità della sconfitta»


Acqua e fumo. Dagli incendi di Gerusalemme ai ghiacci ucraini

Bucarest, in Romania. (AP Photo / Vadim Ghirda)

25 novembre 2016. Beit Meir, Gerusalemme, Israele. Un vigili del fuoco israeliana tra i resti di un inendio. L'aria secca e i forti venti hanno esteso l'incendio in diverse zone. (ANSA EPA / ABIR SULTAN)
Beit Meir, Gerusalemme, Israele. Un vigile del fuoco israeliano tra i resti di un incendio. L’aria secca e i forti venti hanno esteso l’incendio in diverse zone. (ANSA EPA / ABIR SULTAN)

28 novembre 2016. Un lavoratore edile durante una pausa. Sullo sfondo le torri gemelle di Kuala Lumpur, Malesia. (ANSA EPA / FAZRY ISMAIL)
28 novembre 2016. Un lavoratore edile durante una pausa. Sullo sfondo le torri gemelle di Kuala Lumpur, Malesia. (ANSA EPA / FAZRY ISMAIL)

28 novembre 2016. Vigili del fuoco lavorano allo spegnimento di uno dei tanti incendi a Qayara, a sud di Mosul, Iraq. (AP Photo / Maya Alleruzzo)
28 novembre 2016. Vigili del fuoco lavorano allo spegnimento di uno dei tanti incendi a Qayara, a sud di Mosul, Iraq. (AP Photo / Maya Alleruzzo)

29 Novembre, 2016. Un parco giochi nella città abbandonata di Pripyat, a circa 3 chilometri dalla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. Una protezione a forma di cilindro è stata finalmente installata sopra il reattore esploso presso la centrale nucleare di Chernobyl. Uno dei progetti più ambiziosi di ingegneria del mondo e un passo significativo verso la dismissione dei resti del peggior incidente nucleare del mondo (AP Photo/ Efrem Lukatsky)
29 Novembre, 2016. Un parco giochi nella città abbandonata di Pripyat, a circa 3 chilometri dalla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. Una protezione a forma di cilindro è stata finalmente installata sopra il reattore esploso presso la centrale nucleare di Chernobyl. Uno dei progetti più ambiziosi di ingegneria del mondo e un passo significativo verso la dismissione dei resti del peggior incidente nucleare del mondo (AP Photo/ Efrem Lukatsky)

1 dicembre 2016. Banjul, Gambia. In attesa davanti un seggio elettorale. Nel paese si vota per eleggere il nuovo presidente. (AP Photo/ Jerome Delay)
1 dicembre 2016. Banjul, Gambia. In attesa davanti un seggio elettorale. Nel paese si vota per eleggere il nuovo presidente. (AP Photo/ Jerome Delay)

1 Dicembre 2016. Una donna della tribù Oglala, attende sulla riva del fiume Cannonball per aiutare le persone ad arrivare in canoa al campo Oceti Sakowin dove i nativi americani si sono riuniti per protestare contro la costruzione di un oleodotto vicino alla riserva di Standing Rock Sioux, a cavallo tra North Dakota e South Dakota. Circa ottocento persone stanno manifestando da mesi contro quella che ritengo una profanazione delle terre sacre e un pericolo per le risorse idriche. (AP Photo/ David Goldman)
1 Dicembre 2016. Una donna della tribù Oglala, attende sulla riva del fiume Cannonball per aiutare le persone ad arrivare in canoa al campo Oceti Sakowin dove i nativi americani si sono riuniti per protestare
contro la costruzione di un oleodotto vicino alla riserva di Standing Rock Sioux, a cavallo tra North Dakota e South Dakota. Circa ottocento persone stanno manifestando da mesi contro quella che ritengo una profanazione delle terre sacre e un pericolo per le risorse idriche. (AP Photo/ David Goldman)

1 dicembre 2016. Bucarest, in Romania. Medici militari romeni e studenti di medicina su un autobus prima della sfilata per la Giornata Nazionale che segna la data in cui il paese si è riunificato con la Transilvania nel 1918. (AP Photo / Vadim Ghirda)
1 dicembre 2016. Bucarest, in Romania. Medici militari romeni e studenti di medicina su un autobus prima della sfilata per la Giornata Nazionale che segna la data in cui il paese si è riunificato con la Transilvania nel 1918. (AP Photo / Vadim Ghirda)

