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I soccorritori li riconosci dalla polvere

Vigili del Fuoco durante le operazioni di demolizione controllata nel centro di Amatrice, 28 agosto 2016. ANSA/ ROBERTO SALOMONE

Amatrice – Gli occhi ancora umidi escono dalla zona rossa. I soccorritori li riconosci così, dal lampo particolare sul volto, dell’incubo visto qua sotto, e dalla polvere sugli scarponi; quelli coperti di polvere hanno i gesti lenti di un’umanità diversa, sono passati dall’altro lato. Forse non hanno potuto salvare tutti quelli che avrebbero voluto. Ormai si ritrovano solo persone senza vita ma ci si aspetta ancora qualche miracolo.  L’accesso alle case è stato ostruito dall’abnorme quantità di detriti e intere case crollate in stradine strette. Bisogna scavare piano, forse qualcuno è ancora vivo. Si richiede il silenzio, per cogliere il minimo fiacco grido d’aiuto. Fosse vivo un bimbo. È così che i Vigili del fuoco hanno tratte in salvo 238 persone da sotto le macerie.

La parola “macerie”, ad Amatrice si è materializzata, ha cambiato significato. Non sarà mai più la stessa. Un intero paese raso al suolo, e gli altri, Accumoli, Arquata del Tronto. Tetti, e soffitti a terra, come se i piani si fossero accasciati gli uni sugli altri. Strati di polvere. La zona rossa ha il sapore di una tragedia, causata dalla natura.

Più in là, su un tavolo i bicchieri sono ancora in piedi, si sarebbe bevuto e mangiato, all’Hotel Roma, si scorge la vita, prima dei fatali 142 secondi. Tempo sospeso, in una specie di Pompei contemporanea. Ma arrivano da tutti gli angoli d’Italia, in una lunga fila con i cofani pieni, di cibo e vestiti e abbracci. Parenti, soccorritori, medici infermieri volontari, semplici cittadini a dare una mano. È un cuore. Perché però quando è la natura a causare il dramma, si solidarizza di più che con i drammi causati dall’uomo? Lontananza o rimozione?

Dietro si profila Aleppo, da cinque anni, una popolazione annientata che sopravvive sotto le rovine, stessi o peggiori paesaggi perché li è guerra, bombe, armi di distruzione di massa, armi chimiche, anche illegali come fosforo e napalm, che cascano ogni giorno su civili inermi. Perché non gridiamo? Perché ad Aleppo non è arrivata la solidarietà? I media mondiali si gettano sui sopravvissuti italiani e i drammi di Gianna, Piero e gli altri. Spettacolarizzazione della morte in diretta. Ma che fine hanno fatto, Yusra, Ahmed e Ali? Li conosciamo, conosciamo i loro nomi e volti? Non abitano nemmeno i nostri schermi, non li salviamo neppure. Li lasciamo morire a mare. Dopo le bombe li lanciamo nella fossa comune. Fisso le macerie ma vedo fisso il volto di Omran (il bimbo siriano). E’ lui il vero volto che plana sopra tutto. Ma Aleppo non ci parla, Amatrice sì. Qua si hanno parenti, si viene a gustare la famosa pasta. Ai profughi siriani scampati, perché non apriamo le braccia? Anche loro sono scappati dalle macerie. Ma qua non c’è tempo per pensare. Il tempo accelerato dall’immensa emergenza, l’Italia che si muove unita, tutte le forze giunte sembrano un solo corpo.

 

Più in là, però sorgono i dubbi. A occhi nudi, si capisce la questione. La scuola elementare di Amatrice antisismica, avevano detto nel 2012, crollata di un colpo (fortunatamente in tempo di vacanze senza bambini dentro). E più in là, il campanile di Accumoli, anch’esso “ristrutturato”, ma crollato addosso ad un’intera famiglia con due bimbi. Si faranno i conti, si dovranno fare i conti, dei fondi anti-sismici non spesi per la riabilitazione a norma dei centri abitati della zona rossa dopo l’Aquila. Lei intanto è su tutte le bocche. Ad ogni scossa, è lei che si rammenta. Esattamente la stessa ora della notte. Le scosse ripetute stremano. Dal 24 agosto, non si dorme più o solo in tende nel giardino, persino se la casa è ancora in piedi, o nelle tendopoli allestite in fretta dalla protezione civile. 1000 scosse da quella notte, la popolazione è con i nervi a fior di pelle.

A Poggio Cancelli, un paese un po’ prima di Amatrice, incontro alcuni terremotati dell’Aquila, rialloggiati nei MAP, “Modulo Abitativo Provvisorio”, ovvero scatole di cemento. Da sette anni, vivono lì, lo Stato non ha mai ricostruito la casa crollata o dichiarata inagibile, in sette anni dopo lo show e le promesse show, non è cambiato nulla. Loro i terremotati Aquilani che giungono in segno di solidarietà, si augurano che gli abitanti di Amatrice non facciano la stessa fine.  Assurda ripetizione.

