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Aylan, un anno fa: in un anno non è cambiato nulla

Un anno fa, il 2 settembre, il mare trascinava il corpo di Aylan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. Un anno fa il mondo si commosse, rimase sconvolto, parlò, discusse della tragedia siriana. Da un anno a questa parte, in Siria si è continuato a combattere, le persone, quelle che rimangono nel Paese, hanno continuato a cercare di fuggire.

Certo, i flussi sono calati, il portale dell’Unhcr ci spiega che in Grecia fino al 31 agosto sono sbarcate 163.734 persone, contro le più di 850mila del 2016. Un calo netto, dovuto fondamentalmente all’aumento dei controlli e all’accordo illegale con la Turchia. In un anno, insomma, le cose sono leggermente peggiorate per chi è in fuga dalla guerra e il clima in Europa, che per un paio di settimane rimase colpita dal cadavere di quel bambino, la voglia di ribadire che i profughi sono i benvenuti sembra essere scomparsa. All’indomani della morte di Aylan la commissione europea approfittò per spingere l’Europa ad accettare una politica di redistribuzione, politica annunciata, negoziata, mediata e miseramente fallita: i profughi ricollocati dovevano essere 160mila, a oggi, quasi un anno dopo, sono state ricollocate 4mila persone e i posti resi disponibili sono meno di 13mila.

A luglio, i negoziati preparatori del vertice delle Nazioni Unite sui rifugiati del prossimo 19 settembre hanno rinviato al 2018 l’esame della proposta del segretario generale Ban Ki-moon di un “Global compact sulla condivisione delle responsabilità sui rifugiati”. «A settembre rischiamo di assistere a un altro conclave di leader mondiali che terminerà con dichiarazioni ipocrite mentre altri bambini resteranno a soffrire» – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International «Se non si assumeranno maggiori responsabilità di fronte alla crisi che si sviluppa davanti ai loro occhi e se non accoglieranno un maggior numero di persone in fuga dalla guerra e dalla persecuzione, i paesi più ricchi condanneranno altre migliaia di bambini a rischiare la vita in viaggi pericolosissimi o a rimanere intrappolati in campi per rifugiati senza alcuna speranza per il futuro».

Secondo i dati raccolti da Unhcr i rifugiati siriani sono più di 4 milioni e 800mila, più di due milioni e mezzo in Turchia, il 70% sono donne e bambini. I morti nel Mediterrano, invece sono 3169 solo quest’anno, 3700 nel 2015. I bambini che arrivano via mare il 29% del totale.

Rimane la potenza di quell’immagine scattata da Nilufer Demir,  la giornalista dell’agenzia di stampa turca Dogan. «Spero fermi dramma», aveva detto. Il dramma non si è fermato ma certo quella fotografia ha avuto un impatto fortissimo. Anche gli artisti hanno reso omaggio al piccolo Aylan. Da ricordare il cinese Ai Wei Wei che qualche mese fa si è fatto ritrarre come Aylan in quella spiaggia maledetta.

Il piccolo Aylan morì insieme ai fratellini e alla madre, mentre il padre aveva cercato disperatamente di salvarli dopo che la barca si era rovesciata nel tratto di mare da Bodrum all’isola di Kos. Lo stesso padre, Abdullah, ad Arbil, in Kurdistan, oggi dichiara al Bild: «Ognuno al tempo ha sostenuto di voler fare qualcosa Ma che sta accadendo ora? Le persone continuano a morire e nessuno sta facendo nulla». L’uomo racconta che negli ultimi giorni è tornato a sognare la famiglia.

 

Il Jazz Italiano per Amatrice: concerti per salvare il Cinema Teatro

L’obiettivo dei musicisti jazz italiani adesso è ricostruire il Cinema teatro Garibaldi di Amatrice, un bell’edificio dal colore rosso vivo. Nel giro di pochi giorni la macchina del Jazz italiano per l’Aquila in programma dal 2 al 4 settembre ha rimesso in moto una nuova e capillare rete di concerti, il 4 settembre, a Roma, a L’Aquila e in altre 20 città italiane. Doveva essere la seconda edizione della manifestazione che nel 2015 ha riportato un fiume di persone (60mila) nella città colpita dal sisma del 2009. Ma il terremoto ad Amatrice e negli altri luoghi dell’Appennino con la sua scia di tragedie e distruzione ha sconvolto tutta l’organizzazione. Così il direttore artistico Paolo Fresu, Mibact, Comune de L’Aquila, Associazione I-Jazz, Midj, Musicisti italiani di Jazz e Casa del Jazz, sono arrivati alla decisione di annullare il programma. Che però è stato immediatamente cambiato e indirizzato verso un altro obiettivo: Il Jazz italiano per Amatrice e gli altri territori colpiti dal sisma.

«Non sarà la stessa cosa, ma il messaggio è unitario. Vogliamo comunque con un’azione corale portare solidarietà per la popolazione ma anche e soprattutto un aiuto concreto. Ci teniamo a dirlo, anche dopo la polemica innescata da Fiorello su dove vanno a finire i soldi dei concerti benefici: siamo noi a raccogliere i fondi per la ricostruzione del Cinema teatro di Amatrice e li gestiremo noi», sottolinea Ada Montellanico, presidente Midj, impegnata a organizzare in tempi da record la nuova manifestazione.  Oltre 500 musicisti  saranno impegnati nei palchi della Casa del Jazz di Roma, a L’Aquila, nel piazzale antistante la basilica di Collemaggio (dove l’anno scorso si tenne un affollatisismo concerto di Paolo Fresu) ma anche in altre città tra cui Milano, Torino, Napoli, Parma, Catania, Pisa, Lecce, Nuoro, addirittura Lampedusa (il programma città per città qui). Questo grazie anche ai direttori dei festival italiani che hanno dirottato i musicisti nelle piazze dove esistevano le condizioni materiali per far svolgere concerti.

