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In fuga, in cella, scomparsi: il destino dei minori rifugiati

Children play at the top of a tent at Ritsona refugee camp north of Athens, which hosts about 600 refugees and migrants on Thursday, Sept. 8, 2016. The refugee crisis is expected to be a central issue in discussions Friday at a meeting in Athens of leaders from Mediterranean countries in the European Union. (AP Photo/Petros Giannakouris)

Ogni giorno in Italia scompaiono 28 migranti di minore età, dissolvendosi nel nulla. E nei primi sei mesi del 2016 sono almeno 140 i bambini morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. A un anno di distanza dal ritrovamento del piccolo Aylan Kurdi sulla spiaggia turca di Bodrum, Oxfam Italia riaccende i riflettori sulle sorti dei minori migranti pubblicando il rapporto “Grandi speranze alla deriva”. Allo stesso modo Human Rights Watch denuncia la condizione inumane in cui i minori rifugiati vivono in Grecia.

I NUMERI

Secondo Oxfam il numero dei migranti e richiedenti asilo di minore età in Italia soltanto nei mesi del 2016 è raddoppiato rispetto alle stime dell’anno scorso: nel 2015 sono arrivati 12.360 minori a fronte dei 13.705 di questa prima parte del 2016. I minori non accompagnati scomparsi nei primi sei mesi del 2012 sarebbero, secondo Oxfam, 5.222, un terzo di quelli che hanno raggiunto le nostre coste percorrendo la rotta del Mediterraneo, principalmente egiziani, somali ed eritrei. Il rapporto evidenzia anche i dati di Unhcr sui minori in viaggio, che oggi rappresentano la metà dei migranti mondiali, come conferma il “Uprooted: The Growing Crisis for Refugee and Migrant Children” dell’Unicef, che parla di un bambino migrante ogni 45, per un totale di 65 milioni di migranti under 18. Sempre più bambini stanno attraversando i confini per conto proprio. Nel 2015, oltre 100mila i minori non accompagnati hanno chiesto asilo in 78 paesi – triplicare il numero nel 2014. I minori non accompagnati sono tra quelli a più alto rischio di sfruttamento e abuso, tra cui da contrabbandieri e trafficanti, segnala Unicef.

 

LE CAUSE

Ma perché si registrano tanti minori desaparecidos tra i migranti? «La scomparsa di un numero così alto di minori – dice la direttrice della campagna di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti – si spiega con la fuga dai centri di prima accoglienza, vissuti dai minori più come centri di detenzione che come luoghi di ristoro dopo i viaggi della speranza. Poi c’è il desiderio di continuare il viaggio in Europa».  L’analisi-denuncia di Oxfam mette in risalto l’esiguità dei centri di accoglienza e le drammatiche condizioni di soggiorno dei giovani che vi accedono: lontani dalla famiglia, ammassati in camerate con centinaia di persone, senza prospettive di integrazione linguistica e culturale. «Il sistema di accoglienza italiano non ha abbastanza posti per i minori non accompagnati, nonostante non si tratti certo di una novità», spiega Paola Ottaviano del centro di accoglienza Borderline Sicilia. «Il fatto che negli anni non si sia voluta trovare una soluzione fa sì che i ragazzi restino bloccati a lungo in strutture concepite per permanenze di pochi giorni, o di poche settimane, in attesa di essere trasferiti e troppo spesso finiscono per compiere 18 anni all’interno di queste strutture di transito».

BLOCCATI NEI CENTRI

Le misure di accoglienza stabilite dall’Unione Europea prevedono una sosta breve di massimo 72 ore negli hotspot siciliani e uno smistamento celere nei centri di seconda accoglienza, gli Sprar, ma per insufficienza di spazio il 40% dei minori (circa 4.800 ragazzi) si trova bloccato in Sicilia. «Il problema è che nei centri di prima accoglienza ci dovrebbero stare due mesi, invece ci stanno anche un anno» conferma Iolanda Genovese, del centro AccoglieRete, che continua: «Questi centri non sono attrezzati per le lunghe permanenze, non gli offrono servizi per l’integrazione… non li mandano a scuola, gli insegnano poco l’italiano, li tengono senza far niente…e questi ragazzi sono frustrati, passano il tempo a dormire perché non c’è altro da fare, finiscono col deprimersi». Uno degli appelli che Oxfam rivolge all’Europa e al governo italiano è l’incremento di personale professionalizzato nell’accoglienza che informi i migranti dei loro diritti e delle possibilità di studio, lavoro e di integrazione reale.

Un discorso simile è quello che fa Hrw sulla Grecia: la cronica mancanza di strutture di accoglienza per rifugiati determina la chiusura dei minori in celle delle stazioni di polizia, nelle quali a volta passano mesi. A volte in celle senza finestre, fatiscenti e sporche. Gli operatori di Hrw segnalano che gli è stato negato l’accesso alle celle e che alcuni dei minori con cui hanno parlato hanno raccontato di essere stati lasciati in isolamento per giorni.

LE TESTIMONIANZE

Le testimonianze raccolte nei centri di accoglienza raccontano la solitudine, gli atti di nonnismo, la frustrazione legata anche al confino fisico. M., un sedicenne eritreo intervistato da Oxfam, racconta: «All’interno del centro mi hanno dato una scheda telefonica per chiamare i miei familiari, ma non mi è bastata per parlargli e dirgli che sono vivo. Ho chiesto un’altra scheda per poterli contattare, ma non me l’hanno data. Sono passate due settimane, ancora non ho potuto chiamare i miei genitori, non sanno se sono vivo o morto». «All’interno del centro dormo in un camerone con altre 150 persone, adulti e minori, uomini e donne, di diversa nazionalità. Tutte le persone del centro dormono in un unico camerone. Alcuni dormono su un letto ma molti dormono su di un materasso direttamente sul pavimento.” testimonia F, 15 anni, eritreo. M., 17 anni. eritreo, dice: “Da quando sono nel centro di Pozzallo non ho mai ricevuto un cambio delle lenzuola monouso. Dopo una settimana ho terminato i prodotti per l’igiene intima e agli operatori del centro ho chiesto anche un cambio per lavare il mio abbigliamento, ma non ricevuto nulla. Nel bagno c’è solo acqua fredda. I servizi igienici sono due, uno per gli uomini e uno per le donne, che adesso sono in tutto una quarantina». H. e M., minori provenienti dall’Eritrea, hanno sporto denuncia alle autorità italiane, perché, spiegano «da quando siamo nel centro di Pozzallo non abbiamo mai parlato con qualcuno che ci abbia spiegato quale sia la nostra situazione in Italia o i nostri diritti. Sono venuti alcuni operatori di un’associazione che ci hanno dato del materiale per imparare l’italiano…ma nient’altro».

