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«Altro che Fertility day, qui occorrono ben altre leggi»

Il Fertility day non serve assolutamente a nulla. Meglio leggi sui servizi sociali e il lavoro della donna. E perché no, anche una legge che dia la possibilità di fecondazione assistita alle single e alle coppie omosessuali. Lo sostiene Melita Cavallo, presidente del Tribunale dei minori di Roma fino a dicembre 2015, che ha prodotto sentenze rivoluzionarie che hanno accolto la richiesta di adozione di bambini “in casi particolari” da parte di una coppia omosessuale. È anche autrice del libro Si fa presto a dire famiglia (Laterza) in cui racconta storie di uomini e donne alle prese con i drammi e le conquiste dell’essere genitori, al di là dei ruoli tradizionali.

«Se si vuole che la donna affronti la maternità più giovane oppure che non si fermi al primo figlio, il legislatore deve fare ben altro, rispetto al Fertility day. Deve aiutare la donna con l’incrementare i servizi, dagli asili nido alle scuole per l’infanzia, che adesso non sono mai in sintonia con il lavoro dei genitori. La donna è sola, e se non ci sono nonni o zii è difficile mantenere una baby sitter, con gli stipendi che si ritrovano le giovani coppie», dice Melita Cavallo. Ma soprattutto è necessario garantire il lavoro alle aspiranti madri che hanno un lavoro precario. «E invece adesso in molte aziende si fa capire in qualche modo alla giovane che il contratto non arriverà mai se per caso decide di avere un figlio. Come si fa a chiedere alle donne di fare figli se poi rischiano di essere licenziate una volta incinte?».

Ma non solo, il legislatore può agire anche in altre direzioni. «Molte persone potrebbero scegliere di avere dei figli se ne avessero la possibilità in Italia. Invece sono costrette a recarsi all’estero, con notevoli costi. E non mi riferisco solo alle coppie omosessuali ma anche alle donne single», sottolinea il giudice. Ma come intervenire? «Si potrebbe mettere mano alla legge 40, già smantellata da tante sentenze, cercando di trasformarla in una legge – che deve essere molto rigorosa – che permetta anche alla donna sola di accedere alla fecondazione. Del resto quante madri hanno tirato su i figli abbandonate dal marito o dal convivente? Questa possibilità si potrebbe estendere anche alle coppie omosessuali», continua. Per quanto riguarda i figli di queste ultime che, ricordiamo, in Italia si sono visti riconoscere le unioni civili, Melita Cavallo accenna al fatto che è in arrivo un ricorso presso la Corte europea dei diritti dell’uomo perché sia consentito presso l’anagrafe il riconoscimento immediato del figlio appena nato.

Un modo per tutelare ancora di più il benessere supremo del bambino, che come dice spesso il giudice, deve essere al centro dell’opera del legislatore. Così sarebbe positivo incrementare l’affido in famiglia dei bambini che si trovano negli istituti. «Un bambino prima dei 5 anni non dovrebbe essere chiuso in un istituto. Bisogna evitare che venga spersonalizzato, che viva lontano da una figura femminile e quindi incentivare l’affido, con contributi alle famiglie». Infine, la cittadinanza ai figli dei migranti che nascono in Italia, un provvedimento giusto, che manca. Nel Piano nazionale della fertilità c’è il riferimento ai “figli come bene comune della società”. Il giudice si indigna: «Ma così torniamo ai tempi del fascismo! I figli non sono un bene comune della società, fanno parte di un progetto individuale di vita di una donna e di un uomo».

Ne parliamo su Left in edicola dal 17 settembre

 

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De Magistris: «Virginia, se serve chiama»

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il sindaco di Napoli Luigi de Magistris al Teatro San Carlo per partecipare alla serata speciale dedicata al tenore Jonas Kaufmann, Napoli, 12 settembre 2016. ANSA/ CESARE ABBATE

«Per me a Roma si giocano tutto da qui a dicembre: o danno segnali di inversione e di un leggero e graduale cambiamento o verranno al pettine i nodi del debito, delle partecipate, della corruzione. Capisco, non è facile rompere interessi e commistioni, avere coraggio. Ecco adesso a Roma ci vuole coraggio», ci aveva detto Luigi De Magistris a giugno scorso.

