Republican presidential candidate Donald Trump speaks with 'Today' show co-anchor Matt Lauer at the NBC Commander-In-Chief Forum held at the Intrepid Sea, Air and Space museum aboard the decommissioned aircraft carrier Intrepid, New York, Wednesday, Sept. 7, 2016. (AP Photo/Evan Vucci)
Putin è più leader di Obama e sull’Isis non dico nulla per non rivelare i miei piani. Donald Trump ha deciso che il suo successo passa per dire le cose che gli passano in mente senza filtri presidenziali e continua a farlo.
Non è stato un confronto diretto, ma è la prima volta che Hillary e Donald devono rispondere a domande simili in diretta Tv alla stessa ora e sullo stesso canale. Un match a distanza sui temi della sicurezza in un forum Tv dove l’audience era fatta da veterani e militari in servizio che facevano anche domande. Il tema non è tra quelli che agitano i sonni degli americani, ma può sempre tornare a esserlo. In questo caso, il compito del candidato è complicato: promettere sicurezza, leadership, primazia degli Stati Uniti senza mostrarsi eccessivamente falco in politica estera. Gli americani non vogliono guerre, sono stufi dell’Afghanistan e non vedono – come nessuno vede – strade semplici per uscire da conflitti complicati come quelli nei quali si sono cacciati sotto la presidenza Bush.
Da un punto di vista della preparazione e della capacità di rispondere sui temi internazionali e della sicurezza non c’è partita: Clinton è più preparata, ha più idee, sa di cosa parla. Ma si deve difendere ancora per le mail tenute su un server non sicuro giurando e spergiurando di non aver mai inviato da quell’account materiale segreto, confidenziale o top secret (vari gradi di segretezza). Il caso delle mail, minore per sostanza, perseguita Hillary, perché è una delle prove, sostengono coloro a cui la ex Segretario di Stato on piace, che di lei non ci si può fidare, che nasconde qualcosa. Donald Trump invece non fornisce dettagli su nulla e ribadisce affermazioni controverse già fatte nei comizi e su twitter.
Uno dei confronti più duri a distanza è stato sull’Iraq: Clinton ha promesso che non manderà nuovi soldati in Iraq (o in Siria) e che la guerra contro l’Isis si può vincere usando più intelligence, cooperazione e forza aerea. E poi è tornata ad ammettere che il suo voto a favore della guerra voluta da Bush nel 2003 è stato un errore. Trump accusa Clinton di avere il «grilletto facile» e ricorda il suo assenso all’Iraq, sostenendo di essere sempre stato contrario. Affermazione falsa, ma per Trump il problema non è dire la verità. Il conduttore delle due interviste è stato ferocemente criticato per non aver incalzato Trump su questo come su altri temi – mentre, dicono i critici, ha interrotto, pressato Clinton molte volte.
Su Putin, Trump ha citato il consenso interno del leader russo come prova della sua capacità di leadership: «Ha un consenso intorno all’82% mentre noi siamo un Paese diviso. È più leader di Obama e se dice delle cose gentili su di me, come ha fatto, lo ringrazierò». Un altro passaggio a vuoto, o un altro gancio ben assestato avrà pensato Trump, è quello sulle donne nell’esercito. Nel 2014 il candidato repubblicano a commentato l’aumento delle violenze sessuali nell’esercito twittando: «Cosa pensavano succedesse questi geni dopo che hanno messo uomini e donne assieme». Ieri ha ribadito il concetto, non spiegando bene se eliminerebbe le donne dalle forze armate. Le donne non sembrano amare particolarmente il candidato Trump e questa nuova uscita non aiuterà. Tanto più che, indicano i dati, le violenze a cui fa riferimento Trump sono per la maggior parte di uomini su uomini.
C’è un aspetto generale che va sottolineato. Proprio ieri Trump aveva tenuto un discorso sulla sicurezza nazionale spiegando che avrebbe cancellato i tagli al Pentagono, comprato navi, costruito aerei e arruolato truppe per aumentare la sicurezza. Il repubblicano è poi passato ad attaccare Clinton e Obama e non è entrato in particolari. Quello che doveva essere un policy speech, un discorso nel quale il candidato delinea una sua idea di cosa fare su un tema specifico, è diventato un comizio. Con un particolare: per mesi Trump ha spiegato che le guerre sono sbagliate, che bisogna lasciarli a fare le loro guerre civili, che bisogna allearsi con chiunque uccida terroristi e lasciarlo fare. L’idea, contrapposta alla Hillary dal grilletto facile, è quella tendenzialmente isolazionista. Ieri però ha sostenuto che dopo aver invaso per errore l’Iraq, bisognava almeno prendersi il petrolio «che così l’Isis non si sarebbe mai formato». Una tesi colonialista e difficile da dimostrare. Come è difficile da sostenere che armarsi di più e depredare il petrolio degli iracheni siano scelte isolazioniste. Ricordiamolo ancora una volta: per Trump il problema non è la coerenza.