Il pessimismo della ragione, Caffè del 9 settembre 2016

Scintille Raggi Grillo. La Stampa narra di un braccio di ferro, dietro le quinte, tra fondatore e sindaca del Movimento. Dal “tutti con Virginia” detto a Nettuno, al “questa è pazza”, frase che sarebbe stata detta da Grillo in una riunione riservata. I fatti: Virginia ha licenziato, perché indagato per abuso d’ufficio, l’assessore De Dominicis, che le era stato segnalato dalla studio Previti, studio del quale ella stessa aveva aveva fatto parte. Però finora non ha voluto rinunciare alla Muraro, sospettata di aver favorito il re delle discariche private Cerroni. Né a Raffaele Marra, ex collaboratore di Alemanno, che cha solo spostato da vice capo del suo gabinetto a capo del personale in Campidoglio. A Salvatore Romeo pare abbia ridotto lo stipendio (che in precedenza aveva triplicato) ma se lo è tenuto in segreteria. Si tratta dei membri del “raggialemanno magico”, come lo chiama Flores d’Arcais. Di quel gruppo di potere che ha portato alla rottura con l’ex assessore (bocconiano) al bilancio e al patrimonio, Minenna, con l’ex capo di gabinetto (magistrato della corte d’Appello di Milano) Raineri e con i dirigenti (che costoro avevano scelto) per Ama e Atac. Sia Stampa che Fatto raccontano, tuttavia, che il direttorio dei 5 Stelle e lo stesso Grillo avrebbero chiesto alla Raggi di riprendersi Minenna, per ridare smalto e operatività alla giunta. Raggi non potrebbe farlo in quanto, nella sorda lotta tra cordate che si è dipanata lungo i mesi estivi, si sarebbe esposta personalmente a fianco dei nemici di Minenna e della Raineri. “È ricattata”, traducono, senza troppi riguardi, i suoi avversari nel movimento. Come finirà? La Caritas spera che il sindaco possa mettersi al lavoro, per provare rispondere alle attese di chi l’ha votata. Insomma che si eviti alla città di Roma un altro ribaltone come quello che costò la poltrona al sindaco Marino. Tuttavia -ha ragione Freccero- il combinato fra dipendenti pubblici e affaristi privati che ha dominato Roma sia con la destra che con la sinistra puzza quanto una cloaca. E sta, purtroppo, risucchiando la sindaca e il suo movimento..
Super Mario e il lato oscuro dell’economia. Draghi fa intendere – troverete di tutto sul Corriere- che la BCE può tenere l’economia malata in coma farmacologico ma non può guarirla. Il Quantitative leasing, l’immissione generosa di carta moneta e l’acquisto di titoli del debito pubblico, hanno quanto meno impedito un crollo dei prezzi e forse contribuito a sollevare di qualche decimale il prodotto interno lordo nell’eurozona. Ma il cavallo non beve. Gli euro della BCE non arrivano, se non in piccola parte, all’economia reale: le banche li trattengono per proteggersi dal rischio dei derivati e dai titoli pubblici che detengono. La classe media non riprenderà a spendere senza pensieri fino a quando non vedrà una prospettiva di lavoro per i figli e non saprà dove mettere risparmi e come programmare il futuro familiare. Tocca ai governi, dunque, intervenire con piani straordinari di investimento, Piani per il lavoro dei giovani (lo chiede anche la Cgil). Per la riconversione industriale, Per la Ricerca. In particolare, secondo Draghi, il governo di Berlino dovrebbe smettere di attrarre capitali -è questo è l’effetto del surplus commerciale- senza riuscire poi a spenderli. Come quello di Roma dovrebbe – lo scrive Fubini- “ridurre le spese e le tasse, concentrandosi sugli investimenti e non su bonus a pioggia”. Draghi ha citato il documento del G2o. Sanno -ha detto sorridendo- ciò che andrebbe fatto: lo facciano Purtroppo nei vertici internazionali molti sorridono e tutti diffidano. Ognuno tira la corda dalla sua parte. La lunga pace è finita e con essa la fiducia. Doto tutto è questa la “guerra mondiale a pezzi”.
Il presidente che chiede scusa al mondo. Così i repubblicani – lo riferisce Rampini- chiamano Obama. Ha chiesto scusa, per ultimo, al Laos. “Per nove anni, dal 1964 al 1973, gli Stati Uniti lanciarono qui due milioni di tonnellate di bombe, più di quante ne lanciammo su Germania e Giappone nella seconda guerra mondiale. Oggi sto con voi -ha detto- per riconoscere le sofferenze terribili di quel conflitto”. Andando a L’Avana aveva ammesso l’errore dell’embargo. Aprendo all’Iran, la follia del colpo di stato contro Mossadeq, del ritorno dello Scia, delle guerra per procura contro Teheran. E si è scusato per Hiroshima, ha provato di farlo anche in Medio Oriente e con i musulmani, con il discorso del Cairo. Insomma 8 anni in giro per il mondo a chiedere scusa. Ha svenduto, così, la storia americana, tradito l’interesse nazionale? Non lo credo affatto. La grandezza di Obama è di aver svolto, con onore, anche se con inevitabili tentennamenti, il ruolo pesante che lo storia gli aveva assegnato. Quello di dover riconoscere il fallimento della superpotenza e dell’imperialismo americani, di comunicarne il senso ai suoi concittadini e di preparare un’embrione di alternativa per il futuro. Aveva alternative? Vietnam, Irak, Afganistan, da 50 anni gli Stati Uniti non vincono una guerra , i colpi di stato della Cia hanno lasciato ferite paurose dal Cile all’indonesia, industria e capitale finanziario lasciano da tempo l’occidente diretti in Cina. Gli Stati Uniti possono ancora distruggere il mondo, certo, ma non è più questo un deterrente sufficiente a imporre il proprio dominio economico, ideologico, morale. Un’America più consapevole, meno insicura (grazie al welfare), che riconosce i diritti suoi e degli altri, può proporsi -questa la speranza di Obama- come primus inter pares. Chi gli rema contro? Sicuramente chi rimpiange il passato (Trump) ma anche chi per iper realismo crede (la Clinton) che le svolte si possano compiere nella stanza dei bottoni, senza gesti simbolici né idee nuove da proporre al mondo. Manca un Obama nella battaglia per la Casa Bianca.
Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà.Quante volte vi siete sentiti ripetere questa frase che Gramsci -nel 21 credo- mutuò da Romain Rolland, premio nobel per la letteratura e in seguito amico e confidente di Freud. Significa una cosa semplicissima: che non è lecito edulcorare le analisi, imbellettarle per renderle consone ai nostri desideri. Era questa una tendenza che già nel 21 si cominciava a cogliere nell’Internazionale, man mano che il volontarismo di Lenin si sdruciva nella propaganda staliniana. Al tempo stesso, quella frase voleva dire che bisogna conservare i sogni. Lo dico a chi mi accusa di essere distruttivo perché imputo ai 5 Stelle i disastri che combinano, perché critico l’interessato ottimismo delle slide di Renzi, o sfotto chi racconta un mondo in marcia verso il trionfo dei diritti, della pace, delle libertà sessuali, dell’ecologia. Invece apprezzo Tsipras, che si è dovuto piegare al diktat della troika, ma lo ha fatto coinvolgendo il suo popolo nella scelta più dolorosa e tuttavia non ha perso la voglia di lottare. Oggi dice a Le Monde. “È tempo che l’Europa faccia qualcosa per uscire dalla crisi”. Continua a chiedere la ristrutturazione del debito e a proporre che “i paesi del sud si uniscano per farsi sentire dalla Germania”. Peri circo mediatico Alexis è uno sconfitto. Per me è uno che non ha aggiustato l’analisi alle sue conveniente e che continua a battersi. Come può.

