Abbottonatissima, Virginia Raggi schiva le domande del Corriere. Minimizza ma non nega i contrasti tra i 5 Stelle -e come potrebbe?- né esclude che siano stati commessi errori. Non insulta i callobarotori che aveva scelto e che l’hanno abbandonata, ma fa intendere di sentirsi sollevata ora che non li ha più intorno. Si vanta della sintonia con Grillo ma non svela cosa Beppe gli abbia scritto nel messaggio di sostegno. Quanto a Roma e ai suoi problemi, si limita a vantare l’intervento estivo per superare “il caos -l’emergenza- rifiuti”. Se fossimo negli Stati Uniti, si direbbe che Virginia cerchi di minimizzare il danno, senza mostrarsi scossa né annunciare svolte. Intanto su Repubblica Ilvo Diamanti scrive che per i 5 Stelle la crisi romana potrebbe rivelarsi salvifica se “costringerà il M5S non solo a “normalizzarsi”, ma a “politicizzarsi”. A diventare — e ad accettare di essere — una forza politica, e non solo antipolitica. Una possibile alternativa di governo”. Diamanti prevede che “M5S dovrà strutturarsi, formare gruppi dirigenti, stabilire contatti e collegamenti con la società, con i circoli e gli ambienti intellettuali e “specialisti”. Così facendo, cioè strutturando in modo non effimero un terzo polo, Partito non più Movimento, i 5 Stelle potranno “evitare il ritorno alla storica anomalia. Il bipartitismo (bipolarismo?) imperfetto, che ha accompagnato l’Italia nel corso del dopoguerra: l’alternativa senza alternanza tra comunisti e anti comunisti” e poi “tra anti berluscuniani e anti comunisti”. In questo schema, la novità delle riforme Boschi-Renzi mi pare già archiviata come un ferro vecchio. I poli dovranno dialogare, come sta avvenendo in Spagna, dove Sanchez ha appena ottenuto il mandato dal Psoe per trattare con Podemos e Ciudadanos per un’alternativa a Rajoy.
Balzo dei populisti, scrive la Stampa. Colpo alla Merkel, che nel suo Land, il Meclemburgo-Pomerania, ex Germania dell’est, vede la CDU arrivare solo terza, superata dalla destra della Afd. Vincono i socialdemocratici, ma perdendo ben 5 punti percentuali. Perché? Come mai se, come tutti ormai scrivono, la Germania sta meno peggio degli altri paesi europei, avendo incassato più vantaggi che costi per la moneta unica, la Merkel paga un prezzo così alto? Innanzitutto perché la crisi degli establishment che fanno politica non risparmia ormai nessun paese. E poi perché Angela Merkel per molti anni ha candidamente raccontato agli elettori che i tedeschi stavano facendo chissà quali sacrifici pur di tenere in Europa e nell’Euro paesi come Italia, Spagna e Grecia. Che persino la Francia si manteneva in piedi solo perché poteva aggrapparsi alla locomotiva tedesca. Ha detto questo per confortare la propria leadership (che io definisco “dorotea” e Tocci chiama “populista”), per affermare cioè l’immagine di una statista, inevitabilmente europeista -quale altra prospettiva avrebbe altrimenti la Germania dopo aver perso perso due guerre in Europa?- ma un’europeista molto tedesca, cioè capace di sostenere nel modo più efficace l’interesse particolare della Germania. Così facendo Angela ha tuttavia creato il prodotto politico che ora rischia di seppellirla: Frauke Petry, una nuova Merkel che però dice sempre il contrario di quel Angela dice. Ma con il medesimo tono pacato, mostrando un analogo germanico e popolaresco buon senso. Segnalo che questa signora, Frauke Petry, non è temuta in Germania come in Francia si teme Marine Le Pen. Intellettuali, anche si sinistra, non la considerano xenofoba, userebbe la paura del migrante ma per ragioni strettamente politiche. Thomas Brussig, autore di Ostalgie, si spinge a dire a Repubblica che la Petry non è un “rischio per la democrazia”. Insomma, avremmo davanti una possibile continuatrice del populismo della Merkel ma in un’accezione più marcatamente di destra e nazionalista. Naturalmente l’Europa che conosciamo non reggerebbe a una tale mutazione. Ma, d’altronde, a chi importa dell’Europa?
