Un vecchio detto inglese dice che nella vita ci sono solo due cose sicure: la morte e le tasse. E a giudicare dall’ultima sentenza della Commissione antitrust europea il proverbio potrebbe valere anche per Apple. L’Irlanda infatti sarà obbligata a riprendersi indietro ben 13 miliardi che Apple, sulla base di una tassazione particolarmente favorevole in vigore nel paese, non ha pagato violando così le norme stabilite dall’Ue.
Sulla base infatti di quella che il Financial Times descrive come «un’oscura regola del sistema di tassazione irlandese stabilita per la Apple nel 1991», l’azienda di Cupertino è riuscita a pagare appena l’1% di imposte sui profitti realizzati in Unione Europea nel 2003, addirittura lo 0,005% nel 2014 e in totale negli ultimi 10 anni circa il 4%.
Cifre assolutamente sproporzionate rispetto ai guadagni stellari della multinazionale californiana. Il caso di Apple inoltre è particolare anche per questo: circa il 90% dei suoi profitti maturati all’estero sono canalizzati legalmente in Irlanda dove appunto il carico di imposta è nettamente inferiore rispetto ai paesi in cui quel guadagno è stato prodotto. A questo si aggiunge il fatto che difficilmente i vari paesi si possano imporre e rifiutare di collaborare con l’azienda di Cupertino visto che il valore di mercato che muovo i prodotti della mela all’estero è di circa 600 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono migliaia di posti di lavoro ed investimenti vari per realizzare store e attività commerciali.
La sentenza – che non consiste in una vera e propria multa, ma appunto nell’obbligo per l’Irlanda di recuperare e pretendere da Apple le tasse non pagate tra il 2003 e il 2014 con l’aggiunta degli interessi – ha l’obiettivo di riequilibrare questo evidente divario di forze ed è una questione grande abbastanza da avere potenzialmente un impatto sulle imminenti presidenziali americane, sull’altrettanto imminente lancio dell’iPhone7, ultimo prodotto di casa Apple, e generare un’aspra battaglia legale. Sì, perché ovviamente né il governo irlandese né l’azienda fondata di Tim Cook hanno intenzione di darla vinta alla commissione e accettare a testa bassa la sentenza.
Apple non vuole sborsare l’esorbitante cifra e l’Irlanda che grazie alla sua tassazione agevolata è diventata la sede europea dei grandi colossi tecnologici (da Twitter a Google) non ha nessun intenzione di vedere fuggire queste imprese all’estero con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. «Sono in totale disaccordo con la Commissione antitrust Ue» ha commentato Michael Noonan, ministro delle finanze irlandese.
Tim Cook, amministratore delegato di Apple, invece aveva dichiarato al Washington Post già il mese scorso che il sistema fiscale irlandese non favorisce esclusivamente la sua azienda poiché è applicabile a qualsiasi società. In altre parole, Apple non ha ottenuto alcun trattamento speciale in Irlanda, non ha goduto di alcun aiuto di Stato e dunque non avrebbe infranto nessuna norma antitrust.
E se la questione per Cook non si pone nemmeno e gli estremi per il ricorso ci sono tutti, dall’altro lato si fa ancora più interessante per riflettere sullo strapotere delle nuove aziende del settore digitale, talmente ricche da poter essere al di sopra della legge. Un po’ come accadeva nei primi anni 20 del ‘900 con tycoon come Cornelius Vanderbilt e John Rockefeller. Se poi si aggiunge anche il controllo della maggior parte dei dati degli utenti web il panorama si fa inquietante abbastanza per sembrare un romanzo di fantascienza con echi da Grande Fratello.
In tutto questo però la Commissione sembra determinata a cambiare rotta e dar fastidio il più possibile ai paperoni del web e non solo. «Guardando avanti, l’obiettivo finale è che tutte le compagnie, grandi e piccole, paghino le tasse dove generano i loro profitti», ha dichiarato la commissaria Margrethe Vestager. Il caso Apple sarà decisamente un precedente importante per determinare la nuova politica europea in materia fiscale.
Terremoto, l’amaro risveglio. “Lo scandalo dei soldi deviati”, Repubblica. “Certificati falsi su caserme e scuole”, Corriere. “Caccia alla truffa degli appalti”, la Stampa. Si tratta dei soldi assegnati dopo il terremoto del 1997 in Umbria e quello del 2009 de L’Aquila ai comuni di Amatrice, Acculoli, Arquata. Colpisce la tabella che la Stampa pubblica a pagina 3: a sinistra l’edificio (torre civica, caserma o chiesa), al centro la cifra a disposizione, a destra il risultato (inagibile o danneggiato o lavori non ultimati). Come terribile è lo scaricabarile denunciato da Sergio Rizzo a pagina 30 del Corriere della Sera. L’ex governatrice Polverini, “La regione non c’entra nulla”. Il sindaco di Amatrice, Pirozzi, “io sono parte lesa”. Il costruttore Truffarelli “ho la coscienza a posto”. Il pompiere geometra responsabile del rischio, “sono solo un centralinista”. Il commissario per il terremoto (deputato Pd), “non ci furono interventi sismici, solo ripristini”. Credo di capire. I soldi non erano tanti. A ogni calamità quelli disponibili vengono divisi, centellinati, assegnati a pioggia per accontentare quante più amministrazioni. Così nei luoghi del recente terremoto sono stati usati, per ripulire le facciate, per nascondere qualche crepa e dare ossigeno all’economia dei luoghi: con leggerezza. Poi però si muore, come sono morti gli scolari della “Romolo Caprarica”, frequentata in parte da bambini rumeni, del Kosovo e albanesi, nuovi cittadini che ripopolano i villaggi di montagna. Li ricorda, per Repubblica, Benedetta Tobagi. Promesse e castelli di carte. L’immagine del “castello di carte” è di Giannelli. Il fatto: pare si sia aperto un contenzioso tra governo italiano e Unione Europea. Il governo conta di spendere 2 miliardi l’anno per molti anni, l’Europa accetta che solo i soldi “per l’emergenza” vengano scontati dalle misure di rigore sottoscritte anche dall’Italia. Renzi serra la mascella e replica: “prenderemo ciò che serve”. Il punto dolente investe la (scarsa) credibilità del nostro premier, sospettato di aver speso senza costrutto, e solo per lucrare consensi elettorali, tutto quel poco che una Europa avara gli ha finora concesso. Massimo Franco vede Il premier intenzionato a ricalibrare il suo profilo”. Ne ho scritto anch’io ieri, ma ho aggiunto che Matteo Renzi non potrà utilmente “ricalibrare” alcunché senza sconfessare la politica economica fin qui seguita. Poco efficace (“crescita zero per tutto il 2016, cala la fiducia, l’Italia non riparte”, scrive Repubblica) e furbesca (cerca di strappare condizioni di favore ma non ha il coraggio di indicare una via alternativa per tutti). Bombe sui curdi, scontro USA Turchia, Repubblica. Ne scrivo da giorni. Erdogan vuole ripulire le zone della Siria che confinano con la Turchia, al di qua dell’Eufrate, dai combattenti curdo-siriani del YPG, organizzazione imparentata con i curdo-turchi del PKK. La Turchia ha mandato i carri armati e usa “ribelli” turcomanni anti Assad già alleati di Al Qaeda. Ma Damasco non si lamenta troppo. L’importante per Assad è prendere Aleppo, è potersi sedere in condizioni di forza relativa al tavolo della trattativa sul dopo guerra civile, e mantenere il pieno sostegno della Russia e dell’Iran che ora dialogano con Ankara. Per Stati Uniti ed Europa quel che sta accadendo è la prova dell’irrilevanza, in cui la stanno cacciando gli errori commessi. E della vergogna, per essersi appiattiti sull’Arabia Saudita che del terrorismo islamico è stata la culla ed è la retrovia. Qualche segno di ripensamento ci coglie nell’articolo di Frank-Walter Steinmeier pubblicato dalla Stampa. La Russia -sostiene il ministro degli esteri tedesco- ha violato il diritto internazionale annettendosi la Crimea, ma con la Russia serve “dialogo per risolvere le crisi”. Aggiungo che per primi noi euro-americani abbiamo violato il diritto internazionale imponendo con le armi la secessione dal Kosovo dalla Serbia e, a rigore, lo abbiamo violato anche sostenendo Maidan, l’insurrezione della piazza di Kiev che si è liberata del presidente eletto ma autocrate e pro russo Yanukovic. A proposito di colpo di stato, tale è quello che si sta consumando in Brasile, dove il Senato voterà l’impeachment di Dilma Roussef, la quale ha commesso gravi errori ma non i crimini per cui, solo, la Costituzione prevede la destituzione del presidente eletto.