Nei leaks siriani La guerra tra Damasco e Ankara

epa05438564 Syrian soldiers man positions during clashes against armed groups in the area around Aleppo, Syria, 23 July 2016. Aleppo is suffering a surge of violence since late April, which worsened last month. For more than five years Syria has been the scene of a conflict that has killed more than 280,000 people, according to figures released by Syrian Observatory for Human Rights. EPA/STR

Se c’è un Paese che ha fatto di tutto per far cadere il dittatore siriano Bashar al-Assad, questo è la Turchia. È il giugno 2012 quando Erdogan fa sapere alla Nato di voler entrare direttamente in guerra con Damasco. In quel periodo la rivolta siriana, iniziata un anno prima e già trasformatasi in guerra civile, vede i ribelli avanzare e avere la meglio in molte aree del Paese. La risposta del regime non si fa attendere e, sempre in quell’inizio estate, usa elicotteri d’assalto nei centri abitati, mentre nelle città i soldati governativi impiegano negli attacchi con gran frequenza le milizie shabiha, formazioni spesso appartenenti alla criminalità comune di giovani alawiti – minoranza religiosa a cui appartiene circa il 12% della popolazione siriana, compreso il clan degli Assad.

I massacri di civili sono all’ordine del giorno. Sono in molti in quei mesi a prefigurare una prossima caduta del regime e a sostenere apertamente il fronte dei ribelli. La più attiva è, da quasi subito, proprio la Turchia che fornisce armi al neonato Esercito libero siriano (Els) e offre riparo ai vertici militari dell’opposizione. Anche Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna cominciano a fornire equipaggiamenti e finanziamenti, mentre l’Unione europea inasprisce l’embargo sulla Siria.

I ricchi emirati del Golfo Persico, finanziano e inviano ugualmente armi ai ribelli, soprattutto ai gruppi integralisti di ispirazione salafita, come appunto al-Nusra. Un rapporto «confidenziale» del Dipartimento di Stato statunitense del 28 giugno 2012, pubblicato da Wikileaks e basato come spesso in questi casi su «fonti con l’accesso ai più alti livelli dei governi e delle istituzioni (…), compresi partiti politici, servizi di intelligence e di sicurezza locali», rivela l’attivismo del generale Necdet Oezel, Capo di Stato maggiore turco fino al pensionamento nel 2015. In quei giorni la tensione tra Ankara e Damasco è alle stelle. In sede Nato si susseguono le consultazioni sull’incidente avvenuto il 22 giugno: l’abbattimento da parte dell’antiaerea del regime siriano di un caccia F-4 Phantom dell’aviazione turca. Ankara considera l’accaduto un atto di guerra e sulla base dello statuto dell’Alleanza Atlantica, considerandosi Paese membro “aggredito”, chiede l’intervento Nato.

Pur condannando «le attività militari siriane contro la Turchia», si legge ancora nel cablogramma riservato, gli alleati «si oppongono a una risposta aggressiva», ribadendo che «il governo turco non si può permettere di attirarli in una guerra che potrebbe diffondersi rapidamente in tutta la regione». Il generale Oezel spinge però sull’acceleratore, assicurando a Erdogan che «l’esercito turco potrebbe sottomettere le forze siriane subendo danni minimi, in particolare grazie al morale estremamente basso di quello siriano». L’allora numero uno delle forze armate turche aggiorna ugualmente i suoi piani di guerra per la Siria: «400.000 riservisti, che possono essere attivati in tempi relativamente brevi, se necessario (…) anche se ben 100.000 soldati sono coinvolti in operazioni contro i curdi del Pkk nelle montagne orientali della Turchia e nel nord dell’Iraq, la maggior parte delle restanti 600mila truppe sono disponibili per le operazioni contro la Siria, tra cui le élite delle forze speciali e le unità di polizia paramilitare». Il dispaccio diplomatico cita poi una fonte con «accesso ai servizi di sicurezza libanesi», la quale sostiene che gli 007 di Assad «hanno intensificato le operazioni nella regione di Tripoli e in tutto il nord del Libano (…) con l’aiuto dei loro alleati di Hezbollah (…) nel tentativo di limitare il sostegno salafita all’Esercito libero siriano».

Gli altri leaks siriani li trovate su Left in edicola dal 27 agosto

 

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8×1000, piccola guida per una legge fatta male

ANSA/ L'OSSERVATORE ROMANO ++HO - NO SALES EDITORIAL USE ONLY++

La Chiesa Cattolica quest’anno ha guadagnato più di 1 miliardo di euro dalla redistribuzione dell’8×1000. Ma ha ricevuto questo denaro non solo da chi ha liberamente optato di donarlo ad essa: anche i soldi di chi ha deciso di non scegliere probabilmente hanno preso la stessa strada. E questo non perché, come vulgata popolare racconta, siamo “un Paese cattolico”: il problema risiede nella struttura della legge che regola tale istituto fiscale.

Il momento di compilare le dichiarazioni dei redditi è tuttavia ormai lontano nel tempo: quelle del 2016 sono già andate, e quelle del prossimo anno arriveranno solo in primavera. Che il periodo non sia quello propizio lo si nota anche dalla mancanza degli abituali bombardanti pubblicitari a tema, all’insegna del “Dateci il vostro 8×1000, e faremo tanto bene al mondo”. Ma questo non è un buon motivo per non comprendere le radici della questione.