Nel frattempo sindaco, le pare che l’abbiano tirato fuori questo coraggio?
Osservo da Napoli il terremoto politico romano. Fare il sindaco è molto difficile, in città complicate ancora di più, in città in dissesto economico non ne parliamo, contro le politiche di austerità della Troika e quelle liberiste dei governi italiani degli ultimi anni è quasi impossibile. Immaginate poi se non si hanno denari, se non c’è un euro della moneta unica. E che dire se governi senza partiti forti o movimenti strutturati e amministri senza il sostegno del governo, contro mafie, corrotti e corruttori. E per di più contrastato da poteri mediatici forti. Come si governa? Come si regge? Le uniche armi democratiche sono: lavorare sodo, competenza, profilo istituzionale, autonomia, passione, onestà, coraggio, pazienza, progettualità amministrativa e visione politica. Ci vuole un fisico bestiale. Umiltà e determinazione. E soprattutto umanità ed empatia con il popolo. L’ultima volta che sono stato a Roma invece ho visto una città in difficolta, come lo era Napoli 5 anni fa, per esempio, quando non riusciva ad avere un ciclo dei rifiuti. Napoli non vuole certo insegnare niente a nessuno, ma siamo a disposizione per collaborare. Ascoltarsi, ma anche chiedere – non dico un consiglio – ma almeno “ma tu ma com’hai fatto a Napoli?”. E invece tra i 5 stelle c’è sempre quest’“arco di scienza”, sembra siano solo loro i depositari della verità. I sindaci si dovrebbero unire, perché le difficoltà sono molto simili, da Milano a Parma, da Roma a Palermo: rifiuti, trasporti…

L’intervista al sindaco di Napoli prosegue su Left in edicola dal 17 settembre

 

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Fertility Day. Eva Cantarella: «Si indignarono di più le romane al tempo di Augusto»

Profonda conoscitrice del mondo greco antico e della romanità, Eva Cantarella nel suo nuovo libro racconta lo spirito ferocemente agonistico che caratterizzava la vita dei cittadini della polis, non solo nello sport. Che per gli uomini era un mezzo per imporsi con forza, per battere e sbaragliare l’avversario. Mentre per le donne, soprattutto a Sparta, era un’attività «eugenetica, per la sana procreazione». Mentre leggiamo questi passaggi del saggio di Cantarella L’importante è vincere (Feltrinelli) difficile non pensare al Fertility day che si “correrà” il 22 settembre a Roma, indetto dal ministero della Salute, con tanto di manifesti che inneggiano alla fertilità «come bisogno essenziale» delle donne e bene comune. «Non mi faccia parlare del Fertility day, ci ha riportato indietro di un millennio», esclama di primo acchito la studiosa. «Ma forse una cosa la devo dire sono rimasta colpita dalla tiepidissima reazione delle donne italiane. “Date figli alla patria” ce lo hanno sempre detto gli uomini, ma adesso è addirittura una donna» dice Cantarella parlando del ministro Beatrice Lorenzin e della sua inaccettabile campagna. «Mi permette un inciso? Seppero reagire meglio le donne romane quando il “buon” Augusto, per incoraggiare la fertilità, impose a tutte, salvo le prostitute, di sposarsi, punendo chi non poteva avere figli, con sanzioni patrimoniali».

Come si ribellarono le romane?
Andando a iscriversi nelle liste delle prostitute per sbeffeggiare l’imperatore…una storia bellissima. Beatrice Lorenzin invece ha potuto dire queste cose altamente offensive, considerando le donne come fattrici, per altro senza neanche considerare che ci possono essere impedimenti concreti, come è stato notato. Ma ciò che mi sembra davvero grave è che nella sua concezione la donna che non ha figli, non esiste, non conta. Come donna sei lì solo per procreare. In un Paese civile si sarebbe dovuta dimettere.
Il pensiero greco e il cristianesimo, a cui il ministro Lorenzin fa riferimento, vanno a braccetto nel considerare la donna solo come madre?
Mi pare evidente. Ha visto che si è anche sposata per essere perfetta, un modello? Con le foto su tutti i giornali.
Una battaglia culturale ancora da fare riguarda la libertà di poter scegliere di non fare figli e realizzarsi in altro modo?
In giro vedo solo risposte timide anche a questo riguardo. Io non ho avuto figli perché non li ho voluti. Ma ci sono anche donne che non possono averne, per tanti motivi. Un tempo una donna senza figli, era discriminata, oggi no, ma c’è sempre questo fondo che di tanto in tanto salta fuori, perfino dalle donne: non li hai avuti perché sei una poveretta o non ce li hai perché sei un mostro, una figura degenere. Non capiscono.
Egoista, individualista, pensa solo alla carriera, sono le accuse più ricorrenti.
Già. Quando poi nella realtà la gente fa i figli – diciamolo in senso buono – per egoismo, per avere compagnia in vecchiaia, per un matrimonio più completo e più bello. È impressionante che la battaglia culturale non ci sia. Beatrice Lorenzin ritira due vignette ed è tutto a posto.
Provando ad indagare le radici storiche di tutto questo, ho letto che il ginnasio greco è il tema della sua lectio magistralis al Festivalfilosofia di Modena. Nella Grecia antica le donne non studiavano, dovevano solo tenersi illibate per il matrimonio. Non c’era modo di sottrarsi?
Cosa facevano se non si sposavano? Non esistevano. Il padre le fidanzava con chi voleva lui, quando avevano cinque o sei anni. Euripide diceva che niente è peggio per un padre che avere in casa una figlia canuta. Ma lo evitavano. Con l’esposizione dei neonati. Che riguardava più le femmine che i maschi. In questo modo avevano il numero di figlie che potevano collocare e se ne liberavano.
Fin da Omero invece i ragazzi sono spronati a primeggiare in ogni campo, a vincere sull’altro, ma anche a sottomettere?
Era una civiltà di guerrieri, di nobili. Nel mito, Achille viene educato a vincere e conquistare. I romani non erano differenti: Parcere subiectis et debellare superbos era il loro motto.