Due tre risposte a Renzi e ai suoi gatti e le sue volpi. E al becchino che dà lezione di guarigione.

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, partecipa alla Festa dell'Unità di Reggio Emilia, 08 settembre 2016. ANSA/UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI-TIBERIO BARCHIELLI +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

Il bullo s’è incattivito. Succede sempre così quando si sente odore di sangue in giro e s’ha di fronte una platea ammaestrata più a far sì con la testa che a curare la cottura delle salamelle. Le feste dell’Unità (mica più d’intenti, ora di interessi) ormai sono il mantello del sovrano e ogni occasione è buona per un’iperbole di menzogne. E tutti a dire sì come i pupazzetti che regalano con le schede punti dei ristoranti cinesi. Allora conviene puntualizzare, forse. Conviene.

Dice Renzi: “Lo dico ai tanti che trovano qualcosa che non va, a chi dalla mattina alla sera si lamenta: fuori dal Pd non c’è una sinistra migliore, la rivoluzione del proletariato, fuori dal Pd e da questo Pd c’è l’Afd in Germania, la Le Pen in Francia, Farage in Inghilterra e in Italia il qualunquismo e la demagogia in camicia verde.”

Allora è utile fermarsi un secondo. Primo: ormai inserire nella stessa frase sinistra e PD è un’analisi politica a livello della capra che sopra la panca campa ma, al di là di questo, non s’è mai visto un becchino dare lezioni di guarigione. La sinistra “fuori dal PD” è quell’ossessione che sta in tutti gli sms, i bisbigli e i sussurrii dei caporali renziani: la sinistra fuori dal PD sono le madri che forse avete visto salutare i propri figli in stazione mentre fingevano gratitudine per una cattedra ottenuta dall’altra parte del Paese; la sinistra fuori dal PD sono i disoccupati troppo anziani, troppo improduttivi, troppo poco specializzati nell’esser servi o troppo poco moderni per credere nella svendita dei diritti; la sinistra fuori dal PD sono gli avanzi (uomini, con le loro famiglie) che in nome di una delocalizzazione cercano le parole per raccontarlo in tavola alla famiglia, trovare un senso al sentirsi finiti; la sinistra fuori dal PD sono i giovani che scoprono il merito della prossimità alle persone giuste piuttosto che ai talenti; la sinistra fuori dal PD sono coloro che sgomitano per trovare l’occasione di raccontare le regole e di descrivere le loro opportunità piuttosto che dipingerle come intralci; la sinistra fuori dal PD sono le persone che si innamorano dei diritti degli altri oltre che la feroce difesa dei propri; la sinistra fuori dal PD sono gli stanchi dei proclami, dei polsini a posto, delle luci studiate e delle frasi da motivatore bullo; la sinistra fuori dal PD sono i fregati dalle banche, Etruria in testa, che non avrebbero mai pensato di elemosinare i soldi, i propri; la sinistra fuori dal PD è un pezzo consistente del Paese. Quello che a Renzi e renzini pesa perché poco interessato a monoteismi politici di passaggio.

Dice Renzi: “”Noi non raccontano storielle e non viviamo nella realtà virtuale, noi la trasparenza la scriviamo nella nuova costituzione”.

E la trasparenza della (loro) nuova Costituzione è un accrocchio di politichese artefatto, insulso e illeggibile. Non ha mentito. Qui. No.

