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La riforma costituzionale? Chi scrive male, pensa male

Dice Renzi che la riforma costituzionale per cui si voterà al prossimo referendum (se ci faranno il piacere di comunicarci la data) in effetti avrebbe potuto essere scritta meglio. Non solo: assicura che la riforma originale voluta dal governo in realtà era meno confusa e più leggibile e solo per colpa del Parlamento si è rovinata cammin facendo.

Forse non si è accorto, Matteo, di essere riuscito a condensare in una sola frase molti dei problemi di questa riforma che comincia a non piacere anche ai servi più fedeli oltre che agli stessi estensori: una legge scritta male (ancor di più che si tratti di Costituzione) è il viatico perfetto per una libera interpretazione pro domo sua da parte del potente (e soprattutto del prepotente) di turno. Non ci si può permettere del lassismo lessicale nel comporre le linee guida costituzionali semplicemente perché ciò significa demandarne l’interpretazione e il controllo agli organi giuridici che, di questi tempi ovvero in questi ultimi vent’anni, hanno subito una costante opera di delegittimazione.

Chi scrive male pensa male. Vive male. E amministra ancora peggio. Un legislatore confuso e impreciso lascia (più o meno consapevolmente) un largo spazio di applicazione ad una legge. In sostanza le complicazioni in politica (e la storia ce lo insegna) non sono altro che il condono preventivo per ogni tentativo di legittimazione delle cazzate future.

Renzi sostanzialmente ammette di non essere stato chiaro nella riscrittura del documento cardine della nostra democrazia, dell’insostituibile argine a governanti egoisti o malfattori e delle fondamenta della nostra legislazione. È qualcosa da poco? Decidete voi.

Il Parlamento, poi, vissuto come fastidioso passaggio burocratico, che avrebbe “rovinato” il testo primordiale esprime l’insofferenza del governo verso gli organi di controllo. Nella testa del premier ci si dovrebbe limitare all’estensione delle leggi da parte del governo e al massimo a qualche referendum plebiscitario. La democrazia, per questi, è un fastidioso intralcio alla governabilità. Questa riforma è figlia di questo pensiero.

Avanti così.

Buon mercoledì.

La scrittura, i fumetti, l’Ira e le rapine. Sam Millar si racconta

Sam Millar ha una gentilezza discreta e un’empatia sincera quando esprime le sue condoglianze per il sisma che ha colpito il centro Italia. «Noi tutti in Irlanda siamo rimasti scioccati nel sentire questa terribile notizia. Il nostro pensiero e le nostre preghiere sono per questi uomini e queste donne vittime del terremoto». Ci tiene a dirlo subito, lo scrittore irlandese. Subito prima di iniziare l’intervista questo scrittore dal passato rocambolesco la cui vita, come spesso si dice esagerando, sarebbe perfetta per la sceneggiatura di un film.

Attivista dell’Ira finito in carcere nel 1970, emigrato negli Stati Uniti una volta uscito e parte del sottobosco criminale locale, è anche la mente del colpo del secolo alla Brinks di Rochester, Stato di New York. Millar era in Italia ospite al Festival di letterature applicate Marina Café Noir di Cagliari per parlare del suo libro On the Brinks, “caso letterario” (i suoi libri sono bestseller in Irlanda, Francia, Germania e Stati Uniti) in cui racconta in prima persona le sue tante vite. Un’infanzia difficile nei quartieri cattolici di Belfast, le lotte nel carcere di Long Kesh al fianco di Bobby Sands al tempo della Blanket Protest irlandese, ladro astuto, tutto nella penna di uno scrittore che grazie al suo precorso esistenziale così tempestoso, racconta il mondo criminale e la strada, senza compromessi. Percorriamo con lui ragazzino le strade di una Belfast fumosa e lercia, gli otto anni di carcere, una situazione personale sempre sull’orlo del baratro con una madre con manie suicide e un padre assente. E la passione per i fumetti della DC Comics. “che mi hanno mostrato come fuggire, e i fumetti Marvel, per avermi mostrato come fuggire ancora meglio”.

Lei è nato e cresciuto a Belfast negli anni caldi, precisamente in Lancaster Street, una strada famosa per i suoi scontri settari. Gli orangisti scortati dalla polizia, la attaccavano frequentemente lasciando per terra morti e feriti. Che ricordi ha?

Tutti coloro che hanno vissuto a Lancaster Street hanno avuto un gran ben da fare per dimostrare di esserne all’altezza. Noi eravamo un obiettivo frequente dei fascisti orangisti lealisti protetti dalla loro forza di polizia paramilitare, la Royal Ulster Constabulary, trasformata oggi nel Police Service of Northem Ireland. La Ruc con la complicità dell’esercito inglese attaccò in modo settario e uccise, oltre a membri dell’ Ira, soprattutto semplici cittadini solo perché cattolici o repubblicani. La strada era un bersaglio perché era l’unica strada abitata daI cattolici nazionalisti, tutt’intorno lealisti. Le nostre giornate erano abbastanza movimentate.

Come aderì all’Ira?

Quando scoppiò la guerra coi britannici (The Troubles), mio padre e i miei fratelli andarono al fronte a combattere contro di loro. Io invece a quel tempo ero soltanto interessato alle ragazze, alla discoteca e naturalmente ai libri di fumetti americani. Non ero un pensatore politico a quel tempo e non avevo alcun interesse a unirmi all’Ira. Tutto cambiò con due terribili eventi nella mia vita: essere a Derry in quello che divento noto come il Bloody Sunday quando la British Army assassinò e freddò 14 civili disarmati mentre manifestavano e l’assassinio del mio migliore amico il 16enne Jim Kerr. Non potevo più aspettare, stare fermo e guardare la mia gente che veniva annientata, così decisi di combattere i britannici unendomi al movimento repubblicano.

