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Che fine ha fatto il sogno europeo che parlava greco

A supporter of the No vote waves a Greek flag in front of the parliament after the results of the referendum at Syntagma square in Athens, Sunday, July 5, 2015. Greeks overwhelmingly rejected creditors' demands for more austerity in return for rescue loans in a critical referendum Sunday, backing Prime Minister Alexis Tsipras, who insisted the vote would give him a stronger hand to reach a better deal. (AP Photo/Emilio Morenatti)

«L’austerità da sola non porta prosperità». Prima di cedere la presidenza degli Stati Uniti a Donald Trump, Barack Obama lancia un avvertimento all’Unione europea: il paradigma dell’austerity rischia di alimentare i movimenti populisti. E per farlo sceglie Atene, dove ad accoglierlo c’è il premier Alexis Tsipras che a quasi due anni dalla sua prima elezione si ritrova sempre più stretto nella morsa tra debito, riforme e proteste di piazza. «La Grecia è in piedi e sta cominciando a riprendersi», si difende Tsipras. «E continueremo a negoziare misure e riforme che non danneggino la crescita». Ma le strade di Atene sono in fiamme. Che fine ha fatto il sogno europeo che parlava greco? L’Alexis Tsipras che abbiamo osannato è un traditore o un resistente? Atene Calling, si ripeteva nelle settimane dell’Oxi, il No al memorandum espresso con il voto, ma la sinistra europea che avrebbe dovuto rispondere tarda ad arrivare. Ne abbiamo parlato con Pagos Rigas, segretario di Syriza, la forza di sinistra che governa con gli ipernazionalisti di Anel.

L’intervista continua su Left in edicola dal 19 novembre

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L’appuntamento

Il segretario di Syriza Pagos Rigas (nella foto), che abbiamo intervistato su Left n. 47, sarà in Italia lunedì 21 novembre, alle ore 17, presso la Casa delle donne di Roma. All’iniziativa “Le Sinistre mediterranee per salvare l’Europa da austerità e xenofobia” prenderanno parte anche Joan Josep Nuet (deputato catalano e segretario della Sinistra Unita Alternativa) e gli italiani Marco Revelli (L’Altra Europa con Tsipras) e Sandro Medici (Sinistra per Roma). Sul tavolo: il NO al referendum del 4 dicembre, la sfida di Atene, le città in comune e la democrazia dal basso.

Cosa pensa Steve Bannon, la mente di Donald Trump che organizza la rivolta della destra populista

Donald Trump con Steve Bannon, suo stratega
Interpretive park ranger Caitlin Kostic, center, gives a tour near the high-water mark of the Confederacy at Gettysburg National Military Park to Republican presidential candidate Donald Trump, left, and campaign CEO Steve Bannon, Saturday, Oct. 22, 2016, in Gettysburg, Pa. (AP Photo/ Evan Vucci)

Da qualche giorno, negli Stati Uniti si parla anche molto del “registro per i musulmani” proposto in campagna elettorale da Donald Trump – ci sono i video in cui ne parla. Lo staff del presidente eletto ha smentito di volerne istituire uno dopo essere stato sommerso da una pioggia di critiche durissime che ricordavano come il registro degli appartenenti a una religione lo abbiano istituito i nazisti.

Da dove vengono questi toni estremisti di Trump, che certo hanno contribuito a fargli vincere le elezioni e le primarie repubblicane sdoganando idee e modi di rappresentare la realtà della peggiore destra americana? Probabilmente da Steve Bannon, nominato stratega della Casa Bianca e figura che ha spiegato come il sito di notizie che dirigeva (Breibart News), fosse la piattaforma ideale per alt-right (alternative right, la definizione è di Richard Bertrand Spencer), movimento di giovani, spesso universitari, che nasce nel 2010 in contrapposizione alla destra tradizionale repubblicana. Durante una serie di interviste alla sua trasmissione radio, come ha notato il Washington Post analizzandole, Bannon ha in qualche modo fatto dire, plasmato, il messaggio del neo presidente su alcune questioni.

L’ideologia della alt-right non esiste e non è omogenea: ci sono spunti della Nuova destra francese, libertari alla Ron Paul che professano isolazionismo, fine dell’Onu, ma anche marijuana libera, “neo-reazionari” che professano la riduzione del governo federale e il ritorno ai valori tradizionali, “archeofuturisti”, che chiedono valori tradizionali ma non sono contrari ai computer, e infine ci sono i favorevoli alla biodiversità umana, ovvero razzisti scientifici che sostengono che siamo tutti diversi e quindi non possiamo convivere. Per non parlare dei cattolici che detestano il Concilio Vaticano Secondo.