Il cittadino greco usava anche il sesso per sottomettere la donna e il pais, il giovane amante?
Se pensiamo all’attività sessuale, al fatto di essere attivo o passivo, sì, possiamo dire che anche il pais viene sottomesso. Ma il termine sottomissione è più ampio. Significa anche sottomettere psicologicamente. Che nel caso dei ragazzi fra i 13 e i 17 anni significava educarlo. Vi era una profonda differenza nel mondo greco riguardo all’atteggiamento che l’uomo adulto doveva tenere nei confronti della donna o del ragazzo. Il vero rapporto intellettuale era con il giovane amante, comprendeva anche l’eros. Che con la moglie non c’era, con lei c’era semmai la philia, affetto, amicizia.
Compito della moglie, si torna a dire, era essere perfetta, fedele, mettere al mondo dei figli. E le etère?
I greci amavano la vita comoda, furono i primi a dividere le donne in due categorie, quelle perbene e quelle che non erano considerate tali. Le prime dovevano diventare le riproduttrici del corpo cittadino. Le seconde erano prostitute oppure etère che avevano un minimo di educazione, giusto per accompagnarli nei famosi banchetti, i simposi da cui le mogli erano escluse.
Le splendide rappresentazioni di donne dell’epoca minoica lascerebbero pensare che non sia sempre stato così?
Purtroppo della società minoica non sappiamo quasi niente, non è stata decifrata la scrittura che nascondeva la loro lingua, conosciamo solo la lineare B. Sappiamo qualcosa di più delle donne in età micenea, anche se quasi nulla della vita familiare, perché le famose tavolette che sono state decifrate nel secolo scorso contengono informazioni quasi solo economiche. Sappiamo che in quei grandi regni il sovrano aveva al suo fianco una moglie, ma una regina fa poco testo. E poi c’erano le sacerdotesse, che avevano una buona posizione sociale.
In Grecia, anche lo sport era legato a riti di iniziazione e religiosi. Dal suo libro emerge l’immagine di una società molto credente anche se politeista.
Sì la religione permeava la vita civile e le regole giuridiche. E questo non è che migliorasse molto la condizione femminile. Certo ognuno poteva scegliere i propri dei. Era rappresentava la moglie perfetta, Artemide, la dea vergine, Atena era la dea che esce dalla testa, anche se poi sembrava una specie di uomo. Afrodite era la dea dell’amore, ma le sue vittime, come Fedra, finiscono tutte male. Detto questo penso che il politeismo desse più libertà alle persone rispetto al monoteismo, ma questa è una mia idea personale.

L’intervista continua su Left in edicola. Dopo il Taobuk festival, Eva Cantarella parla domenica 18 a Modena in piazza Grande per il Festiivalfilosofia e il 24 e 25 settembre ai Dialoghi di Trani

Ne parliamo su Left in edicola dal 17 settembre

 

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Un artista non deve usare le parole

