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La Repubblica dei gufi.Caffè del 1 settembre 2016

Basta slide, la smetta di trattarci come deficienti! Un grido di dolore si deve essere levato ieri dalla redazione di Repubblica. Le slide, trenta, una per ogni mese al governo, erano tate appena diffuse da Palazzo Chigi e narravano di un paese felice in cui crescono il prodotto interno lordo e la fiducia degli italiani, aumentano gli occupati (anche fra i giovani), i visitatori nei musei, gli investimenti, gli aiuti ai bisognosi. Mentre calano deficit e debito pubblico. Un’Italia dove sempre più gente accende un mutuo per comprarsi la casa dei sogni o una bella auto nuova. Non ci credete? Ecco il link: http://bit.ly/trentamesi Come se non bastasse, è arrivata la News 440 “Abbiano nel cuore ancora il dolore di questi giorni” ma ci consoliamo con “un gruppo di bambini sfollati” che “dopo il pranzo ha organizzato la baby dance: Che bella Italia!”. E tre! Ecco le foto by Maranello, con Matteo Renzi che gongola fra i padroni del capitalismo compassionevole: Sergio Marchionne: John Elkan, mezza Confindustria, Angela Merkel, che stringe la zampa del cane pompiere. Propaganda di regime tanto spudorata da far rimpiangere, per la sua delicata auto ironia, persino il canto di Orietta Berti al capezzale dei governi democristiani e dorotei dopo l’autunno caldo e la strage di stato: “Finché la barca va, lasciala andare”. Il suggello, imperdibile, è poi arrivato da una giovane mamma e ministra, da Beatrice Lorenzin, che ci ha tele trasportati negli anni dell’Istituto Luce. Una clessidra ammonitrice e un letto, con due piedi di donna (pudicamente accostati) e circondati da due maschili, avvertono che “Renzi chiede più figli per la Patria” (titolo del Giornale) e perciò istituisce, ogni 22 di settembre, il fertilità day.
L’economia è ferma, tuona contro corrente la Repubblica. “Cala l’occupazione, prezzi in discesa, retribuzioni al palo..la ripresa che manca”. Da parte sua l’Espresso parla in copertina di “Macerie” e mostra poi “Il ricostruttore” sul fondo di una bella crepa. Provo a immaginare il colloquio stamane tra il nostro amato premier e il suo consulente, Jim Messina, che aveva curato la campagna di Obama, poi era passato a Cameron e ora si occupa di Renzi. “Guru, che succede? Anche Repubblica passa coi gufi?” “Matteo, usa le slide ti avevo detto, ma non come un bastone per rompere le teste. Evita le polemiche di partito, parla poco del referendum, non essere divisivo, e tu ne esci con il fertility day. E i Gay, allora, e le lesbiche? Bene Angela e François con te a commemorare Altiero, ma tu subito hai trascinato la Merkel tra auto rosse e padroni Senza un attimo di tregua, un momento per digerire la prima che arriva la seconda. Overdose, sai cos’è vecchio mio? Il vero problema che abbiamo è la tua insicurezza: hai paura, Matteo, e per questo non ti basta vincere, ogni volta devi stravincere. Attento, una Enews al giorno (e ne hai già scritte 440) toglie il premier di torno”.
Via, Mineo, vada alla notizia! Gli ultimi dati dell’istat sono così gravi da giustificare il cambio radicale dei toni e della disposizione d’animo del gruppo Repubblica -L’espresso. Voi lettori del Caffè siete fatti così: incontentabili. E allora dico che no, non è successo niente di così terribile. Ha quasi ragione Padoan: le ultime cifre si possono addirittura interpretare come la conferma di un flebile trend non negativo. La ripresa c’è. Ma -questo è il punto- è una ripresa che non riscalda i cuori e che serve a poco: non dà lavoro ai giovani, non spinge il ceto medio e spendere. Se poi confrontiamo dati dell’Istat, con quelli insufficienti ma più positivi forniti dagli istituti di statistica francesi e tedeschi, questa ripresa dello zero virgola parla di un’occasione perduta, di un’Italia che non ha neppure cominciato ad affrontare i problemi : corruzione diffusa, incapacità di governare burocrazia e amministrazione, banche e imprenditori che meriterebbero di fallire (non tutte né tutti, per fortuna) ma vengono tenuti in piedi dal Pantalone pubblico, scarsa produttività. In fondo le bugie di Renzi cercano in modo maldestro di nascondere queste omissioni e di non ammettere (non prima del referendum) il fallimento delle misure fin qui adottate: dagli 80 euro ai bonus, dagli sgravi all’abolizione della Tasi, dalla riforma della scuola alla balla della riforma costituzionale. A proposito, anche Luciano Violante -che si è rimesso e a cui faccio gli auguri- scrive per il Corriere della Sera che lui voterà Sì al referendum ma che Renzi dovrà cambiare al più presto la sua legge elettorale per tornare al Mattarellum. Dunque dovrà tornare a Canossa nelle fila del Pd e rinunciare alla chimera dell’uomo della provvidenza, solo al comando.

Caro prof concilia o no? L’ultima amara beffa della legge 107

La fila dei banchi viene allestita in vista dell'esame di maturità' in una scuola a Pontedera, 17 giugno 2014. ANSA/ STRINGER

“Che fa concilia?”. Non è un vigile urbano stile Alberto Sordi a porre la celebre domanda, ma è il Miur, sissignori, il Ministero della pubblica istruzione attraverso i suoi uffici scolastici regionali. Perché ai tempi della buona scuola alias legge 107, accade anche questo.