“E’ finito il tempo – va avanti il premier – in cui in Europa facevano i sorrisini sull’Italia, bisogna portarci i nostri valori, bisogna provarci, bisogna faticare, questo è ciò che abbiamo bisogno di fare come Pd e questo è ciò che ci differenzia dagli altri: a fischiare e mandare a quel paese sono bravi tutti, ma a prendersi le responsabilità siamo noi”. 

Quell’Europa che ha sfilato nel suo happy hour paramilitare a Ventotene che citava in bella mostra il manifesto di Spinelli. E non hanno nemmeno sparecchiato la portaerei che intanto Hollande, tornato in patria, s’è messo a costruire muri. Chissà Spinelli quanti calci nel culo, se fosse vivo.

Dice Renzi: “Non ironizzate su Berlusconi e D’alema, quando ci sono amore e affetto ci deve essere rispetto. Non fate battute”. 

E lo dice quello che galleggia con una maggioranza puntellata dagli avanzi del berlusconismo. Serve aggiungere altro?

Buon venerdì.

(ps va bene tutto: la Raggi, Roma, Di Maio e la Muraro. Ma questi che l’hanno resa latrina e ora vorrebbero essere i moralizzatori, questi no. Basta. Davvero. Un po’ di misura. Di senso di opportunità. Su.)

Nel deserto del G20 il clima non cambia

China's President Xi Jinping, center, walks with Russian President Vladimir Putin, second from right, followed by other leaders as they arrive for a family photo at Xizi hotel in Hangzhou in eastern China's Zhejiang province, Sunday, Sept. 4, 2016. (AP Photo/Ng Han Guan)

Per essere certo che tutto andasse liscio, il governo cinese ha “convinto” un terzo dei 6 milioni di abitanti ad andar via da Hangzhou durante il G20. Ha proclamato una settimana di vacanza per creare il vuoto nei quartieri attorno alla sede del vertice, costringendo intanto i dissidenti ai domiciliari o a uscire dalla città. Viene da parafrasare la massima di Tacito: hanno fatto il deserto e lo hanno chiamato “summit sul futuro del pianeta”. In un’atmosfera da ghost town si è discusso di economia, riduzione delle disuguaglianze, guerra in Siria, dispute territoriali e clima, dimenticando – guarda caso – che alla base di tutti questi temi c’è il rispetto dei diritti umani. Nessuno lo ha ricordato durante il G20 e il nostro presidente del Consiglio, per inciso, non ha risparmiato di evidenziare «lo straordinario fascino della città» che ospitava il vertice e l’amicizia «molto forte» tra Italia e Cina.

Da quest’ennesima sagra dell’ipocrisia è emerso un elemento di novità sul fronte della lotta agli sconvolgimenti climatici: l’impegno di Xi Jinping e Barack Obama a ratificare gli accordi sottoscritti a Parigi lo scorso dicembre. Cina e Stati Uniti, i peggiori inquinatori del Pianeta che producono il 39,07% delle emissioni di gas serra, rendono più vicino l’obiettivo di tenere entro i due gradi l’aumento “record” della temperatura terrestre, le cui conseguenze catastrofiche sono già sotto i nostri occhi. Vicino ma tutt’altro che raggiunto. Intanto perché la ratifica da parte di Obama è una sorta di forzatura di fine mandato nei confronti di un Senato scalpitante (non a caso Trump ha annunciato che in caso di vittoria farà retromarcia). Poi perché nel comunicato conclusivo non si è riusciti a condividere una data entro cui far partire le nuove regole sul clima e non è scontato che le ratifichino i 55 Paesi, che rappresentano almeno il 55% delle emissioni, necessari. Un tempo avremmo fatto affidamento sul terzo inquinatore mondiale, l’Europa, e sulla sensibilità di gran parte dei Paesi membri. Dopo il voto per la Brexit, però, il Vecchio Continente deve ridefinire quali sono per ogni Stato gli obiettivi di riduzione delle emissioni, in attesa che la fuoriuscita del Regno Unito divenga ufficiale. E dovrà attendere la ratifica di ciascun Paese, perché l’Europarlamento non ha la legittimazione a farlo per tutti.

La strada dunque è ancora lunga e l’urgenza di abbandonare le fonti energetiche più inquinanti (carbone e petrolio) e i relativi sussidi ancora non fa breccia. In Italia si ragiona di maxi-piattaforme e gasdotti e sulle rinnovabili si fa marcia indietro nonostante le ottime prospettive in chiave occupazionale e di rilancio di un’economia diffusa. Ci si affanna a ragionare – sui tavoli del G20 come su quelli dei singoli Paesi – di “finanza green”, mentre su come affiancare alla “riconversione ecologica” una radicale “riconversione democratica” dell’economia e della società non ragionano né i cosiddetti Grandi, né l’Europa e tantomeno il nostro esecutivo.

Ancora una volta la miopia dei nostri governanti non riesce a condurli oltre un generico richiamo alla riduzione delle disuguaglianze. Se va bene si cita Keynes, ma solo per correggere temporaneamente il tiro tenendo saldo il timone del capitalismo. Tinteggiando di verde o di spesa pubblica il sistema attuale, magari per dar vita a nuovi settori di business senza mettere in discussione chi sta sopra e chi sta sotto, si elude la questione di fondo. E seppure ci fosse qualcuno disposto a prendere di petto la questione di fondo – quella di ripensare radicalmente le relazioni economiche e sociali tenendo al centro l’equilibro con le risorse disponibili – si fermerebbe davanti alla constatazione che una tale fatica non è spendibile nel breve termine. Così però, nonostante ratifiche e trattati, il clima non cambia. Almeno finché al posto del deserto quelli che stanno “sotto” non avranno costruito un rigoglioso giardino di diritti ed eguaglianza.