Il sorriso di Maria Elena e la bile di Massimo. Un mio amico caro, che fu protagonista della contestazione di Lama nel 77 e ora confida nella rottamazione renziana, mi ha chiesto, con un pizzico di fraterna irrisione, che possibilità possa mai avere il No referendario se il suo campione è il solito D’Alema. Molti (di sinistra o ex di sinistra) sceglierebbero alla fine Renzi, piuttosto che il protagonista dei troppi errori e delle tante giravolte della politica post comunista. Sì, è possibile che ciò accada, gli ho risposto. Ma non si può impedire a D’Alema di dire quel che pensa: è un cittadino italiano e come tutti noi deve essere libero di far politica, di dare -come direbbe- anche il suo “contributo”. Nè è colpa di D’alema se l’intero gruppo dirigente post comunista -dopo essersi aggrappato per decenni al potere, frustrando ogni anelito di novità nella sinistra- si sia ora ridotto all’irrilevanza. Dopo tutto “Baffino” -prima scegliendo la terza via e il semi presidenzialismo, poi appoggiando la guerra nei Balcani e varando le privatizzazioni, ancora dopo riscoprendo la socialdemocrazia per verificarne a breve l’inevitabile crisi, infine proponendosi come padre nobile e consigliere di Renzi, ma sfidandolo con rabbia subito dopo averne subito lo sgraziato rifiuto- ha percorso l’intera via crucis degli ex comunisti italiani. Chi più lo odia cerca di attribuire ai suoi errori e alla sua celebrata arroganza l’intera responsabilità di una sconfitta che è stata invece comune. Meglio la Boschi? Riconosco alla ministra molte qualità, ma sta dalla parte sbagliata e non ha il coraggio di uscirne con la mossa del cavallo, come avrebbe detto Vittorio Foa). Così balbettae il sorriso diventa una maschera. Ieri ha sentito Monti paragonare, correttamente, il sistema costituzionale che uscirebbe dalle “riforme” a quello che vige in Grecia. Maria Elena si è imbufalita: che Grecia d’Egitto, noi pensiamo alla Germania! Ma ci fa o c’è? In Germania la legge elettorale è proporzionale, il Bundesrat non ha consiglieri regionali “eletti o indicati” da chissà chi, ma rappresentanti dei Länder, che portano a Berlino il potere (talvolta di veto) delle autonomie locali. È giovane e sorride, ma già mente come un politico consumato.
Merkel o Petry, Boschi o D’Alema? Caffè del 5 settembre 2016
Povera Roma. La Raggi vale uno. E il PD diventa grillino
Povera Roma. Appena uscita dalle grinfie di un PD che ha “licenziato” Ignazio Marino come un Pizzarotti qualsiasi mentre Mafia Capitale si infilava nei calzini dell’ultimo eletto di circoscrizione. Povera Roma. Capitale a cui sembravano avere tagliato anche la speranza s’è buttata nelle braccia della Raggi con il voto di chi non sa più dove sbattere la testa e s’è ritrovata le croste di Alemanno, le correnticchie tra uni che valgono uno e sullo sfondo gli impuniti del Pd che vorrebbero fare i moralisti.
Povera Roma. Che a sinistra s’è lanciata su Fassina che s’è lanciato su Roma per posizionarsi per un congresso che non si farà più di un partito (Sinistra Italiana) che traballa anche nel girello. Povera Roma. Una vita a crescere gli intellettuali della storia d’Italia e oggi filosofeggia sulle cinquanta sfumature d’avviso di garanzia.
Povera Raggi. Tutto questo tempo a raccontarci che schifo che fa “il partito” e poi a pagare lo scotto della mancanza di una comunità politica. Partito, in italiano. Immersa nella banda di chi dice che uno vale uno e lasciata sola come l’ultimo attivista di Ceppaloni. «Grillo mi ha mandato un sms», dice. Come se la politica non fosse solidarietà. Come la vita, del resto.
Povero Pd. Tutto intento a twittare i presunti fallimenti degli altri mentre su Roma si litiga per una delega di quartiere. Tutto intento a fare il maestrino dopo essere stato bocciato, bocciato e ribocciato. In attesa di un verbo sbagliato per spammare veleno su twitter. Con il vicepresidente della Camera che per hobby gioca a fare l’opposizione al servizio della compagna di Franceschini, ovviamente eletta. Povero Pd.
Povera sinistra. Intenta a apparecchiare congressi che non interessano nemmeno alla tivù di condominio. Con una botta al M5s e una al Pd e poi ciclicamente con il piattino a elemosinare da entrambi. Se per il Pd queste ultime amministrative non sono state un baratro è merito dei candidati sindaci di una sinistra più immobile di un museo delle cere.
Qualcuno ne è rimasto fuori, in realtà. Anche se a rimanerci fuori oggi poi alla fine non ti calcola nessuno.
E così Roma scorre. Scorre, Roma.
Buon lunedì.
A Ventotene i leader fanno la guerra ai migranti

Da Ventotene, isola di deportati antifascisti, si progettano nuove deportazioni di profughi in Africa. Dalla portaerei Garibaldi, nave da guerra a capo dell’operazione militare Eunavfor Med, tre leader europei in cerca di legittimazione popolare confermano la guerra ai migranti, per frenarli a tutti costi, in loco. Tramite accordi con Paesi terzi, che non garantiscono alcuna protezione, anzi dove i migranti vengono arrestati, torturati, uccisi. Sullo sfondo, in vista del prossimo Consiglio europeo “informale” che si terrà a Bratislava il 16 settembre, la promessa di Renzi di ottenere dagli altri Paesi europei, sulla scorta degli impegni presi dalla Germania, una nuova fase della relocation, già fallita in partenza.
L’accordo tra Unione europea e Turchia raggiunto per fermare i profughi siriani (e rimpatriarli sotto le bombe) diventa il modello da seguire. E si pensa già di replicarlo in Libia, anche se il Paese rimane spaccato in tre parti. Si tratta di una completa inversione del sistema di valori sui quali si fondava l’idea federalista dell’Europa nel Manifesto di Ventotene. Una politica delle relazioni esterne europee che non potrà che portare ad altre guerre e alla decimazione dei migranti in transito, via terra e via mare, verso l’Europa.