La conciliazione. Cioè una sorta di contrattazione – personale – tra singolo docente e amministrazione. Solo che il docente in questione è vittima di un errore causato dal famoso algoritmo che, oltre ad aver deciso la sorte delle assunzioni di tanti precari la scorsa estate, quest’anno pare proprio che abbia combinato un pasticcio, stando al numero di conciliazioni fioccate nei giorni concitati delle domande di trasferimento. Il cervellone del Miur ha spedito addirittura in regioni lontane dalla propria insegnanti della scuola primaria e della secondaria di primo grado, dopo essere stati scavalcati nella loro sede prescelta da insegnanti con un punteggio  più basso del loro. Come è accaduto per esempio alla professoressa che qualche giorno fa ha scritto al Tirreno. E’ una docente di musica della scuola media inviata da Prato a Venezia mentre nella sua provincia sono arrivati docenti con un punteggio inferiore al suo. Altro che deportazioni, esodi di massa, gonfiati dai media, qui si è trattato di un vero e proprio errore, dice l’insegnante.

Sull’algoritmo del Miur si mantiene il segreto più totale nonostante le proteste e le denunce di esponenti politici M5s in commissione Cultura di Camera e Senato che hanno chiesto più trasparenza “rispetto al lavoro e alla vita di persone che sono dipendenti del pubblico”. Stesse critiche anche da Giuseppe Civati e Beatrice Brignone di Possibile. Secondo i sindacati sono circa 5mila gli insegnanti “spostati” con evidente errore che hanno fatto richiesta di conciliazione. Il Miur per ora ha accolto 2600 ricorsi, prova che insomma qualcosa che non andava c’era, eccome.

Oggi, 1 settembre è il giorno in cui i docenti prendono servizio nella scuola assegnata. Ma si andrà un po’ per le lunghe, visti i problemi di conciliazione. Entro il 3 settembre,  gli uffici scolastici regionali, dovranno risolvere un problema che ha causato rabbia ma anche tanto senso di ingiustizia. ”Cercano di farci accettare la sede sbagliata, in qualche modo, ci scoraggiano ad andare avanti”, dice una docente di Firenze. “Continuano a dire che si deve accettare la sede assegnata, ma non è giusto, io farò ricorso al giudice del lavoro. Questa è una terra di non diritto”.

Prendere o lasciare: così si potrebbe riassumere il contenuto, più che di incontri ponderati tra persone, di asettiche mail. Dimenticando che si sta decidendo del lavoro ma anche della vita di persone che devono tagliare i ponti con città, amici e spesso familiari.
Il risultato di questa ennesima prova di inefficacia della macchina organizzativa della Buona scuola è, oltre che un altro schiaffo alla dignità dell’insegnante, anche una pesante zavorra rispetto al regolare inizio dell’anno scolastico. Infatti saranno molto probabili cambi di insegnanti in classe e didattica sconvolta.

Critico anche Domenico Pantaleo segretario Flc Cgil che pure aveva tentato insieme a Cisl, Uil e Snals qualche mese fa un accordo con il Miur proprio sul piano mobilità. Piano fallito miseramente, visto che sulla chiamata diretta il ministro Giannini non ha fatto alcune concessione. “Si è consumata l’ennesima ingiustizia ai danni di una parte consistente di docenti coinvolti nella mobilità. Il disagio creato a migliaia di lavoratori – dice adesso il sindacalista – che hanno dovuto lasciare la propria regione, con retribuzioni bassissime, è stato ignorato dal Governo nonostante che in molti casi era possibile trovare soluzioni che nel rispetto delle regole evitassero esodi di docenti”.
“Il nuovo anno scolastico comincia nel peggiore dei modi”, scrive la Cgil. Che insieme a Cisl, Uil e Snals ha fatto ricorso al Tar del Lazio proprio sulla chiamata diretta dei presidi, uno dei punti chiave della legge 107.

Ultima chicca in ordine di tempo: la cosiddetta rendicontazione per ottenere il bonus (ottima iniziativa)  di 500 euro previsto per la formazione dei docenti. Ebbene, la scadenza era il 31 agosto. Il Miur presenta le regole secondo le quali effettuare le rendicontazione (scontrini, ricevute ecc.) soltanto il 29 agosto. Quando cioè tutte le segreterie scolastiche avevano già finito il lavoro, con ogni istituto che si era fatto le “regole” per conto proprio, vista l’assenza delle disposizioni centrali.  Tutto da rifare, ora le regole ci sono e il termine ultimo è il 15 ottobre. Se questo non è un segno di inefficienza  cos’è?

Fertility Day: s’odono le ovaie suonare a festa

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Ho sperato che fosse uno scherzo. Ho pensato che con questa orda di webeti (figli di quella stessa televisione che ora li percula) qualcuno avesse avuto la trovata di mettere in piedi una falsa campagna istituzionale. Ma davvero il cattivo gusto e il buonpensare della ministra Lorenzin potrebbe arrivare a tanto? Mi sono chiesto. E sì. E sì. E sì.

Complice la disattenzione agostana la Morale di Stato si è infilata nel ministero e ci è apparsa in tutta la sua completezza: qui da noi la Morale è molto spesso una vecchia megera che vorrebbe insegnare agli altri cosa è giusto e cosa no, i buoni e i cattivi e, spesso, anche tutte le più recondite prurigini che rovistano tra i genitali tenendo però lo sguardo verso qualche dio, un indefinito infinito e la Ragion di Stato. Che in Italia le tre divinità si sovrappongano complica poi terribilmente le cose.