Il gruppo è una novità per varie ragioni: non si tratta di vecchi conservatori e neppure di gruppi estremisti e rozzi alla Ku Klux Klan, ma di una specie di élite intellettuale della destra estrema. Che durante la campagna elettorale ha ottenuto una enorme visibilità mediatica ed ha animato i social network con meme e tweet bombing. Le esagerazioni, spesso, tipiche da social network, sostengono alcuni di loro, servono a difendere la libertà di espressione contro il politically correct. Siamo giovani e simpatici provocatori, è l’idea, non vecchia feccia razzista. Ciò detto, le idee sono in parte quelle della destra antisemita, razzista, suprematista bianca, anti immigrazione e ferocemente anti-egualitaria. E troveranno  posto nell’amministrazione Trump, se il buongiorno si vede dalle prime nomine fatte dal futuro presidente. Bannon, quelli di alt-right li definisce di semplici nazionalisti, rimandano un po’ al frontismo Lepenista francese (quello di Marine, non quello di Jean Marie).

Torniamo alla figura di Steve Bannon, sulla cui nomina si è scatenato un putiferio e che ha condizionato molto le idee di Trump e il suo modo di proporle. Ricostruire la sua vicenda è interessante per capire chi sarà l’uomo incaricato di generare consenso alla presidenza Trump. Da giorni lo vediamo descritto come una specie di Cavaliere oscuro. Una descrizione per certi aspetti calzante, Bannon ha convinzioni politiche terrificanti, ma anche fuorviante: l’ex militare, banchiere e produttore di cinema e Tv non è una specie di Rasputin irrazionale, ma uno con un piano. Che evidentemente ha funzionato.

Se ne è scritto e parlato molto in questi giorni, settimane, mesi. Perciò prendiamo alla lontana, raccontiamo la sua storia. Steve Bannon è stato militare, ha odiato Carter perché era su una nave nel Golfo durante la crisi iraniana, poi dopo un Master in business economics, ha trovato quasi per caso un posto di lavoro a Goldman Sachs: era a una specie di fiera del lavoro organizzata dalla banca, ha raccontato a Bloomberg, e si sentiva inadatto e impresentabile. Per questo se ne stava in disparte al bar, dove gli capitò di mettersi a chiacchierare con due manager destinati a crescere nel ranking della banca. E ad assumerlo. Dopo pochi anni a Goldman, durante i quali dice di aver sviluppato un certo disprezzo per la cultura delle corporation, Bannon fonda la sua impresa finanziaria assieme a un socio. Gestiranno patrimoni enormi, avranno clienti importanti (Samsung, Berlusconi, Westinghouse, il principe al Waleed, il saudita che ha messo soldi in decine di giganti di ogni tipo, PolyGram, tra gli altri) e faranno un mucchio di soldi.

Poi, ancora per caso, durante una trattativa in cui Westinghouse cercava di comprare un pezzo di Castle Rock Entertainment e Bannon e socio accettarono una quota delle royalties di uno show (Seinfeld) come pagamento. Lo stratega di Trump, insomma, è piuttosto ricco.

Nuovo salto: tornato da Singapore dove ha vissuto per lavoro, racconta ancora Bannon, ha trovato il Paese «fucked up», distrutto, dall’amministrazione Bush. E così, se si era avvicinato alla politica perché Carter era stato un disastro, con Bush rilancia e decide di muovere guerra all’establishment conservatore.
I primi passi li muove all’ombra di Andrew Breitbart, fondatore di Breitbartnews, sito che ha trasformato la faccia dei media conservatori, diventando la versione contemporanea delle talk radio – ovvero canali mediatici semi-mainstream con un pubblico molto grande, anche se non considerati in nessun modo autorevoli. Qui impara l’arte del titolo forzato, della caccia allo scoop anti liberal e della bufala giornalistica semi lavorata. Breitbart è la testa dietro ai successi di Huffington Post e Drudge Report e non è un bigotto tradizionale: tra le sue posizioni quella di sostegno ai gruppi repubblicani pro diritti LGBT (pochi, ma esistono). Ma comunque piuttosto di destra. Breitbartnews è anche il sito che fa esplodere il caso Weiner, il marito di Huma Abedin che mandava foto di se stesso alle ragazze – ci torniamo più giù.

Quando Breitbart muore, giovanissimo, Bannon prende le redini della baracca. E il sito diventa la nuova frontiera della comunicazione della destra. Un gruppo di giovani redattori, spirito camertesco e l’idea di lavorare con una missione. Spesso tutti attorno a un tavolo a casa di Bannon. Il logo informale di Breibart news è un tasso del miele africano, animale di inusitata ferocia,il motto: “Il tasso del miele se ne sbatte” (honey badger don’t give a shit).