La maratona del 2015 a L’Aquila, dalla mattina a notte inoltrata, è stata una pietra miliare, difficile da dimenticare. «Un inaspettato successo di musica ed emozione, talmente forte e pregnante – afferma Paolo Fresu – che forse la storia del jazz italiano si può ora dividere tra un prima e un dopo L’Aquila». La musicista romana ne evidenzia i risultati concreti. «L’evento dell’anno scorso non è stato solo un “eventone”, ha portato dei benefici reali, dall’accelerazione nella ricostruzione allo sviluppo delle attività musicali a L’Aquila. E poi ha ridato la voglia di fare, un po’ di speranza, ha lasciato una traccia profonda negli aquilani», continua Montellanico. Intanto, un primo risultato del crowdfunding è stato raggiunto, con la donazione di un pianoforte a coda al Conservatorio Alfredo Casella nel corso dei convegni previsti – e rimasti – a L’Aquila il 2 settembre. Adesso con il Jazz italiano per Amatrice l’obiettivo è il Cinema Teatro, un altro luogo da ricostruire per far sì che dalla cultura e dalla musica possa ripartire la vita di una comunità, pur attraversata dal dolore.

Per le donazioni: progetto “Un teatro per Amatrice” su www.eppela.com

Continua a leggere su Left in edicola dal 3 settembre l’intervista al pianista Franco D’Andrea

 

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Cosa ha in mente D’Alema

ANSA/ANGELO CARCONI

«È stata pensata come una riunione organizzativa», ci ha spiegato Massimo D’Alema in una lunga intervista a cui abbiamo dedicato la nostra prossima copertina, spiegandoci l’appuntamento del 5 settembre. Ma ovviamente è qualcosa di più, l’evento, e non solo perché le adesioni sono state «più di quante avevamo previsto all’inizio». E quella del leader Massimo è falsa modestia. Lui che organizza il fronte del No – il fronte del No interno al Pd, soprattutto – è ovviamente notizia capace di tenere banco tutta l’estate. Vuole riprendersi il partito? Vuole solo cacciare Matteo Renzi? È diventato veramente un conservatore o è finito con il diventare un girotondino, come lo dipinge l’ex fidato Matteo Orfini?

Sono tutte domande a cui ci risponde con calma, D’Alema, spiegandoci perché dice che «la scissione sta già avvenendo», anche se («al momento») non c’è un pezzo di gruppo dirigente che stia lavorando per quello scenario. Se vince il Sì non c’è nessuna rottura nel partito, ma si allargherà la frattura, si romperà la «connessione sentimentale», questo sì, che è innanzitutto con l’elettorato. Perché «questa riforma», ci spiega esempi e numeri alla mano, «è molto simile a quella approvata da Berlusconi nel 2005. Solo che allora la bocciammo». E l’elettore e il militante di base, se lo ricorda. Si ricorda, come si ricorda D’Alema, quello che diceva all’epoca Sergio Mattarella. Si ricorda le citazioni che andavano all’epoca, quando «dicevamo che “non baratteremo il superamento del bicameralismo con un sistema nel quale, in Parlamento, c’è un capo e seicento camerieri”».

Si parla della riforma costituzionale, su Left in edicola, ma anche della sinistra, di come il Pd potrebbe tornare la casa dei tanti elettori che l’hanno abbandonata, sostituiti solo in parte da un nuovo elettorato più moderato. «Qualcuno dovrebbe dire a Renzi», ad esempio, «che la Terza via è fallita e, tra l’altro, che è un’esperienza che risale a vent’anni fa: ed è difficile presentarla come il nuovo che avanza». D’Alema che rilegge se stesso, così come Clinton sta rileggendo se stessa in Ameria: «La Terza via è fallita», ci spiega, «perché, muovendo da una visione troppo ottimistica della globalizzazione, ha sottovalutato le contraddizioni che questo processo avrebbe aperto: nuove disuguaglianze, nuova povertà e quindi la necessità di una regolazione». Diseguaglianza, migranti, mercati, lavoro: un D’Alema keynesiano, ci spiega così quello che ha in mente. E perché non è un conservatore, «ma solo un uomo di buon senso».

Su Left in edicola e in digitale la lunga intervista a Massimo D’AlemaLeft in edicola dal 3 settembre

 

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Crisi a 5 Stelle.Caffè del 2 settembre 2016

“Prima crisi” o “già paralisi” della giunta Raggi? Ha ragione il Corriere o la Repubblica? Certo è una “tempesta” -scrive La Stampa- quella che si è abbattuta ieri sui 5 Stelle e sul comune di Roma. Il Fatto Quotidiano definisce“Virginia, sindaca dimezzata”. “il supertecnico Milena -spiega- porta via i suoi dopo un duro scontro nella giunta Raggi e nel Movimento 5 Stelle”. Secondo questa ricostruzione, che mi sembra la più informata, Marcello Minenna, economista, professore associato alla Bocconi e dirigente Consob, assessore al bilancio con la delega al patrimonio e alle partecipate, ieri si è dimesso dopo l’annuncio, dato via Facebook della sindaca, che la nomina a Capo Gabinetto di Carla Raineri, doveva ritenersi revocata dato che l’anti corruzione l’aveva ritenuta non legittima in quanto a chiamata diretta. Minenna, che aveva fortemente voluto la magistrati milanese, ha considera quella rimozione un attacco ai suoi poteri e alla sua autonomia. A ruota lo hanno seguito il direttore generale dell’ATAC (azienda pubblica del trasporto) Marco Rettighieri, l’amministratore unico della società, Marco Bordolese, e anche quello dell’AMA (azienda per i rifiuti), Alessandro Solidoro. Il complotto contro Minenna (e la sua squadra di tecnici bocconiani) sarebbe stato ordito dal “Raggio magico” (nomen omen) e cioè dal vice sindaco Daniele Frongia, dal capo della segreteria politica del sindaco, Salvatore Romeo, e dal vice capo di gabinetto Raffaele Marra. “Allibiti” gli avversari a 5 Stelle della Raggi (Roberta Lombardi, Roberto Fico, Carla Ruocco), la Taverna ha denunciato “una perdita enorme”, la sindaca, in lacrime, avrebbe addirittura minacciato -dice il Corriere- le sue dimissioni: “Ora basta o mollo”.