La Lorenzin (ma mica lei: il governo, tutto, che è responsabile di tutte le azione di tutti i suoi componenti) ha deciso di indire la giornata della fertilità nazionale. Ventiquattro ore di vergogna per chi è infertile per natura o per età o per distrazione mentre le ovaie calde delle partoriture suonano a festa per i borghi italiani. Ha pensato, la Lorenzin (e il governo), che il modo migliore per combattere il calo demografico sia quello di sdoganare un bell’amplesso giovanile destinato alla procreazione. Scopo della godereccia campagna sarebbe (come si legge sul sito istituzionale del ministero):

1.informare i cittadini sul ruolo della Fertilità nella loro vita, sulla durata e su come proteggerla evitando comportamenti che possano metterla a rischio

2.fornire assistenza sanitaria qualificata per difendere la Fertilità, promuovere interventi di prevenzione e diagnosi precoce al fine di curare le malattie dell’apparato riproduttivo e intervenire, ove possibile, per ripristinare la fertilità naturale.

3.sviluppare nelle persone la conoscenza delle caratteristiche funzionali della loro fertilità per poterla usare scegliendo di avere un figlio autonomamente e consapevolmente.

4.operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione

5.celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility day”, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà “il prestigio della maternità”.

Se lo schema vi ricorda qualcosa vi aiutiamo noi: è lo stesso nerboruto verbo con cui Mussolini incitava le donne italiche a “procreare per fare impero” e lo stesso innaturale naturalismo delle religioni che vedono la donna nell’unico ruolo dell’incubatrice di figli. Solo che questo accade nell’Italia così smart e young che Renzi e i suoi sodali continuano a propinarci come il migliore Paese possibile.

Femmine, sappiate, se non fate figli siete un inutile costo per la comunità: siete inutili come un tornio rotto, siete colpevoli di fronte al commercialista divino della riproduzione, siete antipatiche alla ministra allo sbaraglio, siete brutte, incostituzionali e troppo distratte.

Donne, la vostra fertilità è un bene comune (recita così una delle orride cartoline ministeriali): se non la userete diventerà nostra per usucapione. Se la usate a piacimento è come una vostra seconda casa di cui vi raddoppieranno la tassazione. Se la usate nei tempi sbagliati sarete la x che farà saltare l’equazione di Stato. E se non ce l’avete, beh, se siete donne non feconde, rileggetevi la campagna e tirate le somme.

Povera Italia.

Buon giovedì.

 

Cartoline dal pianeta fertilità (da rispedire al mittente)

Il 31 dicembre 2015, in Italia vivevano 60.665.551 persone, lo stesso giorno del 2014 erano invece 60.795.612, circa 130mila in più.  In Italia prosegue la diminuzione delle nascite in atto dal 2008. Nel 2015 i nati sono meno di mezzo milione (-17 mila sul 2014) e gli stranieri erano il 14,8% del totale. I morti sono stati circa 150mila in più dei nati e l’età media continua a crescere. Non c’è che dire, l’italica razza non è messa bene e non sarebbe male – per avere un Paese più dinamico, al passo coi tempi, che guarda avanti anziché indietro – se ci fossero più giovani. Dunque, se si facessero più figli.

E allora perché la campagna di cartoline che annuncia il #fertilityday per il 22 settembre ha generato il finimondo? Il numero di argomenti è quasi infinito. Ci sono il nome e il tema scelto: fertilità da difendere e proteggere. Come se il problema vero e serio del Paese fosse quello della fertilità – che pure forse è in lieve calo, ma non tale da giustificare il dato demografico. C’è la campagna insultante nei confronti delle donne: la cartolina che più è stata rilanciata sul web è quella con la donna che, clessidra in mano, ci ricorda che a un certo punto si diventa infertili (anche se restate sempre belle, belle). Meglio farli subito i figli, dunque. “Sbrigatevi, che diventate infertili, vecchie e inutili” – di quanto sia delicata la campagna con le donne che non riescono ad avere figli a 25 anni non parliamo nemmeno. La cartolina sul “poi ne fate uno solo”, chiedete ai vostri amici con un figlio e 35 anni, poi, fa infuriare: soldi, tempi di vita, case, asili…ma di che parliamo?

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Che sui manifesti e sulle cartoline si raffigurino solo donne è anche un po’ buffo. Dov’è la cartolina “Non aspettare che non ti tiri più, accoppiati selvaggiamente con la tua compagna e ingravidala”? (ce n’è una con la sigaretta e gli spermatozoi che rallentano, a dire il vero, ma è un’altra cosa). In tutto questo c’è un pensiero di fondo, lo hanno scritto in tante in queste ore, che è quello dei ruoli naturali, dei compiti da svolgere nella società e di un’idea strana e poco moderna sulle scelte delle persone di sesso femminile. Somiglia in forma uguale e contraria a quanto fatto e sostenuto in Francia sul burqini: lo sappiamo noi, politici maschi (o femmine che sia) quello che fa per voi: figli e costumini discinti. Se invece scegliete di non fare figli o scegliete di coprirvi di più e lo fate liberamente, fate male.

Ma torniamo ai numeri e ai figli. Sarebbe bello averne e farne di più. E il governo, lo Stato, potrebbe fare qualcosa per incentivare le coppie giovani a farne. Non spedendo cartoline ma con politiche attive. Non c’è bisogno di ripetere che i Paesi occidentali dove si fanno più figli hanno anche politiche di welfare (asili, sussidi, case, permessi) che aiutano le coppie dove entrambi i genitori lavorano a conciliare i loro tempi di vita con i nuovi arrivati vero? E nemmeno che con salari da fame e prezzi delle case alle stelle come nei centri urbani italiani è difficile pensare di fare un figlio. E sottolineare che il calo demografico comincia nel 2008, quando esplode la grande crisi, vi dice qualcosa? Negli Stati Uniti, dove pure il welfare pubblico non esiste quasi, i figli li fanno i molto poveri e religiosi e i giovani in carriera che guadagnano molti, ma molti soldi. E che poi cambiano casa o città proprio per “colpa” del fatto che hanno fatto figli e devono spostarsi per potersi permettere 10 metri quadri in più.