Lo stratega che si dice disgustato di come sia diventata la finanza rispetto agli 80 in cui lui lavorava a Goldman Sachs e a cui i valori dell’America diversa e liberal di Obama fanno schifo. Nemico della globalizzazione e del cambiamento della società americana, che ha visto le minoranze conquistare spazio a scapito dei bianchi. Una delle sue convinzioni è che stia nascendo e crescendo «un movimento globale anti establishment e contro la classe politica»,  che la rivolta contro la globalizzazione che mette ai margini la classe media occidentale non sia solo americana, ma occidentale. Questo è uno degli aspetti che lo rende originale nel panorama della destra Usa (discorso che vale anche per alt-right). Bannon riconosce un legame con i partiti europei che stanno guidando l’avanzata nazional-populista – la presenza di Nigel Farage, leader del partito anti europeo britannico Ukip tra i primi a incontrare Trump dopo l’elezione, è un piccolo significativo segnale. In questo è lontano da quei gruppi tipo milizie o Ku Klux Klan, che più di reminiscenze e iconografia fascisteggiante, tendono a non avere. Bannon ritiene che l’Islam (tutto) sia un’ideologia politica come il nazismo, è un campione del populismo nazionalista e pensa che, sebbene ci siano elementi estremi e marginali tra le persone della coalizione messa assieme da alt-right, l’identità del movimento non sia razzista e antisemita (qui un lungo discorso teorico di Bannon fatto su invito di un istituto cattolico di quelli nemici di papa Francesco).

Il protagonista di queste righe è anche colui che ha detto alla sua ex moglie che non voleva che i suoi figli andassero a scuola con degli ebrei, che la contraccezione (la pillola) rende le donne brutte e fuori di zucca (crazy and unattractive), che per attaccare Bill Kristol, ideologo conservatore ma anti Trump, titola sul suo sito “L’ebreo rinnegato”.

Ma più che un ideologo, Bannon è uno stratega, disposto a mettere da parte cose a cui tiene per vincere. Ed ha lavorato benissimo nel demolire Clinton e nell’avvicinare un pubblico nuovo, che tendenzialmente non vota, a Trump. 

Cosa ha fatto? Partiamo di nuovo da lontano. L’idea delle notizie di Breibart è quella per cui non occorra usare le bufale ma cercare di scovare e poi cucinare in maniera eccessiva, cose vere. Torniamo alla vicenda Weiner: come hanno fatto a beccarlo nel 2011? Avendo saputo che l’ex marito di Huma Abedin e allora rappresentante di New York in Congresso tendesse a fare sexting a casaccio, lo hanno seguito, “provocato” aspettando che sbagliasse a premere un tasto, come spesso capita a tutti, mandando un tweet pubblico, invece che un messaggio privato a una ragazza. Poi, con la foto in mano, l’hanno distrutto. Lo stesso Breitbart andò alla conferenza stampa di Weiner a massacrarlo per 15 minuti.

Allo stesso modo, Bannon ha fondato una specie di centro studi, il Goverment accountability institute, con il quale produce materiale ben organizzato e curato da passare ai giornali. La convinzione è che i media non abbiano più le risorse per mettere una persona mesi a lavorare su un’inchiesta e che, se le inchieste le fa qualcun altro e le passa ai reporter giusti, questi le useranno. Così nasce Clinton Cash, un libro di Peter Schweizer che narra degli intrecci tra la fondazione Clinton, Hillary come Segretario di Stato e una serie di donatori e capi di Stato stranieri non proprio immacolati. Il libro ha venduto centinaia di migliaia di copie, è diventato un film e una graphic novel. Ed è stato ripreso persino dal nemico New York Times (suscitando un vespaio). Notizie vere, ingigantite, confezionate nel modo giusto hanno insomma contribuito in maniera sostanziale a definire la candidata Clinton in maniera perfetta per il tipo di campagna che Trump si preparava a condurre contro la “corrotta” Hillary. A dire il vero la narrazione – in parte veritiera – ha funzionato in generale anche in rete: per mesi è sembrato che, in fondo, Trump fosse moralmente meglio di Clinton. Molto più della contro-narrazione sul Trump sessista o imprenditore disonesto. Da una parte c’era una strategia pensata, dall’altra una reazione.

Un altra mossa che oggi appare geniale? Invece di allargare l’elettorato di Trump, Bannon e il suo team hanno cercato di far calare quello di Clinton. «Abbiamo tre importanti operazioni di soppressione degli elettori in corso», ha detto durante la campagna elettorale un membro del team della campagna a Sasha Issenberg su Bloomberg-BusinessWeek «Sono rivolti a tre gruppi di cui Clinton ha bisogno per vincere: i liberali bianchi idealisti, donne giovani e afro-americani». Quando nei dibattiti Trump ha parlato in maniera insistente delle mail diffuse da Wikileaks, del sostegno ai trattati commerciali e alla Trans-Pacific Partnership parlava ai pro-Sanders. Le donne che accusano Bill Clinton di molestie con cui Trump ha fatto una conferenza stampa erano pensate per scoraggiare l’elettorato femminile mentre il ricordo della frase sui “super-predatori” dei ghetti neri per allontanare quell’elettorato dalle urne.