I problemi dell’8×1000 si riassumono nella gestione delle quote inespresse. Cosa fare col denaro di chi non sceglie? “Lasciarlo allo Stato” verrebbe da pensare, ma le cose stanno un po’ diversamente. «Il meccanismo delle scelte non espresse è quello che crea le maggiori distorsioni tra quello che è il testo legislativo nella realtà e quella che è la percezione comune dei contribuenti. Non scegliendo si pensa di non pagare per nulla o lasciare questa parte di imposta allo Stato, quando evidentemente non è così» spiega Marco Belfiore, avvocato membro dell’Istituto Nazionale Tributaristi. Già, perché le quote dell’8×1000 di chi non sceglie vengono automaticamente redistribuite secondo le percentuali indicate da chi si è espresso. In altre parole, i pochi che scelgono lo fanno per tutti. «Possiamo vederlo come un sondaggio: lo Stato decide di chiedere ai propri cittadini come utilizzare quella parte di denaro pubblico prelevata attraverso l’Irpef, invece di farlo decidere al Parlamento. Ed è in quest’ottica che sceglie a chi destinarlo, utilizzando le indicazioni di chi si esprime».

Questo articolo continua su Left in edicola dal 27 agosto

 

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Prova di carattere.

Non siete, non vi lasceremo soli. È l’impegno preso dallo stato davanti alle vittime del terremoto, alle loro famiglie, agli amici, a chi non ha lasciato quella faglia appenninica che dell’Italia rappresenta la colonna vertebrale. Impegno solenne, suggellato dal silenzio di Mattarella. Il Corriere pubblica la foto di una donna in lacrime, a mani giunte, e del presidente che la trattiene per le spalle: “Signora, ha tutto il diritto di essere arrabbiata”, pare le abbia detto. Il vescovo racconta di avere chiesto al suo dio: “Signore, e ora che si fa?”. Agnese Renzi piangeva, semplicemente, seduta in prima fila. Immagini che -scrive Maurizio Molinari- dimostrano “compostezza, vigore e forza di carattere”. “In questa estate di disastri, terrorismo e migrazioni l’Italia è stata messa alla prova, dimostrando di avere abitanti con una tempra non comune”. Sul suo giornale Enzo Bianchi ci invita, tuttavia, a “vigilare affinché l’angoscia del restare «senza parole» non sia anestetizzata dal ripetere parole senza senso”. “La nostra vita -prosegue- è stata affidata da dio alle nostre mani, mani fragili, mani capaci anche di commettere il male, mani più sovente responsabili di omissioni nei confronti del bene”. Dio si sottrae, sostiene Bianchi, ma per lasciare all’uomo la libertà di scegliere.
Qualcuno dovrà pagare? Quanto? A chi? Altan ricorda invece l’altra Italia, quella cinica, che si frega le mani davanti alle tragedie perché sa che alla fine le porteranno soldi e affari. “Terremoto, sempre ritornano -scrive il Fatto- I mafiosi e l’arrestato a L’Aquila”. In un’intervista al Corriere il presidente del Senato osserva: “Se cadono gli edifici pubblici è perché ignoriamo le regole”. Questa volta non avverrà? Sapremo fare le cose come si deve? Il governo ha scelto come commissario per il terremoto Vasco Errani. Politico di lungo corso, per venti anni iscritto al PCI, si è dimesso da presidente dell’Emilia Romagna dopo esser stato condannato in appello, l’8 luglio del 2014, per “falso ideologico”. Due anni dopo è stato assolto “perché il fatto non costituisce reato”. Persona seria. Il Giornale di Sallusti parla di “patto all’Amatricia(na)”: Berlusconi avrebbe accolto l’invito di Renzi all’unità per ricostruire. Un tavolo di coesione per i provvedimenti”. Buone promesse. Vedremo.
Terremoto a parte, in Tunisia nasce un governo di giovani e di solidarietà nazionale contro il terrorismo islamico. Emergency deve abbandonare la Libia per via delle minacce che le sono arrivate da ambienti legati al potente generale Haftar. A Copenaghen “due imam donne, Sherin Khankan e Saliha Marie Fette, hanno tenuto il sermone della preghiera del venerdì per la prima volta in Danimarca inaugurando la moschea Mariam”. A Parigi la sindaca, Anne Hidalgo ha deciso di chiudere al traffico automobilistico les voies sul berge de la rive droite della Senna, dopo che il suo predecessore aveva chiuso, con successo quelle de la rive gauche. Hillary Clinton dovrebbe vincere, stando ai sondaggi, negli stati della east coast e della west coast, perdendo però nello sterminato centro America. E le basterebbe -si tratta, infatti, degli stato più popolosi- ma per mettere in sicurezza il ritorno alla Casa Bianca, parte alla conquista del Texas, regno dei Bush schifati da Trump.