Palermo-29 agosto 1991-Mafia assassinato industriale a Palermo.Nella foto Libero Grassi nella sua azienda per la produzione di biancheria.Ansa
Ogni tanto le circostanze giocano brutti scherzi per uno strano incastro di tempi e così succede, com’è successo ieri, che in giro si ricordassero tutti di Libero Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso da Cosa Nostra per essersi ribellato al pizzo il 29 agosto del 1991.
Commemorare la memoria, si sa, è una pratica salutare se i ricordati sono persone che, proprio come Libero Gassi, hanno pagato con la vita il coraggio di osare le regole. Regole e giustizia. A costo di fare arrabbiare i prepotenti e, soprattutto, essere isolati dai buoni.
Nei Paesi stanchi si infila l’idea che sia giusto ciò che è comodo, produttivo e che riesce a non sforare le regole. Tutto ciò che non è illegale è quindi giusto? No, certo, risponderebbero tutti d’acchito, eppure pullulano le articolesse che demandano ai giudici la parola definitiva tanto per la giustizia quanto per l’opportunità, la valenza sociale e politica di tutte le umane azioni. Il “primato della politica” arriva sempre dopo la giustizia e così è diventato un primato secondario. Per dire.
Libero Grassi dal momento in cui decise di rendere pubblico il proprio rifiuto di non sottostare al racket di Cosa Nostra fu considerato pericoloso sia dai cattivi che dai buoni. Ma qui sono i buoni ad interessarci: gli industriali palermitani ritennero che la ribellione di Libero Grassi potesse mettere a rischio i propri affari poiché pretendere una rivoluzione così improvvisa avrebbe sconquassato gli equilibri cittadini. Libero Grassi, in fondo, è stato un “improduttivo” che ha messo davanti gli interessi collettivi alla crescita del fatturato locale e così non potendogli dare dell’egoista finì che lo bollarono come cattivo esempio di protagonismo.
Ecco perché tutto questo trastullarsi la memoria di Libero Grassi di ieri forse stona un po’, oggi: oggi mentre l’ammorbidimento della regole (che nel lavoro si chiamano spesso diritti) sembra la soluzione unica per la ripresa dell’economia. Oggi mentre ancora rimbombano le parole di Marchionne che ha goffamente tentato di insegnarci che il troppo profitto diventa avidità. Marchionne. Lui e l’etica del lavoro. Da non credere.
Il fatto è che se dovessimo esercitarla la memoria avremmo dovuto nel giorno dell’anniversario della morte chiederci se abbiamo costruito un’Italia che oggi riconoscerebbe Libero Grassi, il suo coraggio, la sua etica, la sua schiena dritta nel fare impresa. Dovremmo chiederci se siamo riusciti davvero a costruire un Paese che oggi riconosce i suoi uomini Liberi in giro.
epa05514219 Suspended Brazilian President Dilma Rousseff presents her final arguments in the impeachment process to the Senate, in Brasilia, Brazil, 29 August 2016. Rousseff was suspended on 12 May, after the lower house of Congress voted to impeach her on charges that she manipulated budget figures to disguise the size of the deficit. EPA/CADU GOMES
Superba e colma di dignità. Dopo aver salutato sorridente i suoi sostenitori fuori dall’Aula, Dilma Rousseff ha fatto il suo ingresso al Senato, accompagnata da Ignacio Lula da Silva. I 180 giorni a sua disposizione sono scaduti, e adesso si è presentata davanti a Michel Temer e ai senatori che vogliono destituirla per difendersi da sola. Non doveva farlo, ha scelto di farlo. E ha pronunciato un discorso per la Storia: «Davanti alle accuse che mi sono rivolte, non posso non sentire ancora il sapore amaro dell’ingiustizia e dell’arbitrarietà. Ma, come in passato, resisterò. Non aspettatevi da me il silenzio ossequioso dei codardi».
Un discorso chiaro ed emozionante, anche per chi lo ha seguito a miglia di distanza, in diretta video sui canali social della Presidenta, che non si è limitata a difendersi dalle accuse, ma ha inveito contro chi minaccia la democrazia e la giustizia del Brasile, accusando chi la accusa di «colpo di Stato». Ai senatori in aula, ha ricordato di essere stata eletta con il voto di 54 milioni di brasiliani e – a imperitura memoria – di aver già combattuto nella Resistenza brasiliana contro il governo militare. «Anche sotto tortura», ha continuato a combattere «per una società più equa – ha ricordato Rousseff -. Ho sempre creduto nella democrazia e nello Stato di diritto e ho visto nella Costituzione del 1988 una delle grandi conquiste della nostra gente».
Questo ha voluto ricordare Dilma alla platea istituzionale: 51 senatori si sono già dichiarati favorevoli, ne mancano tre per raggiungere la maggioranza necessaria dei due terzi (54). Una parte di chi voterà per l’impeachment è accusata o implicata in vicende di corruzione. E il presidente ad interim Michel Temer è pronto a giurare di poter contare su almeno 61 senatori. La maratona “processo” è andata avanti tutta la notte Per convincerli, Rousseff ha chiuso il suo discorso con un richiamo alla responsabilità: «Faccio un ultimo appello a tutti i senatori: non accettate un colpo di Stato che, invece di risolvere, aggraverà la crisi brasiliana. Vi chiedo di fare giustizia davanti a una presidente onesta che non ha mai commesso alcun atto illegale, nella vita personale o nell’esercizio delle funzioni pubbliche che ha ricoperto. Votate senza risentimento. Quello che ogni senatore sente per me e quello che sentiamo l’uno per l’altro è meno importante, in questo momento, di ciò che tutti sentiamo per il Paese e il popolo brasiliano. Chiedo: votate contro l’impeachment. Votate per la democrazia. Grazie».