Nel complesso potrebbe aver funzionato: nelle contee degli Stati cruciali dove Clinton ha vinto con ampio margine lo ha fatto prendendo meno voti dei democratici in passato e la partecipazione al voto è calata, in quelle dove ha vinto Trump è cresciuta. Ma certo, a posteriori è facile dare del genio a chiunque: Trump ha vinto di poco in pochi Stati, perso il voto elettorale e non è detto che la sua vittoria non sia quasi un caso. Se si fossero spostati pochi voti in qualche contea staremmo ricordando una storia diversa. Quel che è certo è che oggi troviamo alla Casa Bianca un populista intriso di idee della destra peggiore che sta componendo la sua amministrazione in maniera pessima. E che il suo cervello politico è una figura dai tratti un po’ inquietanti che vuole far crescere la rivolta populista mondiale.

La rivolta mondiale populista è il tema di copertina di Left in edicola dal 19 novembre

 

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Gherardo Colombo: «Questa riforma non mi sembra affatto sensata»

Gherardo Colombo autore con e Piercamillo Davigo, del libro "La tua giustizia non è la mia - dialogo tra i due magistrati in perennne disaccordo", alla presentazione del libro a Bologna, 31 ottobre 2016. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

«Hai ragione, abbiamo un’idea di fondo, direi filosofica, molto diversa dell’essere umano. Tu hai molta minor fiducia e ritieni che nella scelta sia illuminato soltanto dall’interesse economico… praticamente non credi che l’essere umano possa cambiare, mentre sono convinto di avere sperimentato sulla mia persona che succede». Gherardo Colombo saluta così il suo collega di anni Piercamillo Davigo, dopo aver dialogato su giustizia, pena, cultura, libertà e democrazia per quasi 200 pagine, nel libro La tua giustizia non è la mia. Dialogo fra due magistrati in perenne disaccordo. E in effetti il disaccordo è perenne. Perché Colombo pensa che per superare una società e una giustizia che ancora discrimina, il lavoro da fare sia tutto culturale. Mentre Davigo rimane saldamente ancorato a un’idea di società e cultura che deve “rendere conveniente” non delinquere.

L’intervista su Left in edicola dal 19 novembre

 

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«Non smetteremo di lottare. Solo lo faremo senza armi»

epa05567618 The Commander in Chief of the Revolutionary Armed Forces of Colombia Timoleon 'Timochenko' Jimenez smokes as he waits for the results of the referendum on the peace agreement between the FARC and the Colombian government, in Havana, Cuba, 02 October 2016. According to media reports, FARC leader 'Timoshenko' said that the organization has 'the desire for peace' 'and willingness to use the word as a weapon of construction in the future'. Colombians voted 'No' to the peace pact signed less than a week ago between the government and the FARC guerrillas, according to official results with 99.64 percent of the votes counted. EPA/ERNESTO MASTRASCUSA

Il processo di pace non si ferma in Colombia, nonostante lo stop decretato dal “plebiscito” del 2 ottobre scorso. All’Avana, nei giorni scorsi, è stato siglato un nuovo accordo che tiene conto delle perplessità espresse attraverso il voto. «È il trattato della fiducia», ha detto a caldo il negoziatore delle Farc, spiegando che il gruppo ex guerrigliero ha fatto ulteriori concessioni ma non da forza sconfitta con le armi. Da forza protagonista, anzi, tant’è che c’era stato, sempre dopo il referendum, chi aveva chiesto che il Nobel per la pace fosse attribuito alle Farc oltre che, come ha fatto l’Accademia di Svezia, al presidente della Colombia Manuel Santos. Quest’utimo dal canto suo, vuole ora che l’accordo passi al vaglio dell’opposizione politica e delle vittime delle Farc.

Dell’accordo e di come applicarlo abbiamo parlato, pochi giorni prima della nuova intesa, con Timoleón Jiménez “Timochenko”, leader della Farc-Ep, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia – Esercito del popolo, secondo il quale l’accordo «contiene tutti gli elementi utili a gettare le basi per la costruzione di una pace stabile e duratura».

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Burocrazia e guerre di potere. Poveri medici di base

Take these pills and you will be fine

Chiusi nei loro ambulatori o in giro per le visite a domicilio, i medici di famiglia sono decisamente una categoria silenziosa. E paziente. Se la devono vedere con le malattie – e a volte anche con i problemi sociali – dei loro assistiti, ma anche con montagne di moduli da riempire, guardati a vista dalle Asl che inflessibili li controllano sul numero di ricette o visite specialistiche che prescrivono. Non ultimo è arrivato il decreto appropriatezza del ministro Lorenzin che li ha fatti infuriare, perché limitando esami specifici, dicono, la prevenzione va a farsi benedire.

I medici di medicina generale, questa la dizione esatta, sono gli eredi del vecchio, ingiusto e insostenibile sistema delle mutue, spazzato via nel 1978 dalla riforma del Sistema sanitario nazionale. Non sono né liberi professionisti né dipendenti, sono convenzionati, e nel corso degli anni, come afferma lapidario Ivan Cavicchi, docente a Tor Vergata e esperto di politiche sanitarie, «hanno perso tutte le loro battaglie». Sono 45mila ma la loro voce non si sente.