Ma basta cosa? Chi sono i nemici esterni che, secondo Di Maio, hanno lastricato di trappole i primi 70 giorni dell’era Raggi? “Ero convinta di dover garantire la legalità. Ma non era così”, l’accusa viene da Carla Raineri, che se ne torna alla Corte d’Appello di Milano. Dunque la giunta a 5 Stelle non vuole più “garantire la legalità” al comune di Roma? Oppure una sindaca incauta e mal consigliata aveva scelto persone sbagliate per gestire l’enorme debito della capitale e le grandi industrie che fanno capo al comune? Marco Travaglio sostiene che quelle nomine erano state volute dal “direttorio” a 5 Stelle. Pare di capire, controllare la Raggi e limitarne i poteri. “Gli errori più clamorosi – scrive il direttore del Fatto- li han commessi i vertici e la base, non solo romani, del Movimento, circondando la sindaca di direttorii, direttoriucci e direttorietti dove il primo che si alza la mattina mette becco dappertutto e twitta tutto, anche i mal di pancia”. Dopo 70 giorni di tira e molla, la Raggi si sarebbe fatta convincere a rompere l’accerchiamento, usando quel parere di Cantone secondo cui un capo di gabinetto non si può scegliere “a chiamata diretta”. In tal modo provocando le dimissioni della Raineri, poi quelle di Milena e degli altri. Gestito così -scrive Massimo Giannini, rientrato dalla Rai a Repupublica- il Campidoglio non è una casa di vetro. Diventa una corte di Bisanzio. Un concentrato di veleni e di arcana imperi di cui nessuno sa e capisce nulla. Una guerriglia sotterranea tra un maxi e un mini direttorio, un conflitto permanente tra correnti palesi e occulte, che in qualche caso fanno rimpiangere i partiti vecchi e rissosi della Prima Repubblica”.
La casa dei cinque stelle su regge su pilastri di sabbia, senza armatura in ferro. Lo scrivo – non per antipatia preconcetta- ormai da più di tre anni. Deputati e sindaci provenivano dai “movimenti”, cioè da esperienze di protesta, di denuncia e talvolta di lotta, molto eterogenee. Queste personalità erano animate (e lo sono) da culture tra loro diverse, tenute insieme da un certo stile plebeo e dalle magagne degli avversari del movimento. Mancano, però di una solida e comune intenzione politica. Come si è visto, se lasciati a sé stessi tendono a dividersi, più in fazioni che sulle cose da fare. La politica, specie in campagna elettorale, ci pensava Grillo, che con la sua pancia da attore sente la piazza e si sposta a destra (a proposito di migranti), a sinistra (salario di cittadinanza), verso soluzioni nazional-protezioniste (sull’euro) o liberiste (quando si tratta di dare addosso ai salvataggi bancari). La Casaleggio-associati doveva, invece, garantire la cornice ideologica, “la diversità pentastellata”, contrapponendo la democrazia della rete ai guasti delle democrazia delegata e del sistema dei partiti. Ma -si chiede oggi Giannini- “dove sono finite l’innocenza” e la “purezza” del Movimento, il “non partito” con il “non statuto”, che nasce e cresce dal basso e che in virtù dei sacri principi fondativi (“uno vale uno”, “i leader non esistono”) rivoluziona la politica e rifonda la democrazia?” Dopo la crisi a Roma credo che i 5 Stelle non possano più attendere a piè fermo che gli errori di Renzi li portino a Palazzo Chigi. Per resistere o rilanciarsi dovranno scegliere: dire (e dirsi) cosa vogliano essere.

Milioni in piazza in Venezuela, contro l’erede di Chavez. Dilma Rousseff destituita con il voto dei due terzi del Senato. L’America latina si rimette nelle mani di una borghesia compradora che in passato ha fallito e si è macchiata di crimini contro l’umanità. Ma ha fallito pure la sinistra sudamericana: ha promesso quello che non poteva mantenere, ha lasciato correre la corruzione, non ha preparato un piano B per i giorni delle vacche magre. Così la riconversione dell’economia avviata dal governo della Cina -più attenzione alle infrastrutture e al mercato interno, freno all’espansione fondata sull’importazione abbondante di materie prime e sulla produzione a basso costo- ha messo il terzo mondo in ginocchio. Le materie prime valgono meno, i semi lavorati e i beni di consumo durevoli non si comprano più a buon mercato. E questo ha spinto le borghesie (e le opinioni pubbliche) sudamericane a riscoprire l’insostenibile contiguità con gli Stati Uniti. Proprio mentre gli Stati Uniti vivono la più grave crisi imperiale della loro storia.

Uomini o caporali: Presidente, venga qui.

In queste ore, mentre leggete questo pezzo, in Italia da nord al sud la schiavitù si riversa nei campi sotto mentite spoglie: a vederla da lontano appena di qualche chilometro sembra verdura o frutta o vino ma lì dentro, nel piatto e nel bicchiere, ci sono migliaia di persone rinsecchite dal sole e arse dalla terra per qualche spicciolo di euro al chilo.

Il caporalato è un delitto odioso perché svilisce la dignità umana fingendosi un’occasione di lavoro e perché procura ingenti guadagni ricamando sulle fragilità di persone, infilandosi tra le fragilità di chi non ha i documenti in ordine e facendo leva sulla fame.

Il Governo italiano da mesi sta approntando una legge per contrastare il caporalato ma le dimensioni del fenomeno (per disattenzione o per non disturbare troppo il settore della grande distribuzione) disegnano zone del Paese in cui il rispetto delle regole è un obbiettivo lontano da raggiungere.