Webete. È il neologismo coniato da Enrico Mentana per rispondere a un utente che polemizzava su terremoto ed immigrati. Per chi se lo fosse perso il fatto che ha fatto schizzare la parola coniata dal giornalista in trending topic su twitter in sostanza è stato questo: una donna di Amatrice, testimone di quello che stava accadendo dopo il sisma, spiega, in un commento sulla pagina facebook del direttore di La7, quanto il parallelismo fra “i terremotati nelle tendopoli e gli immigrati serviti e riveriti negli alberghi” sia sciocco e poco attinente alla realtà, interviene allora un altro utente, che, con fare da internauta scafato, suppone che la donna sia un fake, ovvero un profilo facebook fasullo che, non solo non corrisponde a nessuna persona reale, ma addirittura tenta di presentare come vera una cosa palesemente falsa. La risposta di Mentana arriva secca e fulminea: «lei è un webete».
Un webete, ma potremmo anche chiamarlo webidiota. Di neologismi in tema di hate speech, incitamento all’odio, in rete potremmo infatti coniarne a bizzeffe.
L’anno scorso, a metterci in guardia dalla deriva di questa libertà di parola online – nella quale ci si scorda che avere il diritto di dire la propria non significa dover per forza esternare il proprio pensiero in ogni occasione – era stato Umberto Eco. «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli» aveva detto il sociologo dopo aver ricevuto la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media” all’Università di Torino. E allora viene da pensare che sì, è vero, ci troviamo di fronte ad un’invasione, non di immigrati però, ma di webeti. Hanno ragione Mentana ed Eco.
Di fronte a un fenomeno tanto diffuso viene spontaneo chiedersi quanto incida lo stesso web nella diffusione della stupidità.Una prima risposta ce l’ha data Michela Del Vicario del Laboratory of Computational Social Science dell’IMT Alti Studi Lucca autrice insieme ad altri colleghi provenienti da università straniere di uno studio che spiega come soprattutto gli ambienti social diventassero delle echo chambers, ambienti dove le bufale o le opinioni politicamente scorrette tendono a rafforzarsi e a diventare virali. Secondo Del Vicario questo accade perché: «le persone per lo più tendono a selezionare e condividere i contenuti sui social network in base ad una narrazione specifica che sentono affine alle proprie idee e ad ignorare il resto» .
Da un lato ci sono le bufale fatte di scie chimiche, vaccini che causano autismo e catene di Sant’Antonio dall’altro il cosiddetto hate speech, quei discorsi che incitano all’odio generalmente conditi da abbondanti dosi di razzismo, intolleranza (dall’omofobia al sessismo) e stereotipi vari. Questo non significa che l’hate speechabbia una vita solo virtuale, anzi, proprio perché esiste(e persiste)nella realtà offline, l’hate speech ha conquistato una sua rappresentazione online che, complici alcuni elementi caratteristici del web (commentare qualsiasi cosa immediatamente senza riflettere, senza essere effettivamente presenti per assumersi la responsabilità di quanto viene detto e senza che siano richieste competenze, algoritmi che tendono a mostrarci solo cose che confermano le nostre opinioni), ha trovato terreno fertile in rete tanto da fare di flame e troll elementi caratterizzanti del web. Secondo Joel Stein della rivista Time, è in atto una trasformazione, negli ultimi anni è infatti cambiata la personalità della rete. Un tempo il web 2.0 e i social network quello venivano enfatizzati per il loro carattere democratico e di libera informazione dei nuovi media. Mai prima di allora uno strumento aveva permesso a chiunque fosse in possesso di una connessione di accedere a una tale mole di dati e conoscenza.
Con il passare degli anni sono venute alla luce sempre più anche le ombre del web, a partire dalla questione della privacy fagocitata dai grandi colossi ansiosi di collezionare dati su possibili consumatori, fino ad arrivare agli istinti della massa canalizzati nei social network, dal cyber bullismo all’hate speech. Una trasformazione che, a ben vedere, non ha solo una ragione tecnica derivata dalla tecnologia e dall’architettura del web, ma anche sociale e politica derivata da dinamiche democratiche. Dinamiche meno recenti di quanto si possa immaginare. Lo storico greco Polibio per esempio teorizzava già più di duemila anni fa che ogni forma di governo avesse un suo aspetto degenerativo e che la democrazia, il potere del demos, il popolo, rischiasse se non tutelata di trasformarsi in oclocrazia (dal greco ochlos, folla) nel dominio di una massa informe, violenta ed ignorante. Oggi, a due millenni di distanza sul web ci ritroviamo messi sotto scacco da troll e webeti, una versione tecnologica e iperconnessa dell’ochlos di Polibio. Forse allora ci troviamo di fronte a una questione vecchia come il mondo.
In un articolo comparso circa un anno fa su La Stampa di Gianluca Nicoletti, proprio a proposito delle affermazioni fatte da Eco, «finalmente possiamo misurarci con il più realistico tasso d’imbecillità di cui da sempre è intrisa l’umanità. […] chi vuole afferrare il senso dei tempi che stiamo vivendo è costretto a navigare in un mare ben più procelloso e infestato da corsari, rispetto ai bei tempi in cui questa massa incivilizzabile poteva solo ambire al rango di lettori, spettatori, ascoltatori». Combattere i webeti e debellare l’hate speech è una delle sfide del nostro tempo per non scivolare in un’oclocrazia. Un’impresa ardua, ma non impossibile. Per combattere troll e utenti razzisti è necessario far capire, online come offline, che l’intolleranza non è un valore condiviso. «Oggi la verità va difesa in ogni anfratto, farlo costa fatica, gratifica molto meno – scrive sempre Nicoletti – , ma soprattutto richiede capacità di combattimento all’arma bianca: non si produce pensiero nella cultura digitale se non si accetta di stare gomito a gomito con il lato imbecille della forza». E se l’attacco è ai valori che hanno costruito la democrazia (libertà, uguaglianza, fraternità) la risposta probabilmente per debellare la webidiozia è educare nuovamente alla democrazia, costruire luoghi di confronto e analisi che si trasformino in echo chambers virtuose, avamposti online del fact checking che disinneschino bufale e incitamenti all’odio. Nell’era digitale questo è uno dei compiti del buon giornalismo. Non serve limitarsi a descrivere la rete come un luogo dove a vincere è l’intolleranza, non paga buttarsi a capofitto su titoli strillati e acchiappa click presi dall’ansia della crisi editoriale (come molti giornalisti invece fanno). Ci si deve sporcare le mani e rispondere a tono a chi non rispetta i valori democratici o, ancor più semplicemente, umani. Ritornare ad essere anche online cani da guardia della democrazia. Corretti, intelligenti, onesti. E in questo senso quel webete diventato virale ha fatto molto.
Intuizione, capacità di andare contro i luoghi comuni, fantasia, sono importanti nel lavoro scientifico. Non bastano studio e rigore negli esperimenti. Lo scrive il vice presidente dell’Accademia dei Lincei Lamberto Maffei nel libro Elogio della ribellione (Il Mulino).
Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna prima che cambi la vita di colui che l’esprime. Che cambi in esempio» scriveva Albert Camus nei Taccuini (1935-59). Il neurobiologo e vice direttore dell’Accademia dei Lincei Lamberto Maffei ne ha fatto l’esergo di un suo personale Elogio della ribellione (Il Mulino), scritto dal punto vista di un medico che ha trascorso molti anni a insegnare in Normale e a fare ricerca. Un’attività che, scrive Maffei, chiede di «essere aperti alla meraviglia del nuovo e dell’incontro».
L’intuizione, la capacità di mettere in discussione dogmi e tradizione, la fantasia, accompagnano da sempre le scoperte scientifiche. Dall’eliocentrismo che mandò gambe all’aria il sistema aristotelico tomistico alla relatività di Einstein che apriva alla quarta dimensione, fino al Bosone teorizzato da Higgs, solo per fare degli esempi. Professor Maffei, oltre all’impegno nello studio, quanto conta nella ricerca sapersi ribellare?
È una questione che sento molto avendo fatto il ricercatore tutta la vita. La scienza è il nuovo, saper pensare diversamente. Ma spesso le congiunture economiche spingono a seguire certe direttive, perché solo così si trovano i fondi nella ricerca applicata. E questo riduce anche lo studioso più fantasioso a schiavo. Così diventa davvero difficile fare ricerca: che è andare contro, è fantasia, è ribellarsi ai luoghi comuni, tentare di rovesciarli, guardando al futuro. Non a caso la fanno soprattutto i giovani. L’azzardo del pensiero è importante per aprire nuove strade. Quanto è praticabile per i ricercatori in Italia?
Qui la loro condizione è precaria, mancano i fondi, spesso devono sottostare a persone che gli indicano cosa fare o non fare. Sovente il ricercatore non ha neanche la libertà di seguire un proprio pensiero perché c’è qualcuno che è economicamente più forte, più potente, che decide per lui. Per chi fa ricerca essere libero di pensare è la ricompensa, è ciò che vuole fare. È molto difficile per il ricercatore italiano oggi ribellarsi, se non andandosene via. Alla scuola Normale, dove ho insegnato per tanti anni, tutti gli allievi prima della laurea sono già impegnati all’estero e pochi ritornano. Anche l’insegnate a un certo punto ne è contento. È vero che perdiamo delle grandi menti, ma almeno questi giovani si realizzano come ricercatori, come individui. In Elogio della ribellione lei sottolinea l’importanza dell’infanzia, quando si è più recettivi e aperti al nuovo. Qual è il compito della scuola?
La scuola dovrebbe stimolare il pensiero critico. È importante perché i ragazzi crescano senza essere condizionati dalle risposte preconfezionate che offono i media. Fondamentali in questo senso sono le materie umanistiche, ovvero tutte le discipline che sono guidate dalla curiosità, dal desiderio di conoscenza, fra le quali includo anche la biologia, la fisica eccetera. Così il ragazzo si abitua a ragionare, a porsi delle domande, è stimolato a pensare e non a credere. Se uno presta fede a tutte le fandonie che ci vorrebbero imporre, allora si forma un cittadino succube a ciò che gli viene detto e – uscendo un po’ dal mio campo – vi vedo un pericolo per la democrazia. Le macchine non hanno un pensiero emotivo, lei scrive, dunque i robot non potranno mai sostituire l’umano. Tuttavia il ruolo delle nuove tecnologie è importante, cosa ne pensa?
Le nuove tecnologie sono una grande scoperta, la rete permette scambi e circolazione delle informazioni. Non a caso i dittatori cercano di controllare e censurare i social network. Però, anche le tecnologie hanno effetti collaterali. Come li hanno gli antiobiotici e farmaci che hanno salvato tante vite. Fra gli effetti collaterali della rete c’è quello di diffondere bufale, false informazioni, messaggi religiosi, penso ai fondamentalisti. Anche per fare un buon uso della rete serve un pensiero critico. Grazie alla rete oggi i giovani si collegano con i loro compagni di tutto il mondo. Ma stando da soli in una stanza. E poi ci sono gli anziani che usano altri linguaggi e rischiano l’emarginazione. La globalizzazione e le nuove tecnologie paradossalmente creano anche solitudine. Lei studia le malattie neurodegenerative: c’è un modo di “ribellarsi” a malattie oggi senza terapie efficaci come l’Alzheimer?
Il cervello ha bisogno di stimoli esogeni e endogeni come quelli provenienti dalla memoria. Un cervello senza stimoli è “in coma”. Da un punto di vista medico si può aiutare l’anziano ridandogli degli stimoli. Se ha rapporti umani, se riceve stimoli cognitivi, motori, e di altro tipo – per esempio la musica è molto efficace – allora le sue capacità mentali, cerebrali, indubbiamente migliorano. Per sempre? No, ma rallentano i processi di invecchiamento che oggi non di rado hanno un esito crudele come l’Alzheimer: sta diventando una malattia pandemica. Se possiamo rallentarne il corso, se riusciamo a tenere queste persone in uno stato di attività cerebrale normale o para normale, è una grande opera, medica, umana e da ultimo economica. Un paziente Alzheimer “costa” da 50 a 100mila euro l’anno. In Italia le persone che ne sono affette sono 1 milione circa. Nel mondo, 36 milioni. Dormire e sognare è fondamentale per la salute psico-fisica?
Vengo da una scuola che era famosa per lo studio del sonno, il metabolismo di molte catene molecolari, se non si dorme, va in tilt, si perde la memoria, l’attività muscolare e così via. L’ideale sarebbe dormire 7-8 ore. Ma oggi in media sono 6, incombe il mondo della produzione, del consumismo. Io la vedo come una cosa piuttosto pericolosa che tutto debba essere consumato e buttato, serve solo ad aumentare l’enorme iato fra la stragrande maggioranza di poveri e l’un per cento dei super ricchi. Un insulto all’umanità. Nasce anche da qui il suo elogio della ribellione ?
Penso che la ribellione debba essere in primo luogo mentale. Abbiamo una mente diversa da quella degli animali. Nella foresta il leone e la tigre hanno le loro leggi, quelle della sopravvivenza, noi siamo sottoposti alle stesse leggi biologiche, ma abbiamo la possibilità di scegliere, di dire no. Perché sfruttare il mio amico? Perché l’altro dovrebbe essere diverso da me? Fra tutti gli esseri umani c’è un’uguaglianza di base. Stabilire differenze fra uno spazzino, un professore o un imprenditore è un’offesa all’intelligenza.
“Il Paese ha urgente bisogno di un modello di promozione della lettura costruito in modo pubblico e trasparente”, si legge nella lettera aperta che Giuseppe e Alessandro Laterza hanno pubblicato sul Corsera del 29 luglio dopo la decisione dell’Associazione italiana editori (Aie) di organizzare una fiera del libro a Milano boicottando quella di Torino. “Un percorso che va costruito insieme alle biblioteche e alle scuole, perché dalle tante realtà di base che operano in condizioni difficili in ogni angolo del Paese sono nate le migliori idee e pratiche”. Anche di questo è stato inviatato a parlare Giuseppe Laterza il 2 settembre a L’Aquila nel convegno “Arte, Cultura, Pensiero sociale e politico” ideato e coordinato da Paolo Fresu organizzato da MIDJ.