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Da Mosul a Cuba passando per le proteste anti-Trump. Le foto della settimana

Rio de Janeiro, Brasile. (ANSA EPA / Antonio Lacerda)

12 Novembre 2016. Las Vegas. Decine di migliaia di persone hanno marciato per le strade attraverso gli Stati Uniti per protestare contro la vittoria di Trump alle presidenziali. (Photo AP / John Locher)
12 Novembre 2016. Las Vegas. Decine di migliaia di persone hanno marciato per le strade attraverso gli Stati Uniti per protestare contro la vittoria di Trump alle presidenziali. (Photo AP / John Locher)

13 Novembre, 2016. Mosul, Iraq. Alcuni civili guardano passare gli automezzi blindati delle forze speciali irachene, durante gli scontri con i militanti dello stato islamico. (photo AP / Felipe Dana)
13 Novembre, 2016. Mosul, Iraq. Alcuni civili guardano passare gli automezzi blindati delle forze speciali irachene, durante gli scontri contro i militanti dello stato islamico. (photo AP / Felipe Dana)

14 novembre,2016. Infanta, provincia di Quezon, Filippine. Pescatori filippini. Secondo il Dipartimento dell'Agricoltura, l'Ufficio di pesca e delle risorse acquatiche darà via ad una fase di modernizzazione dell'industria della pesca per garantire alimenti sicuri secondo gli standard del mercato a livello internazionale. (ANSA EPA / Francis R. Malasig)
14 novembre, 2016. Infanta, provincia di Quezon, Filippine. Pescatori filippini. Secondo il Dipartimento dell’Agricoltura, l’Ufficio di pesca e delle risorse acquatiche darà via ad una fase di modernizzazione dell’industria della pesca per garantire alimenti sicuri secondo gli standard del mercato a livello internazionale. (ANSA EPA / Francis R. Malasig)

14 novembre 2016. Mandaluyong, Manila, Filippine. La case bruciate in seguito al gravissimo incendio durato sette ore in cui sono morte tre persone e più di 6.000 persone sono state sfollate. (ANSA EPA / Mark R. CRISTINO)
Mandaluyong, Manila, Filippine. La case bruciate in seguito al gravissimo incendio durato sette ore in cui sono morte tre persone e più di 6.000 persone sono state sfollate. (ANSA EPA / Mark R. CRISTINO)

15 novembre 2016. Piazza della Rivoluzione, L'Avana, Cuba. La guardia d'onore cubana durante la cerimonia di benvenuto del Primo Ministro del Canada Justin Trudeau. (Photo AP / Ramon Espinosa)
15 novembre 2016. Piazza della Rivoluzione, L’Avana, Cuba. La guardia d’onore cubana durante la cerimonia di benvenuto del Primo Ministro del Canada Justin Trudeau. (Photo AP / Ramon Espinosa)

16 novembre, 2016. Un’auto bomba esplode vicino ai blindati delle forze speciali irachene mentre avanzano verso Mosul, in Iraq. (Photo AP / Felipe Dana)
16 novembre, 2016. Un’auto bomba esplode vicino ai blindati delle forze speciali irachene mentre avanzano verso Mosul, in Iraq. (Photo AP / Felipe Dana)

16 novembre 2016. Rio de Janeiro, Brasile. Un poliziotto brasiliano usa uno spray lacrimogeno contro una manifestante durante la protesta contro le misure di austerità prese dal governo per i funzionari pubblici. (ANSA EPA / Antonio Lacerda)
Rio de Janeiro, Brasile. Un poliziotto brasiliano usa uno spray lacrimogeno contro una manifestante durante la protesta contro le misure di austerità prese dal governo per i funzionari pubblici. (ANSA EPA / Antonio Lacerda)

17 novembre, 2016. Calcutta, India. Un uomo indiano mostra il segno di inchiostro indelebile sul dito dopo aver scambiato le banconote in dismissione. Il governo indiano sta dismettendo le banconote di grosso formato per combattere la corruzione. (Photo AP / Bikas Das)
17 novembre, 2016. Calcutta, India. Un uomo indiano mostra il segno di inchiostro indelebile sul dito dopo aver cambiato le banconote in dismissione. Il governo indiano sta dismettendo le banconote di grosso formato per combattere la corruzione. (Photo AP / Bikas Das)

17 novembre 2016. Damasco, Siria. Volontari della Protezione Civile siriana, noti anche come i caschi bianchi, durante un incendio causato da un bombardamento. Secondo alcuni rapporti locali, almeno sei persone sono rimaste uccise e 30 ferite in diversi attentati avvenuti per tutta la notte. (ANSA EPA / MOHAMMED BADRA)
Damasco, Siria. Volontari della Protezione Civile siriana, noti anche come i caschi bianchi, durante un incendio causato da un bombardamento. Secondo alcuni rapporti locali, almeno sei persone sono rimaste uccise e 30 ferite in diversi attentati avvenuti per tutta la notte. (ANSA EPA / MOHAMMED BADRA)