Oltre a questo continuano ad assistere ad un’escalation di violenza nei confronti di chi decide di alzare la voce. Le associazioni, i comitati e le istituzioni locali che decidono di denunciare e ribellarsi spesso sono vittime di isolamento e di attentati. Solo ieri Marco Omizzolo (sociologo e responsabile scientifico dell’associazione In Migrazione) ha dovuto subire un danneggiamento della propria auto.

«Siamo uomini o caporali?» diceva Totò in un celebre film di Camillo Mastrocinque: forse è il caso che lo Stato faccia la sua parte non solo dal punto di vista legislativo ma anche nella sua funzione di cura, vicinanza e osservazione.

Per questo sarebbe significativo che il Presidente Mattarella incontri con Omizzolo i tanti che da tempo si ritrovano al fronte di questa battaglia e si rechi in visita in questi campi che sono troppo spesso bolle di inciviltà.

Presidente, porti lo Stato nei raccolti dove continuano a seccarsi i diritti degli ultimi.

I leader della sinistra latinoamericana si schierano con Dilma Rousseff

epa02759945 Brazilian President Dilma Rousseff (L) and her Uruguayan counterpart Jose Mujica (R) speak after signing bilateral agreements at the Foreign Ministry in Montevideo, Uruguay, on 30 May 2011. Rousseff is visiting the country to analyze integration, cooperation, infrastructure development and energy issues with Mujica. EPA/IVAN FRANCO

«Un colpo di Stato annunciato da molto tempo. Hanno condannato questa donna per non essere entrata nella corruzione». Così José “Pepe” Mujica ha definito la destituzione di Dilma Rousseff dalla carica di presidente, registrata il 31 agosto al Senato di San Paolo. Sono stati 61 i Sì all’impeachment di Dilma Rousseff, esattamente quanti ne aveva annunciati il presidente ad interim, Michel Temer. Lo aveva detto, Temer, che avrebbe potuto contare su 61 senatori per il «cambiamento», e così è andata. Adesso per Temer e il suo “governo maschio e bianco” si apre la strada dei pieni poteri, fino al 2018, forte di un 2% di popolarità tra i brasiliani e di un discorso di insediamento di ben 5 minuti. Zero donne e zero persone di colore nel governo Temer – non accadeva da 40 anni – e uno slogan: «Ordem e progresso». Mentre Dilma, nonostante la destituzione, non subirà l’interdizione dai pubblici uffici, la Corte Suprema le ha lasciato a Dilma Rousseff il diritto di continuare a partecipare alla vita politica del Paese.

Si annuncia la guerra civile a Caracas, si ammazza un viceministro in Bolivia, si protesta per le strade di Buenos Aires. L’America Latina è una bomba a orologeria, e se adesso il Brasile fosse il detonatore? L’analista politica argentina Stella Calloni, non ha dubbi: «Il golpe non è solo contro il Brasile, è contro la democrazia latinoamericana». Venezuela, Ecuador e Bolivia hanno già ritirato gli ambasciatori da San Paolo. «I politici e gli oligarchi, in alleanza con gli imperialisti, hanno portato a termine il “colpo di Stato” contro il Presidente Dilma Rousseff», ha detto il venezuelano Nicolas Maduro, che è egli stesso oggetto di impeachment mentre il suo Paese è sull’orlo della guerra civile. Mentre Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, ha definito la destituzione come una «cospirazione contro la democrazia». Ancora più chiaro e preciso Evo Morales: «Poiché la destra latinoamericana non riesce a conquistare il potere, che ha perso con la sua negligenza, agisce con attacchi economici, sociali e spesso politici», ha detto Morales che si è visto ammazzare il suo viceministro Rodolfo Illanes dai minatori un tempo alleati. Duro, infine, il comunicato diramato dalla Cuba di Raul Castro per «condannare energicamente il colpo di Stato parlamentare-giudiziario che si è consumato in Brasile contro la Presidente Dilma».

I disastri a catena della sinistra latinoamericana cominciano a Buenos Aires, con la sconfitta di Cristina Kirchner alle presidenziali e la svolta ultraliberista di Mauricio Macri. Ancora Calloni mette in guardia: le misure adottate fin qui (e che verranno adesso adottate con pieni poteri) da Michel Temer somigliano molto a quelle di Mauricio Macri in Argentina, tagli alla spesa pubblica, austerità e repressione.

Sconfiggere il caporalato non basta. Impresa e politica decidano da che parte stare

Questo articolo è un parere contenuto nel numero di Left che sarà sabato in edicola. Lo pubblichiamo oggi, in anticipo, perché il suo autore, Marco Omizzolo, ha ricevuto minacce (le gomme dell’auto squarciate questa volta) per la battaglia che conduce. È la quarta volta che succede.

Sconfiggere il caporalato non basta per vincere lo sfruttamento lavorativo a cui ogni giorno migliaia di lavoratori e lavoratrici, italiani e migranti, sono sottoposti. Si deve invece mettere in discussione il modello di produzione agro-industriale e le sue logiche, insieme alla tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo, il dominio della grande distribuzione organizzata, le dinamiche delle imprese di trasformazione e della logistica. Il Ddl 2217 contro il caporalato approvato questa estate al Senato può rappresentare un passo in avanti a patto che entri nel corpo sociale vivo del Paese e nelle pratiche e prassi reali, concrete, effettive di contrasto al fenomeno, da accompagnare con riforme del lavoro e del welfare che vadano in senso contrario rispetto a quelle sinora prodotte. La supposta ripresa dello sviluppo non può passare, come in Italia invece sta accadendo, per la cancellazione dei diritti dei lavoratori e tra questi, in particolare, di quelli più esposti allo sfruttamento. Il Jobs Act in tal senso ha prodotto un arretramento dei diritti dei lavoratori ed ha certificato un rapporto di potere squilibrato tra capitale e lavoro a vantaggio diretto del primo.