1 Dicembre 2016. Una nevicata nel centro di Kiev, Ucraina (ANSA EPA / SERGEY Dolzhenko)
1 Dicembre 2016. Una nevicata nel centro di Kiev, Ucraina (ANSA EPA / SERGEY Dolzhenko)

1 dicembre 2016. Jakarta, Indonesia. Studenti attivisti colpiti dai getti di acqua durante gli scontri con la polizia indonesiana. Più di un centinaio di attivisti della Papua occidentale hanno organizzato una manifestazione a sostegno della libera circolazione e il diritto all'autodeterminazione per il Papua. (ANSA EPA / ADI WEDA)
1 dicembre 2016. Jakarta, Indonesia. Studenti attivisti colpiti dai getti di acqua durante gli scontri con la polizia indonesiana. Più di un centinaio di attivisti della Papua occidentale hanno organizzato una manifestazione a sostegno della libera circolazione e il diritto all’autodeterminazione per il Papua. (ANSA EPA / ADI WEDA)

1 Dicembre 2016. Nairobi, Kenya. La scritta 'Stop Stigma. Cerchiamo di non cacciarli via, cerchiamo di non discriminare l’oro’ dipinta sulla parete da uno dei giovani leader della comunità di Kibera slum durante la giornata mondiale contro l’AIDS. Secondo i dati diffusi dal National Aids Control Council (NACC), più di 1,5 milioni di persone in Kenya vivono con l'HIV. Uno studio pubblicato nel corso della Conferenza Internazionale AIDS Society in Sud Africa riporta che il paese ha avuto il più alto tasso di infezione da HIV in Africa negli ultimi dieci anni, con una media del 7,1 per cento l'anno, secondo uno studio pubblicato nel corso della Conferenza Internazionale AIDS Society in Sud Africa nel mese di luglio 2016. Gli esperti dicono che il test e la terapia volontaria sono la chiave per evitare l'ulteriore diffusione del virus. (ANSA EPA / DAI KUROKAWA)
1 Dicembre 2016. Nairobi, Kenya. La scritta ‘Stop Stigma. Cerchiamo di non cacciarli via, cerchiamo di non discriminare l’oro’ dipinta sulla parete da uno dei giovani leader della comunità di Kibera slum durante la giornata mondiale contro l’AIDS. Secondo i dati diffusi dal National Aids Control Council (NACC), più di 1,5 milioni di persone in Kenya vivono con l’HIV. Uno studio pubblicato nel corso della Conferenza Internazionale AIDS Society in Sud Africa riporta che il paese ha avuto il più alto tasso di infezione da HIV in Africa negli ultimi dieci anni, con una media del 7,1 per cento l’anno, secondo uno studio pubblicato nel corso della Conferenza Internazionale AIDS Society in Sud Africa nel mese di luglio 2016. Gli esperti dicono che il test e la terapia volontaria sono la chiave per evitare l’ulteriore diffusione del virus. (ANSA EPA / DAI KUROKAWA)

Gallery a cura di Monica di Brigida

Arriva Trump, addio alla scienza Usa?

«E ora, cosa succederà alla scienza?», si chiede Rush Holt in un editoriale su Science. Holt è il Consigliere d’amministrazione della American association for the advancement of science (Aaas), la più grande e influente associazione scientifica del mondo. Science è la rivista dell’Associazione e, insieme all’inglese Nature, la più prestigiosa e diffusa rivista scientifica del pianeta. La domanda dell’editoriale riguarda il futuro della scienza e dei problemi connessi alla scienza negli Stati uniti d’America, dopo il ciclone Trump. Per ora – e già questa è una novità – non ci sono risposte certe alla domanda. E l’incertezza riguardo al tema rende inquieta la comunità scientifica e non solo: per il semplice fatto che da oltre settant’anni l’economia, l’occupazione, la sanità e la sicurezza militare degli Stati uniti d’America si fondano sulla scienza. E i ricercatori americani non possono contare solo su enormi risorse, le maggiori al mondo, ma sono parte integrante e importante della classe dirigente, cooptati nelle stanze dove si prendono le decisioni strategiche per il futuro del Paese (e del pianeta). Sono parte dell’establishment. Di quell’establishment che il candidato Trump ha detto di voler mandare a casa.