Gallery a cura di Monica di Brigida

No Ilvo, non ci fai paura. La posta in gioco è una. La democrazia

La manifestazione dei centri sociali a favore del No al referendum del 4 dicembre a Napoli, 18 Novembre 2016. ANSA/CESARE ABBATE

«La posta in palio è un’altra. Il destino politico di Renzi. Il futuro – prossimo – della politica in Italia. E non ci sono parole per dire quel che sarà e saremo. Fra poco più di due settimane. Dopo il 4 dicembre. Ci mancano le parole perché non sappiamo. Quel che sarà e saremo». Sembra il sottotitolo di un film americano che racconta dell’invasione degli alieni o di uno scontro mortale tipo Indipendence day, o The final war, ed invece è solo Ilvo Diamanti che oggi su Repubblica interpreta i dati del sondaggio Demos che attestano un aumento della forbice in favore del NO. Allora, terrore!!! È come se volesse mettere una gran paura a quelli che pensano tranquillamente che il 4 dicembre possono scegliere se votare Sì alle modifiche proposte da Renzi/Boschi alla nostra Costituzione oppure se votare No alle modifiche proposte da Renzi/Boschi perché magari pensano che la Carta costituzionale sia bella così com’è e che invece occorra trovare un modo di costruire una seria alternativa al bicameralismo perfetto, senza tirarsi dietro tutta la paccottiglia delle 47 modifiche che questa riforma propone. Sembra dirvi, non avete paura? “Ci mancano le parole perché non sappiamo. Quel che sarà e saremo”. Allora voglio solo dirvi una cosa banale, a noi le parole non ci mancano, ve ne sarete accorti, su ogni numero di Left proviamo a spiegarvi perché questa riforma funziona poco e male. E quali sono le sue reali intenzioni. Forse anche perché nessuna riforma, come nessuna rivolta, per noi di Left può partire da una menzogna di fondo. La sua vera intenzione. Non di migliorare il funzionamento del nostro Parlamento, ma di controllarne il funzionamento in proprio favore. E quel che saremo dopo il 4 dicembre lo sappiamo tutti. Saremo noi e migliaia di cose ancora da fare. E non abbiamo nessuna paura. Perché in realtà Diamanti ci da delle grandi notizie che non fanno che confermare quello che pensavamo quando, per esempio, cercavamo di spiegare a Michele Serra che la riforma riguarda proprio il barista di Trani e la casalinga di Voghera, perché è a loro che cambia la vita. E possiamo con grande soddisfazione dire che il barista di Trani ha deciso, voterà No. Al Sud il NO prevale ce lo dice Diamanti. Mentre non prevale al Nord. E prevale tra i giovani il No, figli di quella casalinga di Voghera che si sarà spaccata la schiena per farli studiare. E vogliamo anche dirvi che ci deve essere un amore diffuso per la democrazia anche in basso, al contrario di quello che pensava e scriveva sempre Serra nella stessa “Amaca” (i molti, a suo avviso, non sono in grado di capire la democrazia…), perché Diamanti ci racconta che il Pdr, il Partito democratico versione Renzi, è al palo. Non cresce, perché alla casalinga e al barista forse piace la collegialità invece, quel sentirsi a casa o in piazza, come durante un concerto o a una manifestazione quando intorno a te c’è un sacco di gente che prova quello che stai provando tu e, per qualche attimo, ti senti immensamente felice. Del partito dell’uomo solo al comando invece non gliene frega proprio niente e forse non lo voterebbero più. Ne hanno visti già troppi.

Firme false, Grillo e il ritorno alla linea dura. Questa volta conviene

Grillo a Roma
Il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo esce dal Campidoglio a Roma, 26 ottobre 2016 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Beppe Grillo aveva già ringraziato le Iene, prime a portare il caso all’attenzione del grande pubblico (qui il servizio che spiega la vicenda), mentre i deputati coinvolti e i consiglieri regionali annunciavano invece querela. Ecco perché si dà per certo l’ex comico leader del Movimento come pronto alla linea dura sulla scandalo delle firme false del Movimento 5 stelle, che da Palermo è diventato un caso nazionale.

Si scrive di otto deputati indagati, che consentono a Renzi di fare la battuta facile. «Hanno cambiato una consonante, da onesta a omertà», è l’agenzia del premier – che contiene un errore, perché le consonanti cambiate sono due, ma rende l’idea. L’idea, almeno, di quello che dovrà sopportare il Movimento, nell’ennesimo inciampo, dopo il caso Muraro e quello Marra.

«Siamo parte lesa», aveva scritto Grillo. Che ora si considera così parte lesa, ovvero vittima dei suoi stessi deputati. Di quelli che, nell’aprile 2012, erano a conoscenza – quando non hanno materialmente partecipato – delle modalità con cui sono state raccolte le firme per le comunali palermitane, modalità che ha fatto muovere la procura.