Al festival di Venezia Andrej Konchalovsky ha ricevuto il Premio Bresson e il Leone d’argento per il film Paradise. Il film è una riflessione sull’Olocausto e l’ideologia nazionalsocialista in un elegante bianco e nero, svolta con stile impeccabile attraverso tre personaggi che raccontano la loro vicenda da un indefinito oltremondo. 79 anni, il regista russo è autore di molti lavori, diversi fra loro, come Maria’s Lovers, Tango & Cash, The Postman’s White Nights.
Da quanto tempo aveva l’idea di Paradise e come è arrivato alla composizione drammaturgica dei tre personaggi – la contessa russa ebrea, il funzionario di polizia francese collaborazionista e l’ufficiale nazista – che raccontano la loro vicenda?
Di solito ogni storia proviene da un tempo interiore molto lungo, lavora dentro per 10, 15 anni. Alcune idee, dettagli maturano lentamente, ma non è una storia su tre, due, quattro personaggi, bensì qualcosa di giocato sulla seduzione dei volti, la storia non è importante.
Quanto tempo avete impiegato per stendere la sceneggiatura?
Mah, non saprei… forse non più di tre settimane.
Solo tre settimane?
Ma sì, perché tutto proveniva da anni e anni di lavoro e di vita. C’era una lunga riflessione confluita in tre settimane di scrittura.
Nel film sembra che ciascuno dei personaggi coltivi un’idea di paradiso sulla terra destinata ad infrangersi contro il reale. In particolare, la Germania crea e promuove una ideologia e vi aderisce, sterminando folle di innocenti. Questa lucida costruzione del pensiero fa vacillare e resta difficile da comprendere. Che cosa scuote di più?
Penso che sia tutto un’illusione…
Ogni tipo di ideologia, secondo lei, è un’illusione?
Certamente, è un’illusione. Ogni cosa è una mera illusione e ogni illusione non fa altro che trasformarsi in un’altra illusione. L’unica non-illusione è la morte e non ne conosco altre.
Anche il marxismo e la religione?
(pausa) Certamente, sì, sì.
È stata questa idea dell’illusorietà o un progetto estetico che l’ha guidata nel film?
Non lo so, io faccio il film come se lavorassi all’arrangiamento di una musica, e questo è tutto. E comunque preferisco non entrare in questo tipo di discorsi, perché rischiano di essere masturbazioni mentali…
Non ama parlare del senso o della costruzione del senso nella sua opera?
Se io spiego il senso del mio film, ho fallito in ciò che mi ero prefissato di fare. Qualunque cosa ciascuno pensi sul film sicuramente ha ragione…
L’esposizione dei fatti da parte dei tre personaggi avviene di fronte alla macchina da presa fissa, sta suggerendo che il pubblico è l’unico destinatario delle domande irrisolte dei tre personaggi?
Penso che i volti umani siano molto interessanti da osservare, se gli attori non stanno recitando e si dispongono ad una sorta di confessione. Non mi preoccupo del pubblico. Faccio i film per me stesso e sono molto soddisfatto che ci sia qualcuno che se ne interessa ed io sia interessato ad ascoltare ciò che pensa, e questo è tutto. Molto contento di questo, nulla di più.
Mi sembra di sentire le parole di Bresson…
Non solo Bresson, anche Bergman, Bunuel, un certo cinema… I grandi autori si muovono su questa linea.

Chi è

Il regista russo Andrej Konchalovsky (fratello del cineasta Nikita S. Michalkov) aveva vinto il Leone d’Argento nel 2014 con The Postman’s White Nights. Quest’anno, a Venezia 73, ha fatto il bis con il dramma in bianco e nero Paradise. Lunghissima la sua carriera, iniziata da giovane collaborando a L’infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij. Il suo secondo film uscito nel 1968, La felicità di Asja, fu censurato per un certo realismo sulla vita nei kolchoz. Poi la consacrazione nel 1971 con il pluripremiato Zio Vanja, film che godette dell’ampia distribuzione sovietica.

Ne parliamo su Left in edicola dal 17 settembre

 

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Saviano: «Sul tradimento delle promesse non faccio sconti a nessuno»

La curiosità di sentirlo è forte. Letto il post sulla sua pagina fabebook, appesi da giorni ai passi falsi di Virginia Raggi e alle mail “non comprese” di Luigi Di Maio, le parole di Roberto Saviano arrivano forti e chiare. E in profondità. Fiducia tradita. Accusa particolamente grave per il Movimento 5 stelle che di fiducia ne aveva raccolta molta moltissima, nel nome di una “irrinunciabile” quanto “fondante” onestà.