Un’adolescenza difficile, come è nata la passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura nasce da due eventi. Il primo: mia madre ci lasciò quando ero molto giovane e non ritornò mai più. Lei aveva dei problemi di salute mentale e non poteva più badare alla famiglia. Fortunatamente per me, la libreria locale era in fondo alla strada così io potevo passare molte ore là, evadendo dal mio ambiente familiare, leggendo libri di avventure. Ho sempre avuto il desiderio di diventare uno scrittore, ma non ho mai creduto che potesse accadere davvero. Provenivo da una famiglia della working class. Mio padre era un socialista repubblicano e anche un marinaio. Nessun sogno di rivalsa. Dai suoi tanti viaggi a New York mi portava a casa una valigia di fumetti americani che tutt’ora colleziono. Da quelli ho imparato molto di più su ciò che riguarda il mondo attorno a me di quanto mi abbia insegnato la scuola.

La prima parte è veramente crudissima, il periodo della prigionia con tutto quello che ha subìto è agghiacciante. Nel libro l’ironia sembra una chiave di salvezza. Cosa invece, l’ha salvata durante la sua rocambolesca vita?

Ci sono state delle volte quando stavo nella prigione politica di Long Kesh, i famigerati H-Blocks in cui ho pensato che stavo per diventare pazzo. Essere nudi in una cella vuota, essere picchiati e abusati sessualmente ogni giorno dalle guardie può portare anche la mente più forte alla follia. Sono molti i miei compagni diventati pazzi o che si sono uccisi quando finalmente sono stati rilasciati. Misono chiesto spesso come ho fatto a sopravvivere, mentre altri non ce l’hanno fatta. Ecco penso di aver imparato a vivere giorno dopo giorno. Mi teneva in vita la voglia di rivedere la mia famiglia, non avevo intenzione di permettere agli inglesi di impedirmi di ritornare dalla mia famiglia un giorno. In più eravamo dalla parte giusta. e in me era sempre forte la motivazione che mi aveva fatto abbracciare la lotta: questo è il nostro Paese non è dei britannici. Noi siamo irlandesi non britannici e io ho sempre creduto che alla fine li avremmo sconfitti.

Militante dell’IRA e rapinatore. Dalla politica “combattente” alla criminalità. Diciamolo l’Ira, in fatto d’efferatezze, non era seconda a nessuno, poi il colpo del secolo. Cosa l’ha spinta a una vita violenta?

Che sia ben chiaro che combattere per il proprio Paese e per la libertà del proprio popolo non è un crimine. Il crimine è occupare un Paese con carri armati come hanno fatto gli inglesi col mio Paese per secoli. Io ho lottato per la mia gente, è stata una scelta naturale. C’era una guerra e io ne ho preso parte. Rapinare i Brinks è un crimine, un crimine fatto per soldi. E’ qualcosa che non avrei mai dovuto fare e chiedo scusa al popolo americano per averlo fatto. Ho sbagliato, ho pagato per questo errore. E’ semplice: tutti noi sbagliamo e io non faccio eccezione. E la rapina alla Brinks è stato il più grosso errore della mia vita. L’unica cosa buona che è venuta fuori da questa storia è che i soldi erano assicurati dai Lloyd’s di Londra. Ironicamente alla fine sono stati gli inglesi a pagare per il denaro rubato, cosa che mi ha fatto sentire fottutamente meglio.

Il terrore dell’Isis, il nomadismo contemporaneo, le sempre più forti le disuguaglianze sociali. Il mondo si trasforma. Le colpe?

L’ingiustizia sociale è un’effetto della violenza dei poteri economici. Sono i denari a determinare la politica estera, sempre più sanguinaria e tirannica. Finché ci sarà ingiustizia, ci sarà morte. Come può una persona che abbia un cuore non piangere per ciò che stanno vivendo i rifugiati che arrivano dal Medio Oriente? E come si può non avere disprezzo per l’Isis? Entrambe queste cose però sono state create dall’azione di due criminali di guerra: Tony Blair e George Bush. Entrambi hanno “violentato” un terzo del mondo per il petrolio e sono stati ricompensati finanziariamente diventando multimilionari. Al contrario questa settimana il processo al jihaidista Ahmad al-Faqi al-Mahdi, che si è dichiarato colpevole di aver distrutto i monumenti religiosi dell’antica città di Timbuktù in Mali. Sarà processato come un criminale di guerra.

Parità: gli uomini italiani sono quelli che lavorano meno in casa

Numeri contro luoghi comuni: due studi pubblicati di recente confermano e smontano percezioni diffuse riguardanti donne e lavoro: “le donne guadagnano meno perché non chiedono aumenti” (falso) e “nei Paesi del Nord la condivisione del lavoro domestico è più equa” (vero). Entrambi i lavori segnalano il permanere di alcuni freni, ostacoli, lacci&laccioli culturali e sociali che impediscono una parità sul terreno del lavoro. Per fortuna i dati raccolti segnalano che la direzione è quella del miglioramento.

Quanto lavorano in casa gli uomini in Occidente?