Per capire cosa sta accadendo nel mondo editoriale italiano su cui pesa la posizione dominante di Mondazzoli e insufficiente politiche per la lettura, abbiamo rivolto qualche domanda all’editore barese che nel 2001 ha avviato i presidi del libro proprio partendo dal Sud, dove si legge di meno.
Giuseppe Laterza
Giuseppe Laterza, la decisione dell’Aie di fare una fiera del libro a Milano nei giorni del Salone di Torino ha aperto una spaccatura nel mondo dell’editoria, cosa ne pensa?
L’Aie che ci rappresenta come editori, in questa occasione, ha compiuto molti errori. Il primo è stato pensare che un Salone del libro, che ha come scopo la promozione della lettura, possa essere gestito in esclusiva dagli editori. Ma questa è materia pubblica, con una valenza culturale prima che commerciale. Perciò necessita di una gestione integrata di pubblico e privato in cui non possono mancare i ministeri e i rappresentanti della scuola, delle biblioteche. Il secondo errore è una sorta di campanilismo milanese: “siamo i più efficienti”, “qui è radunata gran parte dell’editoria italiana, la fiera si fa qui”. Io penso, invece, che la ricchezza dell’editoria italiana, e dell’Italia in genere, stia nella sua molteplicità. Certo, il Salone di Torino è stato gestito in modo dissennato negli ultimi anni, come è emerso dalle inchieste della magistratura, ma l’Aie avrebbe potuto chiedere un ruolo più importante nella Fondazione, chiedere di avviare un cambiamento, facendo proposte in positivo invece di questa fuga in avanti che ha sortito un effetto negativo, spaccando il mondo dell’editoria.
Per allargare il pubblico dei lettori è utile fare due fiere a maggio a Milano e Torino quando si fa poco e niente al Sud dove si legge di meno?
No, non lo è. In questo ambito non ci sono scorciatoie. Per anni è stato detto che una grande campagna per la lettura potesse risolvere il problema. Invece serve un lavoro molecolare, di base, che va fatto giorno per giorno. Contano molto le esperienze locali. Noi abbiamo fondato un’associazione nel 2013 e oggi conta quasi 100 gruppi di lettura disseminati anche nei piccoli centri, dove non ci sono biblioteche e librerie. Ogni anno a novembre facciamo un forum del libro, quest’anno sarà a Mantova, in cui raccogliamo le migliore esperienze di gruppi di lettura nati dalla scuola, in aree di forte immigrazione, dove la lettura è anche un elemento di riscatto sociale non solo culturale. Insomma non ci sono ricette miracolose, bisogna investire sulla cultura, come la nostra classe dirigente, purtroppo, non fa da molti anni.
Festivaletteratura a Mantova, quello della filosofia a Modena, Carpi e Sassuolo, quello dell‘economia che Laterza organizza a Trento, attraggono moltissimi lettori. Cosa ne pensa di questo fenomeno?
Sono esperienze straordinarie che hanno mobilitato milioni di persone. Alla base c’è un desiderio di conoscenza, ma io credo anche di socialità. Ed è il valore aggiunto dei festival rispetto ad altre esperienze su internet o youtube. Non solo si ascolta un autore ma lo si fa insieme ad altre persone. La cultura può essere una esperienza di condivisione.
La vostra è una grossa casa editrice che ha mantenuto la sua indipendenza. Che significa per lei?
Vuol dire poter fare scelte non dettate da terzi, da vincoli esterni. Avere una linea editoriale penso, spero, riconoscibile, ma che non ci preclude di dare voce a punti di vista diversi. Indipendenza è poter dire la propria, senza essere faziosi, con pluralismo sostanziale delle idee, in ciò che si fa e si pubblica.
Anche se in Italia ci sono delle posizioni di preminenza nel mercato che determinano anomalie nella filiera del libro.
Il nostro è un Paese anomalo. Abbiamo il gruppo editoriale più grande che esiste in Occidente relativamente al proprio mercato. Non solo perché Mondadori ha il 30 %, un terzo del mercato, ma anche perché fra il primo e il secondo gruppo c’è una differenza abissale: GeMS ha meno di un terzo di Mondadori che dispone di una possibilità di influenzare il mercato come ha riconosciuto anche l’Antitrust chiedendo provvedimenti; a mio avviso insufficienti. La mentalità italiana è scarsamente liberale, qualcuno dice di essere liberista ma forse non sa che significa rispetto dell’interesse dei consumatori: ovvero che non ci sia strapotere di mercato, come in Italia invece c’è. Certo niente di simile a giganti mondiali del calibro di Facebook o Google. Il potere di Mondadori è locale. Da un lato in Occidente c’è una possibilità di scelta abbastanza ampia nel settore del libro, dall’altro ci sono forti concentrazioni, che preoccupano perché l’uso di questo potere può essere oggi buono domani no.
La rete offre di tutto, ma anche il contrario di tutto, senza filtri. Per questo serve tanto più quel pensiero critico che si forma studiando, con l’approfondimento argomentato e documentato che offrono i libri?
Non c’è solo c’è bisogno di pensiero critico, ma anche di un pensiero forte che elabori un modello diverso di sviluppo che, se c’è già, fa fatica a diffondersi. Siamo ancora in una fase dominata da un pensiero individualista elaborato negli anni 80 e 90. Non tiene più, la crisi lo ha dimostrato, ma come editore non vedo il diffondersi di una alternativa; ci sono tante singole proposte, ma non ancora un modello alternativo che faccia presa. Ed è paradossale che l’unico rappresentante globale di un pensiero alternativo sembri essere papa Francesco. Io credo che sia una lacuna gigantesca della sinistra laica non essere capace di esperirsi con radicalità. È davvero curioso che sia il papa il punto di riferimento del pensiero critico del sistema economico.
In questo senso cosa state preparando fra le prossime uscite?
Molta storia, e in particolare un bel libro di Alessandro Barbero, in cui indaga il difficile rapporto della Chiesa con la modernità. A settembre uscirà la filosofia tascabile con i migliori aforismi per tema degli ultimi 15 anni del Festivalfilosofia e poi saggistica politica, di critica sociale ed economica.
Dunque cultura per ricostruire il Paese?
Per fortuna c’è una parte del Paese che reagisce. In Italia ci sono 4/5 milioni di persone, lettori forti, che vanno ai concerti, al cinema ecc. Sono l’elite di questo Paese, il problema è che quasi mai hanno potere. L’establishment è spesso più ignorante. Gli indici ci dicono che in Italia siamo al di sotto di 10 punti della media europea di lettori (55%). Ma non è vero che i giovani non leggono. Anzi. Tra i 15 e i 25 sono la fascia prioritaria per la lettura e dai 25 ai 35 per l’acquisto. Il problema, come accennavo, sono i professionisti, quelli che fanno carriera non per competenza, quelli convinti che basta conoscere la persona giusta, che accettano di fare qualche compromesso. Il problema è la povertà culturale, concettuale, di argomentazione, della nostra classe dirigente. Ma una base c’è. Basta pensare che1961 leggeva il 16 % degli italiani, oggi il 45. Abbiamo fatto passi enormi, veniamo da un Paese analfabeta. Serve ancora l’ottimismo della volontà.