Proprio negli Stati Uniti, in queste settimane è uscita la nuova edizione rivista di Unfinished business, Women, men, work, family, l’ultimo libro di Anne-Marie Slaughter, che dirige la New America Foundation, che ha lavorato per l’amministrazione Clinton e insegnato a Princeton e il cui articolo su The Atlantic “Why women still can’t have it all” ebbe un successo enorme. In estrema sintesi e con un punto di vista personale, Slaughter sostiene che senza valorizzare il lavoro di cura, dargli lo stesso peso di quello salariato, professionale e senza cambiare il ruolo degli uomini nell’organizzazione della società, è difficile pensare di raggiungere la parità. Ovvero cambiando welfare, tempi di vita, idea della retribuzione e del successo personale. Un affare complicato, sul quale cominciare a ragionare. Proprio come il riscaldamento globale o l’avvento dei robot: sono le sfide del futuro di cui tutti dovremmo discutere. Sfide che, se affrontate, ci aiuterebbero superare i problemi che non ci fanno avere figli.

Ecco delle cose da fare, del welfare a cui pensare, delle idee semplici e complicate sulle quali lavorare, delle risorse da trovare. Certo, ne serviranno un po’ di più di quelle stanziate per una campagna sballata e per mettere su un sito che mentre scriviamo è inaccessibile. Forse perché a Palazzo Chigi qualcuno si è accorto dell’errore?

Il vescovo e il libero arbitrio.Caffè del 31 agosto 2016

Non uccide il terremoto, uccidono piuttosto le opere dell’uomo. Il vescovo di Rieti ha scelto Rousseau (vedi il Caffè del 26 agosto, “Sul terremoto..di Lisbona”), ha posto l’accento sul libero arbitrio e dunque sulla responsabilità piena degli uomini. Così Francesco vuole salvare la sua chiesa: liberandola da ogni ruolo di supplenza nei confronti del potere, facendone una voce libera che, in nome del divino che è poi l’umano dell’uomo, sia capace di dialogare con altre voci libere e di squarciare il velo delle ipocrisie che usavano scaricare sul fato o sulla volontà di dio quel che deriva invece da atti umani. Le parole dei telecronisti -per quel poco che ho ascoltato- stridevano con tale messaggio e spandevano, con toni “sobri”, il miele della retorica del dolore e della solidarietà. Ma quelle parole restano, come resta l’immagine di Mattarella e di Renzi “confusi” -così ha detto un cronista- tra la folla dei semplici cittadini. Corriere e Repubblica usano titolano “l’accusa del vescovo”. Insomma: tu l’hai detto, Pompili. Sei tu che ci rubi il mestiere.
I fondi spariti dalla ricostruzione. La Stampa denuncia: “Spesi in consulenze il 40% dei fondi destinati alle case crollate”. Sul Corriere Sergio Rizzo accusa “i professionisti della ricostruzione” e ricorda i tempi dell’Aquila. Dietro le promesse roboanti del premier di allora (era Silvio Berlusconi), dietro l’immagine dei capi di stato e di governo che si riunirono a corte tra le macerie, si muovevano imprenditori sciacalli, lesti a definire quella tragedia “una botta di culo”, c’era “l’intreccio, comune nei piccoli centri, tra geometri locali e politica”, c’era l’evidenza che “lavorano sempre gli stessi, tirano su muretti e palazzine e li riparano se crollano”. Insomma, “un sistema di illegalità diffusa”, come scrive sulla Stampa Gustavo Zagrebelsky: “È malato un paese.. in cui metà delle pagine alle indagini di una procura della Repubblica, alla loro ampiezza e alla diffusione di illeciti e reati, che quasi sembrano costituire la normalità”. Eh no, L’Aquila non si tocca! E basta coi giudici Il Giornale si ribella: “Indagano anche i morti”. “Tutti a caccia di colpevoli. Pm e giustiziasti contro i privati. All’Aquila ci furono 200 inchieste,19 processi, poche condanne”. Una excusatio non petita che Zagrebelsky ha forse previsto: “Se un tocco di sarcasmo è consentito si può notare che i regimi corrotti di solito hanno una magistratura asservita: della corruzione si può bisbigliare, ma senza prove. L’Italia corrotta è incoerente, poiché mantiene una magistratura indipendente. E allora la corruzione viene fatta emergere ed è sotto gli occhi di tutti. Ma inutilmente, poiché l’ipocrisia protegge la corruzione”.
Apple deve restituire 13 miliardi, titola il Sole24Ore. Sia lode a Margrethe Vestager commissaria europea alla concorrenza, che ha osato sfidare il colosso di Cupertino. La vicenda è semplice: le multinazionali pretendono che i governi le ringraziano perché creano posti di lavoro (pochi), perché muovono le borse e contribuiscono al PIL. Dunque ritengono di non avere ulteriori doveri e in particolare di non essere tenuti a pagare le tasse se non dove più gli conviene e nella misura minore possibile. Può funzionare? Forse sì, ma solo se si smantella il welfare pubblico in ogni dove (sanità, scuola, trasporti, previdenza, assistenza, prevenzione sismica, tutela del territorio) e si affida la nostra vita quotidiana interamente all’iniziativa privata ed, eventualmente, a un welfare messo su dalle multinazionali. A rigore una contraddizione resterebbe perché le multinazionali wall street avranno comunque bisogno almeno della forza degli eserciti, che le difendano dagli attacchi dell’anti- (di questo tempi islamica). Si può fare, certo, ricorso a eserciti mercenari -ricordate i contractors delle guerre di Bush?- e alle multinazionali delle armi. Ma poi occorrerà socializzare quei costi, tutt’altro che indifferenti. Ma non voglio divagare. Il punto secondo me è che sia la tassa richiesta ora dall’Europa ad Apple, sia il blocco imposto al trattato di libero commercio, Ttip, testimoniano del contrasto che si è aperto (vedi Brexit) tra due idee entrambe di destra: Il nazionalismo protezionista e l’universalismo a misura della finanza e delle multinazionali. Mi chiedo con chi stia la sinistra. Quella che vedo, dà un colpo al cerchio e uno alla botte,strizza l’occhio, vivacchia.
Anche Macron lascia Hollande. Chi è Macron? Il ministro delle finanze voluto dal presidente, un uomo che avrebbe dovuto rappresentare la destra della sinistra, il liberista spinto di un governo gestito da un socialista della Terza Via, Emmanuel Valls, e guidato da un socialista compassionevole, cioè Hollande. Macro ha 38 anni, ritiene che destra e sinistra siano categorie ormai senza senso, che la democrazia dei partiti sia giurassica, che la politica abbia bisogno di uomini soli che si rapportino direttamente al popolo. E ha fondato un movimento che si chiama “En marche”. Bellissimo, modernissimo? “Fino a questo momento -osserva Marc Lazar su Repubblica- per vincere un’elezione c’è sempre stato bisogno di un partito: un semplice movimento potrà bastare?”. Dunque Lazar definisce Macron “avventurista” anche se ammette che “la bomba Macron è esplosa ed è forse il preannuncio di una vasta ricomposizione della scena politica francese”.