Partiamo dalla seconda che il dato è più immediato e semplice e i numeri riguardano anche l’Italia, confermando molti giudizi sulla relativa arretratezza della nostra società in materia di parità. Il lavoro pubblicato su Demographic research prende in considerazione 66 studi sull’impiego del tempo da parte di uomini e donne in 16 Paesi nell’arco di un cinquantennio (1961-2011). Se si parla di lavoro domestico, definito dagli autori, Evrim Altintas e Oriel Sullivan. ricercatori a Oxford, come tempo dedicato a “cucinare, pulire e occuparsi dei vestiti”, le donne italiane sono quelle che passano più tempo a farlo (220 minuti al giorno), mentre danesi, britanniche, statunitensi e finlandesi dedicano a queste attività tra i 120 e i 140 minuti.

Ora, potrebbero obbiettare i difensori della virtù italica, il problema è che le donne e gli uomini americani, britannici (e forse anche danesi), puliscono male e cucinano poco. Il tema, letto così, non sarebbe tanto la differenza di genere, ma il divario abissale tra le case e le cucine degli anglosassoni e nordici e quelle italiane (o spagnole). Moquette appiccicose contro cotto incerato, cene al microonde contro pasta fatta a mano. Sciocchezze: il numero importante è infatti quello che mette a confronto il tempo dedicato al lavoro domestico delle donne con quello dedicato dagli uomini. In Italia questa differenza si aggira intorno alle tre ore al giorno, seguono ex Yugoslavia, Spagna, Polonia e poi Germania. Il divario minore riguarda invece, nell’ordine, Danimarca, Canada, Stati Uniti, Finlandia. Il che, volendo essere un po’ maligni e pieni di pregiudizi, dimostra che le case britanniche sono più sporche e ci si mangia peggio: la somma del tempo dedicato alla cura di casa da maschi e femmine nel Paese del Brexit è infatti la più bassa di tutti.

Il dato positivo che riguarda anche l’Italia è che il divario si è andato riducendo ovunque negli anni. Certo, a guardare la figura il dato italiano fa un po’ vergognare – in questo caso possiamo vantarci di avere le case più linde, che la somma del tempo dedicato al lavoro di cura è la più alta.

gender gap

Ma le donne chiedono aumenti? E li ottengono?

Il discorso relativo agli aumenti di salario è molto diverso. La ricerca dell’Università di Warwick ha usato i dati australiani, unico Paese al mondo dove la richiesta di aumento viene registrata dalla statistica. Il campione è dunque piuttosto grande (4600 persone) ed è diviso tra lavoratori a tempo pieno e part-time – che si dice siano meno inclini a chiedere un aumento della paga.

Comparando gruppi maschi e femmine di lavoratori simili, i ricercatori hanno verificato tra aspetti interessanti: le donne sono meno spesso impiegate in posti di lavoro dove è possibile chiedere un aumento salariale, negoziare la paga in qualche forma; quando gli uomini chiedono un aumento lo ottengono più spesso delle donne (il 25% dei casi in più); il mancato ottenimento dell’aumento è più diffuso tra le donne sopra i 40 anni, mentre le donne giovani giovani chiedono e ottengono aumenti con la stessa frequenza dei loro colleghi maschi.

Questo ultimo dato rende ancora più grave la discriminazione nei confronti delle over 40, che quindi sono discriminate in più del 25% dei casi. Sia il primo lavoro che il secondo ci indicano comunque che le cose, tutto sommato, migliorano in meglio. Con buona pace dei family e fertility day.