Nel corso del semestre di presidenza dell’Ue, nel 2014, l’Italia aveva già lanciato il Processo di Khartoum, che tendeva a trasferire sui Paesi subsahriani, di transito e di origine, il compito di “difendere” le frontiere europee, ormai “esternalizzate”, di fronte a un crescente afflusso di migranti, aumentando i controlli anche attraverso l’agenzia Frontex, e compiendo operazioni di respingimento verso i Paesi di origine.
Renzi e il governo italiano, spalleggiati come sempre dalla commissaria Ue Mogherini, con la nuova formula magica del “Migration compact”, hanno messo a lavoro le diplomazie per concludere nuovi accordi con dittature africane, come il Sudan, governato da un noto ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di genocidio nel Darfur, come il regime eritreo, accusato di crimini contro l’umanità, o come il Gambia, dove gli oppositori politici muoiono in carcere. A questi regimi, che opprimono la propria popolazione, su commissione dell’Ue viene affidato l’incarico di bloccare alle loro frontiere i migranti in transito o in partenza. Le misure previste ricalcano il modello degli accordi di Berlusconi e Maroni nel 2009 con la Libia di Gheddafi, sul principio della «condizionalità migratoria»: in sostanza, ingenti finanziamenti europei e forniture tecniche e militari ai Paesi di origine o di transito, per contrastare le partenze dei cosiddetti “clandestini”; collaborazione attiva da parte delle polizie nell’identificazione dei migranti giunti in Europa, anche se poi nessuno garantisce il rispetto dei diritti delle persone respinte, espulse, oppure riprese in mare e ricondotte nei porti o nelle celle di partenza. Uno “scambio” tra persone migranti e armamenti e soldi, basato su una rete di rapporti commerciali dominati dalla corruzione, un uso distorto della cooperazione internazionale, finalizzata al blocco della mobilità umana.
Quella a cui si assiste, dunque, è una preoccupante negazione del riconoscimento del diritto di asilo in Europa, anche attraverso l’introduzione surrettizia di una “lista di Paesi terzi sicuri”, verso cui respingere anche chi presenta una domanda di asilo. Una proposta che non arriva a diventare una misura legislativa vincolante per gli Stati, ma che, per linee dettate dai vertici dell’esecutivo, viene assunta come criterio generale di valutazione delle richieste di asilo, sotto l’impulso dell’Easo, l’Ufficio europeo che dovrebbe supportare i Paesi in difficoltà con le richieste di asilo, e che invece impone criteri sempre più restrittivi.
Questo articolo continua su Left in edicola dal 3 settembre
Così Erdogan vuole mettere fine alla rojava curda

Alea iacta est. Non è il Rubicone ma l’Eufrate di guerra al quinto anno di morte siriana. Eppure il dado è tratto. Il nuovo fronte del conflitto non ha più il suo convitato di pietra compiacente e segreto, una Turchia che fino a una settimana fa aveva permesso transito di uomini e rifornimenti sul suo territorio verso il Califfato. Erdogan ha invaso il campo siriano, con carri armati, uomini e bandiere. La guerra che fino a questo momento ha condotto contro i curdi all’interno del suo stesso Stato ha varcato ufficialmente i suoi confini. L’operazione con cui è stato dato il via all’offensiva per conquistare la città di Jarablus insieme all’Esercito Siriano Libero, si chiama “scudo dell’Eufrate”.
Il secondo esercito della Nato, quello turco, ha lasciato traccia sul terreno dei cingolati che hanno varcato il confine in uno dei punti dei condivisi 900 chilometri al confine tra la guerra aperta di Siria e la guerra intestina di Turchia. «Non c’è differenza tra Pkk, Ypg e Is»: Erdogan lo aveva detto prima di inviare i militari sul campo, promettendo di rimanere lì «finché il terrorismo non costituirà più una minaccia per il Paese». «Non cambia da dove proviene il terrorismo, se da Gulen o dal Pkk», il partito dei lavoratori del Kurdistan, che per lo Stato turco è un’organizzazione terroristica.
In Siriaq nessuno vince, ma l’importante è che tutti perdano. Gli alawiti e gli sciiti non conquistano potere ma nemmeno gli sciiti uniti lo guadagnano. La fanteria di terra curda, testa d’ariete degli americani che al loro posto li supporta boots on the ground, viene colpita per la prima volta dai lealisti di Assad via aerea e ora dai turchi. Caccia russi e americani si incrociano tra le nuvole. Tutti sono in Siria non perché sperino nella loro vittoria, ma piuttosto nella sconfitta dell’avversario. E da Hasakah a Damasco ognuno ne ha uno, giurato e storico in una Siria sommersa di bombe, macerie e civili rimasti uccisi in una guerra ormai solo degli altri.