Luigi Di Maio (D) e Beppe Grillo durante l'intervento di Alessandro Di Battista (S) sul palco di piazza Cesare Battisti a Nettuno (Roma) per la chiusura del tour Costituzione Coast to Coast per il "No" al referendum costituzionale, 07 settembre 2016.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
«Qualche cazzata la facciamo anche noi» dice Beppe Grillo dal palco di Nettuno, provocando già così, non si capisce bene perché, le risate della piazza («Ah ah ah, ha detto cazzata, ti rendi conto?!!?!!!1!»). Sì, ha detto così, Grillo, e in quel “cazzata” c’è tutta la voglia di ridimensionare il caso Raggi, che poi è diventato anche il caso Di Maio, purtroppo per il Movimento, visto che il vicepresidente della Camera sapeva perfettamente dell’inchiesta aperta in Procura sull’assessore Paola Muraro, anche se non ha detto niente a nessuno e anzi ha più volte, pubblicamente, negato l’eventualità di un fascicolo. Lo dimostrano gli sms pubblicati da Repubblica e la mail pubblicata dal Messaggero, che oggi lui dice di aver «sottovalutato».
Si sono così scoperti ottimi pompieri, i 5 stelle, e persino ottimi attori, a cominciare da Virginia Raggi, per mesi presa in giro per le pose un po’ forzate regalate in alcuni video. Abbiamo tirato in ballo Boris, con decine di battute diverse, e invece – per dire – il video con cui Raggi comunica che Muraro resterà al suo posto (e che quindi lei è riuscita a tenere testa al Direttorio e persino a Beppe Grillo, che avrebbero voluto le dimissioni: ma solo Raffaele Marra verrà spostato ad altro incarico) è un capolavoro. Da nessuna parte si riflette il copione, il microfono non entra nell’inquadratura, la lettura è fluida, spontanea, e non traspare disagio neanche quando si dice «voglio spiegare con semplicità cosa è accaduto» e poi, in realtà, non si spiega nulla.
“Fortini era a capo di Ama durante Mafia Capitale”
Nuova bugia di Di Maio. Fortini arrivò DOPO l’èra di Panzironi e Fiscon; amici di Muraro
Perché questo è il succo di quanto successo ieri: il Movimento 5 stelle non spiega cosa è successo ma lo ridimensiona. Non spiega le liti al suo interno, non spiega perché nel Direttorio c’è chi gode per lo scivolone di Di Maio (come Carla Ruocco), ma si mostra «unito», come dice Grillo, che sul palco abbraccia tutti. Non spiega perché se quello che dice Di Maio è vero (che pensava che l’inchiesta su Muraro fosse frutto dell’esposto di Fortini, ex Ad di Ama nominato dal Pd, e quindi non meritevole di diffusione), non lo è stato anche per Pizzarotti, la cui inchiesta che gli è costata la sospensione è veramente frutto dell’esposto dei consiglieri del partito democratico. Non spiega, ma minimizza: «Qualche cazzata», come dice Grillo. Che poi sarebbe anche vero, perché la giunta Raggi non è la prima a cambiare assessori né capo di gabinetto (anche se è la più rapida a farlo), non è la prima ad aver un assessore coinvolto in un’inchiesta, che è cosa ben diversa da una condanna, se non fosse che questa vicenda tocca tutti i miti fondativi del Movimento, la trasparenza (l’inchiesta tenuta segreta), la democrazia diretta (le nomine decise nelle segrete stanze, con la “consulenza” di uno studio di avvocati), l’uno vale uno (il ruolo del Direttorio, il ruolo degli staff).
E invece no. La colpa alla fine è dei media, che hanno lasciato fare carne di porco di Roma ai partiti e che ora guardano le virgole nella giunta a 5 stelle. «Ma io ho le spalle larghe», dice Raggi. Ed è probabilmente vero. Perché sono le spalle di un Movimento che farà di tutto, dirà di tutto, per non perdere Roma. Non come il Pd con Marino, insomma, quando i 5 stelle erano ancora disponibili a cavalcare ogni retroscena dei giornali.
Alto 4 metri e lungo un chilometro, il nuovo muro antimigranti d’Europa è a Calais. Lo costruirà la Gran Bretagna per impedire che i migranti passino dal confine con la Francia.
Il campo informale di Calais
La notizia, resa nota dalla Bbc, è stata data dal ministero dell’Interno britannico: il sottosegretario per l’Immigrazione Robert Goodwill ha confermato che Londra sta lavorndo per intensificare la sicurezza intorno al porto «ricorrendo ad attrezzature migliori». E quale miglior attrezzatura, per impedire alle persone di attraversare il confine, di un muro? La barriera sarà innalzata prima che il 2016 finisca e, per farlo, i lavori partiranno già in settembre e costeranno 2,7 milioni di euro, già finanziati dal governo di Londra in accordo con la Francia di François Hollande (l’accordo ha la data di marzo). Il muro è parte di un pacchetto più esteso di lavori “di contenimento” da 17 milioni di sterline (20 milioni di euro) concordato tra Londra e Parigi nel marzo scorso.