In un lungo post hai scritto: «I peggiori nemici dei Cinquestelle sono nei Cinquestelle. Rischiano di bruciare quell’ultima briciola di fiducia che gli italiani ancora gelosamente conservano nella politica…». Che sta succendo? Inesperienza o guerra tra bande? Problema di pochi o mutazione più generale del Movimento in partito tradizionale?
No, no. Io ho scritto che la fiducia ormai non c’è più. Non l’ho posta come un rischio, la perdita di fiducia, ma come un dato di fatto. Però va detto che se il Movimento 5 stelle ha dato la spinta finale, i partiti tradizionali ce l’avevano messa tutta per impedire che tra cittadini e politica potesse ancora esserci un briciolo di empatia che portasse a comprendere le difficoltà di amministrare. I 5 stelle non sono la causa, ma la reazione. Su questo dobbiamo essere chiari. Ma qui arriva il corto circuito: governare significa assumersi responsabilità nei riguardi degli elettori ai quali, troppo spesso, viene promessa la luna.
Se potessi dire qualcosa a Virginia Raggi, cosa le diresti? Vai avanti o molla?
Vai avanti. E aggirerei, sulla nomina dell’assessore al bilancio: non è detto che debba essere un tecnico, anzi, sarebbe meglio che in questa fase la responsabilità sia tutta politica. Da qui una provocazione: Alessandro Di Battista assessore al Bilancio. È un fedelissimo, è romano, la base ha fiducia in lui. Dai comizi nelle piazze alle responsabilità concrete il passo è obbligato.

L’intervista completa su Left in edicola dal 17 settembre

 

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Allenare il muscolo della curiosità

Se dovessi augurarmi una riforma urgente per questo Paese opterei per l’educazione obbligatoria alla curiosità. Sarebbe probabilmente osteggiata da gran parte del blocco dirigente di questo Paese, non verrebbe ben vista dall’establishment finanziario, non andrebbe molto giù alle lobby in generale ma sarebbe il miglior parco giochi da augurare ai propri figli.

Insegnare curiosità, quindi? No, per niente, figurarsi: i professori emeriti della curiosità, del vedere oltre e dell’infilare la faccia dentro tutto ciò che non ci è completamente chiaro sono i nostri figli. I bambini del resto finiscono per perderla, la curiosità, logorati dalla fissità di visioni e dalla idolatria dei pregiudizi. Non bisogna mica insegnarla la curiosità: serve preservarla, evitarne la sclerotizzazione e concimarla con etica, coraggio e fantasia.

Molte delle scelte peggiori delle classe dirigenti in questi ultimi anni sono “passate” grazie alla disattenzione, la curiosità impolverata e la stanchezza dei cittadini. Un popolo curioso è ostico alle decisioni che non perseguono il bene comune; un popolo poco curioso è burro per gli interessi personali.

Allenare il muscolo della curiosità quindi significa promettersi che il muscolo rimanga sempre tonico e allungato. Allenare il muscolo della curiosità significa imporsi di fare politica oltre che ascoltarla. Allenare il muscolo della curiosità significa imparare a scardinare gli slogan, rifiutare i demagoghi e riconoscere meglio i truffatori.

Ecco, se dovessi fare un augurio spererei di non stancarmi di essere curioso.

Buon venerdì.

Sull’euro sbagliò, ma almeno Ciampi era un presidente laico

Il 2 agosto 1997, nel suo primo giorno di ferie come ministro del Tesoro del primo Governo Prodi, in pattino a Santa Marinella, cittadina del litorale nord romano. ARCHIVIO

Sul pattino di prima mattina a Santa Severa in un agosto del 1997, il primo giorno di ferie da ministro del Tesoro. Oppure lui che nuota insieme con la moglie, la “signora Franca” che se ne uscì una volta contro la televisione che rende stupidi. Sono immagini inusuali di Carlo Azeglio Ciampi, l’ex presidente della Repubblica scomparso oggi a 95 anni, ma che ben rappresentano un presidente “schietto”, amato dagli italiani insieme all’altro, dalla simpatia umana contagiosa, Sandro Pertini.

A proposito del giudizio sul suo operato come ministro del Tesoro sotto i governi Prodi e D’Alema, c’è chi adesso punta giustamente l’indice sull’adesione all’Unione monetaria che ha sconvolto l’Europa. Ma Ciampi credeva davvero che l’unione monetaria e quindi l’euro portassero all’Unione politica. «Occorreva anche continuare il lavoro comune per far sì che insieme con il comportamento virtuoso dei singoli, necessario per restare all’interno del sistema, si facesse strada una forma di collaborazione più intensa e continuativa, dalla quale l’Unione Europea nel suo complesso sarebbe uscita rafforzata» ha dichiarato in un’intervista alla stampa nel 2010.

Non fu così e gli effetti di quell’errore sono sotto gli occhi di tutti. Ma Ciampi – per anni governatore della Banca d’Italia – è anche colui che venne chiamato a un governo tecnico subito dopo Tangentopoli, dal 1993 al 1994, ed è che nel 1999 è stato eletto in poco più di due ore alla presidenza della Repubblica, trovandosi al Quirinale negli anni in cui il centrodestra provò a cambiare la Costituzione, tentativo bocciato dal referendum del 2006.