Pronta la sospensione, dunque, e forse anche una temporanea esclusione dai gruppi parlamentari. Perché questa volta i deputati coinvolti sono tanti e ce n’è anche uno noto, abbastanza in vista: Riccardo Nuti, già capogruppo alla Camera. Bisogna limitare i danni. E così si applica la linea dura già sperimentata, sempre a corrente alternata. Duri con Pizzarotti, Defranceschi, morbidi con Muraro e Nogarin. A seconda di come conviene.

I primi nomi dell’amministrazione Trump sono molto brutti. Ecco chi sono

Jeff Sessions
epa05435824 US Senator Jeff Sessions of Alabama (L) and other Alabama delegates react as they watch Pastor Mark Burns speak during the final day of the 2016 Republican National Convention at Quicken Loans Arena in Cleveland, Ohio, USA, 21 July 2016. The four-day convention is expected to end with Donald Trump formally accepting the nomination of the Republican Party as their presidential candidate in the 2016 election. EPA/ANDREW GOMBERT

La amministrazione Trump comincia a prendere forma. Una brutta forma. Se ci sono ancora speranze che per quanto riguarda la politica estera il neo presidente scelga qualche figura autorevole e minimamente equilibrata – in agenda c’è un incontro con Mitt Romney, suo arcinemico in campagna elettorale – i primi nomi sono pessimi. E confermano l’idea che Trump preferisca circondarsi di fedelissimi e non di figure capaci – quando si vince un’elezione, si cerca, nel proprio partito, la gente migliore, non solo quella ideologicamente affine.

Il primo nome era di quelli quasi certi di entrare nella futura amministrazione Trump: il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, destinato al Dipartimento di Giustizia, è infatti tra i primi eletti a schierarsi con il miliardario durante le primarie. Tra i sostenitori del neo eletto presidente, Sessions è tra i pochi a poter dire di avere una qualche esperienza di governo e gestione delle cose a Washington, pur essendo un razzista.

Veterano dell’esercito, Sessions è un membro anziano del Comitato dei servizi armati del Senato. Da venti anni  in Congresso, sappiamo già che l’audizione per la sua conferma in Senato sarà furiosa.  Nel 1986, il senatore dell’Alabama, forse lo Stato più razzista di tutti, è diventato il secondo candidato giudice federale a non essere confermato del Senato a causa dei suoi commenti razzisti. Aveva chiamato “boy”, ragazzo, un procuratore afroamericano e dichiarato che «quelli del Ku Klux Klan mi andavano bene fino a quando non ho scoperto che fumavano marijuana».

Sessions ha sempre negato – ovviamente – di essere un razzista.  Ma ha sostenuto che l’NAACP, la associazione che si batte per i diritti dei neri e la American Civil Liberties Union si possono definire “anti-americane”. Nel complesso un membro dell’estrema destra repubblicana delle peggiori in un posto delicato dopo che i democratici si erano impegnati a una riforma della polizia ed avevano aperto diverse inchieste federali sui casi di afroamericani uccisi da poliziotti.

Mike Pompeo, 52 anni, diventerà invece direttore della CIA. Eletto in Congresso nel 2010 durante la rivolta del Tea Party è un critico virulento dell’accordo con l’Iran e ha sostenuto che tutti i musulmani sono potenzialmente complici degli attacchi terroristici. Non solo, ha definito un fuorilegge Snowden ed era parte dell’inutile commissione su Bengasi che ha interrogato Clinton per due volte.

Il consigliere per la sicurezza nazionale sarà invece il generale in pensione Michael Flynn ex direttore della Defense Intelligence Agency dalla quale venne licenziato nel 2010 in circostanze poco chiare. Lui ha sostenuto che la sua linea dura contro l’Isis non piacesse alle mammolette della Casa Bianca. Molti parlano di una gestione caotica e di maltrattamenti al personale. In una mail uscita via Wikileaks, l’ex Segretario di Stato e generale Collin Powell scrive: «Ho parlato con gente della DIA…mi hanno detto che maltrattava lo staff, lavorava contro le indicazioni dell’amministrazione e gestiva male. Dopo di allora è diventato una specie di strano personaggio destrorso».  Flynn ha sostenuto la vicinanza con la Russia contro l’Isis e al Nusra e, tra le altre cose, consigliato via twitter il libro del suprematista bianco Mike Cernovich, uno dei membri del movimento di destra alt-right (ne parleremo domenica su questo sito).

PS: In questi dieci giorni dalle elezioni gli incidenti razzisti di vario ordine e grado sono aumentati a dismisura, segnala il Southern Poverty Law Center. Le nomine non contribuiranno a calmare il clima.