Nella “Giungla di Calais” – il campo informale a ridosso della tangenziale che conduce al porto, messo in piedi dieci anni fa – attualmente vivono 10mila migranti. Contro di loro, in queste ore, è esplosa la protesta dei camionisti che hanno bloccato le vie di accesso alla città francese sulla Manica. Protestano contro le frequenti interruzioni del traffico, di notte e di giorno, dovute ai tentativi di molti migranti di “imbarcarsi” su un tir in corsa. I camionisti chiedono alle autorità francesi la chiusura del campo di Calais a ridosso della tangenziale che conduce al porto. La Francia promette da tempo di smantellare la “Giungla” e in queste ore – sarà che i sondaggi danno la Le Pen in testa alle prossime elezioni? – il pugno francese si fa ancora più duro, con l’annuncio dell’invio id altri 400 agenti. Non sarebbe il primo sgombero, più volte le autorità francesi sono intervenute, ma poco dopo il campo è risorto lì dov’era. Una volta attraversato l’inferno per arrivare fin qui, a un passo dall’agognata Inghilterra. queste persone non hanno certo intenzione di tornare indietro. All’ingresso del campo il murales di Banksy lo sintetizza con una sola scritta: London calling.
Rignano Garganico, Ragusa, Villa Literno, la provincia di Latina. Ma anche i posti che non ti aspetti, da Nord a Sud, e le forme meno eclatanti di discriminazione e violazione dei diritti dei lavoratori, migranti e non. Il caporalato, con la filiera dello sfruttamento di cui è parte, è un fenomeno che ormai pervade l’intero Paese.
Per questo Left ha promosso una petizione su Change.org, cui stanno aderendo diverse associazioni, testate giornalistiche e realtà che si occupano di lotta allo sfruttamento (ne daremo conto in maniera dettagliata nei prossimi giorni), è un invito rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a visitare i ghetti italiani, che Left continuerà a raccontare ospitando storie di denuncia e di reazione insieme a contributi di riflessione.
«Forse è il caso che lo Stato faccia la sua parte non solo dal punto di vista legislativo ma anche nella sua funzione di cura, vicinanza e osservazione» recita la petizione. Da qui la richiesta al Presidente della Repubblica di recarsi nei territori per incontrare «chi da tempo si ritrova al fronte di questa battaglia», con la richiesta di far «giungere in questi luoghi il messaggio del Paese che include e che non tollera alcuna forma di schiavitù».
Roberto Fico (S) e Beppe Grillo ascoltano l'intervento di Luigi Di Maio sul palco di piazza Cesare Battisti a Nettuno (Roma) per la chiusura del tour Costituzione Coast to Coast per il "No" al referendum costituzionale, 07 settembre 2016.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Il caos su Roma, anche se spiacerà agli squali del PD, non tanto il fallimento di Virginia Raggi (che deve ancora iniziare a amministrare, persa e incartata tra brutti giochi di poteri ostili e correnti amiche) ma è soprattutto il doloroso ritorno sulla terra di Luigi Di Maio. Il democristiano grillino, bravissimo a indossare il grigio pur con movenze populiste, ha giocato in tutti questi mesi a fare il geneticamente diverso rispetto ai suoi compagni di partito. Di Maio il moderato, Di Maio il dialogante, Di Maio con le stigmate dello statista: il secchione grillino che avrebbe dovuto insegnarci la rettitudine cade sulla mancata comprensione di una mail che l’avrebbe avvisato dell’indagine in corso sull’assessore Muraro.
Ma lui, andreottiano nell’emulazione, ha finto la solita calma olimpica quando gli hanno chiesto di dare la sua opinione. «Non rispondo sui se» ha dichiarato alla festa de Il Fatto Quotidiano con quel suo solito piglio saccente da destrorso capacissimo di fare il moderato. Ed è proprio questa risposta che, speriamo, lo taglia fuori dal gioco grande dei papabili candidati alla presidenza del Consiglio: troppo bravo a fingere di non sapere, troppo svelto nel far sapere di non sapere e troppo pronto a raccontare balle.
L’essere fortemente politico nel partito dell’antipolitica è un rischio che andrebbe calcolato con cura e Di Maio, invece, ha dimostrato un mestiere che non può certo piacere alla sua base. «Ho sbagliato in buonafede» ha dichiarato Di Maio ieri sera sul palco con Grillo. Noi gli crediamo, per carità.
E in buonafede gli diciamo che se il Movimento 5 Stelle ha tra le sue qualità quella di essere ruspante allora la presenza del gran moderatore è quanto di più antitetico ci potremmo augurare. Caro Di Maio, siediti a fare il portavoce in Parlamento. Va bene così.
epa04454066 French President Francois Hollande (C) makes his speech prior to a dinner as part of a Strategic Attractiveness Council at the Elysee Palace with French Prime Minister Manuel Valls (L) and French Economy Minister Emmanuel Macron (R) and a group of International CEOs, in Paris, France, 19 October 2014. EPA/YOAN VALAT / POOL MAXPPP OUT
Il presidente Hollande è il più impopolare della storia di Francia. Un sondaggio pubblicato da Le Figaro gli assegna l’11% delle intenzioni di voto, quarto o quinto, a seconda del numero di candidati proposti al campione. Un disastro.
A veleggiare verso il secondo turno delle presidenziali previste per la primavera del 2017 è Marine Le Pen, in testa con una quota che oscilla tra il 26 e il 28,5% dei consensi. Al secondo posto il candidato dei repubblicani, che si tratti di Francois Sarkozy o Alain Juppé, impegnati in uno scontro per le primarie, al terzo l’ex ministro dell’Economia Macron, dimessosi da una settimana e destinato ad agitare le acque del quadro politico, specie a sinistra (ma nono solo).