Tutte le alleanze che c’erano si sovrappongono fino ad annullarsi. Più che amici in trincea di guerra, ci sono sponsor, che cambiano bandiera in una manciata di ore. Nel risiko degli attori militari della Siria 2016 il totale è maggiore della somma delle sue sempre più tragiche parti: oggi, se la sponda tra Turchia e Iraq in Siria rimane in mano curda, da Karkamis a Raqqa, fino a Deir Ezzor è ancora in piedi il minuscolo impero dello Stato islamico. Aleppo, Palmira e Damasco sono difese dagli alfieri di Assad, affiancati dagli hezbollah libanesi e dai miliziani iraniani. I ribelli siriani, insieme ai soldati turchi, assediano i confini. Dopo il varo dell’operazione Euphrate shield, il bilancio dei morti è di un soldato turco e 25 militari curdi. Ci sono stati molti feriti mentre un esercito della Nato – quello turco – combatteva contro le Sdf, Syrian Democratic Forces, di cui fa parte lo Ypg, supportate dagli Usa, dalla Nato stessa. I turchi ora puntano a Manbij, appena riconquistata dall’Is dove il sangue delle milizie dello Ypg è stato versato. È Salih Muslin, del Pyd, partito politico dello Ypg, a suggerire addirittura un accordo tra gli uomini neri dell’Is e le divise sui tank sabbia di Erdogan per allontanarsi dai territori e cederli senza combattere nelle mani dei neo ottomani.
Questo articolo continua su Left in edicola dal 3 settembre
Roberto Perotti,consigliere.Caffè del 4 settembre 2016
Firma tra Stati Uniti e Cina, e sotto la foto di Obama che stringe la mano di Xi Jinping. “Emissione compiuta”, titola il manifesto. Usa e Cina sono i più grandi inquinatori del pianeta e la prima e la seconda potenza economica. Firmando l’accordo di Parigi per ridurre l’emissione di gas serra, si impegnano a far meno danni. In realtà entrambi hanno già fatto qualcosa. Washington ha investito molto sull’economia cosiddetta verde, ed è stato questo anche il motore di una ripresa, negli Stati Uniti meno flebile che in Europa. La Cina, constatata l’insostenibilità del suo modello di sviluppo, ha scelto di raffreddare la crescita, fondata sulla produzione a basso costo di tutto per invadere tutti i mercati, scegliendo di investire su infrastrutture e consumi interni. Così facendo, mentre crollava il prezzo del petrolio e delle materie prime, ha però consegnato l’economia mondiale a una sorta di stagnazione che i più allarmati definiscono secolare. È la contraddizione della fase attuale.
Muraro indagata, la crisi di Roma e il rebus di Raggi. Così titola il Corriere della Sera. Perché rebus? Perché pare che la sindaca voglia confermare Muraro dopo aver cacciato Raineri, sulla base di un parere chiesto all’autorità anti corruzione e non, come sarebbe stato più corretto, al consiglio di stato. Perché non si capisce se Marra, l’uomo che la Raggi ha estratto dalle fila di Alemanno e Polverini, sia stato promosso o invece posto in quarantena. Perché l’ultimo indipendente di prestigio della giunta romana, l’assessore all’urbanistica Paolo Berdini, si dice “scosso” dall’accaduto e “a disagio”. L’unica novità a 5 stelle è la difesa della Raggi firmata Di Battista. Una difesa che attacca i giornali che parlano dei guai della Reggo e non di quelli, peggiori, del sindaco di Milano. Sala, scrive Di Battista, “ha mentito sulle sue proprietà. Ha nominato assessore un suo socio in affari ed è stato costretto a rimuovere il suo segretario generale (dopo solo 5 giorni) perché è stato rinviato a giudizio per turbativa d’asta”. Ma che discorso è, caro “Ale”? Non era Sala un renziano, uno della casta, votato dal Pd, ammanicato con ’Expo? E la Raggi non era invece la Virginia del Movimento, l’apriscatole che svela ogni magagna di casta, la pulzella d’Orleans dei cittadini al governo? Se si mettono i due a confronto, si ammette la perduta verginità del Movimento 5 Stelle.
Pensioni si cambia. Banche la rivolta dei sindacati. Titoli di Repubblica e della Stampa. Quanto alle pensioni, si tratterebbe di varare una specie di prestito flessibile, cui potrebbe accedere chiunque voglia andare in pensione anticipata. E, insieme, di concedere qualcosa ai pensionati al minimo. Costo previsto 2 miliardi: il governo ne discuterà martedì, in una sorta di simil concertazione. Quanto alle banche, la Stampa sostiene che il premier avrebbe già messo la sordina alle sue dichiarazioni sul numero eccessivo degli sportelli e sull’indispensabile taglio dei bancari. Ma, secondo Stefano Lepri, “al tavolo del G20 in Cina tutti gli altri attorno a lui (Renzi) sapranno che le banche italiane preoccupano l’intero pianeta”. È davvero così? E se così è, basta per rassicurare i mercati l’annuncio di qualche taglio?
Indossavano la maglietta del No, scrive il Fatto: “la polizia li ha tenuti fuori”. Non si fa, non si professa un’altra religione, non alla festa del Pd trasformata in festa del Sì. Sempre al Fatto Zagrebelsky annuncia che se vincessero i Sì rinuncerebbe a insegnare diritto costituzionale. “Perché io -dice- molte parti di quella riforma non le ho capite”. Per esempio come possano i consigli regionali “eleggere”, cioè scegliere, i senatori se poi questi devono essere “indicati” dal voto popolare. Sul voto referendario la Stampa pubblica un sondaggio di Piepoli: No al 51%, Sì al 49. Tra gli elettori del centro sinistra aumentano i Sì, 29%, e diminuiscono i No, 13%. Tra gli elettori del “centro destra e indecisi”, crescono invece i No, 20% e calano i Sì, 16%. Il sondaggista ne desume che a decidere l’esito del voto saranno alla fine gli elettori del centro destra. Dunque se Renzi trovasse “una quadra” con mister B, potrebbe ben sperare. E la Consulta potrebbe favorire una tale “quadra”. Accogliendo i ricorsi sull’Italicum e “tagliando” i ballottaggi, potrebbe “sminare” il confronto. La riforma resterebbe pessima ma apparirebbe meno pericolosa senza una legge ultra maggioritaria.