Livornese, amante della letteratura – aveva anche una laurea in lettere – Ciampi cercava di avvicinare i cittadini alle istituzioni, forse anche perché “prestato” alla politica. Soprattutto era un sostenitore della religione civile, per lui la Costituzione era la Bibbia laica. Per questo motivo, ci piace raccontare un aspetto del presidente che difficilmente viene messo in luce, visto il clima che regna attorno alla Carta, con lo scontro pre-referendum. E cioè la sua visione laica dello Stato e la difesa della patria che nasce dalla Costituzione.

Una vera “rivoluzione semantica” aveva sottolineato in un libro uscito nel 2011, La Repubblica del presidente (Diabasis), lo storico Rosario Forlenza, docente a Princeton. Ciampi come creatore di un patriottismo repubblicano, lui che era militare il giorno dell’8 settembre e che fuggì per andare a combattere i nazifascisti aderendo poi al Partito d’Azione. «La Costituzione intesa come Bibbia laica – afferma lo storico in una intervista a Left del 15 aprile 2011 – significa che la patria non è la “terra dei padri”, ma è fondata sul vincolo civico tra i cittadini, quel patto di solidarietà che ci fa agire. E questo è un elemento inclusivo: appartengono alla patria tutti, chi mangia spaghetti e chi cous cous, tanto per intenderci».

Il concetto di patria, prima inquinato dal fascismo, poi dopo la guerra osteggiato dai partiti, con Ciampi assume un connotato laico e lontano da qualsiasi sirena conservatrice. «Per anni non si era parlato di patria e quando ci aveva provato An, lo aveva fatto sempre nell’ottica di terra dei padri; invece Ciampi prova a depoliticizzare la patria, che diventa quindi qualcosa che è prepolitico, ma non antipolitico», dice ancora lo storico a Left. In questo tentativo, il presidente ripensa l’identità nazionale nel senso della religione civile. Ma senza che questa sia la versione nazionalista della tradizione cattolica, come accadeva nei primi anni 2000 con gli “atei devoti” alla Giuliano Ferrara. Ciampi, infine, che riportò la festa della Repubblica, andata via via sparendo, come difensore della laicità e della separazione tra Stato e Chiesa, essendo per lui la religione solo un fatto personale.

Gli Usa chiedono 14 miliardi a Deutsche Bank. Tutte le grane del colosso tedesco

epa05316023 A long-exposure image shows Deutsche Bank shareholders walking past a corporate logo prior to the shareholders' meeting of the German financial services company in Frankfurt am Main, Germany, 19 May 2016. EPA/FRANK RUMPENHORST

Deutsche Bank affonda all’apertura della Borsa di Francoforte. La richiesta di 14 miliardi di euro da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti è un colpo sonoro al colosso bancario tedesco, ma non si può certo dire che sia inatteso. La somma richiesta dagli americani sarebbe un risarcimento legato alla crisi dei mutui subprime, quelli concessi a soggetti che non offrono le garanzie sufficienti, e alla vendita di obbligazioni garantite da debiti (in gergo tecnico, collateralizzate), entrambi alla base della cosiddetta crisi finanziaria globale del 2008. La maggiore banca tedesca, guidata in questa difficile fase di ristrutturazione da John Cryan, è accusata di aver venduto all’epoca titoli “tossici” senza fornire le informazioni necessarie. E nel caso delle obbigazioni collateralizzate, ha evidenziato un’inchiesta del Senato Usa, lo avrebbe fatto anche negli anni successivi alla crisi del 2008.

La richiesta giunta ora dagli Stati Uniti è almeno 5 volte superiore a quella che si aspettava Deutsche Bank (ci si aspettava una proposta di accordo transattivo da circa 2,4 miliardi) e c’è chi insinua il dubbio che si tratti di una forma di reazione americana alla maxi-richiesta di risarcimento fatta dall’Ue a Apple per le tasse non pagante in Irlanda. Il colosso bancario tedesco, stando alle testate di settore, avrebbe reagito con un no secco, lasciando presagire l’avvio di una lunga fase negoziale, non priva di tensioni tra i due Paesi, per ridurre l’etità del risarcimento.