Gli incroci tentati da Le Figaro sono molti, con e senza Macron, con il candidato di sinistra Mélenchon (ce ne sono anche altri), con Juppé e con Sarkozy, con l’altro candidato potenziale di sinistra Montebourg. Siamo ancora lontani dalla campagna vera e propria, gli schieramenti e i patti non sono definiti, ma l’unica certezza è che c’è un impatto di ciascun candidato potenziale sull’andamento degli altri. Tradotto: se Macron non si candidasse, Juppé – ma non Sarkozy – oggi sarebbe il candidato più votato. Più di Le Pen. Se ci fosse il centrista Bayrou, calerebbero i Repubblicani e salirebbero di poco sinistra e socialisti. Gli unici due candidati che sono quasi immobili, qualsiasi cosa succeda, sono Le Pen e il povero Hollande, sul quale pesa la richiesta di primarie della sinistra tutta – che alcuni candidati non vorrebbero per paura di trovarsi Hollande vincente grazie all’apparato socialista.
La seconda parte del sondaggio è interessante proprio in questa chiave, la domanda rivolta è: chi vorreste come candidato? La risposta è tutti meno il presidente in carica. Il campione generale risponde Macron, Valls, Montebourg, Mélenchon e, solo poi, Hollande. Elettori e simpatizzanti di sinistra puntano anche loro su Macron ma mettono Mélenchon al secondo posto, solo tra gli elettori socialisti Hollande è secondo (dopo il solito Macron).
In questo contesto, il presidente, che domani terrà un discorso sull’antiterrorismo, l’unico tema forte rimastogli, visto che si è trovato a dover gestire quattro attentati terribili nei quattro anni di presidenza. Certo è che anche qui il rischio è quello di dare forza a Marine Le Pen e ai suoi argomenti, che fare il candidato della sinistra presentandosi come l’uomo di legge e ordine non è proprio una carta vincente. Il sondaggio pubblicayo in questi giorni indica come spazio a sinistra, se si terranno primarie vere o se si raggiungerà un accordo serio su come e chi presentare al posto di Hollande, ce ne sarebbe. Si tratta di rassicurare un Paese inquieto che ha vissuto una crisi pesante e attraversa un crisi di identità. Ma anche di avere una faccia capace di guardare al futuro: i candidati possibili sono la figlia del fondatore del suo partito, l’ex presidente, il presidente in carica e vecchia volpe del Ps, l’ex premier e ministro. Tranne Macron, che forse solo per quello raccoglie tanti consensi, tutto materiale vecchio, con la novità Front National che ha dalla sua il fatto di non aver mai governato. Il probelema della politica francese, e il numero e la longevità dei candidati in questo senso ne è una riprova, è che è molto un pollaio pieno di galli. A sinistra, dove non si riesce a trovare un’alternativa unica a Hollande e dove lo stesso presidente non sembra intenzionato a farsi da parte nonostante il disastro combinato, come a destra dove i due rivali repubblicani si fanno una guerra senza esclusione di colpi. Intanto Marine Le Pen e i suoi giovani e moderni collaboratori, si godono lo spettacolo.
epa03799421 European Commission President Jose Manuel Barroso grimaces during a joint press conference with EU Industry and Entrepreneurship Commissioner Tajani and EU Commissioner for Internal Market and Services Michel Barnier (both not pictured), at the EU Commission headquarters in Brussels, Belgium, 24 July 2013. The European Commission will adopt a communication announcing a set of measures to enhance the efficiency of Europe's defence and security sector. EPA/JULIEN WARNAND
Una notizia arriva e – almeno in Italia – passa in sordina: l’ex presidente della Commissione europea, Josè-Manuel Barroso, è stato nominato presidente non esecutivo della banca d’affari statunitense Goldman Sachs. Due mesi dopo quella nomina, arriva una lettera della Ombudsman, il difensore civico europeo, Emily O’ Reilly, indirizzata all’attuale presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, a chiedere che venga fatta chiarezza: è stata verificata la regolarità di tale nomina? «La mossa di Barroso ha generato preoccupazione in un momento molto difficile per l’Ue e particolarmente in relazione alla fiducia dei cittadini nelle sue istituzioni», scrive O’ Reilly. La Commissione ribatte che «le regole non sono state infrante», ma la Ombudsman non molla: «Non è abbastanza dire che le regole non sono state infrante», obietta, «il diritto di lavorare non è senza riserve e deve essere bilanciato con l’interesse pubblico ad una amministrazione etica». Sfortunatamente O’Reilly può avviare indagini, ma non è in grado di comminare multe.
La denuncia del conflitto di interesse arriva pure dal gruppo della sinistra europea (Gue/Ngl): «Questa nomina è del tutto vergognosa. Barroso ha aspettato la fine dei suoi 18 mesi di tempo per raccogliere subito la sua ricompensa per il buon lavoro che ha fatto per la Goldman Sachs e per i mercati finanziari, devastando la vita di milioni di cittadini europei con l’austerità in Portogallo, Grecia, Irlanda, Spagna, Italia, tra gli altri», ha dichiarato la parlamentare del gruppo Marisa Matias.
Il nuovo incarico di Barroso, come ha dichiarato lui stesso al Financial Times, sarà quello di consigliere «per mitigare gli effetti negativi della Brexit sulle banche che hanno sede nel Regno Unito». E anche su questo O’Reilly chiede chiarimenti. E quando Barroso alzerà la cornetta per contattare il capo negoziatore europeo su Brexit, sapete chi troverà? Michel Barnier, che era commissario quando Barroso era presidente. Altro che Ttip, nei posti di comando il libero scambio è già realtà.