Perotti, chi era costui? Scommetto che non ve ne ricordate. Economista bocciano, da settembre del 2014 a novembre del 2015 è stato consigliere del presidente del consiglio. Per il Corriere lo ha intervistato Federico Fubini e vi consiglio di leggere l’intervista nella versione integrale. Ecco l’incipit: “Ero andato a Palazzo Chigi, chiamato, per ridurre la spesa pubblica. Poi però mi sono reso conto che si era deciso di non farlo seriamente”. Si tratta di una garbata ma inesorabile bocciatura dell’intera politica economica del governo. Anche se -ma questo è persino peggio- Roberto Perotti riconosce a Renzi la buona fede: avrebbe voluto e non ha saputo. Dal punto di vista del Caffè, il dialogo Fubini – Perotti rivela come stia crescendo, in parte della borghesia “illuminata”, il desiderio di trovare un’alternativa meno parolaia e più efficace di quanto non si stia rivelando la “narrazione” renziana. Sempre sul Corriere, Dario Di Vico sostiene che a Cernobbio “l’europeismo tradizionale” scopre le disuguaglianze”. Da Padoan a Timmermans a Dijsselbloem i guru di questa Europa si starebbero convincendo che non aveva torto Piketty: se continuano a crescere le disuguaglianze, non ci sarà ripresa che tenga, il ceto medio continuerà ad essere molto arrabbiato, la stabilità politica resterà a rischio. Altro che “flessibilità” da concedere, quella che non tiene più è l’intera strategia della Terza Via.
Perché è importante che chi governa non possa decidere tutto da solo
Dopo una breve vacanza, la questione del referendum costituzionale torna ad occupare, giustamente vivaddio, uno spazio centrale, nonostante il dramma del terremoto che ha colpito di nuovo il nostro Paese, fragile e bello. La questione della forma della nostra democrazia non è un fatto a se stante, neppure rispetto al dramma del terremoto, perché parte di una visione di Paese; di una visione del ruolo della classe politica, del potere dei cittadini e del peso delle associazioni che danno loro forza e rappresentanza sociale; di una visione, infine, del ruolo dei controlli istituzionali oltre che extra-istituzionali (in primis, i mezzi di informazione). Tutto questo si tiene insieme nella proposta di revisione costituzionale, e gli effetti potenzialmente perversi si mostrano anche in situazioni di emergenza come questa del terremoto. Il quale mette in luce la fragilità non solo dell’Italia fisica ma anche dell’Italia politica, del senso di legalità delle forze di governo e imprenditoriali poiché, come puntualmente si ripete in occasioni come questa, al danno del sisma si assomma quello di lavori eseguiti male e di una gestione della cosa pubblica o incompetente o lassista o disonesta; un nodo di problemi che mette il dito sulla piaga dell’opacità delle funzioni pubbliche. In casi come questo, come si ripete ogni volta che succedono, si vede come i sistemi di controllo preventivo, non solo di punizione a reato avvenuto, definiscono la fisionomia dello Stato e dell’apparato istituzionale.
Casi di emergenza come il terremoto dimostrano una volta di più come nessuna leadership può operare per il bene del Paese se le regole non impongono limiti al suo potere, e controlli e monitoraggi continui su ogni sua decisione. La revisione della Costituzione che questo governo ha pilotato a partire dal suo insediamento è volta ad allentare questi controlli e a rendere le decisioni del governo fatalmente più esposte non solo alla corruzione ma anche alla disfunzione. È proprio in casi dolorosi e tragici come questo che gli organi amministrativi dimostrano quanto poco ci si deve fidare delle promesse dei leader e quanto importante sia non lasciare mai chi governa solo a decidere.
Il referendum per il quale andremo a votare ci chiede di approvare una revisione in senso dirigista della nostra democrazia parlamentare, di dare il via libera a una nuova Costituzione che umilia il diritto dei cittadini ad essere rappresentati (soprattutto se si considera il combinato con la legge elettorale), che restringe il ruolo e lo spazio della sovranità popolare, che infine sbilancia il sistema decisionale a favore dei poteri delegati amministrativi, come appunto il governo. L’intero piano di riforma è concepito per rendere la presidenza del Consiglio più libera di operare. Il nuovo Senato può infatti ostacolare o rallentare l’attività legislativa della Camera, ma non ha alcuna incidenza sull’attività del governo, il quale inoltre può con la “clausola di supremazia” farsi rappresentativo dell’interesse nazionale e intervenire senza alcun limite in qualsiasi materia di competenza legislativa esclusiva delle Regioni “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.
A considerare l’intero pacchetto di articoli modificati, si vede che il solo organo che ne risulta rafforzato è il governo, ovvero il potere meno collettivo e più personale che opera nello Stato, ed anche quello delegato o quindi più distante dalla volontà popolare. Il presidente del Consiglio dei ministri – come il sindaco – assomiglia sempre più ad un amministratore delegato di una multinazionale che nomina il suo governo, impone alla Camera legislativa i tempi di lavoro, e subisce meno fermi e interferenze possibili da parte degli organi parlamentari.