Si parte. Al via la 73° festa internazionale del cinema di Venezia

Apertura della festa internazionale del cinema all’insegna del lutto e della sobrietà. Niente cena di gala e poche passerelle per rispetto delle vittime del terremoto del 25 agosto e delle loro famiglie che stanno passando momenti terribili.

La festa internazionale del cinema numero 73 ha  come madrina, discreta ed elegante, l’attrice Sonia Bermagasco che ha studiato al Piccolo di Milano con Giorgio Strelher ed è diplomata in pianoforte al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano.  La rassegna  si apre ufficialmente al Lido  il 31 agosto  e prosegue fino al 10 settembre, puntando sul cinema italiano con tre film  in concorso Piuma del giovane e talentuoso regista e scrittore pisano Roan Johnson, il documentario Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti e Questi giorni di Giuseppe Piccioni. In gara insieme a grandi maestri come Wim Wenders, Emir Kusturica, François Ozon e Terrence Malick. E ancora il nuovo film dello stilista Tom Ford e del framcese Denis Villeneuve. Fuori concorso sarà presentato il western I magnifici 7, remake di un film anni 60 diretto da Antoine Fuqua,  che poi aprirà Toronto.

Sonia Bergamasco
Sonia Bergamasco

l nuovi lungometraggi della Selezione Ufficiale sono 55, di cui 20 in Venezia 73 (Concorso) , 18 Fuori Concorso (di cui 7 documentari),  19 in Orizzonti. La giuria internazionale diretta da Sam Mendes ha fra i suoi componenti  la musicista americana Laurie Anderson e il giallista e magistrato Giancarlo De Cataldo.

Decimo film per il regista Giuseppe Piccioni in Questi giorni racconta la storia di un gruppo di ragazze di provincia, negli anni dell’università in cui si fanno scelte che cominciano a sembrare non più rinviabili. Nel cast Margherita Buy, Maria Roveran, Filippo Timi, Alessandro Averone, Mina Djukic e molti altri. Tratto dal romanzo inedito Color betulla giovane di Marta Bertini, il film è prodotto da 11 marzo, Publispei, Rai Cinema e distribuito da Bim.

Piuma di Roan Jhonson
Piuma di Roan Jhonson

 Piuma  è il quarto film di Roan Johnson  e segue il suo filone più fortunato, quello di una storia di ragazzi, questa volta una giovanissima coppia che, mentre sta preprando gli esami di maturità, si ritrova alle prese con una gravidanza inattesa e «con il mondo che inizia ad andare contromano». A calarsi nei panni di Ferro è Luigi Fedele, mentre Cate è Blu Yoshimi. Prodotto da Palomar e Sky Cinema, con il contributo del Mibact il film è distribuito da Lucky Red.

Manco a dirlo, quelli della gestazione saranno i nove mesi più burrascosi della loro vita, anche perché nel frattempo bisogna preparare la maturità insieme al Patema e agli altri amici,  senza trascurare i viaggi da tempo sognati in Spagna e Marocco. Un fim in cui Roan Johnson, autore anche di un interessante romanzo per Einaudi, Prove di felicità a Roma est, riallaccia i fili con suoi lavori precedenti come  I primi della lista e Fino a qui tutto bene.

Quanto a Spira mirabilis, il  film documentario di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti immaginato come una sinfonia visiva sui quattro elementi,aria, acqua, fuoco e terra.

Nocturnal animals Tom Ford
Nocturnal animals Tom Ford

La scena internazionale . Il regista e stilista Tom Ford è atteso al varco della seconda prova. A Venezia presenta in concorso Nocturnal animals, interpretato da Jake Gyllenhaal, Amy Adams. Come il precedente film A Single Man, che regalò a Colin Firth una Coppa Volpi a Venezia è una storia che affronta il tema della perdita di un amore. Il film è un adattamento del romanzo di Austin Wright, Tony and Susan, ( pubblicato in Italia da Adelphi) un thriller esistenziale la cui sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Ford.

Frantz eil  sedicesimo film di François Ozon ( nel cast c’è l’astro nascente francese Pierre Niney) è stato scritto dal regista ed inizia in una cittadina tedesca poco dopo la Prima guerra mondiale. È la storia di Anna che si reca tutti i giorni sulla tomba del fidanzato Franz, ucciso in Francia. Finché un giorno Adrien, un misterioso ragazzo francese, porta dei fiori alla tomba e la sua presenza susciterà delle reazioni imprevedibili in un ambiente segnato dalla sconfitta tedesca innescando una storia imprevista.