La sindaca di Roma, Virginia Raggi, durante una pausa a margine della riunione in Campidoglio, Roma, 06 settembre 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Prima di seguire gli aggiornamenti sulla sorte della giunta di Virginia Raggi è importante una premessa. Paola Muraro, assessore ai rifiuti che da luglio sa di esser indagata – come lo sa la sindaca – è appunto solo indagata, non ha ancora ricevuto l’avviso di garanzia, delle indagini che si chiudono, e non è ovviamente stata ancora condannata. È una premessa importante questa, e non solo per ristabilire un qualche principio garantista nel dibattito. La premessa ci serve per spiegare come sulla vicenda Muraro il Movimento 5 stelle si stia giocando la sua stessa identità, costruita sull’intransigenza giudiziaria – per usare un eufemismo.
In gioco c’è il mito del Movimento che non fa sconti, del movimento della trasparenza, che mai avrebbe dovuto tenere per sé (anzi, tenere come informazione riservata diffusa solo ad alcuni membri della giunta romana e del direttorio, neanche a tutti) una notizia così. Di questo stiamo parlando, della rottura del patto stretto con buona parte dei propri elettori – educati a suon di post giustizialisti. Stiamo parlando dell’effetto devastante delle immagini di ieri sera, del deputato Vignaroli e soprattutto di Luigi Di Maio che schivano le telecamere per non rispondere con chiarezza a una domanda semplice posta dai cronisti: è vero (come dice Raggi nel caso di Vignaroli, membro del mini direttorio romano) che sapevano dell’inchiesta e non l’hanno detto e hanno anzi sostenuto che non ci fosse nessun dossier in Procura? Non stiamo cioè parlando tanto del merito dell’indagine che coinvolge Muraro, che infatti potrebbe anche restare al suo posto, se fosse convinta di uscirne pulita e se non fosse, però, assessore in una giunta 5 stelle.
Bene. Finita la premessa, gli aggiornamenti: il direttorio del Movimento, dopo un’intera giornata di conclave, con Grillo in collegamento da Olbia e Casaleggio jr da Milano, ha chiesto a Raggi di resettare giunta e segreteria. Via Marra e Romeo, via Muraro e pure De Dominicis, l’assessore al bilancio che avrebbe dovuto sostituire il dimissionario Minenna. Più che chiesto, in realtà, il direttorio lo avrebbe intimato alla sindaca. Che però, chiusa in Campidoglio, vorrebbe aspettare di legger le carte, per Muraro, vorrebbe tenere De Dominicis, e solo demansionare Marra e Romeo. È in corso, dunque, in questa seconda giornata di martirio, un braccio di ferro. Ma è probabile che Raggi dovrà cedere.
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Anche perché a chiederle di abbandonare il “Raggio Magico” cioè la rete di fedelissimi spesso vicini alla destra avvocatizia romana – come dice Michele Santoro: «Tutto quello che sta intorno alla Raggi è di destra», «non a caso spunta che il nuovo assessore al Bilancio l’ha sponsorizzato Sammarco. Vedo che il mio amico Travaglio considera l’ex alemanniano Marra un tecnico indipendente. Non mi pare la definizione più calzante» – non è più solo Roberta Lombardi, che aveva perso la sua battaglia solitaria, dovendo abbandonare il mini direttorio romano di cui anche lei era membra. Paola Taverna, chiede di cambiare, Roberto Fico chiede di cambiare, e poi anche Alessandro Di Battista – che di Raggi è sempre stato sponsor – chiede di cambiare. «Dobbiamo sistemare alcune cose, correggere alcuni errori che inevitabilmente si fanno e ripartire compatti magari con un NO alle olimpiadi da far tremare tutti i palazzi del potere!», dice Di Battista, che ieri aveva annullato la data di Ischia del suo tour sul referendum costituzionale ma che oggi annuncia di riprendere il giro, come se la crisi romana fosse cosa risolta. In realtà, il punto è che tanto adesso scende a Roma Grillo, che deve interrompere le sue vacanze. E che se si espone Di Battista, vuol dire che è sicuro di aver ragione.
Stelle cadenti, titola il manifesto. Ormai il pasticciaccio brutto del Campidoglio chiama in causa il vertice dei 5 Stelle e mette nei guai quello che avrebbe potuto essere il candidato premier del movimento. Repubblica pubblica il testo dei messaggi che sarebbero intercorsi il 4 agosto tra Di Maio e i componenti del mini direttorio romano. Luigi Di Maio: “Quale reato viene contestato a Muraro?”. Fabio Massimo Castaldo (eurodeputato): “Attività di gestione dei rifiuti non autorizzata”. Luigi Di Maio: “Muraro è iscritta nel registro degli indagati?” Paola Taverna: “Posso essere più precisa domani.” Di Maio: “Posso almeno sapere se il 335 è pulito oppure no?” (Il 335 prevede l’iscrizione nel registro indagati senza l’obbligo di inviarne una comunicazione scritta). Paola Taverna: “No, non è pulito”. Il Fatto Quotidiano riproduce la conversazione che Virginia Raggi, il suo portavoce Teodoro Fulgione e Luigi Di Maio (conversazione a tre, Fulgione e Raggi si spartivano un auricolare, avvenuta lunedì scorso). Raggi non vuol mollare la Muraro “Trovatemene un’altra così”, poi a un certo punto avverte Di Maio: “Questa sera Stefano (Vignaroli, parlamentare M5S, vicepresidente della commissione Ecomafie, ndr) ha detto che si ricorda che Paola (Taverna, senatrice del M5S, fidanzata di Vignaroli, ndr) ti ha scritto chiedendo di avvertirti”. Insomma, sei della partita anche tu.