Questo articolo continua su Left in edicola dal 3 settembre
Obiettivo rischio zero, così Tokyo si prepara al day X
Acqua da bere e per lavarsi: almeno tre bottiglie da due litri o una vasca da bagno piena; un fornello a gas portatile e una bomboletta di ricambio; una coperta isotermica; una torcia; una mantellina da pioggia; candele, fiammiferi e carta igienica. E poi cibi secchi e in scatola, pasta e noodle liofilizzati, salsa di soia e sale. Da qualche anno a questa parte, nella capitale del Giappone c’è chi si prepara all’arrivo di un grande terremoto. Nel 2012, uno studio dell’Università di Tokyo ha avvertito: entro i prossimi 30 anni, c’è il 98% delle possibilità che la città sia colpita da un terremoto di magnitudo pari o superiore al settimo grado. «Non voglio andare nel panico perché mi manca qualcosa», spiega Kazuko, una donna minuta sulla sessantina residente nel distretto di Shinagawa a Tokyo. Per completare il suo kit di sopravvivenza ha da poco acquistato un set da campeggio, tenda e materassino, entrambi arancioni. In una valigia 24 ore c’è tutto il necessario per scappare, anche in aereo, nel caso in cui la situazione vada fuori controllo.
Tokyo è il fulcro di un’area metropolitana da oltre 36 milioni di abitanti. Le aree densamente antropizzate, una rete intricatissima di ferrovie e strade sopraelevate la rendono vulnerabile ai danni causati da un sisma di grandi proporzioni. C’è chi ha fatto delle stime: un evento sismico di portata pari o superiore a quello del marzo 2011 causerebbe più di 20mila vittime e 856 miliardi di dollari di danni, ha da poco fatto sapere l’ufficio governativo per la gestione delle calamità naturali. Ma le autorità rassicurano: la messa in sicurezza degli edifici e i sistemi di early warning, di preavviso di eventuali onde anomale, limiteranno i danni del 70%.
Ad agosto il governo giapponese ha varato un piano di investimenti pubblici – circa 75 miliardi di euro – che prevede anche opere di adeguamento antisismico delle infrastrutture. Anche il governo metropolitano ha accelerato i preparativi. A febbraio è stata presentata una proposta per rendere Tokyo «immune» ai sismi. Secondo il documento dell’amministrazione della capitale, al momento oltre l’80% delle abitazioni è adeguato agli standard antisismici. Si supera il 95% per gli edifici pubblici identificati come punti di ritrovo e accoglienza in caso di sisma: municipi, scuole, palestre e ospedali. L’obiettivo è mettere in sicurezza il 90% delle strade entro il 2020 e il 95% delle case entro il 2021.
Tra meno di quattro anni la capitale giapponese ospiterà le Olimpiadi estive e tutto deve essere pronto, anche all’eventualità di un disastro naturale di grosse proporzioni. Lo scorso anno il governo metropolitano ha distribuito ai suoi abitanti una guida, disponibile anche in inglese online, aggiornata con mappe e consigli utili per affrontare un disastro naturale di grandi proporzioni. L’introduzione del volume di oltre 200 pagine è affidata a un fumetto manga, intitolato Tokyo Day X. Le vignette in bianco e nero rappresentano una Tokyo totalmente devastata da un grande terremoto. La narrazione si chiude con una riflessione: «Questa non è una storia fatta con i “se”. Questa è una storia che nel prossimo futuro diventerà realtà». L’invito finale è «Prepariamoci!».
Ma se da un lato la città potrebbe resistere all’impatto di un sisma violento, è il rischio tsunami ad aprire scenari ignoti.
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Spine per Raggi,delusioni per Renzi.Caffè del 3 settembre 2016
Pil, secondo trimestre fermo a zero. È il titolo del Sole24Ore. “Il Pil delude. Per l’Italia crescita zero”, fa eco Repubblica. Insomma, dall’Istat è arrivata la gelata sui dati del secondo trimestre. Che ne facciamo, ora, delle slide ottimiste di Palazzo Chigi. A spulciare i dati, qualcosa di meno peggio, da cui trarre conforto, si trova sempre. In questo caso l’Istat ha rivisto al rialzo la crescita del periodo gennaio-luglio, portandola dallo 0,7 allo 0,8%. Uno 0,1% per cento in più, appena “un millesimo del prodotto interno lordo”, osserva Francesco Manacorda su Repubblica, che poi prosegue, impietoso: “Poco più della metà di quanto gli italiani hanno speso lo scorso anno in gelati”. È possibile che i dati del terzo trimestre siano migliori, perché entrerà nel conto il fatturato del turismo estivo e perché è possibile che a settembre gli italiani spendano un po’ di più, come avevano cominciato a fare all’inizio di quest’anno. Ma -sempre Manacorda- “Sfortunato il paese che dibatte sulla crescita dello zero virgola qualcosa”. Così il Corriere titola: “Flessibilità, pochi margini” e giù un’intervista di Federico Fubini al vice presidente della commissione europea Dombrovskis. La Stampa fa dire a Renzi che “Le banche devono dimagrire”: meno sportelli, meno impiegati. Il Fatto si diverte e sussume i dati Istat alla trovata demenziale della Lorenzin: “Fertility day: sempre crescita zero”. Dario Di Vico si consola con un altro annuncio fatto ieri da Renzi: “abbasserà il tax rate a cominciare dall’Ires”. Per l’editorialista del Corriere è l’inizio di un pentimento operoso: non più bonus e sgravi indiscriminati, ma usare il poco che c’è per ridurre il costo del lavoro. Resta il mistero su dove il governo possa trovare i fondi. E Susanna Camusso, intervistata da Repubblica, finge di correre in soccorso del governo, proponendogli “Una patrimoniale, per finanziare il taglio delle tasse sui salari nazionali”.