Le vertenze sindacali e sociali organizzate nelle campagne italiane dimostrano la mutazione in corso, quasi antropologica, del lavoratore, soprattutto migrante, da soggetto portatore di competenze e titolare di diritti in ingranaggio di un sistema di potere nelle mani dell’impresa criminale. Quando un lavoratore è obbligato a chiamare padrone il proprio datore di lavoro e i relativi contratti vengono facilmente superati da prassi ispirate dalla logica dello sfruttamento, permesse da una legislazione complessivamente inadeguata e da controlli di scarsa qualità, la conseguenza è lo scadimento del mondo del lavoro nella barbarie dello sfruttamento.

La grande distribuzione in questo sistema ha un peso rilevante e contribuisce, con le sue logiche perverse, a trasformare l’agricoltura italiana in un’agricoltura padronale.

Per questa ragione ogni forma di rivendicazione e ribellione nei riguardi di un sistema di produzione padronale e mafioso da parte dei lavoratori va sostenuto, incentivato, accompagnato. Ed è per questo che lo sciopero di circa 2.000 braccianti indiani in provincia di Latina, organizzato ad aprile scorso dalla Comunità indiana del Lazio, dalla Flai Cgil, Cgil e dalla coop. In Migrazione, ha rappresentato un evento di portata storica. Lo stesso vale per la recente lotta di circa 400 lavoratori migranti che a Foggia, dinnanzi alla Princes, una delle aziende più note per la trasformazione del pomodoro, al grido di “il vostro made in Italy è sporco del nostro sangue”, hanno chiesto diritti e una retribuzione dignitosa. C’è però da domandarsi in queste vertenze dove siano le regioni.

Nel Lazio, ad esempio, l’amministrazione guidata da Zingaretti risulta latitante, nonostante qualche accenno di impegno col sostegno a progetti di contrasto al caporalato di breve durata. Poi il silenzio assoluto, mentre da anni riposa nei suoi uffici la proposta di legge contro il caporalato. I lavoratori in lotta, migranti o italiani che siano, dimostrano che esiste una nuova questione sociale, politica e morale che va oltre gli interessi delle imprese e la pavidità della politica. Esiste un tema fondamentale che è quello del diritto, del lavoro e della libertà, che unisce donne e uomini, lavoratori e lavoratrici, e che non può essere più nascosto o trattato retoricamente. Combattere le agromafie, la tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo e il caporalato, significa difendere la democrazia di questo Paese, garantire diritti costituzionalmente previsti e sconfiggere interessi economici e politici criminali. La politica e l’impresa devono decidere, senza tentennamenti, da che parte stare.

Il punto non è controllare la natura ma la capacità di rinnovarsi

Ci siamo chiesti come stare sul terremoto. Lo abbiamo fatto a lungo. Abbiamo guardato immagini e letto. E siamo andati a cercare fuori, lontano in Paesi che “vivono col terremoto”. Poi siamo tornati in Italia. Mai più: è la locuzione più utilizzata nel nostro Paese dopo ogni catastrofe che, puntualmente, si ripete. Forse per una certa tendenza a dare peso relativo alla vita su questa terra o più semplicemente perché, poi, quando questo “mai più” deve tradursi in scelte lungimiranti si preferisce piuttosto puntare su quelle che permettono di riscuotere consensi a breve termine.

Abbiamo letto e riletto il ragionamento fatto dal presidente del Consiglio nella sua eNews datata 29 agosto e dedicata al sisma di Amatrice. Non vogliamo soffermarci sulla retorica del «dolore» e della «reazione» degli italiani «bravi e coraggiosi». Né ci interessa indugiare sulla trasparenza della ricostruzione, alla quale contiamo di contribuire facendo bene il nostro mestiere, o sull’impegno a lavorare «senza annunci» accompagnato dall’hashtag #CasaItalia che per ora è un mix di buone quanto generiche intenzioni, con l’immancabile contorno di testimonial – stavolta al sempreverde Raffaele Cantone si è aggiunto Renzo Piano, cui va riconosciuto il merito di aver rimarcato la necessità della prevenzione. Ma su qualche punto fermo che pare esserci, almeno a prima vista. Da quello che scrive, non ci aspettiamo ricette dagli esiti catastrofici analoghe a quella messa in campo dall’accoppiata Berlusconi-Bertolaso nel 2009 a L’Aquila. E possiamo almeno sperare che si mandino una buona volta in soffitta tante inutili – e spesso dannose – mega-opere, almeno finché non sarà in fase avanzata la “grande opera della prevenzione”. Per una serie di ragioni, però, non siamo tranquilli: la tendenza a trasformare anche i progetti più ambiziosi e lungimiranti in “mal-affari” di piccolo cabotaggio è sempre dietro l’angolo. Ma soprattutto quello che mettiamo in discussione nel nostro sfoglio sul terremoto, è l’impostazione di fondo che traspare nelle parole di Matteo Renzi, quando dice che «la pretesa di tenere sotto controllo la natura è miope e persino assurda». Parole che sembrano indulgere a una sorta di rassegnazione di cui invece dobbiamo fare a meno. Renzi afferma che l’idea del rischio zero è “iper razionalista” eppure a Tokyo, come potete leggere su questo numero di Left, è un obiettivo fissato per le Olimpiadi del 2020.

Il punto non è “la natura da controllare”, ma la nostra capacità di adattamento ai fenomeni climatici come a quelli naturali, la nostra abilità nell’essere resilienti. Non è la natura il nostro nemico, siamo noi stessi. Quando costruiamo male e nel punto sbagliato, quando pur disponendo delle tecnologie più innovative ed efficaci non le usiamo, diventiamo nemici di noi stessi. Perché non siamo capaci di rinnovarci e di rinnovare, rimanendo ancorati a una supposta necessità di costruire tutto come sempre.