Fra i film da segnalare c’è anche il film  Brimstone. Protagonista del film di Koolhoven un uomo di Chiesa  che, in nome di Dio, commette ogni tipo di crimine. Il reverendo interpretato da Guy Pearce fra accoltellamenti, mutilazioni, impiccagioni, fucilazioni, frustate, violenze sessuali.  In questo insolito film ambientato nel West, coprotagonista è una donna priva della parola ( Dakota Fanning), moglie e madre, in fuga da un padre folle e abusivo, pedofilo, esaltato. L’escalation di violenza nel film è raccontata in capitoli, come se fosse un film di Lars von Trier , al centro  la costante è l’ossessione maschile del possesso della donna.  Nella visione misogena del West, sempre da  punire, se non ci sta, nei modi più selvaggi e spietati. Privandola della libertà, del proprio corpo, della vita.

La Chiesa e la sua visione medievale è al ccentro anche del documentarui Liberami il vero volto degli esorcisti di Federica Di Giacomo, un docufilm scritto con Andrea Zvetok Sanguigni e prodotto da Mir Cinematografica con Rai Cinema, che sottolinea il numero crescente dei preti che lo praticano,  a partire dalla storia di padre Cataldo, esorcista in Sicilia e da quelle di Gloria, Enrico, Anna e Giulia che ogni martedì seguono le messe di” liberazione”.

Ancora per quanto riguarda docufilm di qualità, da non perdere di vista, l’anteprima il 5 settembre di Zaza, Kurd di Simone Amendola, progetto vincitore del bando MigrArti del MiBACT. «Racconta la fine di un lungo esilio. Un segno di speranza e bellezza per un popolo senza lingua e senza Paese». Il film, prodotto grazie alla vittoria del Bando MigrArti del MiBact, è un documentario breve che attraverso l’uso di vari linguaggi vuole dare voce alle ferite che il protagonista si porta dentro. In un momento in cui la Turchia è sempre più sotto la stretta autoritaria del governo Erdogan, che attacca i curdi, dicendo di voler combattere l’Isis, il film propone al pubblico del Lido spunti di riflessione importanti.

Anche quest’anno sarà possibile vedere i film di Venezia da casa. Una selezione di opere provenienti dalle sezioni Orizzonti, Biennale College e anche da altre sezioni ufficiali del festival saranno online. Il biglietto è di 4 euro per ogni film. Sarà possibile accedere alle visioni a partire dal 1 settembre attraverso la pagina di Festival Scope. Per l’occasione, indie-eye, in collaborazione con Festival Scope di cui è media partner, lancia un contest a partire da oggi stesso che si concluderà il 4 di settembre. Fino a quella data potete riempire questo form dedicato e partecipare alla vincita di un pass che vi darà la possibilità di godervi 5 film gratis a partire dal 5 settembre fino al 10 settembre.

I premi alla carriera quest’anno vanno Jean-Paul Belmondo e al regista polacco Jerzy Skolimowski.

«In un momento in cui la crisi del mercato si fa sentire – dice il direttore  della Biennale cinema 73 Alberto Barbera– proponiamo un ventaglio articolato di proposte di film diversi ed eterogenei, che hanno in comune la più o meno sotterranea intenzione di rivolgersi ad un pubblico il più vasto possibile, annullando o riducendo le distanze fra spettatori cinefili e quelli che cercano in primis un’occasione di intrattenimento non banale».

 

Apple, Facebook, Google e il bullismo fiscale

epa05388504 Mark Zuckerberg, Founder of Facebook, speaks during the 2016 Global Entrepreneurship Summit at Stanford University in Stanford, California, USA, 24 June 2016. EPA/MONICA M. DAVEY

Niente crea più disuguaglianza che aiutare tutti nello stesso modo. Eppure non accade nemmeno questo: i forti con i deboli tendono a essere poi deboli con i forti per una legge del contrappasso che gli è favorevole. E così succede che in quest’Italia di professionisti digrignatori di denti (di fronte ai fragili demonizzati, preferibilmente profughi e stranieri) si apparecchi un’accoglienza barzotta a Mark Zuckerberg con il sorriso servile di chi ha intravisto uno sceicco e a nessuno venga in mente di chiedere al fondatore di Facebook (che ha dispensato slogan motivazionali da baci Perugina) se ritenga giusto pagare all’Italia 200.000 euro di tasse di fronte a un incasso di 350 milioni di euro.

Niente. Renzi era troppo preso a postare (su Facebook, appunto) la foto di lui e Mark; il Papa sempre intento a simulare giovanilismo e gli studenti universitari si sono scordati di chiederglielo. Avrebbero potuto farlo i giornalisti ma, ahinoi, i giornalisti non potevano fare domande. Succede. Cosa ne pensa un lavoratore italiano qualsiasi della differenza tra la propria pressione fiscale e quella del proprietario di Facebook invece è facile immaginarlo. Anche senza domande.

E mentre l’Italia si inzerbinava per Zuck (che apre la strada alla beneficienza con i buoni sconto, come al supermercato) l’Europa per la prima volta ha deciso invece di alzare la voce contro il bullismo fiscale di Apple che con la sua sede irlandese (finta) ha goduto di un’aliquota fiscale dello 0,005%. Sì, avete letto bene: al fisco europeo mancano qualcosa come 13 miliardi. E la Commissione Europea (senza bisogno di portaerei, passerelle e necrofilia storica) ha deciso di alzare la voce.