Processo al deputato. Quasi in lacrime ammette di aver saputo dell’indagine La Stampa spiattella i particolarti di una riunione che si sarebbe tenuta ieri con Di Maio nel ruolo scomodo dell’imputato. Il vice presidente della Camera prima prova minimizzare: “Ho letto quella mail, ma ho capito male”. “Ma ti rendi conto che ti stai comportando come la Raggi? – gli dice Carla Ruocco- Anzi no, una Raggi al quadrato.” E Paola Taverna: “Non ti azzardare a dare la colpa a noi, Luigino! Non è più tempo di ragazzini che si sono montati la testa”. Lui chiede scusa, ma aggiunge: “Pensate forse che senza di me cambierebbe qualcosa? Perderebbe solo il Movimento”. È Nicola Morra, scrive il Fatto, a tirare le conseguenze del pasticciaccio brutto: “Cos’è M5S se non partecipazione, condivisione, trasparenza? Per Roma qualcuno se l’è dimenticato (Di Maio è responsabile degli enti locali). Noi glielo ricordiamo”.
Grillo a Raggi: adesso via tutti, titolo di Repubblica. Beppe, malvolentieri, è dovuto calare a Roma. Oggi dovrebbe mettere la sindaca alle strette, “convincerla” a far fuori non solo Raffaele Marra e Salvatore Romeo, ex amici di Alemanno che la Raggi ha voluto al vertice dell’amministrazione , ma anche Paola Muraro, assessore all’ambiente, e Raffaele De Dominicis, assessore al bilancio appena nominato e neppure ancora insediato. Secondo il Fatto, la sindaca resiste ancora. E il titolo del giornale diretto da Travaglio paragona la gestione a 5 Stelle di Roma a quella dell’odiato sindaco expo-renziano di Milano: “Muraro indagata e bugiarda, resta. Sala indagato e bugiardo, pure”. “Il movimento 5 stelle corre verso il disastro”, scrive Paolo Flores d’Arcais, uno dei primi sostenitori della rivoluzione grillina. Secondo il direttore di Micromega il comune di Roma sarebbe infatti caduto nelle mani di una specie di comitato d’affari, una cosca che egli definisce “raggialemanno magico”.
E Renzi molla l’Italicum. Di ritorno dalla Cina, il premier approfitta del clamore intorno ai 5 stelle, per riaggiustare il suo posizionamento. Da una parte promette di tutto e di più. “Aumenti agli statali, aiuti alle pensioni minime. Impegni per 5 miliardi”, scrive Repubblica. Poi fa la mossa del cavallo, quatto quatto offre a Speranza, Cuperlo e Bersani quello che Speranza Cuperlo e Bersani chiedevano da tempo: la cancellazione dell’Italicum. “Legge elettorale sacrificata sull’altare del referendum”, scrive Massimo Franco per il Corriere. “Noi -parola di Renzi- siamo pronti a cambiare l’Italicum se ci sono i numeri in Parlamento. Sia che la Corte costituzionale dica sì, sia che dica no”. Ma cambiare come? “Io sono affezionato alle preferenze -prosegue Renzi- ma va bene pure il collegio uninominale”. Quindi non soltanto rinuncerebbe al secondo turno (in cui i leader se la giocano) ma sarebbe pronto a sacrificare l’intero impianto dell’Italicum per tornare a un simil-Mattarellum. La legge “perfetta” non è più tale, il capolavoro che “nessuno in Europa ancora ha ma che tutti ci invidieranno”, non va più bene. Ora bisogna salvare il salvabile: evitare la sconfitta a fine novembre o inizio dicembre, quando si voterà per il referendum. E se vincessero i No, Renzi resterebbe lo stesso a Palazzo Chigi, Per spirito di servizio, visto il disastro di FI e M5S.