Renzi parla di «un progetto che tenga più al riparo la nostra famiglia, la nostra casa». Non è di un riparo che ha bisogno l’Italia, ma di luoghi aperti, di una sicurezza fatta di adeguamenti antisismici e, al tempo stesso, di comunità inclusive, aperte al cambiamento. Il nostro Appennino, spesso definito con insopportabile retorica la “spina dorsale” del Paese, non deve diventare un museo a cielo aperto, ma un insieme di comunità vive, attraversabili e attraversate, più e meglio di sempre. La storia e i monumenti di Amatrice si mettono in sicurezza se si aprono al mondo, approfittando di tecnologie che li rendano “a rischio sismico zero” ma anche di quelle in grado di rendere umanamente agibili e abitabili questi territori. Il nostro augurio alle comunità colpite dal terremoto è di avere i tetti necessari (e quando possibile solari) ma anche di incontrarsi e di “connettersi” al nuovo in piazze aperte e ritrovate.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 3 settembre

 

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Le donne italiane strette tra vecchi e nuovi materialismi

L’Italia è ormai da anni tra i Paesi a più bassa fecondità in Europa e tra i Paesi Ocse, anche se non ne detiene più il primato, essendo stata raggiunta e in alcuni casi, superata, in Europa, da Spagna, Germania, Portogallo e alcuni Paesi dell’Est europeo. L’Italia è anche un esempio del rovesciamento del rapporto tra tasso di occupazione femminile e tasso di fecondità avvenuto nei Paesi sviluppati alla fine del secolo scorso. Paese a fecondità relativamente alta e occupazione femminile bassa ancora negli anni Settanta del Novecento, già a metà degli anni Ottanta mostrava sia tassi di occupazione femminile sia tassi di fecondità tra i più bassi, attorno all’1,5 figli per donna. Quest’ultimo tasso ha continuato a scendere fino al 1996, toccando l’1,19 figli per donna. Da allora è risalito molto lentamente (e in larga misura a motivo del più alto tasso di fecondità delle donne migranti), ma rimanendo sempre al di sotto dell’1,5. Negli ultimi anni, inoltre, la tendenza è tornata ad essere discendente. Nel 2013 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati), il tasso di fecondità era di 1,39 figli complessivamente, più basso tra le italiane che tra le straniere. Si è anche alzata l’età della madre alla nascita del primo figlio, con un progressivo aumento delle nascite da madri che hanno più di 35 anni. Nel 2013 l’età media delle donne alla nascita dei figli è stata di 31,5 anni, circa due anni e mezzo in più rispetto al 1995 (era 29,8).

Negli ultimi anni, la diminuzione della nascite è stata particolarmente veloce nel Mezzogiorno, dove nell’arco di poche generazioni il livello di fecondità è andato convergendo, al ribasso, con quello del Centro Nord, nonostante (ma forse proprio a motivo) tassi di occupazione femminile molto più contenuti. Per altro, il fenomeno, raro, della maternità in età molto giovane, prima dei 18 anni, è concentrato pressoché solo nel mezzogiorno, segnalando una possibile mancanza, per alcune giovani donne appartenenti a gruppi sociali svantaggiati, di opzioni alternative, quali l’investimento nello studio e nel lavoro prima di effettuare una scelta di questa portata per le sue conseguenze nel medio e lungo periodo, per sé e per i figli. Avere un figlio “troppo presto” può, infatti, essere rischioso per le chances di vita di una giovane donna. D’altra parte, anche decidere di avere un figlio – e ancor più averne un secondo – può essere oggi impossibile per le donne che vorrebbero entrare nel mercato del lavoro, ma si trovano strette nella doppia scarsità della domanda di lavoro e degli strumenti di conciliazione famiglia-lavoro, come succede a molte donne del Mezzogiorno, specie se a bassa qualifica. Può essere anche molto difficile per chi riesce ad accedere al mercato del lavoro, ma deve scontrarsi con le sue rigidità o flessibilità sfavorevoli (insicurezza contrattuale, part time forzato), proprie e o del proprio compagno, unite alla carenza di strumenti di conciliazione anche nelle situazioni più favorevoli. Tutto ciò in un contesto culturale e di aspettative con- divise – e talvolta istituzionalizzate – secondo cui il benessere psicofisico dei figli, soprattutto quando piccoli, è una prevalente, quando non esclusiva, responsabilità delle madri. L’Italia è uno dei Paesi in cui è più elevata la percentuale di chi ritiene che un bambino in età prescolare soffra se la mamma lavora.

Le giovani mamme italiane si muovono strette tra un vecchio-nuovo “maternalismo”, che coniuga il mai superato stereotipo della madre sacrificale e di maternità totalizzante con un’idea altrettanto totalizzante dei bisogni del bambino, e il nuovo modello della supermamma giocoliera, che tiene insieme tutto, figli e lavoro, solo con le sue forze (ed è sempre a rischio di essere considerata egoista, narcisista). Sono modelli solo apparentemente opposti di iper- maternità che si trovano anche in altri Paesi e che sono difficili (oltre che rischiosi) da praticare ovunque e da chiunque, ma particolarmente in un Paese come l’Italia, ove l’ideologia e le politiche troppo spesso si saldano a formare un contesto molto poco amichevole per qualsiasi tipo di mamma. Non stupisce, allora, che quasi una donna su cinque al momento della nascita del figlio lasci, o perda, il lavoro (lo dice l’Istat nel Report del 28 dicembre 2011).

Il rischio, o la scelta, di interruzione, se è particolarmente elevato tra le donne a bassa istruzione e con opportunità occupazionali a bassa qualifica e basso reddito, riguarda anche le donne a istruzione più elevata. Secondo i dati dell’indagine Almalaurea sul destino occupazionale dei laureati, a cinque anni dalla laurea è occupato il 73 per cento delle laureate senza figli, a fronte del 63,3 per cento di quelle che hanno almeno un figlio (e all’88,9 per cento dei laureati con almeno un figlio). Il fenomeno non è recente e non dipende esclusivamente, e neppure principalmente, dalla lunga crisi economica di cui sta soffrendo l’Italia dalla fine del 2007. Sembra, anzi, avere caratteristiche strutturali e riguardare tutte le coorti, senza ridursi significativamente nonostante l’aumento dei tassi di attività nelle generazioni più giovani.