Insomma, l’Europa si arrabbia con le multinazionali e, per una volta, insegna a far politica ai Paesi membri. Proviamo ad applicare le regole, magari? E fuori succede un finimondo: Apple si indigna, l’Irlanda (la mangiatoia di Apple ma anche di Facebook e di Google) reclama il diritto di esercitare la propria prostituzione fiscale e i soliti noti balbettano qualcosa.

La fine che vorremmo? Che si approfittasse della moda per attaccare davvero i prepotenti senza fermarsi ai giganti informatici americani: ci sono banche, aziende farmaceutiche, coaguli finanziari e bande di potere che meriterebbero un controllo approfondito. Chissà se il coraggio basterà.

(Intanto, sullo sfondo, Marchionne ci insegna che è immorale guadagnare più di 50 milioni di euro all’anno. Lui, con residenza americana. Ovviamente. Al Capone era un chierichetto, al confronto)

Buon mercoledì.

Rajoy è senza maggioranza. Iglesias chiama Sanchez

Rajoy è senza maggioranza. Il socialista Sanchez non molla, quello a Mariano Rajoy è e resta un No. A niente sono valsi i suoi appelli disperati – «Il paese ha bisogno di governo con urgenza» – il presidente uscente e incaricato si presenta davanti alla Camera spagnola con la certezza di non avere i voti necessari per diventare premier. Senza alcuna sorpresa, quindi, si registrerà la bocciatura al primo voto di investitura.

Pedro Sanchez e i socialisti non fanno nemmeno un passo indietro: «L’articolo 99 della Costituzione dice che il candidato necessita della fiducia della Camera. Voteremo No perché non ha la nostra fiducia». Sanchez tiene fermo un No su basi politiche ed economiche, giudicando un eventuale governo Rajoy «conservatore e di continuità». E a chi lo accusa di voler precipitare in Paese nel caos con nuove elezioni, come Rajoy ma anche come molta stampa spagnola, risponde: «La responsabilità del fallimento del signor Rajoy per la sua investitura è esclusivamente del signor Rajoy, per la sua incapacità di ottenere una maggioranza».

In queste settimane, Rajoy è riuscito a convincere – oltre, ovviamente, ai suoi 137 deputati popolari – soltanto i 32 di Ciudadanos e l’unico deputato di Coalicion Canaria. Totale: 170 su 350, quindi al disotto della maggioranza assoluta di 176, necessaria per ottenere l’investitura al primo turno. Oltre al Psoe hanno annunciato voto contrario Podemos (71 seggi) e i 24 deputati nazionalisti e indipendentisti catalani e baschi.

Già certi di questa bocciatura, ci si prepara al secondo voto, previsto per venerdì, dove la maggioranza necessaria è quella semplice. Ancora nulla, insomma. Un altro risultato negativo di Rajoy è all’orizzonte. A meno che il Psoe non incappi in una spaccatura e qualcuno decida di disobbedire alla linea del partito. Cosa che appare altamente improbabile a giudicare dalle dichiarazioni di tutti i dirigenti.

Se i socialisti rimanessero compatti, invece, la palla passerebbe proprio a Pedro Sanchez che da sabato sarà il protagonista assoluto in quel di Spagna, con davanti a sé un bivio. Tra lavorare a una coalizione progressista con Unidos Podemos: «Se Sanchez farà un passo in avanti, noi staremo al suo fianco», “manda a dire” Pablo Iglesias a Pedro, sottolineando che, se proprio non vuole nuove elezioni, «è obbligato a cercare un’alternativa insieme a Unidos Podemos». Un governo targato Psoe e Unidos Podemos, del resto, sarebbe possibile, con un gioco di astensioni incrociate di nazionalisti e Ciudadanos. Oppure, se entro il 2 novembre la Spagna non avrà un nuovo premier, si torna a votare in dicembre, il giorno di Natale, per la terza volta in un anno. Quasi un eccesso di democrazia, tanto più se visto con occhi tricolore, dove invece non si vota da tre anni.

Chiedi chi erano i quattro di Visegrád

Visegrad Group

La Polonia di Beata Szydlo, l’Ungheria di Viktor Orban, la Repubblica Ceca di Bohuslav Sobotka e la Slovacchia di Robert Fico. In comune hanno tante cose, ma soprattutto una: boicottare la politica migratoria europea, e tirare a destra, sempre più a destra. Altro che relocation, in vista del vertice di Bratislava, previsto il 16 settembre, i quattro rilanciano e invocano più sicurezza e più disciplina.

Tutto si può dire a Viktor Orban – e ai tre compagni di Visegrad – tranne che non parli chiaro: «L’Ue ha perso la sua adattabilità e non abbiamo la risposta giusta all’immigrazione e al terrorismo». E propone: «Dobbiamo dare priorità alla sicurezza e cominciare costruendo un esercito comune europeo. Merkel non si oppone ma resta prudente sulla possibilità di creare un’armata europea, anche perché se i membri di Visegrad appartengono tutti alla Nato, dentro l’Ue a 27 ce ne sono almeno sei che non ne fanno parte: Austria, Cipro, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia. Non è una bella situazione, insomma. E il vertice di Bratislava, prova a incoraggiare Merkel, «è un punto di partenza» e non di arrivo dell’Ue a 27: «La Brexit è un profondo punto di rottura nella storia dell’Ue, quindi dobbiamo lavorare ad una risposta molto attenta».