Questo editoriale lo trovi su Left in edicola dal 10 settembre

 

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Indentikit del webete secondo Enrico Mentana

Ci risponde subito. Niente fila e niente attesa per parlare con il direttore del Tg de La7. È diretto Enrico Mentana. Quasi ruvido, parla veloce ma è un fiume. Puntuale. Ci racconta che mai avrebbe immaginato una tale risonanza ad una semplice reazione. La sua, di fronte all’ennesimo “cretino” che blaterava sotto un suo post. Che non era sua intenzione coniare alcun neologismo ma che l’unica paura che ha è che «tutto diventi uguale a tutto».
Ci scusi direttore, chi è un webete? Ci traccia un suo profilo?
Webete è semplicemente una cosa che ho detto a una persona, nel mezzo di uno scambio. Aveva commentato un mio post mettendo in dubbio l’esistenza di questa signora che era scampata al terremoto di Amatrice, di cui io avevo ripreso una testimonianza. Poi tutto si è ingrossato, come accade in questo Paese. Ed invece è solo questo: rispondendo per le rime nel mezzo di una lite, certo con durezza, gli ho scritto “lei è un webete”. Da lì in poi, da due minuti dopo, per me la parola webete non esisteva più, io non faccio il trade marketer, volevo solo dire a quel signore quello che pensavo di quello che mi aveva scritto. Tra l’altro le ha cancellate subito. Poi le cose, come al solito, prendono le dimensioni che prendono…
Time ha fatto una copertina sui troll e sul linguaggio del web, spesso anche violento…
La violenza è una cosa, in questo caso il webete lo definirei piuttosto un analfabeta funzionale. È gente che, per spirito di contraddizione puro, senza documentarsi, prescindendo dai fatti, va ad ingaggiare duelli, confronti o conflitti di parole e di frasi sul web. Questa è la questione e il punto da affrontare. Se non si mette un’ancora, non si dà un timone, non si traccia una linea di navigazione, finisce che tutto è uguale a tutto. Che poi è la mia grande paura. In un mondo che non è più governato dalla memoria diretta, dalla lettura diretta o dalla conoscenza diretta, e dove tutto è affidato al libero confronto e ai motori di ricerca, la verità fattuale e quella controfattuale pesano uguale.
È il motivo per cui “impegna” parte del suo tempo a rispondere ai commenti che le vengono fatti sul web?
Non ne impiego molto, non sono un grande scrittore e non sto lì ad arrovellarmi sulla pagina. Scrivo di getto e molto velocemente anche perché ho un telegiornale da fare e, come è noto – fa dell’autoironia sulla sua prolungata presenza in video! – non sono un lavativo sul lavoro. Diciamo che nei ritagli di tempo che non dedico ai miei figli o ai fatti miei do un’occhiata e rispondo. Dico la mia, perché ritengo che chi ha un ruolo sociale nell’informazione, debba anche misurarsi direttamente con le persone, altrimenti si rimane sempre ex cathedra.
E anche perché spesso questi attacchi sono diretti proprio ai giornalisti…
Per forza, perché i giornalisti vengono considerati i portatori delle “verità ufficiali”, quelle che non sono vere. Diciamo che molti nostri colleghi ci mettono del loro per ingenerare questo increscioso equivoco.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 10 settembre

 

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La Cgil ha deciso: NO al referendum. Ma senza partecipare ai comitati

Il segretario della Cgil, Susanna Camusso, durante il convegno organizzato a Genova per i 120 anni della Camera del Lavoro, 30 giugno 2016. ANSA/LUCA ZENNARO

La Cgil ha deciso. L’assemblea generale del sindacato «ferma restando la libertà di posizioni individuali» visto che si tratta di Costituzione invita a votare No al referendum costituzionale che si “dovrebbe” tenere tra novembre e dicembre (ancora la data non è stata comunicata). «L’assemblea impegna tutte le strutture a diffondere queste valutazioni», si legge nell’ordine del giorno votato.

Il sindacato guidato da Susanna Camusso però non parteciperà attivamente ai comitati per il No che stanno sorgendo un po’ ovunque in Italia «nel preservare la sua autonomia», anche se considera fondamentale la partecipazione al voto, impegnandosi a promuoverla.

Nel documento si dice a chiare lettere che con questa revisione costituzionale non si migliora la governabilità con il rischio di una concentrazione di poteri che non fa bene alla democrazia. È un’occasione persa per apportare modifiche che potevano realmente contribuire a semplificare le istituzioni rafforzandole. Quale semplificazione, poi. Il superamento del bicameralismo perfetto si è risolto in una «moltiplicazione dei procedimenti previsti a seconda della natura del provvedimento in esame».

E i contenziosi Stato-Regioni davanti alla Corte Costituzionale sono sempre dietro l’angolo.

Diario dall’assedio. Con i peshmerga iracheni per liberare Mosul

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Ancora una volta in un teatro di guerra. Anche stavolta nella polveriera mediorientale. L’obiettivo di questo viaggio è seguire la campagna militare contro il Daesh. Quella per liberare le sue due “capitali”: Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria), nelle mani del Califfato ormai da due anni. Seguirò da vicino la battaglia dei peshmerga iracheni da un lato e delle Forze democratiche curde siriane dall’altro. Le prime addestrate dalla Nato a Duhok e sostenute dai raid aerei della coalizione, le seconde ora combattute apertamente dai carri armati della Turchia, Paese Nato, che ha deciso di far varcare il confine al suo esercito, entrando nel nord della Siria. Succede anche questo in un conflitto nel quale ormai amici o nemici, alleati o avversari si confondono e tutto cambia velocemente. Il viaggio inizia da Erbil, capoluogo da oltre un milione di abitanti dell’omonimo governatorato del Kurdistan iracheno. Questa città piuttosto tranquilla non è stata praticamente mai toccata dal conflitto in corso, nonostante disti appena 77 chilometri da Mosul. I jihadisti del Daesh sono quindi a due passi: sull’altra sponda del Grande Zab, un affluente del fiume Tigri, oltre il quale sventola ancora la bandiera nera del Califfo. Ogni settimana, sulle pagine del settimanele racconterò le storie di donne, uomini e purtroppo dei tanti bambini intrappolati in questa guerra. Quotidianamente su Left.it seguiremo, tappa dopo tappa, l’avanzata in questo sporco conflitto che coinvolge le grandi potenze mondiali e quelle della regione. Insieme a Left vi porteremo dentro le dinamiche e le contraddizioni di un conflitto che ha già provocato la più grave crisi umanitaria dalla Seconda guerra mondiale.