L’articolo continua Left in edicola dal 3 dicembre

 

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L’Argentina nera di Macri un anno dopo

epa05549531 Argentinian President Mauricio Macri arrives to address the General Debate of the 71st Session of the United Nations (UN) General Assembly at UN headquarters in New York, New York, USA, 20 September 2016. EPA/JUSTIN LANE

È passato un anno dall’elezione dell’iperliberista Mauricio Macri alla presidenza in Argentina. Con lui, per la prima volta nella storia di questo Paese, un rappresentante della destra è al potere dopo aver vinto delle elezioni democratiche. Con quali conseguenze sul tessuto sociale di una nazione che non ha ancora del tutto assorbito i postumi della crisi economica di inizio millennio, e che sta ancora facendo i conti con gli anni bui della dittatura civico-militare?
Lo abbiamo chiesto a Horacio Verbitsky, firma di punta del giornalismo d’inchiesta latinoamericano. Dalle sue parole emerge un quadro socio-politico ed economico che ha sinistre analogie con un passato che la parte sana della società civile argentina pensava di non dover vivere mai più. Per l’occasione, dopo oltre tre anni Verbitsky torna a parlare sulla stampa italiana di papa Bergoglio e dei legami corrotti tra la Chiesa argentina e i militari.

L’articolo continua su Left in edicola dal 3 dicembre

 

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Morti a un passo dalla libertà. Due “strani” suicidi nel carcere di Paola

CARCERE DETENUTO SEZIONE DETENTIVA CASA CIRCONDARIALE AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA POLIZIA PENITENZIARIA AGENTE REGINA COELI

Youssef Mouhcine aveva 31 anni ed era nato a Casablanca. Maurilio Pio Morabito aveva 46 anni ed era nato a Reggio Calabria. Entrambi scontavano gli ultimi giorni della loro pena nella casa circondariale di Paola, a Cosenza. Entrambi sono morti pochi giorni prima della loro scarcerazione. Suicidi. Con il gas, nella notte tra il 23 e il 24 ottobre, Youssef; impiccato alla grata della finestra, nella notte tra il 28 e il 29 aprile, Maurilio. Entrambi scontavano questi ultimi giorni di pena in isolamento, all’interno di una “cella liscia”: vuota, niente brande né sanitari, i detenuti fanno i bisogni sul pavimento, senza mobili né maniglie. Una forma di contenimento al limite della tortura, utilizzata per sedare i detenuti in escandescenza, quelli che compiono reiterati atti di autolesionismo o tentativi di suicidio. Un detenuto viene rinchiuso lì per punizione, a volte per alcune ore, altre per giorni. Un rimedio che però spesso risulta ancora più deleterio, non è la prima volta che si registrano casi di suicidio all’interno di queste celle. Ora le famiglie di entrambi chiedono di conoscere cosa è accaduto ai loro figli.

Su Left in edicola il 3 dicembre abbiamo ricostruito le vicende grazie alle interrogazioni parlamentari e abbiamo fatto il punto sulle “celle lisce” con il Garante nazionale Mauro Palma.

L’articolo integrale su Left in edicola dal 3 dicembre

 

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La balla di Stato delle ecoballe campane

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi durante la visita al deposito di ecoballe di Villa Literno, 11 giugno 2016. ANSA/ PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI/ TIBERIO BARCHIELLI +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Masseria del Re. Lo Spesso. Fungaia. Masseria del Pozzo. Pianodardine. Coda di volpe. Somigliano ai nomi di antiche contrade di montagna, dove l’aria è incontaminata e la vita segue i ritmi dettati dai campi. Dietro questi appellativi fuori dal tempo, invece, si nasconde uno sterminato cimitero di rifiuti. La necropoli delle ecoballe: 5,6 milioni di bare nere dal peso di una tonnellata ciascuna, ammassate senza sosta tra il 2000 e il 2009, nel pieno dell’emergenza rifiuti che stremò la Regione Campania. Tra Giugliano e Villa Literno, a cavallo tra le province di Napoli e Caserta, ne riposano oltre 4 milioni. Il mare più inquinato d’Italia è lì di fronte, a un tiro di schioppo. Alle spalle, invece, si va consumando ogni giorno quella vergogna chiamata Terra dei fuochi.