Il manifesto di Zagrebelsky e di 100 professori a sostegno del Salone del libro
«E’vvero stupefacente che alcuni editori, in virtù della loro forza di oligopolio e sulla spinta di un risultato elettorale, possano illudersi di mettere sotto il braccio una realtà costruita negli anni dalla passione di centinaia di migliaia di persone, partecipi e presenti, e portarsela da un’altra parte». Inizia così l’appello dei professori a sostegno del Salone del libro, firmato da Gustavo Zagrebelsky, Gian Luigi Beccaria, Luciano Canfora, Franco Cardini e molti altri. La decisione dell’Aie di organizzare una propria fiera del libro a Milano a maggio (in coincidenza con il trentennale della kermesse torinese, prevista dal 18 al 22 maggio 2017) ha scatenato proteste a raffica, causando l’uscita dall’Aie di un numero consistente di editori medi e piccoli contrari alla proposta passata a maggioranza. Fra loro Edizioni e/o, Nottetempo, Add, Minimum Fax, Sur, Iperborea, 66thand2nd, Edizioni Clichy e altri che si sono dati appuntamento l’8 settembre al Circolo dei lettori di Torino per un primo incontro.
Malgrado gli sprechi e i problemi di trasparenza gestionale che il Salone di Torino ha dovuto affrontare, la manifestazione è stata sempre aperta alle proposte dell’editoria indipendente e disponibile ad accogliere le proposte di editori che non hanno la forza contrattuale di colossi come “Mondazzoli”. E i piccoli e medi editori temono che la fiera milanese voluta dai big dell’editoria italiana non garantisca sufficiente pluralismo.
In difesa del Salone, nel frattempo, si sono mossi anche i lettori con una petizione online che ha già raccolto quasi 15.400 firme. Mentre la Fondazione del Salone del libro presieduta dalla sindaca di Torino, Chiara Appendino, e dal presidente della Regione, Sergio Chiamparino, ha chiesto all’ex ministro della cultura Massimo Bray di assumere il ruolo di presidente ed è in cerca di un nuovo direttore. Fra i nomi che circolano c’è quello dello scrittore Giuseppe Culicchia. La Fondazione si appresta a varare un nuovo statuto che apre all’ingresso di nuovi soci, fra i quali editori, il Mibact e il Miur.
Per contribuire alla sopravvivenza e al rinnovamento del Salone di Torino, Zagrebelsky e altri intellettuali propongono che diventi una sorta di “terra madre” del libro, accogliendo proposte da ogni parte del mondo e organizzando riunioni di lettori non solo in Italia. Così, mentre un centinaio di professori invita il Salone ad aprirsi ad uno sguardo ancor più internazionale, il ministro della Cultura Franceschini, suggerisce piuttosto a una sua settorializzazione, indirizzata alla lettura per bambini e ragazzi, in vista della fiera più ampia a Milano, di cui a settembre l’Aie annuncerà nome e prospettive.
s.m.
Inchiesta su collaudi e lavori mai fatti. Corriere della Sera. “Le indagini -spiega la Stampa- partono da scuole, municipi e caserme”. Cioè dei “palazzi che non dovevano cadere”. “I Pm indagano sulle ristrutturazioni killer”, scrive Repubblica. Il Giornale riprende una battuta di Fiorello, secondo cui è meglio donare in silenzio che organizzare concerti di solidarietà su cui qualcuno farà poi la cresta: “Fiorello mette in guardia dalla beneficienza show”. Il new deal di Renzi. “Via dalle tende in un mese”, Repubblica. Prima che arrivi il freddo vero, il governo vorrebbe far montare dei “mini chalet” in legno: gli sfollati non sono troppi (2.400 anime) e il costo sostenibile. 1.400 euro a metro quadrato. Intanto, con un blitz lampo a Genova, Matteo Renzi avrebbe reclutato Renzo Piano. Il quale già spiega a Repubblica: “Serve un cantiere lungo due generazioni. Così ricostruiremo la spina dorsale d’Italia”. “Nel progetto -prosegue- incentivi e sgravi, ma anche l’aiuto dei migliori esperti mondiali”. Il premier -spiega La Stampa- “segue i consigli del guru americano” (si chiama Messina) e inaugura una “nuova strategia per post sisma e referendum”. Anche per il referendum? Sì, perchè “Errani commissario alla ricostruzione (è un) segnale distensivo per i bersaniani”. A questo punto Piero Ignazi, ripesca per Repubblica il vertice a Ventotene: “Il presidente del Consiglio ha cambiato radicalmente tono. Ha ripreso in toto la tradizione filoeuropea confluita nel Pd e l’ha rinvigorita con una retorica forte e innovativa che ha trovato nell’incontro di Ventotene la sua espressione migliore. L’omaggio agli estensori del Manifesto del federalismo europeo è stata una scelta felice e coraggiosa. E la centralità assegnata da Renzi al tema europeo obbliga gli altri partiti a confrontarsi su questo punto”. Renzi cambia dunque verso? Meglio un governo che governi, anziché quello che minacciava il diluvio universale se avessero vinto i No e occupava tutto il potere con le fedeli e i fedeli del Giglio Magico. Vedrei con favore una tale svolta, ma ho qualche dubbio che volta sia. Il primo trae spunto da quanto Chiara Saraceno scrive su Repubblica a proposito del “decreto legislativo 50 pubblicato il 19 aprile 2016 sulla Gazzetta Ufficiale”, detto codice degli appalti: “Un testo di fatto vuoto, perché mancano del tutto gli innumerevoli decreti di attuazione. Più che ai guai del bicameralismo siamo di fronte a un modo di legiferare bizantino, che rimanda sempre ad un altro passaggio, mentre nei vuoti si incuneano la negligenza, l’arroccamento difensivo della burocrazia (meglio non fare per non incorrere in sanzioni), quando non il malaffare”. Questo modo di legiferare – come da anni sostiene Walter Tocci- è il vero problema dell’Italia. Mi permetto di aggiungere che è anche l’alibi dietro cui si nasconde l’opportunismo dei governi, i quali preferiscono denunciare vincoli esterni (la Costituzione incolpevole) anzichè misurarsi con la gestione quotidiana, scontentare gli amici e cacciare i corrotti. Quei 15 miliardi da trovare per rispettare i patti con la UE, Corriere della Sera. Ecco il secondo motivo che mi consiglia di dubitare. Tanti miliardi servirebbero per far quadrare i conti della finanziaria, altrettanti ce ne vorrebbero per onorare promesse già fatte, dal rinnovo dei contratti, agli aumenti per le pensioni più basse e, naturalmente, alle riduzioni fiscali per le imprese e, in subordine, per le famiglie. Cosa intende fare il governo? Non si sa, Il solito Poletti deve aver spiegato oggi a Repubblica che gli incentivi del jobs act (i quali con tutta evidenza non hanno funzionato) saranno lasciati cadere in nome di un intervento “strutturale” sul costo del lavoro. In parte a carico delle imprese, (che verranno ricompensate), in parte dei lavoratori (che avranno piccoli aumenti in busta paga ma minori garanzie previdenziali). A me pare che a Renzi manchi soprattutto una politica economica, che si illuda di favorire la ripresa spremendo i lavoratori e favorendo gli imprenditori. Anche quelli -cito Alesina e Giavazzi – “assistiti o dei salotti buoni”. Non funziona più dopo la crisi del 2007. Per governare non bastano i consigli del guru, servono scelte nuove e coraggiose. Oltre i confini della politica e delle imprese di governo, scopriamo che Virginia Raggi resta scettica sulla candidatura di Roma alle Olimpiadi visto che paghiamo ancora per quelle del 1960, che “tra ricorsi, ritardi e bocciature la scuola partirà senza un professore su sei”, che la procura di Milano rischia “il declino” per mancanza di mezzi, che “la morte di Regeni doveva sembrare un incidente: lo decise Al Sisi”, che la Turchia è in guerra aperta contro i curdi ma forse non più contro Assad, che in Germania sta scemando la popolarità di Angela Merkel, che il Ttip, il trattato sul libero commercio, si è arenato e se ne riparlerà forse dopo le elezioni negli Stati Uniti.