Mezze bugie e mezze verità.Caffè del 6 settembre 2016

Indifendibile. “Le regole del M5S sono semplici. L’assessore mi ha garantito che non le è arrivato neanche un avviso di garanzia. Prima di giudicare vogliamo vedere le carte”: Virginia Raggi sul Corriere di ieri ,5 settembre. Si apprende invece che “l’assessore” sapeva di essere indagata dal 18 luglio, data in cui aveva chiesto al Pm delucidazioni in merito. E che qualche giornio dopo aveva informato la Raggi. La sindaca ha, dunque, mentito al Corriere? Tecnicamente forse no: può infatti sostenere che effettivamente l’avviso non era “arrivato” ma era stato solo “comunicato” alla Muraro su sua richiesta. Sono trucchi da azzeccagarbugl. Forse buoni e in tribunale per schivare un’accusa di falsa testimonianza, ma che in politica testimoniano di una condotta opaca, poco trasparente, loffia. Ha perfettamente ragione Repubblica quando titola: “Dalla trasparenza alla grande bugia”. Virginia Raggi è venuta meno al primo dovere di un sindaco: informare correttamente i cittadini elettori.
Acqua in bocca, titola il manifesto. E sotto pubblica una foto di Virginia che sussurra qualcosa alla Muraro in consiglio coprendosi la bocca perché non si colga il labiale. Acqua in bocca anche nei confronti di direttorio e mini direttorio, di Grillo e Di Maio, del Movimento che fino a ieri vantava la più assoluta trasparenza? “I 5 Stelle sapevano”, titola il Corriere, virgolettando la frase e attribuendola all’assessore all’ambiente. Il Corriere pubblica inveve un botta e risposta che riguarda il sindaco e si è svolto ieri pomeriggio in commissione ecomafie: “Ha informato i vertici del Movimento?», è stata la domanda della deputata pd Miriam Cominelli. «Sì, certo», ha risposto la sindaca. E invece, Carlo Sibilia, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco dicono che nessuno aveva detto loro nulla”. Mente la Raggi o mente Di Maio? Più tardi pare che la sindaca abbia corretto la sua versione, dicendo di aver informato non tutti i componenti del direttorio ma solo Paola Taverna. I giornali scrivono però di una cena, il 2 agosto, tra la neo sindaca e il Direttorio. Una cena che doveva discutere proprio del caso Muraro. La Raggi, che ormai certamente sapeva, disse dell’avviso di garanzia oppure tacque? Ingannò i commensali, schivando le domande sul quel punto, oppure l’una e gli altri si misero d’accordo per sostenere all’esterno una posizione di comodo? Comunque la pensiate, il mito della trasparenza a 5 Stelle è a pezzi. Le “regole” hanno fatto acqua appena la barca ha preso il mare. Emerge, invece, un contrapporsi di gruppi e cordate. Tutti a “consigliare” la sindaca di Roma. Ma da una parte chi voleva Minenna e Raineri,indipendenti di rito milanese, e dall’altra gli amici di Marra e Romeo, il primo già collaboratore di Alemanno e di Mauro Masi (Rai), il secondo, già dipendente del Campidoglio posto in aspettativa e nominato capo della segreteria con lo stipendio che da 38mila euro passa a 120mila. In mezzo Virginia Raggi, la Curaro indagata e troppe mezze verità.
Se vince il No, addio al partito della nazione. Ieri al cinema Farnese Massimo D’Alema ha dato la “carica al fronte del No”: così scrive il Corriere. Lo ha fatto promettendo di voler mantenere la tessera del Pd e promettendo di non voler tornare a far politica in posizione preminente. Ha denunciato i pasticci di Renzi, D’Alema. Dalla data del voto referendario ancora incerta -potrebbe slittare a dicembre-, all’Italicum che resta in campo anche se quasi tutti affermano che si dovrebbe cambiare. Quando? Dopo! Dopo che Renzi avrà usato l’argomento della “stabilità”, dell’Europa che sarebbero cavoli amari se non ci fosse più lui, della ripresa che è ancora deludente ma che ci vuole tempo perché le riforme funzionino. Prima cercherà di insaccare la finanziaria con bonus e sgravi elettorali. Poca cosa, purtroppo, perché come l’Istat avverte: “La crescita si è interrotta. E la manovra finanziaria pe il 2017 si complica”. Tutolo del Corriere. Ma tutto fa brodo, pur di scongiurare una sconfitta. Come molti di noi, anche D’Alema denuncia questi stato dei fatti: “il mostriciattolo” che è la riforma Boschi, l’introduzione di un “presidenzialismo di fatto”, la stura a un “bipolarismo confuso”, l’Italicum che altro non è se non una “manutenzione del Porcellum”. Ma in più D’Alema prova adire che con la vittoria del No finirebbe il partito della nazione e forse il Pd potrebbe ritrovare un ruolo nel centro-sinistra. Spiega che un ampio accordo parlamentare – se ne vedono le premesse- la costituzione potrebbe essere cambiata presto e bene. Che le forze politiche tornerebbero a dialogare rendendo il paese, per paradosso, più stabile. Nei prossimi mesi toccherà a Civati, toccherà a D’Attorre, a Tocci e anche a me, rispondere alla sfida lanciata ieri da D’Alema. Provare a trasformare i No in una proposta politica, convincere gli Italiani che con la sconfitta di Renzi non verrà il diluvio, ma forse un nuovo inizio. Per una sinistra non più casta subalterna ai dogmi del neo liberismo.

Ma è D’Alema o Moretti? Cosa è successo al Farnese

Massimo D'Alema presenta il comitato per il No al Referendum costituzionale presentato dal governo di Matteo Renzi 5 settembre 2016 a Roma ANSA/MASSIMO PERCOSSI

L’unica cosa che è andata storta nel ritorno di Massimo D’Alema, se vogliamo, è il precipitare della crisi di Virginia Raggi, con la procura che risponde a una precisa domanda della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti e comunica che Paola Muraro è effettivamente sotto inchiesta da aprile – cioè da prima di esser nominata assessore. La procura, poi, dice che l’assessora, però, lo sa benissimo, perché lei stessa ha chiesto di saperlo a luglio, dal 18. Apriti cielo: da luglio – vuol dire – Muraro e Raggi sanno dell’inchiesta, mentre pubblicamente dicono di non saperne niente. La giornata di Massimo D’Alema diventa così, in un lampo, la giornata delle bugie a 5 stelle – mediaticamente, si intende. Con le dimissioni di Muraro che non sono più un tabù, e il direttorio del Movimento deciso, questa volta, a riprendere il controllo sulla sindaca, che finora ha deciso tutto in autonomia, appoggiandosi semmai alla rete del suo studio professionale.

Ah: altra cosa che è andata storta, poi, è stato il caldo, un afa pazzesca che ha costretto i presenti – tanti, troppi per il Cinema Farnese – a una prova di forza, a una sauna. Anche quella non era stata prevista. Ma, tutta sudata, la platea non ha comunque mai smesso di applaudire e di ridere al puntuto intervento di D’Alema. Rideva di gusto, ad esempio, il consigliere della Rai Carlo Freccero – di gusto anche se con la camicia completamente madida. Per il resto, insomma, l’adunata suonata da Massimo D’Alema per organizzare il fronte del No al referendum costituzionale è andata bene. Le stoccate sono andate tutte a segno, il messaggio è arrivato, e in platea c’erano effettivamente rappresentanze di tutta Italia, anche se prevalentemente del Sud, feudo di sempre. Si è visto così un embrione di un comitato nazionale di «impegno civile», come dice a un certo punto il leader, coordinato dal giurista Guido Calvi. «Un fine giurista», lo introduce D’Alema, «che ha il pregio di non avere la tessera del Pd, tra le altre cose. Così non potrà esser accusato di voler fondare una nuova corrente». Risate.