Che triste la Sinistra, sola e lontana, in questa estate 2016

CAPALBIO (GR) ULTIMA SPIAGGIA

Che brutta Sinistra questa estate. Si può dire? Che brutta Sinistra questa che incespica sui metalmeccanici con il deputato Sannicandro, di Sinistra italiana,(e il suo gigionamento con cui cerca di rimediare) e poi si sposta a destra sui diritti nei propri spazi – o in quelli che nell’immaginario sono spazi della Sinistra – come è accaduto a Capalbio. Ma non è solo questione di strafalcioni, no: questa Sinistra s’è spenta, ecco perché è una brutta Sinistra quella di questa estate. S’è spenta perché è stata addomesticata per pascolare nello spazio limitrofo dell’onnivoro Pd e proprio ora che i democratici renziani salpano verso destra, di qua sembra di assistere al barcollìo di chi ha perso l’orizzonte. Metalmeccanici e Capalbio sono solo i sintomi di una vertigine che si è sclerotizzata tanto da diventare naturale e forse sarebbe il caso di dirglielo a questi indigeribili dirigenti: la missione ad oggi è fallita. Non chiusa, certo, ma fallita.

I punti fissi, innanzitutto

Abbiamo sempre saputo (ce l’hanno detto e l’hanno scritto dappertutto) che la Sinistra si sarebbe occupata dei deboli. Mica solo delle criticità e delle debolezze: dei deboli come persone. E proprio mentre le diseguaglianze si cementificano con il placet dell’Europa, proprio ora che l’establishment non ha più interesse nemmeno a nascondersi, la Sinistra sembra avere perso il fuoco: voi l’avete capito chi sono i fragili secondo questa classe dirigente? I nuovi poveri, gli invisibili e i precari sembrano scomparsi dal radar: se è vero che si riesce a fare massa intorno a una donna massacrata, un rifugiato calpestato o di fronte a un abuso di polizia (e per fortuna) sembrano essersi dispersi i disperati intermedi, quelli che galleggiano tra le pieghe non mediatiche. Se i bisogni non sono organizzati in comitati, sindacati o associazioni, questa Sinistra si convince che non esistano e così gradualmente continua a perdere la connessione con il mondo. Nel suo «che siamo, metalmeccanici?» il deputato di Sinistra italiana mostra tutta la miopia di una classe dirigente che osserva il Paese dai bollettini stampa: anche le categorie dei bisogni non si sono aggiornate.

La retorica

Melensa, insopportabile, vuota e arrendevole: la lingua della Sinistra ha la spietata banalità di un telefilm a basso costo. Si caracolla tra il vetusto e il tentato simpatico ma solo una bella foto di Berlinguer riesce a scaldare un poco i cuori. Abbiamo un premierato con vocabolario adolescenziale ma a Sinistra non si riesce a uscire dai soliti canoni: l’italiano funzionariale, il peana nostalgico, la stitichezza del ripiegato su se stesso, il grandiloquente incapace di sentire oppure la contrizione del pretino stinto. Specializzata nel suo ruolo di consolatrice questa Sinistra si infiamma più per un congressino interno che per disegnare una speranza. (…)

(Su Left in edicola l’articolo continua: Giulio Cavalli parla ancora della retorica, della renzocrazia, del parlamentarismo e della classe dirigente della sinistra)

L’articolo di Giulio cavalli sullo stato della sinistra continua su Left in edicola dal 27 agosto

 

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Vinicio Capossela, Peppe Voltarelli, Baba Sissoko. Chiamateli pure cantastorie

Dagli aedi dell’Antica Grecia ai cantastorie dei giorni nostri, passando per i menestrelli del Medioevo.
C’è sempre un artista che, in pubblica piazza, racconta storie con il canto.
Storie antiche che sanno dell’oggi, che narrano di gesta quotidiane e contengono significati universali.
L’umanità tramanda la sua storia in forma orale da sempre e, spesso, lo strumento prediletto è la musica. Corde di una chitarra, pelli di un tamburo o un’intera banda, accompagnano canzoni libertarie che mettono a nudo la realtà, abbattono ogni muro e ricordano agli uomini chi sono. E dove comincia la loro Storia.
Left ha incontrato tre cantastorie: Vinicio Capossela, Peppe Voltarelli e Baba Sissoko.

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Vinicio Capossela

«Ricreare la memoria del mondo, col canto». Ecco cosa fa un cantastorie, secondo Vinicio Capossela. Non gli spiace affatto esser chiamato così, anzi, ride divertito e replica: «Forse sono un “contastorie”, inteso come “lu cunto” (lo racconto)». Canta e suona di storie antiche da sempre, Vinicio. Corna in testa e pellicce in corpo, immerso nelle sue maschere libera l’“invasato” e ci meraviglia, con quel fare che fu degli aedi, i cantori dell’Antica Grecia prima e dei cantastorie di ogni parte del mondo, poi.
Il grande potere conoscitivo del canto epico che narra persino l’inenarrabile, quando lo hai scoperto?
Sono sempre stato attratto dal canto epico, è qualcosa che va oltre la propria esperienza personale, e canta di una vicenda o di una storia, ma di una storia più generale, universale. E, soprattutto, è sempre connesso al senso della meraviglia, al meravigliare l’ascoltatore cantando un racconto verosimile. Mi hanno incantato i grandi aedi a partire da Omero, del resto l’Odissea era fatta per essere cantata. E quando leggevo Omero non mi veniva in mente la storia, ma le mie vecchie nonne che da piccolo ascoltavo, quel senso dell’onore, anche quel saper descrivere il contesto ambientale, la stagione, la presenza della terra, della pioggia, degli elementi naturali. E tutto questo confluire, questo modo di raccontare è quasi un prolungamento di questa cultura antica, quasi aedica.