Ovviamente, non si può stabilire automaticamente un rapporto causa-effetto tra nascita di un figlio e abbandono del lavoro. I due fenomeni possono, infatti, essere legati tra loro da una catena di circostanze e micro-decisioni complessa e diversificata, senza alcuna causalità lineare. Inoltre, le donne che lasciano il lavoro possono avere caratteristiche culturali, modelli d’identità di genere e di famiglia diversi da quelli di chi non lo lascia. E così via. Qui interessa solo rilevare come, nel secondo decennio del 2000, per una porzione importante delle donne italiane nella pienezza della loro vita feconda, maternità e lavoro siano sperimentati come, più o meno temporaneamente, incompatibili. Tra le più giovani, solo tra chi non è occupata (e neppure ancora in formazione), la maggioranza (57,2 nel 2013) ha un figlio entro i 34 anni. D’altra parte, per chi invece ritiene idealmente possibile e persino auspicabile, conciliare maternità e occupazione remunerata, il tipo di condizione lavorativa fa una differenza cruciale per la decisione di avere il primo (e spesso unico) figlio. Tra le donne nella fascia di età 25-34 anni, infatti, nel 2013 aveva già un figlio il 34,1 per cento delle donne che aveva un rapporto di lavoro stabile, a fronte del 23,8 di chi aveva un contratto di lavoro a tempo determinato. Non sono solo le difficoltà di conciliazione a ostacolare vuoi il lavoro, vuoi la maternità. È anche l’insicurezza (solo parzialmente garantita dal contratto a tutele crescenti, che rende estremamente poco costoso licenziare nei primi anni di lavoro, rendendo particolarmente vulnerabili le donne che compiono l’azzardo della maternità).

La decisione di uscire dal mercato del lavoro, o di non entrarvi affatto prima di essersi dedicata alle cure della maternità, può essere intesa come temporanea, all’interno di un modello sequenziale (prima formazione della famiglia, poi investimento nell’occupazione). Questa decisione, tuttavia, in Italia più che in altri Paesi rischia di diventare definitiva, per le carat- teristiche della domanda di lavoro e le rigidità dell’organizzazione del lavoro, ma anche per lo scarso sostegno alla conciliazione famiglia- lavoro offerto dal sistema dei servizi e della scuola dell’obbligo. Siamo, perciò, di fronte da un lato al permanere di vecchi modelli, più o meno forzati, di organizzazione della famiglia fondata su una forte divisione del lavoro in base al genere, dall’altro a modifiche di quella stessa organizzazione a partire dalla organizzazione del tempo femminile, cui non sempre si accompagna né una offerta adeguata di servizi di cura, né una modifica dei tempi sociali (scolastici, ad esempio), né della divisione del lavoro famigliare. Ciò spiega in parte la forte riduzione della fecondità di cui si è parlato sopra. Spiega anche come mai molte giovani donne oggi pensino che la maternità costituisce un vincolo troppo grande alle proprie opportunità, se non alla propria libertà.

È una questione che riguarda le politiche sociali, ma anche i rapporti tra uomini e donne entro le coppie e le famiglie. Diverse ricerche, anche comparate, hanno segnalato come nelle famiglie italiane i mariti/padri aiutino molto poco le donne nel lavoro domestico e nella cura dei figli e delle persone parzialmente non autosufficienti. Ciò si riflette sulle differenze nel carico di lavoro complessivo sostenuto da madri e padri, mariti e mogli, anche, se non soprattutto, quando le donne sono occupate. In particolare, gli studi sull’uso del tempo effettuati in Italia a partire dagli anni Novanta dall’Istat, indicano che le donne occupate che hanno anche responsabilità familiari lavorano complessivamente – nel lavoro remunerato e in quello familiare – dalle 9 alle 11 ore in più alla settimana degli uomini, nonostante abbiano in media orari di lavoro remunerato più corti e tempi di trasporto casa-lavoro più brevi.

La realizzazione del desiderio di maternità, tuttavia, può essere ostacolata da vincoli più radicali di quelli che scaturiscono dalla difficoltà a conciliare famiglia e occupazione o da ristrettezze economiche e che hanno a che fare con la capacità riproduttiva sul piano fisiologico. La questione se esista un diritto assoluto ad avere figli, anche in presenza di difficoltà di tipo fisiologico, rimane aperta. Ciascun Paese vi risponde da un lato con le norme che regolamentano l’adozione – ovvero chi e a quali condizioni può adottare – dall’altro con le norme che regola- no l’accesso alle diverse forme di tecniche di riproduzione assistita. L’Italia è tra i Paesi che ha le norme più restrittive sia per quanto l’adozione, riservata solo a chi è coniugato, sia per quanto riguarda le tecniche di riproduzione assistita, anche dopo le sentenze delle Corti Costituzionali ed europea che hanno tolto il vincolo dell’infertilità e ammesso il ricorso a donatore o donatrice. Rimangono, infatti, i divieti per le donne che non sono in coppia e per le coppie omosessuali. Chi ne ha i mezzi, aggira questo doppio divieto recandosi nei Paesi in cui questi divieti non esistono. Non è, tuttavia, un’opzione aperta a tutte, sia dal punto di vista finanziario sia da quello organizzativo. Inoltre la legislazione italiana continua a negare valore e riconoscimento (si pensi al dibattito attuale sulla legge sulle unioni civili che si è bloccata proprio sulla questione della adozione del figlio del compagno o della compagna) alla genitorialità effettivamente praticata nella vita quoti- diana. Così, mentre la modificano delle norme sull’adozione riconoscono il legame genitoriale che si è creato in una esperienza di affidamento famigliare, consentendo ai genitori affidatari (sposati, uomo e donna) di diventare genitori adottivi, questo stesso legame non viene riconosciuto se chi ha svolto una funzione genitoriale non è in coppia con una persona dell’altro sesso con cui è coniugato/a. Introducendo una nuova disuguaglianza non solo tra genitori, ma tra bambini.