Nasce dunque un comitato nazionale che coordinerà la campagna referendaria, che già altri comitati, a sinistra, hanno intrapreso da mesi (a sinistra e a destra, in realtà, come puntualmente fanno notare dal governo: «D’Alema sta con Brunetta, che brutta fine», dicono). D’Alema parla di un comitato «le cui ragioni hanno le radici radici nella storia e nella cultura del centrosinistra italiano». «Non potevamo rimanere insensibili al sentimento diffuso, alla richiesta di dare una forma organizzativa alle ragioni di chi ormai non vota neanche più Pd, speso», prosegue D’Alema, impegnato però a chiarire anche che lui, adesso, non sta certo fondando un partito. D’Alema è concentrato sulla riforma, e lì punta il suo intervento, salvo qualche stoccata alla stampa («che prende ispirazioni e spesso ordini da palazzo Chigi») e al «presidente del consiglio» – chiamato sempre così, con distacco. «Io sono un ammiratore del presidente del Consiglio», dice ad esempio D’Alema, «perché adesso che la legge elettorale rischia di esser un impiccio – perché io ho qualche dubbio che la Corte si beva questa legge – dice che è materia del parlamento. Lo ha detto come se non avesse messo lui la fiducia per imporla, al parlamento, e come se non fosse lui il segretario del primo partito, in parlamento».

Per il resto però è tutto un dar forma alle ragioni del no, riprendendo (spesso parola per parola) quanto ha detto a noi di Left, nella lunga intervista a cui abbiamo dedicato l’ultima copertina. Bisogna rileggere quella, per avere un buon sunto di quanto successo al Cinema Farnese, mentre Virginia Raggi viveva le sue ore più difficili. D’Alema ha strigliato pure Bersani, così come fatto con noi, e ha detto alla minoranza dem (che in platea è assente, e c’è il solo Di Traglia, ex portavoce di Bersani) che dovrà prendere atto che l’Italicum non cambierà, e che bisognerebbe però votare no comunque, senza cincischiare. Bisognerebbe anzi organizzarsi: «non perdersi di vista», come chiude l’intervento un D’Alema diventato un po’ Moretti.


Quanto poi sarà forte questo comitato del No, bisognerà vederlo. In platea c’era molto mondo ex Ds, c’erano vecchi militanti del Pci romano, sì, e c’era per dire Cesare Salvi o Pietro Folena. C’era Vincenzo Vita, che non manca mai quando c’è da manifestare, e i senatori Mucchetti e Corsini, che sono tra i firmatari di un appello per il No. Ma non sono leader carismatici, però, ecco. C’era un po’ di sinistra – Alfredo D’Attorre, Arturo Scotto, Marco Furfaro – un po’ per cortesia, un po’ per speranza – perché un impegno di D’Alema sì che darebbe una scossa al progetto di riunire la sinistra. Tenendo sempre presente, però,  quello che ci dice una compagna, militante storica Pci-Pds-Ds e poi sinistra varia ed eventuale: «Ho fatto un’ora di fila sotto il sole per sentire D’Alema. Come siamo messi, eh?». Occhio alle illusioni.

 

Povera Roma parte seconda: c’è la lealtà, oltre all’onestà

L'ass. Paola Muraro il Sindaco di Roma Virginia Raggi ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Cercando di tenere il punto: l’assessora Muraro della giunta Raggi è stata iscritta nel registro degli indagati il 21 aprile di quest’anno nell’ambito di un’inchiesta sui rifiuti romani e ne sarebbe venuta a conoscenza il 18 luglio; il giorno successivo avrebbe avvisato la sindaca Virginia Raggi.

Di per sé, scritta così, è la storia di accertamenti giuridici su personaggi politici come accade ogni giorno in ogni parte d’Italia. Chi fa sbaglia, dicevano i nonni. Ma non è questo che ci interessa, ora. La Muraro da settimane continua a negare di essere indagata. Anzi, ieri, audita in commissione Ecomafie, ha dichiarato di avere risposto alla domanda dei giornalisti che le chiedevano se avesse ricevuto un avviso di garanzia ha rilasciando una dichiarazione da pelle d’oca:

«I giornalisti mi chiedono: hai avuto un avviso di garanzia? questo è quello che mi chiedono. A una domanda così cosa posso rispondere? No, non ho ricevuto un avviso di garanzia. Essere indagato o ricevere un avviso di garanzia sono due cose molto diverse».

“Ci pisciano in testa ma dicono che piove”, scriveva Travaglio qualche anno fa. Ecco, la metafora funziona perfettamente. Solo che qui non siamo di fronte a consumati attori della politica che navigano in acque agitate dai tempi della prima repubblica: qui siamo al cospetto di chi s’è dichiarato “il nuovo” e ha ripetuto mille volte che l’onestà è il prerequisito essenziale per amministrare.

È disonesta la Muraro quando si arrampica su un gioco retorico per tentare di giustificare una bugia? Forse formalmente no ma riesce comunque a fare di peggio: è sleale. Consapevolmente artificiosa nel parlare e nell’agire per modificare la proiezione dei fatti a proprio vantaggio.

Anche la sindaca Raggi dichiara di avere “prontamente informato i superiori” (frase che tra l’altro suona piuttosto sinistra per un amministratore che dovrebbe rispondere ai cittadini): i suoi superiori però la smentiscono dicendo di non averne saputo nulla. La Raggi mente? Non conta: di certo la sindaca aggira la domanda. Slealmente. Ancora un volta.

E l’inciampo duraturo sfocia nell’agonia.

Buon martedì.