Dove cacchio è finito il manuale per governare Roma? Se lo chiede Virginia Raggi, secondo Altan. È proprio questo il punto. Se la narrazione salvifica e ottimista del Renzi si è squagliata in due anni e mezzo di governo nazionale, quella dei 5 Stelle (le famose “regole del movimento”, “l’uno vale uno”, il “tutti portavoce”, la “democrazia della rete che sostituisce quella parlamentare o dei partiti”) tanta bella panoplia di certezze gridate sembra essersi sfarinata dopo solo 70 giorni dalla vittoria al comune di Roma. E la cura per i 5 Stelle è una sola: smetterla di proclamare una loro (presunta) diversità antropologica e mettersi a discutere di politica. Non c’è infatti diversità che tenga senza un’analisi realista dello stato del paese (in questo caso della città di Roma), senza un dibattito franco e pubblico sulle scelte da farsi, senza legare ogni nomina a un’idea precisa, senza il coraggio di considerare chi non è d’accordo per quel che dice e non per il danno che il suo dissenso potrebbe arrecare alla ditta pentastellata. Ha ragione Pizzarotti: “Il dissenso represso porta a liti di corrente”. Ora l’assessore dimissionario Minenna denuncia: “Con Virginia genere sbagliata”. E Virginia replica: “Cacciata una cordata di poteri forti”. Ora Di Maio avverte: “se falliamo a Roma finisce tutto”. Ora il Fatto scrive “traballa anche Paola Muraro”. Perché se non era accettabile la nomina a chiamata diretta della Raineri, non lo è neppure quella della Muraro, da consulente dell’Ama ad assessore all’ambiente.
La Francia ci chiede scusa per una vignetta. Francamente non capisco perché mai uno stato dovrebbe rispondere della stronzata di un giornale. La vignetta con i piedi delle vittime di Amatrice pressati in un italico piatto di lasagne era orribile! Sì, lo era. Per la verità erano assai discutibili anche quelle sull’Islam, “Le Coran c’est de la merde”, o sulla trinità cristiana, padre, figlio e spirito santo che si sodomizzano. Penso che una vignetta schifassi debba rispondere con la pernacchia del principe de Curtis, al secolo Totò, o meglio ancora con il pennacchio lungo lungo, “di testa e di petto”, che Edoardo De Filippo prescriveva contro un signorotto pluri titolato. Senza denunce in tribunale né scuse diplomatiche. Ma, direte, non hanno forse diritto di sentirsi offese le famiglie dei morti? Penso che quelle famiglie abbiano subito ben altro oltraggio. E la risposta del settimanale d’oltralpe, “Italiens, c’est pas Charlie Hebdo qui construit vos maisons, c’est la mafia”, che pure profuma di razzismo, evoca tuttavia un sospetto non del tutto infondato. Io dico: portiamo in tribunale chi specula sulla sicurezza e puniamo invece con lo scherno, o con il silenzio, il cattivo gusto di chi fa satira.
Nella città ostaggio di Idlib, la roccaforte di Al Nusra. Domenico Quirico a lungo sequestrato dagli islamisti, è tornato in Siria e si è spinto fin laggiù. Tra quei guerrieri che in Europa consideriamo terroristi fanatici ma che in Siria fingiamo di considerare alleati, perché combattono i Russi di Putin, gli Ayatollah iraniani vestiti di nero, il macellaio siriano Assad.”Idlib da quattro anni fa parte del califfato di Al Nusra: no, ora Al Qaeda si fa chiamare Fateh al Cham. Ancora mimetismi, trucchi semantici per attrarre altri gruppi islamici minori”, scrive l’inviato della Stampa. “Uccidono, mettono autobombe, torturano e rubano come Daesh: ma, ipocritamente. Non usano la videocamera, non proclamano ipotetiche avanzate verso Roma. Lo scopo è identico: Califfato e totalitarismo di Dio che hanno messo in pratica nella provincia di Idlib e nelle zone di Aleppo che controllano”. Ma i bond sauditi attraggano capitali finanziari in cerca di profitto. Riad compra armi sollevando il PIL. E la strage del Bataclan sembra ridursi a un danno collaterale.
Spagna, nuovo No a Rajoy. Verso il terzo voto in un anno?

Feliz Navidad Espana, è il caso di dire. Alle ore 21 La Cortes voterà ancora, e per l’ultima volta. òa fiducia a Mariano Rajoy. E sarà ancora una volta, un No. A questo punto, la Spagna andrà dritta dritta verso le terze elezioni in un anno, fissate il 25 dicembre. A meno che nuove alleanze non nascano in tempo, e cioè entro due mesi.