La vicenda ha rieccaso i riflettori su questo gigante finanziario dai piedi d’argilla (Left gli aveva dedicato la copertina del numero del 16 luglio 2016), che sembrava aver superato con poche ammaccature la crisi del 2008 nonostante fosse tra i soggetti più attivi nel mercato dei subprime e delle obbligazioni garantite da debiti (in gergo tecnico, collateralizzate). Ma una serie di scandali e sanzioni negli ultimi anni ne hanno messo in luce le crepe. Nel 2013 dalla Commissione europea è arrivata una multa di 259 milioni di euro, seguita nel 2015 da una stangata da 2,5 miliardi di dollari ad opera delle autorità statunitensi e britanniche, per avere manipolato i tassi Libor, Euribor e Tibor, utilizzati per fissare il costo dei prestiti fra banche e come riferimento per le operazioni commerciali, come i mutui verso la clientela. Lo scorso marzo Beutsche Bank ha reso noto che il valore della propria attività finanziaria riferibile a derivati è di 52mila miliardi di dollari, duemila volte la capitalizzazione di mercato dell’istituto e oltre 13 volte superiore al Pil della Germania.

Così, alla fine dello scorso anno arriva l’annuncio di una pesante ristrutturazione, con tagli alle consulenze e del 9% del personale, oltre al ritiro da dieci Paesi. Le perdite nel bilancio 2015 ammontano a 6,8 miliardi e anche Brexit contribuisce a indebolire Deutsche Bank con un ulteriore flessione delle quotazioni. La bocciatura agli stress test dello scorso 30 giugno ha completato il quadro: il fondo monetario ha chiesto un monitoriaggio sulla gestione del rischio e sull’esposizione tranfrontaliera esprimenfdo forti critiche all’istituto tedesco, che – sottolina l’Fmi nel Financial Sector Assessment Program – risulta la maggiore fonte potenziale al mondo di shock esterni per il sistema finanziario.

Poi, nel 2016, c’è stato il fertility day. Più che un tuffo, un ceffone nel passato

«Non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio», era la massima spesso ricamata sulle camicie da notte delle nostre bisnonne, o trisavole, giusto perché fossero ben chiari il ruolo, la funzione e soprattutto le aspirazioni di una “brava donna” dell’epoca. Camicie che a volte presentavano un parimenti ricamato foro all’altezza dei genitali onde evitare l’inopportuna rimozione dell’indumento.

La stessa frase era consigliata a ripetersi, tipo mantra, per tutto il coito: distraente e mortificante al punto giusto. D’altronde, sull’identificazione della donna e del suo relativo prestigio sociale con un buco procreatore si potrebbe parlare per ore. D’altronde, erano anche i tempi nei quali al momento del parto, alla fatidica domanda se salvare madre o figlio, il manuale del buon confessore suggeriva di squartare la donna per riuscire almeno a battezzare il feto.

In tempi più recenti scomparivano i ricami-disclaimer dalla lingerie, ma non l’imperativo morale sottostante, e si aggiungeva la patria come obbligatorio destinatario degli sforzi ovulatori e puerperali (“Se nasce l’ottavo lo chiamiamo Adolfo” viene detto, anzi no, ordinato alla Loren nelle ultime battute di Una giornata particolare).

Ma, accidenti, poi ci sono stati che so, Pincus, la rivoluzione sessuale, il secolarismo avanzante, il femminismo e i femminismi, il divorzio, l’aborto, la crescente elaborazione consapevole della fondamentale importanza dell’autodeterminazione dell’individuo in quanto tale, soprattutto in relazione alla propria libera sessualità. Poi, nel 2016, c’è stato il Fertility day (rumore di freno a mano). Una campagna costosa e assurda della quale già si è per fortuna detto e criticato abbastanza, da più voci autorevoli, sotto più fronti, sotto più aspetti. Più che un tuffo, un ceffone in quel passato che non invoglia poi tanta nostalgia.

Campagna che fa acqua (di fogna) da tutte le parti. Da quella statistica (l’Italia farà pure meno figli di una volta, ma il mondo-pianeta scoppia e volenti o nolenti ci dobbiamo entrare tutti) a quello traducibile in: no lavoro, no welfare decente, no soldi, no figli, che volgarmente pretenderebbe di pretermettere il pargolo alla propria cena. Sempre a proposito di acqua, il bene comune sarebbe la fertilità (caratteristica fisica casuale e individuale) e chi se ne importa della persona che ne è, sempre casualmente e individualmente, portatrice. Fertilità a tutta birra, insomma.

A meno che non si sia interessati all’applicazione di una ormai quasi decente legge 40, però. Che in quel caso è preferibile mettere tutti i paletti possibili. Così come più che paletti vere barriere architettoniche sono innalzate all’applicazione della 194. Almeno in questo si è coerenti: meno aborty, più fertility. Poco importa che per la disapplicazione di un diritto fondamentale riconosciuto per legge arrivino condanne anche in sede europea: per la nostra ministra va tutto bene.