Il corpo di Giulio Regeni chiede di non rimanere in silenzio

Participants in the torchlight to remember Giulio Regeni, an Italian student murdered in Cairo (Egypt), in front of the Pantheon, in the centre of Rome, Italy, 25 July 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

L’aveva detto subito la madre di Giulio Regeni: «Ho riconosciuto mio figlio solo dalla punta del naso». Oggi la conferma di quelle parole arriva attraverso le cronache dei risultati dell’autopsia. «Il corpo usato come una lavagna» perché i torturatori hanno inciso sulla sua pelle delle lettere, si è letto nei particolari crudi riportati dagli articoli. Carlo Bonini su Repubblica entra nei dettagli e racconta la serie infinita di ferite e percosse come risultano dal referto dei medici italiani: 221 pagine dell’orrore. I corpi restano a conservare le tracce di ciò che è accaduto. Urlano, nel loro silenzio, la verità. Alla faccia dei silenzi di Stato, degli accordi diplomatici. Non c’è depistaggio che tenga, Giulio non poteva essere morto per un incidente d’auto, come hanno tentato di far credere all’inizio le autorità egiziane agli italiani.

Per questo motivo è importante far sapere, divulgare quello che è successo. Il racconto crudo del corpo di Giulio serve, eccome. La cronaca esatta – senza svolazzi retorici e voyeuristici compiacimenti – ha il compito di alzare il velo su ciò che si vorrebbe coprire. Serve per sensibilizzare l’opinione pubblica, per far comprendere a tutti che lo Stato italiano non può rimanere con le mani in mano. Lo aveva fatto qualche giorno fa una bella puntata di Presadiretta di Iacona con una intervista toccante ai genitori e una inchiesta in Egitto. Lo fanno adesso i giornali raccontando il corpo devastato di Giulio Regeni.

Il racconto dell’autopsia fa venire in mente immagini e altre storie, tutte italiane. La cronaca stavolta riguarda giovani morti mentre si trovavano nelle mani delle forze dell’ordine, in stato di fermo. E anche in questo caso la decisione di “far vedere” il corpo è servita per impedire il silenzio. Lo aveva fatto Ilaria Cucchi quando, con forza e dignità, aveva mostrato pubblicamente davanti al Tribunale le immagini del corpo del fratello Stefano, ridotto a uno scheletro, con segni e tumefazioni ovunque. Quella gigantografia testimoniava senza ombra di dubbio una morte violenta. Lo avevano fatto anche il fratello di Riccardo Magherini e il suo avvocato Fabio Anselmo quando ad aprile 2014, con il senatore Luigi Manconi, mostrarono le foto del suo corpo dopo la morte in una conferenza a Palazzo Madama. Su quelle vicende sono ancora in corso i procedimenti giudiziari, mentre la legge che introduce il reato di tortura è ancora in stallo.

Oggi l’incontro tra gli investigatori italiani e quelli egiziani. Sono passati sette mesi dal ritrovamento del corpo di Giulio su un ciglio di un’autostrada egiziana. È passato molto tempo. Forse troppo. Per questo prosegue la mobilitazione di Amnesty per chiedere verità. A parte l’appello, continua la campagna che ha coinvolto enti locali, associazioni, sindacati e tanti singoli cittadini. Antigone, insieme ad Amnesty e all’associazione a Buon diritto ha lanciato una petizione «affinché – sostiene Patrizio Gonnella di Antigone – permanga il provvedimento di richiamo dell’ambasciatore italiano destinato al Cairo come primo elementare atto da cui non recedere e, piuttosto, da rafforzare con altre e più incisive misure (cosa finora non fatta), almeno fino a quando le istituzioni politiche e giudiziarie egiziane non dimostrino nei fatti la volontà di collaborare». Come dice Gonnella, «di fronte alla tortura e alla conseguente morte, ogni inerzia significa complicità». Soprattutto quando, come nel caso di Giulio, il suo corpo parla, al di là dei segreti di Stato.

La vita mancata di Aldo Togliatti

Aldo Togliatti

E’ un impressionante spaccato di storia del comunismo del Novecento quello che Massimo Cirri tratteggia nel libro Un’altra parte del mondo (Feltrinelli) raccontando di Aldo Togliatti.( il libro viene presentato il 10 settembre al Festivaletteratura di Mantova).

Dagli anni Venti al 2011 quando morì in una clinica psichiatrica a Modena. Di questo figlio che il Migliore aveva avuto da Rita Montagnana per anni quasi si erano perse le tracce. Con un lungo lavoro di ricerca, Cirri ne ha ricostruito la vicenda biografica e umana, dall’infanzia trascorsa in giro per l’Europa quando i genitori comunisti furono costretti a scappare agli anni, dal ’34’ al ’45, quando Aldo, che già aveva manifestato segni di forte disagio, fu mandato a studiare ingegneria in Urss, in una sorta di collegio d’eccellenza, ad Ivanovo. Dove studiavano i figli dei più noti leader comunisti allora in clandestinità e impegnati nella lotta partigiana, in Spagna, in Italia e su altri fronti di lotta al nazi-fascismo.