Al primo voto, di mercoledì, Rajoy ha ottenuto 170 voti a favore e 180 contro. E i socialisti hanno confermato che il loro No rimarrà tale anche al secondo voto di questa sera alle 21. A questo punto, re Felipe riaprirà le consultazioni con i partiti per nominare un altro primo ministro incaricato. La soluzione dovrà arrivare entro il 31 ottobre, due mesi di tempo come previsto dalla Costituzione spagnola, per un nuovo governo. Potrebbe essere – difficilmente – ancora una volta Rajoy, o – molto più probabile – il socialista Pedro Sanchez o anche qualcuno che non fa parte del Parlamento, purché sia di nazionalità spagnola e abbia i diritti politici, dice la Costituzione.
Tanto è certo che Rajoy non ce la farà, che già si discute delle terze elezioni, previste per il giorno di Natale. Mariano Rajoy ha promesso agli spagnoli che non rovinerà loro il cenone e che riuscirà a trovare un accordo per cambiare data. E, almeno su questo, l’accordo sembra alle porte. Inclusa Unidos Podemos che scongiura l’incremento dell’astensione. E, però, approfitta per ricordare: «Si può fare ancora molto per evitare le terze elezioni». Il messaggio è ovviamente diretto al Psoe di Pedro Sanchez che da questo momento ha in mano la situazione.
Che problemi ha Virginia Raggi

Lasciamo perdere le lacrime di cui scrive Repubblica, un pianto che sarebbe persino comprensibile, immaginando la pressione caduta sulle spalle di una sindaca con poca esperienza amministrativa, che in Comune è già entrata, ma c’è stata solo per tre anni e da consigliera d’opposizione. La prima crisi affrontata da Virginia Raggi è una crisi complessa, frutto anche dell’accavallarsi di diverse questioni. Raggi ha molti fronti aperti, alcuni causati dalle sue scelte (come quella di aver voluto tenere al suo fianco Raffaele Marra, ex collaboratore di Alemanno e Polverini, anche se era in aperto contrasto con la dimissionaria Raineri), altri legati alla natura del Movimento 5 stelle che – in estrema sintesi – si sta scoprendo partito, vedendo svanire, in soli tre mesi, anni di propaganda sui cittadini al potere, sull’assenza di corpi intermedi, sulla trasparenza assoluta e la democrazia diretta.
Raggi ha dunque diversi problemi, e il primo è proprio Beppe Grillo. Almeno da punto di vista politico – perché, sì, spiace, ma i partiti hanno spesso problemi politici. Negli staff del Movimento descrivono Grillo come «arrabbiatissimo» e preoccupato da possibili ulteriori sviluppi. Una prima telefonata con la sindaca non è bastata, e il leader del Movimento scenderà a Roma lunedì, interrompendo le sue vacanze sarde. Resterà alcuni giorni, ancora non si sa bene quanti. Tutto il tempo che servirà per mettere ordine e evitare che Raggi si avviti ancora di più, chiusa tra i suoi fedelissimi e appunto Marra. Non è un commissariamento della sindaca – non lo è ancora – e questo per alcuni consiglieri è persino un male: «Magari», dicono sottovoce.
C’è poi il problema delle nomine. Problema che Grillo aiuterà a risolvere, ma che per il Movimento rischia di essere cronico, connaturale. Nello specifico della crisi romana, ci sono da sostituire l’assessore Minenna (che aveva deleghe importanti, al Bilancio, al personale e alle partecipate, e che molti nel Movimento già vedevano lanciato verso il ministero dell’Economia), il capo di gabinetto (che sarebbe il terzo, dopo Marra, poi retrocesso, Frongia, poi fatto vicesindaco, e Raineri), e i vertiti di Ama (Alessandro Solidoro era appena stato nominato, ma era un uomo di Minenna) e Atac. Le nomine arriveranno nei prossimi giorni, ma per ora non si sa dove sbattere la testa. Perché la questione è appunto più larga: il Movimento 5 stelle ha scoperto che non avere una propria classe dirigente, amministratori e dirigenti di fiducia e di area, è un dramma, una mancanza che ti spinge a fidarti del primo che trovi, ad ascoltare consigli che magari si rilevano poi (come alcuni 5 stelle sostengono, tra cui Di Maio) polpette avvelenate. Come è stato per Muraro, secondo molti.
A preoccupare di più, però, sono i consiglieri comunali. Che sono il terzo problema di Virginia Raggi, rappresentando una crisi che si intreccia ma è diversa da quella innescata dalle dimissioni di Minenna e Raineri. Giusto due giorni prima che scoppiasse il delirio, gli eletti dei 5 stelle si erano infatti riuniti negli uffici di via del Tritone e avevano approvato un documento con alcune precise richieste da girare alla sindaca. C’era la questione delle retribuzioni (con la richiesta di un tetto a 78mila euro) e c’era soprattutto la questione del coinvolgimento. Chiedevano un uomo (il capogruppo Ferrara) fisso nel direttorio, e riunioni periodiche con la sindaca. Perché dal balletto sulle Olimpiadi alle nomine, i consiglieri non hanno toccato palla, e lo sanno. Quel poco che è stato fatto è stato deciso tutto da Raggi, che infatti adesso – anche con Grillo – paga il suo impuntarsi, l’aver dato retta alla corrente del Movimento che ha ad esempio difeso Marra. E i consiglieri, a differenza di Grillo che può al massimo trattarti come un Pizzarotti qualsiasi, possono sfiduciare un sindaco.