Effetto Trump. Il Messico attiva un piano di assistenza per i messicani residenti negli States

epaselect epa05626076 A man observes US land through the fence in Tijuana, Mexico, on 10 November 2016, on the border between Mexico and USA . EPA/Alejandro Zepeda

«Estamos contigo». Siamo con te. All’indomani delle annunciate politiche anti immigrazione di Donald Trump, il governo messicano predispone una sorta di “piano di emergenza” per assistere i cittadini messicani residenti negli Stati Uniti. Il 16 novembre, una settimana dopo l’elezione del magnate newyorkese, sul sito ufficiale della Ministero per gli Affari Esteri del governo è apparso il comunicato n. 524: «Con il proposito che i messicani che vivono negli Stati Uniti possano contare su informazioni e orientamento opportuni da parte del governo della Repubblica, ed evitare che siano vittime di abusi e frodi, il ministero degli Affari esteri adotterà undici misure, attraverso la sua Ambasciata e i 50 consolati negli Usa».

Chi sono i messicani negli States. Il testo non fa esplicita menzione di Trump, né della sua politica anti immigrazione annunciata con la costruzione del muro alla frontiera con il Messico promessa in campagna elettorale e poi confermata – anche se ridimensionata – dopo la sua elezione. Il confine tra il Messico e gli Stati Uniti d’America corre lungo 3mila chilometri, penetrando sei Stati messicani e quattro Usa. È uno dei confini più attraversati del mondo, con circa 250 milioni di transitanti ogni anno. Tra loro, prevalentemente, troviamo proprio i messicani: i braceros, immigrati spesso temporanei, con regolare contratto di lavoro ammessi legalmente nel territorio Usa; i “tarjetas verdes”, i trasmigranti con la “green card” residenti in Messico ma autorizzati a lavorare negli Usa; gli immigrati legali, con regolare visto d’ingresso e quelli illegali, sprovvisti di documenti. Tra gli illegali, spesso, i braceros che non rientrano nelle “quote” statunitensi dei lavoratori “necessari” e che rientrano clandestinamente.

Una barriera c’è già, il Muro di Tijuana. Trump non è certo il primo a porre la questione dell’immigrazione messicana come un problema di criminalità e traffico di droga. Già negli anni 70 lungo quei chilometri, c’è una barriera. «Odio vedere del filo spinato, ovunque sia», disse l’allora First Lady Pat Nixon quando, in visita al confine tra California e Messico, vide la barriera protettiva a cavallo tra San Diego e Tijuana. Era il 1971. Negli anni quel filo spinato è aumentato, si è raddoppiato, è diventato un muro, poi due muraglie. Negli anni 90 è divenuto un muro d’acciaio lungo oltren30 chilometri, il “Muro di Tijuana” che delinea la frontiera regolamentata da parte Usa con l’Immigration Reform and Control Act (anche detta legge Simpson-Rodino). Eppure, le decine di migliaia di guardie di frontiera (i “border patrol agents”) non hanno impedito, tra il 1990 e il 2007, al numero di irregolari che la attraversano di triplicarsi. Quello che aumenta, in verità, è anche il tasso di mortalità, dovuto alla dispersione nelle desertiche zone rurali.

Le reazioni politiche dal Messico. «I nostri compatrioti non sono né saranno soli», aveva già annunciato – il giorno prima che il comunicato venisse diffuso – il ministro degli esteri messicano, Claudia Ruiz Massieu: «Compatrioti, questi sono momenti di incertezza. State calmi, non cadete nelle provocazioni e non fatevi ingannare», si è poi rivolta ai connazionali che vivono negli Usa. E il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha colto l’occasione per ricordare ai vicini americani che «Il nuovo capitolo che si apre nelle relazioni Messico-Usa genera una costante insicurezza, ma il governo della Repubblica proseguirà facendo del dialogo la via per trovare convergenze». Insomma il Messico imrponta le sue relazioni con gli States di Trump sul pragmatismo, la difesa della sovranità nazionale e la protezione dei cittadini.

Le 11 misure immediate del governo messicano. Aumento del numero di programmi per realizzare tramite il registro consolare, passaporti e certificati di nascita perché «tutti i messicani abbiano documenti di identità». Verranno estesi gli orari di lavoro presso i consolati, per dare risposte al maggior numero di casi possibile, inoltre sarà rafforzata la presenza di «consolati mobili» per raggiungere più persone. E una linea telefonica con numero gratuito dagli Stati Uniti al Messico (l’185 54 63 63 95), disponibile 24 ore su 24, per richieste di aiuto e segnalazione di incidenti. Queste alcune delle cosiddette misure immediate, oltre alla diffusione di materiale con informazioni e i contatti dei consolati. Oltre a questi provvedimenti, poi, il governo ha lanciato un appello ai messicani residenti negli Usa affinché evitino «situazioni di conflitto» e «azioni che possano incorrere in sanzioni amministrative o penali».

Poi c’è il piano della banca centrale, che sta usando tutti gli strumenti possibili per fermare la discesa del peso: la moneta messicana non ha reagito bene all’elezione di Trump, Ma questa è un’altra storia.