Fra gli allievi illustri c’erano anche i figli di Mao. Quando il più grande tornò in Cina trovò un padre che aveva imposto il culto della personalità. Preferì andare in Crimea, dove fu ucciso. Il figlio di Tito fu creduto morto. Mentre il figlio minore di Mao, Kolja, si suicidò.
Dopo Ivanovo il ventenne Aldo, riluttante, tornò in Italia, dove fu preso da un senso di spaesamento, seguito dal tentativo fallito di continuare gli studi e di inserirsi nel mondo del lavoro. Poi l’acuirsi delle crisi, le cliniche psichiatriche in Urss, i farmaci, l’elettroshock, fino al ricovero a vita.

Questi i nudi fatti, che Cirri trasforma in uno straordinario affresco di storia, da cui affiorano domande importanti sul comunismo, sull’Urss, sulla svolta di Salerno ma anche sulla realtà umana di leader che poi sono stati a lungo mitizzati. Domande, non giudizi morali. Cirri fa un’opera di fino, da grande narratore componendo in modo avvincente fatti e lettura del senso più profondo della storia. Provando a illuminare la complessa trama delle relazioni personali e intime di personaggi che tutti conosciamo nella loro ufficialità, per raccontare le persone più in profondità. Un lavoro che gli è costato otto mesi di ricerca e almeno altrettanti di scrittura. «Ho scritto questo libro pian piano, cercando di raccontare nella maniera più rispettosa possibile. Mi sembrava già di per sé un dramma tale… una vita non vissuta, aggiungere qualcosa di più mi pareva inopportuno, irrispettoso».
Da psicologo e scrittore, lei scrive di un «ritiro dal mondo» da parte di Aldo che «mite», «silenzioso», si chiude sempre più in se stesso…
La diagnosi allora fu di schizofrenia autistica, l’ho saputo da uno psichiatra di Bologna che ha letto la cartella clinica di Aldo Togliatti. Una malattia grave. Chiusura totale dal mondo. Si parla di un signore che ha paura di tutto e si ritira dalla realtà. Quello che colpisce da un punto di vista umano è che – chissà perché, chissà come – quella “timidezza” di Aldo bambino con gli anni e il procedere degli eventi e dei rapporti diventò una sofferenza gravissima e totale chiusura. Una signora che lo incontrò negli anni 70 in una occasione pubblica (allora lei era una giovane militante) mi ha raccontato che le sembrò malatissimo.
Aldo stava già male quando fu spedito a studiare a Ivanovo, dove le giornate erano organizzate molto razionalmente, fra studio e esercizio fisico ma «non c’era spazio per la vita interiore». Il controllo era totale. La delazione veniva premiata. Tutto questo quanto ha pesato?
Difficile dire. Anche Bianca Vidali è stata a lungo ad Ivanovo. Se li ricorda come anni di terrore, nonostante il posto privilegiato. Le persone sparivano, finivano in carcere perché da un momento all’altro diventavano nemici del popolo. Però poi lei ha avuto una vita “normale”. Le storie individuali sono complesse, diverse fra loro. Uno ce la fa, un altro ne esce rovinato. La storia dei figli di Longo apparentemente era ancora più difficile di quella di Aldo Togliatti. Si ritrovarono da soli, a 8 e 15 anni, nella grande Parigi. Ma poi hanno avuto una vita che potremmo dire realizzata. Al drammatico addensarsi di eventi di quegli anni hanno reagito in modi differenti.
Anche a ciò che gli veniva detto o impartito a Ivanovo. Anita Galliussi Seniga, nel libro è sbigottita per il patto fra Urss e Germania, “Ma come? Non eravamo nemici dei nazisti?”. Lei tratteggia una ragazzina vitale, reattiva. Diverso fu il caso dei figli di Mao, facevano parte di una generazione che ha creduto in un comunismo che proponeva ideali alti ma, al contempo, nascondeva contraddizioni feroci?
Io credo di sì. Miriam Mafai, che li aveva conosciuti tutti i figli dei dirigenti storici, diceva che erano molto infelici. Molti leader di allora non riuscirono a mettere insieme militanza, intesa come motivazione profonda ma totalizzante e la vita privata, le contraddizioni, i casini. Molte testimonianze dicono che tormentato, disperato, per la malattia di Aldo, Palmiro Togliatti quando adottò la bambina Marisa Malagodi fu generosissimo di tempo, come cercando di riparare…
Quando Aldo e gli altri ragazzi tornarono in Italia si trovarono completamente spiazzati, incapaci di accettare la realtà, «dovevano cambiare fede», lei scrive. Ritrovarono genitori non più in clandestinità, ma diventati figure istituzionali, come Togliatti che ormai trattava con Pio XII e la Chiesa.
Fu un cambiamento veramente radicale. Aldo non voleva tornare in Italia, viene e trova un segretario del partito che è venerato come una divinità in terra, una madre che è nella Costituente, così come la nuova donna del padre. Non sa trovare un suo posto.
L’idealizzazione di Lenin «il purissimo», l’attaccamento alla Pravda, una prassi che sembra quasi sostituire il pensare, sono l’altra faccia di Rita Montagnana?
La sua era una fede fortissima, quel tipo di militanza assoluta era una cosa del Novecento. A loro interessava solo l’impegno nel partito, lo studio, la cultura. Oggi non è più così ma tutto è anche drammaticamente più liquido, più affaristico o corruttivo.
Aldo muore nel 2011, perché in una clinica psichiatrica di Confindustria?
Banalmente è una clinica che aderisce a Confindustria. Il grande interrogativo è: perché fu internato per 31 anni? Possibile che a Modena non siano stati in grado di inventarsi un modo per cui una persona anche molto matta, incasinata ecc, potesse ricevere delle cure? Fu richiuso lì per timore di pubblicità, perché la stampa di destra ha sempre cercato di attaccare il padre tramite Aldo? Il senatore Sposetti mi ha inviato a fare una presentazione del libro a Modena alla festa dell’Unità, se non mi picchiano, proverò a fare qualche domanda!