(Ah, a Milano il segretario generale del comune Antonella Petrocelli, nominata pomposamente dal sindaco Beppe Sala, s’è dimessa dopo soli cinque giorni per essere stata rinviata a giudizio per turbativa d’asta. Se non l’avete letto, tranquilli, non siete stati distratti voi: è lo stato di salute dell’intossicazione giornalistica)

Londra brucia come nel 1666. Ma è una commemorazione

A 120-metre long sculpture of the 17th-century London skyline is set alight in a retelling of the story of the Great Fire of London in 1666, in London, Sunday, Sept. 4, 2016. The event was part of a collaboration between American 'burn' artist David Best and Artichoke, commemorating the Great Fire of London in 1666. (AP Photo/Frank Augstein)

Londra è una città piuttosto moderna. Non parliamo di digitale, del grattacielo Lloyds o del London Eye, la grande ruota dalla quale si vede la città. Ma di modernità, di enorme conglomerato urbano che, per la larghissima parte e con poche eccezioni è tutto figlio degli ultimi secoli di storia. Un po’ la colpa è della industrilizzazione sfrenata dell’800, un po’ della Luftwaffe che durante la Seconda Guerra ha martoriato la Gran Bretagna, unico nemico a resistere all’invasione tedesca fino al giugno 1941, quando la Germania denunciò il patto Molotov-Ribbentrop e invase l’Unione Sovietica. La colpa originaria però è forse del grande incendio del 2 settembre 1666.

L’incendio, cominciato presso il panificio di Thomas Farriner in Pudding Lane  distrusse gran parte della città, risparmiando il quartiere aristocratico di Westminster e il Palazzo di Whitehall di Carlo II, ma bruciando 13.200 case (più o meno gli 8 decimi del totale), 87 chiese, la Cattedrale di St. Paul (che infatti è stata ricostruita e finita nel 1697).

Per commemorare il 350esimo anniversario, sabato scorso a Londra hanno dato fuoco a una gigantesca (120 metri) riproduzione in legno della città di allora. Le foto sono suggestive.

L’istallazione che brucia e la meraviglia del pubblico

 

Per una riforma della costituzione puntuale, condivisa, democratica

Una “grande riforma” della Costituzione è nemica delle riforme che servono.
È da respingere quindi l’ennesimo tentativo di mettere a soqquadro l’intera seconda parte della Costituzione, senza raggiungere gli obiettivi che concretamente servono per un migliore funzionamento del Paese.
È importante, invece, procedere a una “manutenzione” della Costituzione e a sue modifiche significative, partendo dai concreti problemi che si sono posti. Si tratta di un lavoro che non improvvisiamo alla vigilia del referendum costituzionale, ma che abbiamo condotto con cura, pazienza e attenzione, durante tutta questa legislatura che da subito ha inteso porre al centro della discussione politica la Costituzione.
Il lavoro è stato portato avanti in sede scientifica e parlamentare, dove ha trovato ascolto soprattutto da parte di Giuseppe Civati, alla Camera, e di Vannino Chiti e Walter Tocci, con alcuni altri parlamentari, al Senato. A loro si deve anche il tentativo di avere proposto una revisione costituzionale alternativa a quella del Governo, anche nella convinzione che, per essere capace di coinvolgere la più ampia parte delle forze politiche, la proposta dovesse nascere in Parlamento, come la proposta del testo costituzionale era nata, infatti, nell’ambito della stessa Assemblea costituente, tenendo insieme la prima e la seconda parte della Costituzione, ma soprattutto tenendo insieme un popolo, senza spaccarlo, tirandolo di qua o di là proprio sulla Carta che tutti deve rappresentare.

Tutto questo è possibile partendo da alcuni interventi puntuali, su cui sembra essere matura una maggiore condivisione:

1. Riduzione del numero dei deputati e dei senatori e delle loro indennità. Se il sistema rimane bicamerale (non registrandosi la necessaria convergenza per passare al monocameralismo) non ha senso ridurre soltanto i componenti di una Camera. La riduzione deve avvenire proporzionalmente in entrambe le Camere. La nostra proposta, per mantenere un adeguato livello di rappresentanza, è di 470 deputati e 230 senatori (senza senatori a vita), per un totale di settecento parlamentari. Una diminuzione del 25% degli eletti, che supera di 30 unità quella proposta dal Governo. La richiesta di riduzione del numero dei deputati e dei senatori è motivata dalla necessità di contenere i costi degli eletti. Ma per questo non basta la modifica costituzionale, è necessaria anche una legge, che si poteva fare anche a prescindere, in base alla quale l’indennità propriamente intesa dovrebbe essere ancorata ad uno stipendio decoroso e più basso come quello dei professori universitari (non quello dei Presidenti di Cassazione); i rimborsi spese dovrebbero essere ridotti, lasciando quelli per l’alloggio a Roma a chi non vi vive già e mettendo a carico della Camera d’appartenenza le spese per il collaboratore e alcuni servizi per lo svolgimento dell’attività parlamentare.

2. Fiducia al Governo espressa solo dalla Camera dei deputati. Come praticamente in tutti gli ordinamenti che hanno una forma di governo parlamentare la fiducia dovrebbe essere espressa dalla sola Camera dei deputati. Questo servirebbe non solo a evitare le difficoltà di formazione di un Governo nel caso di risultati parzialmente diversi nelle due Camere ma anche a liberare il Senato dal vincolo politico con l’esecutivo consentendogli una migliore attività di controllo (come quella su alcune nomine pubbliche, secondo il sistema dell’advice and consent statunitense).