Nel conflitto che dilania la Siria sono morte più di 250mila persone. Come fermare questa immane strage? Quali sono le responsabilità dell’Occidente? Lo abbiamo chiesto al poeta siriano Adonis che in opposizione ad Assad lasciò la Siria per andare in Libano dove ha insegnato e fondato riviste. Prima di trasferirsi a Parigi dove vive in esilio volontario da oltre vent’anni.
«Per cominciare bisogna cercare di capire qual è il vero scopo di questa guerra», risponde con tono mite e insieme deciso. «Se il fine è instaurare la democrazia, abbattere governi tirannici, allora la Siria non è certo il solo regime di tutto il mondo arabo. Perché è stata scelta proprio la Siria? Occorre domandarselo. Ciò che è accaduto in questi mesi ha reso evidente che il fine era ben altro e riguarda mire di controllo dell’area. La primavera araba si è trasformata così in un conflitto internazionale per interessi economici e strategici. Conosciamo l’aspetto che riguarda il petrolio, il coinvolgimento della Russia e della Cina da una parte e dell’Occidente dall’altra. Si tratta di una guerra per l’utile, per il controllo del Medio Oriente, scaturita da calcoli che non sono assolutamente democratici né legati ai diritti umani. E nel frattempo un intero Paese è distrutto, il popolo decimato o costretto a vivere nella desolazione. In tutto questo la responsabilità degli occidentali è totale».
La primavera araba è stata all’inizio un bel risveglio ma poi – lei scrive nel saggio pubblicato da Guanda, Violenza e islam – non è riuscita a liberarsi dell’oppressione e dell’oscurantismo religioso.
Inizialmente abbiamo sperato. Io stesso ho scritto un libro sulla Primavera araba. Purtroppo si è trasformata in una guerra e in un conflitto mosso da interessi. Tutti gli arabi, tutti i musulmani oggi non sono altro che un mezzo per realizzare quello che l’Occidente americano ed europeo vogliono. E il risultato è catastrofico sotto ogni riguardo.
Perché la rivolta, alla fine, è andata incontro al fallimento?
Una Primavera, vale a dire una rivoluzione reale, deve essere realizzata e concepita da un intero popolo. Mentre qui non ha partecipato profondamente, l’iniziativa è stata di piccoli gruppi. Inoltre una rivoluzione, per essere tale, deve essere capace di svolgere un certo discorso che qui non è stato fatto. Il nostro problema è la mancanza di libertà della donna. Nessuno l’ha tematizzato. Il primo obiettivo non è stato liberare la donna dalla legge islamica, dall’oppressione religiosa, dalla sharia. Non ci può essere vera rivoluzione senza laicità. Nessuno ne ha parlato. Hanno paura perfino di pronunciare la parola! Un punto dirimente è la separazione tra Stato e religione, fra politica e fede. E di nuovo nessuno ne ha parlato. Una rivoluzione deve essere indipendente, invece c’è stata una chiara ingerenza straniera. Così in alcuni Paesi arabi alla fine siamo approdati ad una situazione peggiore di quella passata. La tirannia precedente era di natura militare, quella attuale pretende di essere di natura divina. Il tiranno militare uccide chi si oppone e ha un’opinione diversa dalla sua. L’Isis uccide nel nome di Dio! Oggi si viene fatti fuori per volontà di Dio. La tirannia imprigiona e ammazza le persone perché ne ha paura. Ma la tirannia teocratica uccide le persone perché le detesta, non pensa che siano esseri umani, li considera animali selvaggi a cui sparare. È davvero terribile.
L’egittologo e studioso di ebraismo Jan Assmann sostiene che il monoteismo sia intrinsecamente violento, perché pretende di imporre una verità assoluta, condannando come infedele chi non l’accetta. Ci sono assonanze con la sua riflessione?
Il monoteismo è certamente basato sulla violenza. Pensiamo alla Bibbia: ci sono due fratelli, uno uccide l’altro. Tutto questo viene accettato, addirittura difeso, con una spiegazione molto bizzarra, assurda: il male ha ucciso il bene. La violenza è fondatrice del monoteismo e tutta la storia del rapporto con l’altro da sé nella Bibbia è una storia di violenza. Analogamente l’Islam in quanto religione di Stato, già prima della morte del profeta appare fondato sulla violenza. I primi tre califfi sono stati assassinati. La guerra tra i successori di Maometto è durata cinquant’anni. Dunque tutta la prima età dell’Islam si basa sulla distruttività. Per non parlare dei versetti contenuti nel testo sacro, che sono innervati di violenza. Per approfondire il nesso tra violenza e religione nei monoteismi consiglio di leggere i libri di René Girard.
Lei accennava alla sharia e alla negazione dei diritti delle donne nelle Paesi musulmani. E negli altri monoteismi?
Accade lo stesso, se non peggio. Basta pensare a come la donna viene considerata nella Bibbia e dalla Chiesa. Ancora oggi c’è una setta ebraica che vieta all’uomo di vedere la propria donna nuda. Anche quando fa l’amore con lei. C’è un abito speciale con un buco. Io non ci potevo credere. Ho chiesto ad un amico ebreo e mi ha confermato che è proprio così. La visone presente nella Bibbia è analoga a quella espressa nell’Islam. Nel testo biblico si dice che la donna non è stata creata da Dio, come l’uomo. Egli è stato fatto a immagine di Dio. Ma la donna è creata da una costola maschile quindi è essenzialmente inferiore. Questa è una visione totalmente anti umana ed io sono radicalmente contro. Diversamente dalle altre letture del Corano (sunnita, sciita, wahabita) i mistici sufi esprimono una visione che dà alla donna grande importanza, la femminilità è in primo piano. Il mondo è fondato sulla femminilità non sulla mascolinità. In un certo senso è anti monoteista.
In Violenza e Islam citando poeti della tradizione classica come Al-Mutannabbi e Abu Nuwas, ricorda che la poesia araba più antica è piena di immagini, è soggettiva. Poi tutto questo si è perso nell’astrazione religiosa e nella rigidità del dogma. Che cosa rappresenta per lei la poesia oggi?