L’equivoco nelle slide
È in questo preciso punto della mappa che lo scorso 30 maggio si accendevano i riflettori. Una benna a quattro denti afferrava il primo cumulo di rifiuti: le operazioni di rimozione delle ecoballe erano iniziate così. L’immagine di quel braccio meccanico, come Matteo Renzi e Vincenzo De Luca a favore delle telecamere, diventava l’epitome del riscatto di una terra martoriata. Presidente del Consiglio e governatore della Regione esultavano. Ma la prima ecoballa portata via da Villa Literno era un altro tassello della strategia mediatica partita molto tempo prima.

L’articolo continua Left in edicola dal 3 dicembre

 

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Cuba celebra Castro in attesa dei funerali

A stencil graffiti featuring Fidel Castro's image says in Spanish "Fidel among us," in an alleyway in Havana, Cuba, Sunday, Nov. 27, 2016. Castro, who led a rebel army to improbable victory in Cuba, embraced Soviet-style communism and defied the power of U.S. presidents during his half century rule, died at age 90 on Friday night. (AP Photo/Desmond Boylan)

Colta e indipendente, Cuba si prepara al dopo Castro. Scuola e sanità sono i punti di forza dell’Isola che per lunghi anni ha resistito all’embargo Usa. È questa la migliore eredità di Fidel. Mentre l’economia, dopo le riforme di Raul, stenta ancora.

Domani, domenica 4 dicembre, si terranno i funerali del líder máximo. La cerimonia si svolgerà nel cimitero di Santa Ifigenia, nella città di Santiago de Cuba, al termine di 9 giorni di lutto nazionale.

APTOPIX Cuba Fidel Castro

A mural featuring Fidel Castro shaking hands with American author Ernest Hemingway, left, covers a parking lot wall in Havana, Cuba, Sunday, Nov. 27, 2016. Castro, who led a rebel army to improbable victory, embraced Soviet-style communism and defied the power of 10 U.S. presidents during his half century rule of Cuba, died at age 90 in Cuba late Friday. (AP Photo/Ramon Espinosa)
(AP Photo/Ramon Espinosa)

Flowers placed by members of Mexico's communist party lay on an image of late Cuban President Fidel Castro, outside the Cuban embassy in Mexico City, late Saturday, Nov. 26, 2016. Castro, who led a rebel army to improbable victory in Cuba, embraced Soviet-style communism and defied the power of 10 U.S. presidents during his half century rule, died in Cuba on Friday at age 90. (AP Photo/Rebecca Blackwell)
(AP Photo/Rebecca Blackwell)

A Venezuelan militia member stands next a banner of Fidel Castro in the 23 de Enero neighborhood of Caracas, Venezuela, Saturday, Nov. 26, 2016. Castro, who led a rebel army to improbable victory, embraced Soviet-style communism and defied the power of 10 U.S. presidents during his half century rule of Cuba, died at age 90 late Friday, Nov. 25. (AP Photo/Fernando Llano)
(AP Photo/Fernando Llano)

A student writes on a sidewalk with chalk "Fidel in the hearts of the med students" during a vigil for the late Cuban leader Fidel Castro at the university where Castro studied law as a young man in Havana, Cuba, Saturday, Nov. 26, 2016. Castro, who led a rebel army to improbable victory in Cuba, embraced Soviet-style communism and defied the power of U.S. presidents during his half century rule, died at age 90. (AP Photo/Ramon Espinosa)
(AP Photo/Ramon Espinosa)

epa05650182 A man shows a poster with the image of late Cuban leader Fidel Castro in Havana, Cuba, 27 November 2016. Cuba begins the second of nine days of official mourning decreed by the Government for the death of former President Fidel Castro, with the main acts of homage to begin on 28 November and continue until 04 December 2016. EPA/Alejandro Ernesto
EPA/Alejandro Ernesto

 EPA/Ernesto Mastrascusa
EPA/Ernesto Mastrascusa

 

Una bandiera cubana postata a lutto, L'Avana, 27 novembre 2016. Cuba piange la morte del suo lider maximo, Fidel Castro, che guidò la rivoluzione dei barbudos che nel gennaio del 1959 prevalse sul regime di Fulgencio Batista. Il comandante rivoluzionario che si oppose sempre agli Usa è morto due giorni fa all'età di 90 anni. ANSA / LUCIANO DEL CASTILLO
ANSA / LUCIANO DEL CASTILLO

Lo speciale su Cuba è su Left in edicola dal 3 dicembre

 

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