Ovviamente, la spiegazione sia del rimando della maternità sia dell’eventuale rinuncia non possono essere ricercate solo nelle difficoltà che incontrano oggi le giovani donne. L’aumento generalizzato della scolarizzazione, con le opportunità che apre, almeno teoricamente, di investire anche in una professione, l’aumentata possibilità di viaggiare e fare esperienze diverse, la pluralizzazione di modelli femminili non orientati esclusivamente sulla maternità e appagati nonostante l’assenza di maternità – tutti questi fenomeni da un lato estendono il fenomeno del ritardo nella decisione di maternità che nelle generazioni oggi più vecchie era proprio solo, appunto del ristretto gruppo delle più scolarizzate. Dall’altro lato, rendono legittimo pensare, e dire, senza timore di apparire devianti o peggio, che non occorre essere madri per realizzare il proprio progetto di vita, anche sul piano relazionale e affettivo.

(da Left n.42 del 31 ottobre 2015)

Trump la guardia di confine: «Al confine col Messico un muro alto, impenetrabile, meraviglioso»

Republican presidential candidate Donald Trump speaks during a campaign rally at the Phoenix Convention Center, Wednesday, Aug. 31, 2016, in Phoenix. (AP Photo/Matt York)

Tutto e il contrario di tutto in un solo giorno. Donald Trump si è incontrato a Città del Messico con il presidente Peña Nieto per discutere di immigrazione e rapporti con il Paese e poi è tornato oltre confine, a Phoenix, Arizona, per parlare ai suoi sostenitori dello stesso argomento. Due persone diverse, o quasi.

Nel suo incontro messicano non si è parlato di chi o cosa dovrebbe finanziare il muro lungo il confine che il miliardario newyorchese ha promesso. Un segnale, era sembrato, di un tentativo di moderare leggermente le posizioni in un terreno che è scivoloso per i repubblicani: Trump ha promesso di deportare gli illegali, costruire un muro e usare maniere forti con chi, immigrato, infrange la legge. In una conferenza stampa congiunta, il presidente messicano e il candidato repubblicano hanno evitato di mostrarsi i canini a vicenda, aggirando il tema. «Non abbiamo discusso di chi pagherà per il muro proposto da Trump» è la versione del presidente messicano, le distanze ci sono anche sugli scambi tra i due Paesi e sull’immigrazione in generale. La risposta della campagna Trump è: «Ci sono distanze, negozieremo con il Messico», come se Trump fosse presidente.
Ma non è questo il punto, la verità è che se il viaggio doveva servire a moderare l’immagine del miliardario, a renderlo presidenziale, il passaggio a Phoenix, poche ore dopo la conferenza stampa con Peña Nieto, è quello del Trump della prima ora, quello che (anche) grazie alle sue sparate sui messicani ha sbaragliato il nutrito campo di concorrenti alle primarie. E così, nel discorso che presenta il suo programma in materia, tenuto in uno Stato in cui gli ispanici sono una percentuale molto alta (17% dell’elettorato nel 2012) e l’immigrazione è un oggetto di scontro, Trump ribadisce i suoi punti, introducendone di nuovi:

  • Creare una task force per l’espulsione degli immigrati arrestati (anche se non condannati);
  • Eliminare qualsiasi percorso verso la cittadinanza e costringere coloro che vogliono regolare la propria posizione a tornare nel loro Paese;
  • Introdurre test sui “valori americani” per gli immigrati in ingresso;
  • Proteggere gli interessi dei lavoratori afroamericani e ispanici, limitando i numeri di immigrazione legale
  • Ottenere duro sulle persone che rinnovano i visti, che li rende soggetti a espulsione

Supporters gather prior to Republican presidential candidate Donald Trump speech at a campaign rally at the Phoenix Convention Center, Wednesday, Aug. 31, 2016, in Phoenix. (AP Photo/Ross D. Franklin)
Sostenitori di Trump a Phoenix (AP Photo/Ross D. Franklin)

E infine costruire un muro lungo il confine che sia «impenetrabile, alto, potente, meraviglioso». Alla folla accorsa ad ascoltare il discorso di TheDonald il discorso è piaciuto, anche quando il candidato ha detto che «i messicani non lo sanno ma lo pagheranno loro» Il problema dei repubblicani è che al voto non vanno solo quelli che partecipano ai comizi e che il tentativo del partito di moderare la figura del candidato che si trova controvoglia a sostenere è saltato: se dopo la convention di Cleveland si era riuscita a imporre un direttore della campagna tradizionale – Paul Manafort – che rimettesse le cose in ordine, nel giro di poche settimane il tentativo è saltato. Trump ha licenziato Manafort, che tra l’altro aveva i suoi guai personali avendo lavorato ed essendo stato strapagato dai russi, e imbarcato due figure, Steve Bannon e Kellyanne Conway, in linea con il suo modo di essere.

“Let trump be Trump”, lasciate che Trump sia se stesso, è la nuova parola d’ordine. E il discorso di Phoenix è coerente con questo adagio, che serve a galvanizzare le folle già convinte di votare repubblicano, ma che probabilmente non funziona con quegli elettori moderati e quelli delle minoranze. Non basta dire che il presidente Nieto «ama il suo popolo ed è una brava persona» per corteggiare gli ispanici e non basta fare elenchi, Trump non dice come pagherà, come espellerà più di dieci milioni di persona. E non basta accusare Clinton di voler fare una sanatoria, la legge di riforma dell’immigrazione la vogliono anche molti repubblicani. A cominciare da John McCain, senatore dell’Arizona che cerca la rielezione e Marco Rubio, senatore della Florida, cubano, che ha bisogno del voto ispanico per riconquistare il suo scranno. I sondaggi continuano ad assegnare a Trump una distanza dalla candidata repubblicana che oscilla tra un punto e 10 punti percentuali. Non saranno le sparate sull’immigrazione a fargli risalire la china. Semmai, ad aiutarlo, c’è la pessima gestione della questione email di Clinton e la relativa incapacità di Hillary di dare un tono entusiasmante alla sua campagna.

Il discorso di Trump in due minuti