A settembre gli italiani si scoprono forti lettori, prendendo d’assalto i numerosi festival letterari che punteggiano il nostro Paese da nord a sud. Per conoscere di persona gli autori, cercando il rapporto umano oltre quello silenzioso e solitario con il testo. Ma anche per un desiderio di conoscenza , di partecipazione, di confronto. In un momento di grande vuoto della politica sembra quasi che le rassegne che invitano a riflettere su temi filosofici, di storia e di attualità abbiano preso il posto di quelle che una volta erano le feste dell’Unità e le grandi manifestazioni politiche. Con appassionati dibatti e un esercito di lettori militanti armati di taccuini. Un’esperienza da non perdere in un Paese come il nostro che notoriamente legge poco, rispetto alla media europa. Per saggiarla cco un viaggio fra le proposte più interessanti:
Il Festivaletteratura festeggia vent’anni e arrivano a Mantova 400 scrittori e artisti italiani e internazionali. Attesissimoi gli inglesi Julian Barnes e Jonathan Coe, idue premi Concourt Lydie Salvayre ( Non piangere, L’asino d’oro) e Mathias Énard ( Le bussole, Edizioni e/o), e ancora Amin Maalouf, Jay McInerney,, Cees Nooteboom, Jussi Adler-Olsen, Juan Gabriel Vasquez, Juan Villoro e lo scrittore messicano Paco Ignacio Taibo II con La biciletta di Leonardo (La nuova frontiera). E ancora, per Feltrinelli, Massimo Cirri con la vita mancata di Aldo Togliatti. per Adelphi Benedetta Craveri con Gli ultimi libertini, Roberto Calasso con Il Cacciatore celeste e Antony Beevor/Vasilij Grossman, Uno scrittore in guerra
“Vent’anni si compiono una volta sola” dice il Comitato organizzatore del Festival, che ha deciso di continuare a valorizzarne le scelte che ne hanno decetato il successo: proporre autori molto apprezzati all’estero ma ancora poco noti nel nostro Paese, con una forte attenzione a temi chiave per il nostro tempo come le migrazioni, l’ambiente, interrogando la storia per cercare risposte per oggi. Tanta letteratura di qualità e incursioni in territori non strettamente letterari “per sparigliare le carte e capire come si può raccontare il presente e immaginare quello che sarà”. Qui il programma completo:
Migranti da sempre, fin dalle origini di Homo sapiens. La capacità di immaginare e di ribellersi alle condizioni avverse è stata la fortuna della specie umana, favorendone l’evoluzione. Da questa considerazione antropologica prende le mosse l’edizione 2016 del festival Con- vivere (8-11 settebre) dedicato al tema delle “frontiere” , delle migrazioni, della mobilità intesa anche in senso sociale , che oggi manca in Italia come racconta la sociologa presenta Chiara Saraceno che giovedì 8 apre la rassegna ideata e diretta dal filosofo Remo Boedei, professore di filosofia presso la University of California che si interroga su quali limiti dovremmo oggi ancora superata. A discutere di “migrazioni e nuovi confini sarà Domenico Quirico, inviato de La Stampa ed esperto di Medio Oriente, mentre lo scrittore Marco Rovelli racconta le guerrigliere curde, a partire dal suo romanzo La ragazza dagli occhi verdi che ha portato lo scrittore a fare un lungo viaggio in Kurdistan. E ancora, interventi diPiergiorgio Odifreddi, Luca Mercalli (“Clima bene comune”), Nicola Piovani e dell’anglista ed esperto di letteratura di viaggio Attilio Brilli racconta le biblioteche immaginarie che offrirono la scintilla di scoperta a viaggiatori come Cristoforo Colombo. L’undicesima edizione del festival culturale di Carrara offre quattro intensi giorni di incontri e di dibattito su temi che incontrano la storia, la filosofia, ma anche l’attualità, a cominciare dalle 17 ae fino a mezzanotte. Nel centro storico anche con musica e protagoniste impegnate della scena internazionale come la cantante e ambasciatrice dell’UNHCR, l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati Rokia Traoré, che a Con-vivere porta “Né So” (“A casa”) il sesto album di questa cantante nata in Mali che racconta le sofferenze dei popoli sradicati.
Da venerdì 16 a domenica 18 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo la sedicesima edizione di Festivalfilosofia proone una riflessione sul conflitto e l’agonismo con quasi 200 appuntamenti ( tutti gratuiti) in 40 luoghi diversi delle tre città. Il tema verrà indagato nella vita collettiva, ma anche le forme di vita dei singoli. Tra i protagonisti del Festivalfilosofia quest’anno ci sono Stefano Rodotà, Emanuele Severino, Jean-Luc Nancy, Marc Augé, Zygmunt Bauman, Carlo Sini, Peter Sloterdijk, Eva Cantarella e Remo Bodei, presidente del Comitato scientifico del Consorzio. Il programma filosofico del festival propone anche la sezione “la lezione dei classici” con esperti che commentano i testi che, nella storia del pensiero, hanno costituito modelli o svolte concettuali rilevanti per il tema dell’agonismo: dalla concordia civica nella Politica di Aristotele all’elogio dei tumulti di Machiavelli, alla lotta di classe teorizzata da Marx, al combattuto Così parlò Zarathustra di Nietzsche. L’idea che la politica sia rapporto tra amico e nemico verrà rintracciata nella teoria di Schmitt, mentre Se questo è un uomo di Primo Levi indaga le causedella violenza.
Ma anche quest’anno ci sarà spazio per reading e spettacoli con Ernesto Assante e Gino Castaldo, Marina Massironi, Beatrice Visibelli e molti altri. Infine bene trenta mostre proposte in occasione del festival, tra cui una sulla passione per gli album di figurine Panini. Ma da non perdere anche le cene filosofiche ideate da Tullio Gregory per i quasi ottanta ristoranti ed enoteche delle tre città, nella notte di sabato 19 settembre è previsto il “Tiratardi”, con iniziative e aperture di gallerie e musei fino alle ore piccole.