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Peppe Voltarelli

«Un bel pretesto per esplorare ancora di più il Sud, lontano dai cliché». Terrone che canta in dialetto, libertario che pensa con la sua testa. Voltarelli (che canta Profazio) fa opera di rivendicazione politica e culturale omaggiando il cantastorie calabrese Otello Profazio, uno dei cantanti dialettali più importanti del Meridione. Per incontrarlo, Peppe Voltarelli, ha percorso la Salerno-Reggio a bordo di un’auto diretta a Pellaro, estremo sud di Reggio Calabria. Poi, chitarra e voce, in stile Profazio, gli ha eseguito sul divano di casa l’album con le tracce scelte tra le centinaia del suo repertorio che spazia nelle musiche e nelle lingue di tutto il Sud. «L’opera di Otello è un gran lavoro di raccolta, di esplorazione e anche di diffusione e riscrittura della musica popolare», dice Voltarelli: «Ho sentito l’esigenza di avvicinarmi a questo artista, studiarlo, capire quale fosse il suo metodo, poi ho pensato che rendendogli omaggio in vita mi sarei sentito più ricco, e anche più orgoglioso di conoscere la storia della mia gente». Il ricordo di quell’incontro sta tutto dentro un’emozionata e fragorosa risata di Peppe: «Quando gli ho portato il disco è rimasto contento, ha fatto un po’ di osservazioni, come “sai, le sfumature sono importanti, io vivo di sfumature” (riprende a ridere). Otello ha sempre fatto musica in maniera radicale, chitarra e voce, qualche volta anche fregandosene della tecnica. Ma credo sia stata una grande gioia per lui vedere le sue creature col vestito buono.

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Baba Sissoko

«Sono un griot afrocalabrese», ride forte Baba Sissoko. È nato e cresciuto nell’antichissima città di Timbuctù, in Mali, terra africana dove il blues, il jazz e il soul hanno profonde radici che hanno regalato al mondo musicisti come Salif Keita, Ali Farka Touré, Toumani Diabate. Ma Baba vive a Cosenza da quasi 20 anni, insieme alla moglie e i tre figli nati qui. «La musica popolare da queste parti e in tutto il Sud è proprio come il sapere dei griot, perché parla di Storia e trasmette sapere». Le parole e i pensieri, quando si parla con Sissoko, assumono un tono spirituale e terreno insieme. Alza forte il tono della voce, di tanto in tanto, e poco dopo rasserena l’aria con un sorriso. Dev’essere il potere magico dei griot, pensiamo. Baba Sissoko è un griot, ovvero un poeta e cantore che conserva la tradizione orale degli antenati, come tradizione africana comanda.

Le interviste complete ai tre cantastorie su Left in edicola dal 27 agosto

 

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Più sabbia che cemento. Caffè del 27 agosto 2016