Che cosa è l’amore per te? Quale è il ruolo dell’amore? Cambiare il mondo? Cambiare l’interiorità, forse. Per diventare più liberi, più umani, più in rapporto con il resto del mondo. Dunque la poesia è come l’amore, non può cambiare la realtà materialmente. Al contrario è possibile che se un criminale uccide qualcuno, quest’azione possa cambiare un intero Paese. Quello della poesia è un altro livello, un altro mondo. È l’ideologia che ha generato rigidità perché pretende di utilizzare la creatività dell’essere umano in modo strumentale. No, la poesia come l’amore non ha niente a che fare con l’ideologia. Una donna può amare un uomo che non conosce, di un altro Paese, con un’altra cultura, che parla un’altra lingua. Questo è la poesia, è centrata sull’essere umano e sul fatto che l’essere umano è il centro del mondo. L’uomo non è mai un mezzo, tutto deve essere fatto per l’essere umano. In questo senso io ho sempre scritto poesie per vedere più a fondo in me stesso, per comprendere meglio gli altri e il mondo. ( traduzione Paola Traverso)
IL LIBRO VIOLENZA E ISLAM
Non ama la parola tolleranza, «che ha un fondo razzista», preferendo la parola uguaglianza. Rifiuta la religione perché esclude ogni possibile trasformazione ed evoluzione dell’individuo (in quanto creato da Dio). Perché nega l’identità femminile. E rende impossibile l’arte e poesia. Nel libro Violenza e Islam (Guanda) il poeta siriano Adonis (pseudonimo di Ali Ahmad Sa’id) parla in modo chiaro, senza infingimenti, dei pericoli del fondamentalismo, ma anche della religione in sé che pretende di ridurre tutto a un unico principio, ad una verità rivelata, imponendo «dogmi, maschili e feroci», obbligando alla ripetitività obbediente, impedendo la libera creatività. In questo libro il poeta indaga a fondo i fondamenti culturali e politici dell’Islam. Lo fa in maniera dialogica conversando con Houria Abdellouahed, non a caso una donna. La presenza femminile è centrale in tutta l’opera di Adonis pubblicata in Italia da Guanda, Donzelli e da Passigli. Un’opera poliedrica che si dipana da oltre sessant’anni ( Adonis è nato nel 1930 in villaggio povero della Siria) in saggi, di articoli, ma soprattutto in raccolte di versi. «Abbiamo da un lato l’Islam che sottomette la donna e stabilisce un rapporto servile attraverso il Testo», scrive Adonis in questo suo ultimo saggio. «Dall’altro lato c’è il poeta che definisce il femminile come desiderio e rinnovamento. Il femminile si rinnova di continuo, è l’infinito per eccellenza. Il femminile è essenzialmente contrario alla religione». La lingua dei poeti, secondo Adonis, si contrappone alla lingua del Corano. La poesia è legata all’esperienza umana più profonda, e per questo è viva, ricca immagini, personale, mentre la lingua del Corano «è bella ma retorica e impersonale». Anche per queste affermazioni il poeta siriano ha ricevuto attacchi e critiche feroci dal mondo musulmano. Lui risponde invitando a riscoprire la tradizione della poesia antica, maestri come Al-Mutanabbi, poeta iracheno vissuto a Kufa e poi ad Aleppo tra il 915 e il 965 che, insieme a tanti altri poeti, mistici sufi e filosofi, ha contribuito alla fioritura della grande civiltà araba. Autori in larga parte trascurati oggi nei programmi scolastici nei Paesi musulmani. «Non sono insegnati in modo adeguato» scrive Adonis. «Alcuni studenti conoscevano soltanto qualche poesia. Per il resto l’universo dei grandi poeti rimane sconosciuto, trascurato, non compreso». Anche per questo ha deciso di scrivere Violenza e Islam, (che sarà presto seguito da altri due volumi di taglio più filosofico) con l’intento di ripensare la tradizione araba più antica, per tornare ad interrogarla ed aprire un orizzonte di ricerca. Un lavoro che diventa immediatamente politico perché «gli arabi ignorano il loro corpus letterario e le loro fonti», scrive Adonis in questo libro a quattro mani. L’Islam promosso dal fondamentalismo «è una religione assolutamente senza cultura». L’intellettuale arabo, in questo contesto, rischia dunque di essere doppiamente esiliato. Costretto a vivere lontano dalla propria terra e condannato per apostasia. Ma la scelta di Adonis non è quella della mediazione arrendevole. A 85 anni, sfodera un sorriso dolce incoraggiando con forza all’esercizio del pensiero critico e allo spirito di ricerca. «Non ho fiducia nelle ideologie religiose, ma ne ho molta negli esseri umani che saranno capai di trovare strade alternative, nuove possibilità di cambiamento e dialogo democratico».
epa05423999 Activist protest against the Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) in front of EU commission building, during fourteenth round of TTIP negotiations in Brussels, Belgium, 14 July 2016. The fourteenth round of the Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) negotiations takes place from 11 to 15 July in Brussels. The negotiators will continue to discuss market access for EU and US firms, regulatory cooperation, and the rules of trade. EPA/OLIVIER HOSLET
Se davvero ha ragione Sigmar Gabriel, il ministro all’economia tedesco nonché vice cancelliere, quando dice che il TTIP in realtà sia ormai saltato, beh, ci sarebbe da aprire le bottiglie migliori. E non solo perché il trattato economico tra USA e Europa (il TTIP, appunto) è la sintesi del turbocapitalismo per leccare il deretano dei potenti ma anche perché il TTIP non è mai diventato popolare. Mentre qualcuno con molta fatica cercava di raccontare quanto fosse prepotente il tentativo di appiattire le regole degli scambi di commerciali in onore del nord America ma anche perché un fallimento del genere sarebbe frutto dell’iniziativa politica europea che, per una volta, decide di non fare politica seguendo le addizioni.
Ma non tutti, no. Io mi emoziono pensando che ci sia una sana indignazione per la brutta frase di Bruno Vespa con cui esulta (in modo cortese e televisivo, si intende) per un terremoto. Se ai tempi del terremoto a l’Aquila abbiamo sentito le risate qui almeno hanno tentato di nascondersi dietro un patetico digrignar di denti. Almeno quello. Hanno provato a dissimulare per vergogna. Almeno questo.
Intanto Matteo Renzi decide di nominare commissario straordinario per il terremoto il primo nome non servile degli ultimi anni. Attenzione: Errani non è Gandhi, non sia mai, e Renzi non ha dimostrato improvvisa illuminazione. Però se il premier non avesse il dubbio di avere perso consenso avrebbe probabilmente nominato suo padre, suo cugino o al massimo il padre di suo cugino. E quindi incassiamo con una certa insoddisfazione.
Detto questo verrebbe da dire che forse ogni tanto il giochetto delle oligarchie rischi davvero di rallentare. Niente di che, per carità, ma ogni volta che viene messo in discussione una prepotenza che pare ormai scontata si apre uno spazio per inserisci una discussione, un dibattito, per costruire un dubbio. La politica, insomma, intesa come differenza tra ciò che crediamo vero anche se non lo è e ciò che sarebbe giusto anche se difficilmente popolare.
Nel Paese della speranza, quella vera, qualcuno si infilerebbe per provare a smontare i luoghi comuni. Succede? Succederà?