Il Gruppo di Visegrád – che conta una superficie comune di 533.616 km quadrati e una popolazione di oltre 64 milioni di persone – si era costituito all’inizio degli anni 90 per promuovere l’integrazione del gruppo dei 4 all’interno dell’Ue, dopo anni di rapporti diretti dei singoli Stati con Bruxelles, oggi appare rinvigorito e oltre a una superficie, una popolazione e un’economia, sembra avere anche una linea politica comune: soldi e non migranti. Gli onori di casa, il prossimo 16 settembre a Bratislava, li farà Robert Fico, ovvero l’Orban slovacco (qui, una breve bio di Fico): «La Slovacchia non ha bisogno di politiche di sinistra o di destra, ma di una politica in grado di risolvere i problemi», ha detto Fico nel 2000. Di origini operaie e formato nella Cecoslovacchia comunista, Fico vince le elezioni una dietro l’altra, anche sotto le vesti di socialista europeo che combatte le politiche di austerity, mentre si allea con la destra. Oggi il suo principale alleato è Viktor Orbán e, come lui, fa della questione rifugiati un motivo di scontro culturale: «La Slovacchia è un Paese cristiano, non possiamo tollerare l’afflusso di 300mila, 400mila immigrati musulmani che vorranno iniziare a costruire moschee nella nostra terra, cercando di cambiarne la natura, la cultura e i valori dello Stato».

Francia, il falso storico della Marianne nuda di Valls e la fuga di Macron

Alzi la mano chi vuol fare il presidente dopo Hollande. Nel suo partito o nei pressi di esso in questo momento contiamo Emmanuel Macron, padre della riforma dell’economia molto contestata nei mesi scorsi, che si è dimesso dal suo incarico di ministro dell’Economia proprio oggi. Poi c’è Manuel Valls. Normale visto il disastro della presidenza attuale: Hollande, che pure nei prossimi giorni ha promesso un discorso importante, è tra i politici meno popolari della storia dell’universo. E il Front National, nei sondaggi e nell’urna, è ai massimi storici.

Sarà per questo che il capo del governo Valls non si lascia scappare occasione per dire cose di cui un politico di sinistra dovrebbe pentirsi. Dopo aver spiegato ai francesi che il divieto di burkini in spiaggia era una cosa lecita e dopo essere stato messo in riga da un giudizio dell’Alta corte francese, che sosteneva il contrario, oggi il premier spiega che la Marianne, il simbolo della Francia, ha il seno scoperto perché «sta nutrendo il popolo, perché è libera». La dichiarazione ha scatenato un putiferio. Giustamente.

Benone, prendiamo le questioni una per una. Marianne, il simbolo della Repubblica, è a seno nudo perché è libera. Peccato che, come ha fatto notare la storica Mathilde Larrere con questa bella serie di tweet qui sotto, l’immagine di Delacroix a cui si richiamava Valls non rappresenta Marianne, ma la libertà; la scelta di usare una donna era contrapposta al potere regale, maschile; si tratta di un’immagine che comunque riprende la iconografia classica di libertà non una scelta in qualche modo politica ma un canone artistico; le immagini della Marianne che tendono a prevalere sono due e ce n’è una più severa e una più rivoluzionaria, a seno scoperto – qualsiasi di esse ci piaccia di più, resta il fatto che la Marianne non è una, ma molte; con il succedersi delle repubbliche cambia l’iconografia. L’affermazione di Valls è quindi una sciocchezza dal punto di vista del contenuto. Come spiega lo storico Nicolas Lebourg a Liberatìon, ci sono due Marianne, ma il quadro è del 1830 mentre l’allegoria della Repubblica viene proclamata 18 anni più tardi. In fondo, a usare la Marianne, di questi tempi, è spesso il Front National, che un tempo usava solo Giovanna d’Arco.

Ma c’è qualcosa in più: il premier socialista con la sua affermazione sceglie di dire un altro paio di cose. La donna nuda è lì a svolgere il suo ruolo naturale: nutrire il popolo. Dicendo che è nuda perché libera, poi, Valls sottintende, un’altra volta, che le donne che scelgono liberamente (una, dieci, mille che siano) di coprirsi il capo o di vestire il burkini in spiaggia non lo siano. Pessima uscita, che si speiga solo con un calcolo elettorale. Fatto sta che in sala, riportano i giornali francesi, due ministri, Najat Vallaud Balkacem, 38enne nata in Marocco, ministra dell’istruzione, la prima donna a occupare quella posizione, e Marisol Touraine, ministro degli affari sociali, avevano l’aria un po’ sperduta e non battevano le mani.

L’idea di Valls sembra quella di proporsi come una figura che tiene insieme la sinistra e quel mal di pancia anti-islamico che però Marine Le Pen incarna già perfettamente e in forme tutto sommati digeribili e meno brutali e volgari di suo padre Jean Marie. Per questo rincorrerla è suicida. Lo è per Hollande, che flette i muscoli in materia di sicurezza e lo è per la nuova guerra culturale avviata da Valls.

Quanto a Macron, la notizia politica francese del giorno, ma ampiamente annunciata, lui e il suo movimento En Marche, si collocano più o meno al centro di un quadro politico francese piuttosto confuso. Più giovane, più moderno, più dinamico e meno politico è indubbiamente lui la figura nuova. Ma ha generato una risposta forte e dinamica da parte di chi ha contestato le sue politiche, dai sindacati a nuit debout, che magari non sono forti, ma servono a un presidente di sinistra per vincere.

A novembre si terranno le primarie repubblicane nelle quali si sfideranno due vecchi personaggi della politica francese:l’ex presidente Sarkozy e Alain Juppé, ex ministro, ex premier e sindaco di Bordeaux. Quelle di sinistra si dovrebbero tenere a dicembre, ma non è del tutto chiaro cosa saranno. Il PS era orientato a non fare primarie, ma i sondaggi indicano che quella è l’unica strada per dare slancio a una candidatura di sinistra. Gli altri partiti – Verdi e comunisti – prendere l’impegno a candidare il vincitore di primarie che non vogliono sia Hollande. Poi c’è Marine Le Pen.