281 morti accertati, 15 dispersi, 43 vittime ancora senza nome, 2.500 sfollati. Corriere e Stampa aprono con il bilancio, amarissimo, del terremoto. Repubblica e il Fatto denunciano le responsabilità, quelle che già si vedono. “L’accusa del procuratore, palazzi con più sabbia che cemento”, è infatti il titolo del giornale diretto da Mario Calabresi. “La scuola crollata: quei lavori sballati puzzano di mafia”, questa invece la scelta di Marco Travaglio. Oggi i primi funerali di stato, con Mattarella e Renzi. Poi gli impegni, le promesse, il timore che vengano disattesi, come troppe volte è successo in passato
Burkini no. In Francia il Consiglio di Stato si è pronunciato contro il divieto, considerandolo lesivo delle libertà fondamentali. Poteva fare altrimenti? Certo che no. Si poteva impedire, in nome della läicité -che poi significa netta separazione tra cittadinanza e fede- che persone con indosso il burka, dunque travisate e non riconoscibili, entrassero in un pubblico ufficio. Si poteva vietare nella scuola pubblica ogni clamorosa ostensione della propria appartenenza religiosa: il velo integrale come la kippah in classe o un grosso crocifisso al petto. Ma non obbligare una donna a fare il bagno in bikini o a non farlo. Era solo una stolta polemica estiva e mi ha sorpreso che il primo ministro francese, Manuel Valls, per lucrare qualche consenso, l’abbia confortata. “Ma oggi il velo è un gesto politico”, dice Azar Nafisi, intervistata dal Corriere. È una sfida, alla quale però bisogna rispondere, dice bene la scrittrice iraniana, costruendo “spazi pubblici di dibattito e spazi dove possa rifugiarsi chi entri in contrasto con le famiglie”. Politica non divieti.
L’ANPI per il No, il Pd per il Sì. Si terrà forse il 10 settembre, alla festa di Bologna, il faccia a faccia tra il presidente Smuraglia e il segretario Renzi. Al di là del voto referendario -a proposito, quando andremo alle urne?- si confronteranno due modi di raccontare la storia d’Italia. Quello di un signore che ricorda la scomunica papale dei comunisti, il boom e le politiche criminali di “sviluppo” della borghesia rampante negli anni 60, la conventio ad escludendum che ha piegato per ragioni politiche il dettato costituzionale. E la narrazione di chi vede invece nel passato una scia indistinta di errori, le cui colpe sono semmai in primo luogo delle sinistre, dei diritti che si andavano acquisendo divenendo così tabù, delle conquiste sindacali che avrebbero depresso la “produttività”. Ora che è arrivato il rottamatore, è venuto il tempo di riscrivere memoria e costituzione. Viva! Gridano in coro le truppe che sostengono il premier, feroci nell’insulto ai dissidenti più di quanto non si siano mai mostrati né berlusconiani né grillini. Ora si cambia, ora finalmente si fa. Non importa cosa si stia facendo, l’importante è che si faccia. Non importa come, perché si fa come si può.
Pierluigi Bersani continua a dire che Renzi “fa ammuina”: non chiarisce, cioè, se e come vorrà cambiare l’Italicum. È una denuncia anacronistica quella dell’ex segretario dell’ex Pd. A Renzi interessa costruire il Partito di Renzi, Partito del Premier e del Governo. Interessa alzare un Vallo di Adriano: di qui noi, che facciamo e quindi amiamo l’Italia, dall’altro quelli che discutono del passato e quindi non fanno e non amano che se stessi. La “minoranza” tratta una mutazione ormai antropologica, come una normale questione da discutere tra simili nello stesso partito!
Rien ne va plus. Ma purtroppo discutere si deve. Ragionare del passato è più che mai necessario. Perché la ripresa salvifica – ormai è chiaro- non verrà. E molti commentatori cominciano a vedere come tutte le armi delle potenti banche centrali appaiano ormai spuntate. La Yellen per ora non lo fa, ma forse aumenterà i tassi della Fed. E allora? Fino a quando Draghi potrà continuare con il Quantitative Easing? Mario Deaglio cita proprio il presidente della BCE: “la politica monetaria può assicurare la stabilità dei prezzi, ma da sola non può rendere durevolmente prospera un’economia” . Significa, spiega Deaglio per la Stampa, che “la palla sta tornando ai governi e alle imprese. Solo se la sapranno raccogliere, esprimendo programmi «forti», le possibilità di uscire dalla quasi-stagnazione attuale diverranno davvero reali”.

Anche nello sport il gender gap si fa sentire. Le donne? Mai professioniste

Chiara Tabani of Italy reacts after goal during the women's Water Polo semifinal match between Russia and Italy of the Rio 2016 Olympic Games at the Olympic Aquatics Stadium in the Olympic Park in Rio de Janeiro, Brazil, 17 August 2016. ANSA /CIRO FUSCO

Delle 28 medaglie vinte dalla squadra italiana alle Olimpiadi di Rio, le donne ne hanno vinte 10: un solo oro sugli otto complessivi, ma sette argenti su dodici, due bronzi. Non hanno quindi sfigurato rispetto ai loro compagni, stante che, se non sbaglio, le donne ammontavano a poco più di un terzo della squadra italiana presente a Rio. È quindi un buon momento per sollevare per l’ennesima volta la questione della disparità di trattamento che ancora esiste tra atlete e atleti, dal punto di vista sia economico sia della sicurezza sociale, una disparità che sembra resistere tenacemente, nonostante le diverse proposte di legge periodicamente presentate in parlamento a questo scopo e l’azione di Assist, l’Associazione nazionale atlete.

Questa disparità ha tre origini distinte. La prima è che la legge 91/1981, che regola il professionismo sportivo, attribuisce questo status solo a «gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni e che conseguono la qualificazione dalle Federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle Federazioni stesse con l’osservanza delle direttive stabilite dal Coni per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica». Di fatto, queste discipline e relativa regolamentazione sono limitate (per decisione di Federazioni e Coni) a calcio, golf, pallacanestro, motociclismo, pugilato e ciclismo.

Gran parte degli sport che vedono una forte partecipazione femminile – scherma, nuoto, atletica leggera, ginnastica, tennis – non rientrano tra quelli che possono venir svolti professionalmente, quindi anche essere tutelati da contratti e prevedere contributi a fini di malattia, infortuni, pensione. Di conseguenza, anche quando si tratta di un impegno di fatto a tempo pieno, tra allenamenti e gare, i compensi comparativamente sono bassi, spesso in nero, senza alcuna garanzia formale.  Ciò vale, per altro, anche per le calciatrici, giocatrici di basket, cicliste e pugili donne, nella misura in cui le rispettive Federazione non riconoscono a questi sport, se esercitati da donne, la possibilità di avere anche una categoria professionista.  Tanto per capirci, sono dilettanti le calciatrici della Nazionale di calcio femminile, così come la tennista Pennetta, la tuffatrice Cagnotto, le nuotatrici Rachele Bruni e Federica Pellegrini, la sciatrice Di Centa, le schermitrici Vezzali e Di Francisco. Sarà forse perché nessuna delle 41 Federazioni è presieduta da una donna, neppure tra quelle dove le donne sono la maggioranza dei tesserati?