A Taormina il Taobuk festival presenta oltre cento ospiti, fra i quali l’etnologo Marc Augé, e il filosofo Michel Onfray, lo scrittore Massimo Carlotto, e più di cinquanta appuntamenti, da sabato 10 a sabato 17 settembre 2016 torna Taobuk – Taormina International Book Festival, la manifestazione che pone al centro la letteratura, in dialogo con le altre espressioni della cultura, dal cinema alla musica, dal teatro alle arti visive, sollecitando riflessioni su un tema sociale di stretta attualità. La VI edizione, dedicata a Gli Altri, chiama al confronto scrittori, giornalisti, filosofi, artisti, esponenti della società civile e politica, sia italiani sia internazionali, ospitati in tutta la città di Taormina, a partire dai luoghi turistici più amati, come il Teatro Antico, l’Archivio Storico e Piazza IX aprile, affacciata sulla baia di Naxos e a ridosso dell’Etna. Le diverse Arti si ritrovano unite sin dalla serata inaugurale del 10 settembre al Teatro Antico (ingresso libero), con lo scrittore americano Premio Pulitzer Michael Cunningham, lo scrittore, drammaturgo e saggista Claudio Magris. A loro si affiancano nomi rappresentativi del teatro, del cinema e della televisione: l’attrice e cantante Lina Sastri, la stella della world music italiana Mario Incudine. Conducono Antonella Ferrara, ideatrice e presidente di Taobuk, e Franco Di Mare, direttore artistico del festival.
Podenonelegge
Letteratura e impegno fanno forte Pordenonelegge dal 14 al 18 settembre. Con decine di incontri da non perdere, a cominciare da quello con lo scrittore e attivista per i diritti umani Burhan Sonmez che a Pordenone presenta il suo nuovo Istanbul Istanbul edito Nottetempo, ambientato nei sotterranei del carcere dove sono rinchiusi quattro dissidenti. A Pordenonelegge anche I segreti di Istanbul il nuovo libro di Corrado Augias in uscita per Einaudi.
Da non perdere l’incontro con il diplomatico inglese Gerard Russell autore di Regni dimenticati, un libro sulle culture mediorientali in via di scomparsa.Inoltre segnaliamo l’incontro e il premio allo scrittore spagnolo Javier Cercas autore di romanzi che sono anche racconti reali con lo sguardo rivolto all’indagine del presente e delle sue chiavi. «Javier Cercas – recitano le motivazioni del Premio – ha raccontato con maestria assoluta alcuni momenti cruciali della storia spagnola: dalla guerra civile, al tentativo di colpo di stato del 1981, per toccare anche la memoria degli orrori del lager. A volte mischiando verità e finzione, altre ricercando una narrazione totalmente vera, e consapevole che la storia può essere coerente e simmetrica, non casuale e imprevedibile, e che contiene tutta la forza drammatica e il potenziale simbolico che esigiamo dalla letteratura». E’ immerso nell’attualità più viva del nostro tempo il nuovo romanzo dell’autore iraniano (naturalizzato olandese) Kader Abdolah Il pappagallo volò sull’Ijssel, in uscita per Iperborea: racchiude la storia degli ultimi venticinque anni di immigrazione mediorientale in Olanda, raccontata attraverso le vicende personali di un gruppo di rifugiati dalla curiosità alla diffidenza, all’ostilità. E poi Serhij Žadan, il “Rimbaud ucraino”: con La strada del Donbass pubblicato da Voland ci accompagnerà attraverso gli sterminati campi di granturco del suo paese, in una cavalcata folle e fantastica alla “Easy rider”, e riguardo alla scienza e alla medicina, da non perdere di vista l’incontro con l’eminente scienziato Alberto Mantovani che ha scritto Non aver paura di sognare decalogo per aspiranti scienziati edito da La nave di Teseo. Qui il denso programma completo: www.pordenonelegge.it
Il castello sul mare di Trani ospita la XV edizione de I Dialoghi di Trani uno dei festival del Mezzogiorno più conosciuti ed apprezzati in Italia dalla critica e dai lettori di ogni età ai principali protagonisti della scena culturale, politica ed economica internazionale, ai Dialoghi ci si interrogherà sulla questione legata all’equilibrio tra istanze individuali e risposte condivise. E ci si domandarà se “le attuali crisi di sistema: economiche, occupazionali, sociali, ambientali rischiano di innescare un’escalation individualista”. In cinque giorni a dialogare con il pubblico di Trani sui temi del presente, saranno, tra molti altri, Ramin Bahrami, Massimo Bray, Piercamillo Davigo, Nino Di Matteo, Salvatore Borsellino, Padre Andrej Boytsov e poi i grecisti Luciano Canfora e Eva Cantarella, i giornalisti Piero Dorfles, Paolo Flores d’Arcais, Armando Massarenti, Benedetta Tobagi ( che presenta il suo nuovo libro La scuola salvata dai bambini Rizzoli) e Giovanna Zucconi. E ancora, gli scrittori Michela Murgia, Petros Markaris e il premio Strega 2016, Edoardo Albinati. Lo storico dell’arte Tomaso Montanari e molti altri. Numerosi anche gli spettacol con il pianista Ramin Bahrami, il 25 settembre nella splendida Cattedrale di Trani, e presentazioni di libri, caffè con gli autori, la cucina live del dj Donpasta la rassegna cinematografica curata dal “Circolo del Cinema Dino Risi”, e una sezione della rassegna dedicata interamente ai piccoli lettori. I Dialoghi saranno trasmessi in live streaming sui canali Rai Cultura e Rai Scuola.