3. Miglioramento dell’efficienza del procedimento legislativo (con l’istituzione di una commissione paritetica bicamerale). Non è vero che oggi le leggi sono sottoposte a un continuo ping-pong tra la Camera e il Senato: delle 224 leggi approvate in questa legislatura al 30 giugno 2016, ben 180 hanno concluso il loro cammino dopo un solo passaggio alla Camera e al Senato e i tempi di approvazione nella seconda Camera, quando c’è la volontà politica, sono particolarmente rapidi. Per di più la possibilità di avviare il procedimento legislativo in entrambe le Camere comporta uno snellimento dei lavori (perché mentre da una parte si affronta una proposta, dall’altra se ne istruisce e approva un’altra).
La revisione costituzionale del Governo, oltre a complicare il sistema, che viene a essere frammentato in procedimenti e sub-procedimenti di dubbia applicazione, rischia di rallentarlo in più momenti, non eliminando il rischio per cui se si vuole insabbiare una legge lo si può sempre fare nei numerosi passaggi previsti.
C’è invece una soluzione (già collaudata in altri paesi) per eliminare anche i pochi casi in cui una proposta incontra difficoltà a essere approvata, senza bisogno di stravolgere il sistema rischiando di complicarlo: l’istituzione di una commissione paritetica bicamerale (composta cioè dallo stesso numero di deputati e di senatori), da attivare nel caso in cui le Camere assumano posizioni differenti, al fine di licenziare più facilmente un testo chiaro e condiviso.

4. Potenziamento degli istituti di democrazia diretta: referendum e iniziativa legislativa popolare. Le riforme non devono essere fatte per “lasciare governare” qualcuno, senza alcun controllo, rendendo i cittadini sovrani solo un giorno ogni cinque anni, ma devono dare a questi ultimi la possibilità di incidere anche tra un’elezione e l’altra. Non solo favorendo, anche con leggi in materia, la partecipazione nei partiti e movimenti politici, ma con gli istituti di democrazia diretta.
In particolare, è da abbassare il quorum di partecipazione al referendum per renderlo valido se ha partecipato la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati (senza che ciò richieda – come nella riforma del Governo – un aumento delle firme per la richiesta). Quanto all’iniziativa legislativa popolare la Costituzione deve prevedere espressamente un obbligo di deliberazione in materia, entro un termine trascorso il quale su questa si devono esprimere direttamente i cittadini con un referendum (deliberativo).

5. Eliminazione del Cnel. Se l’introduzione del Cnel è stata determinata dalla necessità di rappresentanza dei corpi sociali, questa esigenza sembra superata almeno in queste forme (forse servirebbero piuttosto altri interventi come, ad esempio, leggi di regolazione delle lobby). Comunque, dato che nella pratica il Cnel ha funzionato con scarsa efficacia, riteniamo che sia giusto eliminarlo.

Questi sono alcuni dei motivi che giustificano il NO al referendum costituzionale. Ma vi è una ragione in più a favore di un voto negativo. Se venisse approvata questa cattiva riforma, si creerebbero molti problemi nel nostro ordinamento e ci potrebbero volere altri vent’anni per abrogarle e fare cose migliori. Quindi conviene evitare tutto questo e riprendere il cammino molto più semplice delle revisioni costituzionali leggere e condivise.

Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica Università di Bologna,
Andrea Pertici,
Professore ordinario di diritto costituzionale, Università di Pisa,
Maurizio Viroli,
professore emerito di Teoria politica, Princeton University,
Roberto Zaccaria,
professore di diritto costituzionale all’università di Firenze

Germania, maschi e operai: ecco da dove vengono i voti alla destra dell’AfD

Members and supporters of the AfD party react after first exit polls in Schwerin, Germany, Sunday Sept. 4, 2016 after the state elections in Mecklenburg-Western Pomerania. Exit polls indicate that the nationalist, anti-immigration party has performed strongly in a state election in the region where Chancellor Angela Merkel has her political base, likely overtaking her conservative party. ( Daniel Bockwoldt/dpa via AP)

Dunque nel piccolo Lander di cui è originaria Angela Merkel, il Meclenburgo-Pomerania,  gli elettori hanno deciso che la politica delle porte aperte (relative) scelta dalla Cancelliera nei confronti dei rifugiati siriani è sbagliata e va punita. O almeno questo è quanto si è detto nelle prima ore successiva al voto. Piuttosto grande e poco popolato, questa lander dell’estremo nord baltico è stato parte della Repubblica popolare tedesca fino alla riunificazione del 1990, ha dato i natali alla premier ed è culla, fin dagli albori della Germania unita, di movimenti di estrema destra.

Per dire la verità gli elettori hanno punito tutti: come mostra la tabella qui sotto perdono SPD e CDU, i due membri della Grosse Koalition che guida lo Stato, perde la sinistra, perdono i Verdi, persino i piccoli Pirati e l’estrema destra estrema del NPD. A guadagnare è solo l’AfD, l’Alternativa per la Germania guidata dalla 41enne Frauke Petry.

 

Relativamente isolata, prima città Rostock, appena 220mila abitanti, il Meclenburgo-Pomerania è un caso di scuola per segnalare come l’ascesa dell’estrema destra. Se la campagna è davvero segnata dalla paura dei rifugiati, è interessante segnalare come questi, gli invasori siriani, in Pomerania non ci siano quasi. E come, dunque, lo spavento per l’invasione non sia, come spesso accade, da mettere in relazione con qualcosa di reale, concreto, alle porte di casa. I dati sono inequivocabili, come mostra la figura della IOM qui sotto il 66% del totale dei rifugiati è ospitato, vive nei 5 lander più grandi, ricchi e popolosi, meno, molto meno negli altri. In Pomerania, come ci segnala questa pagina dell’ufficio federale per le migrazioni , i rifugiati sono il 2% del totale. Solo in due altre regioni sono di meno.