Anche gli atleti maschi non professionisti sperimentano la medesima vulnerabilità delle loro colleghe. Ma qui interviene un’altra fonte di disparità. Gli atleti dilettanti maschi sono molto più spesso delle donne inquadrati nell’esercito, nella polizia o tra i carabinieri. È una differenza che ha origini nella esclusione delle donne da questi ambiti lavorativi fino ad epoca recente, che tuttavia persiste anche oggi. Mentre agli uomini così “protetti” è garantita continuità di reddito e contributiva, anche dopo la fine della carriera sportiva, per le donne questa rete di protezione è molto meno accessibile, così come sembra sia meno accessibile il passaggio ad allenatore o tecnico una volta terminata la carriera di atleta. A questo squilibrio si somma quello nei compensi e nel valore dei premi. Secondo un’indagine pubblicata sul sito di Repubblica, il gender gap nello sport è più alto ancora che nel mercato del lavoro standard, con le atlete che in media guadagnano il 30% in meno dei loro colleghi.

C’è chi può rifarsi con gli sponsor, ma l’infelice titolo sul trio delle cicciottelle e un rapido sguardo su chi ottiene passaggi tv segnalano come l’estetica conti per le atlete in misura enormemente maggiore che per gli atleti, a prescindere dalla loro bravura. La mancanza di protezione è particolarmente dannosa, oltre che in contrasto con tutte le norme a partire dall’articolo 39 della Costituzione, nel caso di maternità. Non essendo professioniste, quindi non avendo un contratto di lavoro, le atlete non hanno diritto al congedo di maternità e genitoriale. Il Coni dal 2007 ha dato direttive per quanto riguarda il mantenimento in squadra e del punteggio acquisito. Ma solo poche federazioni le hanno recepite e molte atlete rischiano di essere congedate, o comunque penalizzate per una gravidanza. Eppure, anche in questi giorni, abbiamo visto che una maternità non riduce le capacità atletiche di una donna, anzi.

L’opinione di Chiara Saraceno è tratta da Left in edicola dal 27 agosto

 

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Tsipras invita il Sud ad Atene contro l’austerità. Inclusi Renzi e Hollande e persino Rajoy

Tsipras invita il Sud contro l’austerità, ad Atene, il 9 settembre. Il tentativo sembra quello di spostare l’asse della discussione, o meglio dell’opposizione, da sinistra-destra a Sud-Nord. Ad Atene, Alexis Tsipras ha convocato i premier di Italia, Spagna, Portogallo, Francia, Malta e Cipro. Il 9 settembre i leader del Sud Europa proveranno a costruire un’alleanza anti-austerità. È arrivato il momento di costruire un asse del Sud in contrapposizione a quello del Nord che oggi comanda in Europa, pare abbia detto Tsipras secondo i media greci. E per questa Alleanza contro l’austerità Tsipras convoca tutti i leader del Sud Europa, inclusi Renzi e Hollande, e persino Rajoy, che proprio nemici dell’austerity non sono. E tenta così di mostrare all’Ue che un’alleanza anti-austerità può includere i conservatori e i progressisti di quel pezzo d’Europa che affoga nel debito. Già ieri, in un incontro dei capi di Stato di sinistra a Parigi, Tsipras ha avanzato alcune proposte per l’Europa e avanzato l’idea di un forum tra le forze di sinistra di tutte le ispirazioni per ragionare sul futuro.

Se Matteo Renzi – la cui presenza è data come “altamente probabile” dai greci – farà giusto in tempo a partecipare, il referendum in Italia si terrà a ottobre, così non è per Mariano Rajoy la cui presenza è incerta dal momento in cui l’aspirante premier spagnolo si presenterà al Parlamento spagnolo il 30 agosto per ottenere una fiducia assai improbabile. Raggiunto l’accordo con Ciudadanos, infatti, Rajoy non può contare nemmeno sul sostegno esterno (attraverso l’astensione del Psoe) che appare fermo a giudicare dalle dichiarazioni di Pedro Sanchez, ma potrebbe sempre accettare l’invito di Tsipras per indossare il vestito dell’anti austerità, lui che l’austerità l’ha praticata eccome in Spagna nei suoi governi precedenti. Mentre il presidente François Hollande ha già confermato la sua presenza, come annunciato dal portavoce francese Stephane Le Foll citato dalla stampa di Atene.

Trovare soluzioni comuni per il rilancio dell’economia dell’area e punti d’intesa sulla crisi migratoria, sono i punti all’ordine del giorno. Insieme a Tsipras, Renzi, Hollande e – forse – Rajoy, ci saranno il cipriota Nicos Anastasiades, il maltese Joseph Muscat e il portoghese Antonio Costa. Già nel discorso tenuto davanti al suo partito, Syriza, e pubblicato sulle pagine di Left, il premier greco aveva aperto ai socialisti d’Europa invitandoli a cambiare rotta. Il vertice meridionale del 9, infine, appare come una riunione preparatoria in vista del vertice a Ventisette che si terrà il 16 settembre a Bratislava. Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha convocato informalmente tutti e 27 i capi di Stato e di governo dell’Ue (senza il Regno Unito) per discutere del futuro dell’Unione senza Londra.