Forse meno coerente trattare le quarantenni da bambine imbecilli, sventolando loro sotto il naso una clessidra o un alienato – e chiaramente destinato al fallimento – figlio unico, mentre ci si guarda bene dal fornire un qualsivoglia rudimento di educazione sessuale (il Gender!) alle adolescenti. Si è parlato di fraintendimento. Una cosa sono le cartoline per i social, altra i veri scopi del progetto. In effetti sono peggio. Il Piano Nazionale della Fertilità (brividi) al cui interno è inserito il tanto incompreso Day sostiene che «la sessualità non è un accessorio del nostro comportamento avulso ed enucleabile dalla funzione riproduttiva». La fregatura è che non danno più le camicie col buco in omaggio. In ogni caso c’è poco da preoccuparsi. Lo sanno tutti che la madre dei cretini è sempre incinta.
*Portavoce e responsabile iniziative legali Uaar

Se il caporalato è come la mafia, andiamolo a stanare

Un frame tratto da un video della Guardia di Finanza di Sibari mostra un momento dell'operazione della Fiamme Gialle, ed in particolare, dei controlli compiuti per contrastare il fenomeno del caporalato nella piana di Sibari, Cassano allo Ionio (Cosenza), I finanzieri hanno denunciato sei persone, di cui quattro italiani, un bulgaro ed un pakistano. ANSA/ UFFICIO STAMPA/ GUARDIA DI FINANZA

La schiavitù. La schiavitù è una di quelle parole che eravamo convinti di avere riposto in soffitta, di quelle andate fuori tempo e buone ormai solo per farci qualche pastetta di memoria. Un politico che parla di schiavi è una fotografia che riusciamo a immaginare solo in bianco e nero oppure con i colori dei Paesi troppo povero e troppo lontani per suscitare empatia. Chissà quale meccanismo sociale scatta per stabilire che ormai non è più tempo di quella parola lì, chissà dove si è accesa la prima spinta che ha decretato che la schiavitù si fosse estinta, finita. Via.

“Allarme schiavi”: c’è bisogno di schiaffi per rianimare i sensi sopiti. Il dolore passa, dura il tempo del pianto, poi la polemica, gli omaggi, il funerale e le promesse. Quando l’anno scorso Paola Clemente è morta seccata sotto al sole per raccogliere l’uva a due euro all’ora nessuno s’è fatto mancare un filo di cordoglio, poi un sorso di condanna e via con la litania delle promesse. «Il caporalato è come la mafia» aveva dichiarato il ministro all’agricoltura Maurizio Martina e furono in molti a pensare che l’Italia volesse prendersi per davvero l’onere di lenire il sole sopra gli schiavi.

Forse il ministro sa che, come la mafia, il caporalato non è il fenomeno rustico e peloso come si vorrebbe fare raccontare ma si infila nei gangli più alti della quotidianità, della società gaudente e della società potente; come la mafia il caporalato sa di sangue e merda ma sa diventare commestibile, rispettabile o addirittura eccellente; forse il ministro sa che, come la mafia, noi non possiamo occuparci del caporalato ma il caporalato alla fine si occupa di noi, occupa i banconi del nostro supermercato, occupa le nostre tavole e gestisce i nostri gusti e sancisce le nostre opportunità; come la mafia il caporalato investe sulla disperazione ma blandisce il potere, corrompe i controlli e, pervasivo e sistematico, sorregge intere economie; forse il ministro Martina sa che anche per il caporalato, come per la mafia, servono leggi speciali, professionisti preparati, testimoni da proteggere e intanto diffondere, controlli serrati e un serio lavoro culturale e sociale. Come la mafia impone la tassa illegale del pizzo così il caporalato oggi pretende un’usura nascosta solo che qui, tra la raccolta nei campi da nord a sud, l’usura è fisica: erode le mani, asciuga i polmoni, infeltrisce i muscoli e intanto si mangia i diritti.

Allora recuperiamo le parole nascoste nei cassonetti: mafia sì ma anche schiavitù, emergenza umanitaria. Il genocidio di una categoria professionale che si ripete stagionale come se fosse ormai naturale. Se la politica è anche alimentazione civile allora decidiamo che quest’anno per questo raccolto non ci concediamo il diritto di contare i morti ma andiamo ad ascoltare e osservare i vivi. Lo faccia il Presidente Mattarella, con tutto l’autorevole carico che rappresenta in ogni suo sguardo sul Paese, lo facciano gli integralisti del rispetto della legge: si mischino nei campi, ascoltino i molti che combattono al fronte e guardino diritti negli occhi gli speculatori. Abbiamo a disposizione la mappa dei delitti proprio mentre si consumano. Che altro serve?

Questo è il viaggio da organizzare per la politica italiana.