Iom refugees Germany

Accade di frequente che le paure si alimentino con la distanza dai fenomeni. E che di questi tempi, in Europa (ma anche negli Usa, come ha mostrato il trionfo di Trump alle primarie repubblicane) la propaganda populista contro i pericoli da immigrazione e terrorismo islamico, accompagnati dalla crisi economica, sia capace di parlare alle categorie di persone più colpite e azzannate dal mondo che cambia. O spaventate, colpite dal cambiamento.

I tre tweet qui sotto ci segnalano come alcune categorie, le stesse che raccolgono il messaggio populista altrove,  siano quelle che scelgono la AfD e che abbandonano la sinistra. Alternativa per la Germania è il primo partito tra i maschi, un terzo dei lavoratori sceglie l’AfD e la sinistra raccoglie la percentuale più bassa tra gli operai e va meglio tra altri gruppi sociali (compresi i disoccupati). Il passaggio dei voti da Linke, che a est è sempre stata forte e ha incanalato la protesta e la difesa di alcuni standard dei tempi della repubblica Democratica, è un passaggio in qualche modo storico. Se questo quadro politico si dovesse confermare.

— Europe Elects (@EuropeElects) 4 settembre 2016

L’elaborazione grafica di Die Zeit (e interattiva sul sito del giornale tedesco), che evidenzia i flussi di voto verso l’AfD ci segnala come il partito neonato, ma ormai presente nei Parlamenti di quasi tutti i Lander, siano in uscita da tutti i partiti o quasi. E come coloro che alle ultime elezioni non avevano votato (Nichtwahler, il gruppo più in basso) siano una colonna del voto per la destra.

flussi elettorali

Cosa significa il risultato per il governo e la tendenza politica nel Paese? Che probabilmente la Germania è destinata a essere governata da una Grande coalizione per qualche anno a venire. Gli ultimi sondaggi nazionali segnalano infatti un consenso molto alto per AfD (14%) che non cambia però gli equilibri. La CDU di Merkel resta prima al 33% delle intenzioni di voto, seguita da SPD, Verdi e Linke. Le intenzioni di voto per AfD nei Lander dell’est segnalano come quella parte del Paese, dove sommate, destra e sinistra extra Grosse Koalition pesano il 39% contro il 19% dell’Ovest, viva ancora una crisi da riunificazione e non si sia pienamente inserita nel mood del resto del Paese. Nonostante i due mandati e mezzo di frau Merkel, che quelle aree del Paese dovrebbe avere care.

sondaggi Germania

La resistenza dei Sioux contro i cowboy del petrolio

The great-grandson of the Hunkpapa Lakota Chieftain 'Sitting Bull' Ernie LaPointe

A cavallo, con le facce dipinte di nero e giallo, i Lakota Hunkpapa, discendenti diretti di Toro Seduto, combattono contro i nuovi cowboy dell’energia fossile e le loro infrastrutture. «Questa è la terra dove sono sepolti i nostri antenati. E in un solo giorno di lavori questa terra sacra è stata trasformata in un buco». La tribù Sioux non esita a definire “resistenza” la lotta contro l’oleodotto sotterraneo in North Dakota e chiama a raccolta tutte le altre tribù proponendosi di ospitare il National Powwow, il raduno annuale dei capi. Accampati da gennaio 2016 nel Sacred Stone Camp, nel bel mezzo della riserva dove il progetto prevede il passaggio dell’oleodotto, attendono che il giudice stabilisca se i lavori vanno sospesi oppure no.

L’udienza si terrà il 9 settembre, intanto si susseguono le proteste e gli scontri: finora si contano più di 20 arresti, dal momento in cui lo sceriffo Kyle Kirchmeier ritiene che la protesta sia illegale. E mentre gli ambientalisti affiancano i nativi d’America nel tentativo di bloccare i cantieri e presidiando la zona, il governatore Jack Dalrympe ha dichiarato lo stato di emergenza per motivi di pubblica sicurezza.

24 agosto 2016: Susan Sarandon prende parte alle proteste contro l'oleodotto
24 agosto 2016: Susan Sarandon prende parte alle proteste contro l’oleodotto

La compagnia petrolifera Energy Transfer, partner del Texas, ha scelto quelle terre sacre per costruire il Dapl (Dakota Access Pipeline): un oleodotto sotterraneo di 1.900 chilometri che dovrebbe sbucare in Illinois. Per realizzarlo si spenderanno circa 3,7 miliardi di dollari. In caso di guasto o rottura della condotta, il rischio va ben oltre la profanazione delle terre sacre ai Sioux: un incidente potrebbe inquinare le falde del Missouri e quindi compromettere i rifornimenti idrici della popolazione locale.

Perciò, spiegano i contestatori, la realizzazione del Dapl è in aperta violazione al Trattato di Fort Laramie del 1868, in cui il governo americano si impegnava a «garantire per sempre l’utilizzo indisturbato delle risorse idriche» ai nativi. Eppure, non appena l’Army Corps of Engineers (il Genio miltare) ha dato il via libera al progetto, i lavori hanno preso il via, sotto la protezione della polizia statale e dello sceriffo.

«Solo quando avrete inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero e pescato l’ultimo pesce, solo allora vi accorgerete di non poter mangiare il denaro accumulato nelle vostre banche», avverte la saggezza dei nativi. E c’è già chi dice che questa potrebbe essere il primo banco di prova per gli Stati Uniti che ratificando in queste stesse ore l’accordo sul clima di Parigi hanno promesso di cambiare rotta.