Sul terremoto..di Lisbona. Caffè del 26 agosto 2016

In 215 salvati dalle macerie Il Corriere apre con i numeri dei sopravvissuti, quelli che si è saputo salvare. “Bentornate Giorgia e Giulia”, fa eco il Giornale dando il titolo a due bambine strappate alla morte. Poi ci sono, purtroppo, le vittime: “La bella Italia sepolta dalle macerie”, come la chiama La Stampa. Nonni e nipoti, studenti emigranti tornati nei paesi. Parenti in vacanza ad agosto tra le vecchie pietre dove sentivano le radici. E le loro amiche e gli amici. Cìè chi è fuggito via la notte stessa. Si fugge dal terremoto: ho incontrato a New York un capo lega, contadino sindacalista, che aveva lasciato la valle del Belice la notte stessa del sisma ed era arrivato fin lì senza mai voltarsi indietro. Chi non può partire si aggira come uno spettro: troverete sui giornali la foto notturna di un bambino tra le tende con il suo orsetto e di tre vecchi seduti su una panchina, con indosso una coperta.”Senza tregua: altre scosse e crolli nei paesi devastati”, ricorda la Repubblica. Poi, le inchieste.

Disastro colposo, si muove la procura. “Nel mirino -scrive la Stampa- il crollo del campanile di Accumoli ristrutturato con i soldi dell’Aquila e della scuola di Amatrice”. Ma viene fuori, per merito di Repubblica, che la legge per ristrutturare gli edifici a rischio sismico non si applica alle “seconde case” e in quei comuni il 70% degli alloggi si potevano definire tali. Inoltre “un dirigente distratto, che si dimentica di inviare in tempo l’elenco dei (pochi) che hanno deciso di mettere in sicurezza la casa” ed ecco che “Amatrice perse i contributi”. Gocce di inefficienza e corruzione, speriamo perseguibili e punibili, nel mare di una incuria che nel nostro paese non è né nuova né recente .

I numeri del rischio sismico. 121 miliardi: tanto in 50 anni è costata agli italiani la ricostruzione dopo i terremoti. Ce ne sarebbero voluti 13, secondo il Fatto Quotidiano, per garantire “edifici più sicuri ed evitare la conta dei morti”. Non solo 13? Tre volte tanti, 40 miliardi? Sempre meno di un terzo di quanto i contribuenti italiani non abbiamo dovuto pagare. Senza dire che una parte di quei 121 miliardi, è finito -come sappiamo- in tangenti e malaffare. Dice al Fatto Salvatore Settis: “salvare case e vite è un valore superiore ai vincoli di bilancio”. Nessuno, almeno oggi, se la sente di dargli contro.

Il caffè salvo da Michele Prospero e da il manifesto. Non sapevo come tirarla fuori, la corrispondenza tra Voltaire e Rousseau dopo il terremoto di Lisbona. Me ne aveva fatto ricordare una cara amica, ma tentennavo. “Quel radical chic, ma cosa non si inventa pur di sparlare di chi esercita il duro mestiere del governo, manipolatore, anche un po’ sciacallo”. Per fortuna ci ha pensato Prospero: “Nell’agosto del 1756 Rousseau scrive una lettera a Voltaire che aveva pubblicato un poema sul terremoto di Lisbona. Sebbene scosso dalle macerie, il cantore della bellezza del bel secolo delle arti e delle scienze, non perde la certezza del mondano che loda la perfezione del tempo e difende l’epoca tanto criticata da mesti criticoni. Rousseau lo incalza negando che la tragedia rinvii alla metafisica, alla teologia, al fato”. Spiega Cassirer -proseguo nella citazione del pezzo di Prospero per il manifesto- Rousseau ha sottratto il problema della teodicea (che scarica sul fato o su dio la persistenza del male nel mondo) al circolo metafisico, trasponendolo al centro dell’etica e della politica”. Scrive Prospero: “Rousseau inventa la politica moderna e scorge nelle rovine di Lisbona…le tracce del crollo di una società alienata e per questo mette sotto processe le scelte pubbliche nel progetto della città”.

Da Lisbona ad Amatrice. “Se le risorse scarse -scrive Prospero- vengono promesse per il ponte dello stretto, dirottate per le grandi opere, destinate a chi compie 18 anni o regalate per le gigantesche de-contribuzioni a favore delle imprese, ciò accade per una scelta politica che non apprezza la messa in sicurezza del territorio come bene pubblico prioritario. Il sostegno delle grandi potenze dell’economia è più ricercato della manutenzione del territorio, della città affidate a lavori che mobilitano piccole imprese, artigianato, competenze diffuse. E questo ordine rovesciato dei valori è politica, cattiva politica che governa l’Italia come un paese periferico che frana davanti alle emergenze”.