Massimo Cirri presenta il libro al Festivaltetteratura di Mantova sabato 10 settembre, al Teatro Ariston nell’incontro dal titolo Qualcuno era comunista con Ludovico Festa e  Luigi Caracciolo.  Altri due incontri sabato alle 18 e domenica 11, sempre a Mantova

La Marchesa del Grillo. Caffè dell’8 settembre 2016

Grillo assolve (Grillo salva) Raggi. Di Maio si scusa, scrivono Stampa e Repubblica. “Raggi sacrifica un fedelissimo.Grillo: vigileremo”, è la versione del Corriere. Il fedelissimo sacrificato è Raffaele Marra, che già fu tale del sindaco Alemanno e del direttore berlusconiano della Rai Mauro Masi. Marra sarà “spostato ad altro incarico”. L’ex (quasi) candidato premier Di Maio ammette il mendacio (sapeva che la Muraro era indagata) e chiede scusa dal palco di Nettuno. Commenta Giannelli: “Nettuno mi può giudicare”. Mentre “Di Battista superstar si prende la scena”, al grido: “no alle Olimpiadi di Roma”; un modo per far dimenticare anche i rapporti che la Muraro (quella “salvata”) avrebbe avuto con Cerroni, re della monnezza romana, che un tempo dettava la sua legge alle giunte di destra e di sinistra e ora vuol continuare a farlo con la giunta a 5 Stelle.
Una soluzione solomonica, scapperebbe da dire, democristiana, secondo Marcello Sorgi della Stampa. In effetti, calato a Roma contro voglia, Beppe Grillo ha spuntato la lancia Di Maio, ha benedetto (per ora) quella del rivale Di Battista, ha lasciato che Raggi si tenesse la sua assessora ai rifiuti (finché un Pm non la incastrerà), ha accusato Renzi, Pd e giornali di speculare: “la reazione del sistema mi rende.. leggermente euforico”, ha detto. Poi, rivolto alla base, ha ammesso : “qualche cazzata la facciamo pure noi”. Poteva far altro, il Grillo, se non imporre un tale compromesso, che la Repubblica definisce “patto dell’omertà”? Direi di no. La domanda è quanto possa reggere una tale mediazione ora che il re è nudo.
La marchesa del Grillo, titola il Fatto, accomodando alla vicenda grillina la frase di Alberto Sordi: “la sindaca sono io e voi non siete un cazzo”. Ma gli umori tra gli “attivisti” sono sapidi: se Paola Taverna deve giustificarsi affermando di non essere “l’infame” che ha dato ai giornalisti il testo della mail che sbugiarda Di Maio, sua sorella Annalisa se la prende con la sindaca-marchesa: “s’è montata la testa e ha voluto fare un po’ di “capoccia” sua, inanellando una cagata dietro l’altra”. Anche Di Maio il penitente ce l’ha con la Raggi: Virginia mi ha fregato e io ho sbagliato a fidarmi”.
Lo scandalo resta, intatto ed evidente, secondo Mario Calabresi, direttore di Repubblica: “Resta al suo posto un’assessora che si occupa di rifiuti ed è al centro di un’indagine per i mancati controlli sui rifiuti; occuperà il suo posto un assessore dai modi estrosi, selezionato non dalla rete ma direttamente dall’ex avvocato di Cesare Previti; resta al suo posto il dipendente comunale che si è messo in aspettativa per farsi riassumere a tempo dallo stesso comune con il triplo dello stipendio. E resta il fatto che da oggi nei 5 Stelle è lecito e tollerato mentire all’opinione pubblica e ai propri elettori, nascondendo ciò che si conosceva da mesi”. È la versione di chi non nutre certo simpatia per i 5 Stelle, ma è difficile definirla infondata. “La Rete si sta smagliando -aggiunge Massimo Franco sul Corriere- perché quella «democrazia» è solo virtuale. Gridare al complotto non basterà a ricucirla”.
Renzi sciala, per ora. Scrive Verderami: “La fragilità del sistema può far risalire le quotazioni di Renzi”. È vero, l’infortunio romano dei 5Stelle, sommato ai guai della destra, può rafforzare in Europa l’immagine del premier come il solo capace di garantire continuità (con la ricetta imposta dall’Europa), come l’uomo del meno peggio, che difende una riforma costituzionale che è sì sgangherata ma almeno archivia il bicameralismo e riduce il numero dei senatori. Il già rottamatore può riproporsi nei panni del consumato doroteo, che si dice disposto a cambiare l’Italicum (che ha imposto con il voto di fiducia) “se in Parlamento ci saranno i numeri”. Però questa è solo “furbizia tattica”, insorge l’editorialista del Corriere, “perché i numeri li ha il Pd di cui Renzi è segretario”. Non a caso Bersani “segnali di fumo” quelli lanciati dal premier sulla legge elettorale.
Più bonus e meno tasse per tutti. Lo ha detto Cetto Laqualunque? Per la terza volta il governo chiede un aiutino all’Unione, promette che la ripresa porterà più lavoro e più consumi, sostieneeche i conti dell’Italia miglioreranno grazie alle riforme. Se avete avuto la pazienza di leggere le debolissime risposte che il commissario alla spending review, Yoram Gutgeld, ha provato a dare al suo predecessore, Roberto Perotti, sapete già che chi ci governa chiede un atto di fede, non analizza i fatti, non spiega come si riuscirebbe dove si è fallito. “È difficile -scrive Maurizio Ferrera- dissipare i sospetti dell’Europa e si rischia di alimentare molti dei vecchi vizi, relegandoci in una lunga eclisse di ristagno economico e sociale”.
Ieri sera a Sesto Fiorentino, tra magliette rosse con su scritto “Noi No!” e gente (Sinistra Italiana ed ex Pd) che ha conquistato il comune contro il candidato di Renzi. In che modo? Dicendo No all’aeroporto inutile che il partito vuol donare alla città del segretario. Inutile, perché c’è un aeroporto a Pisa, perché da Firenze a Bologna sono 50 minuti in treno, perché l’alta velocità porta direttamente da Santa Maria Novella a Fiumicino. Se si dà torto a Mirello Crisafulli, che vuole l’università a Enna, come poi promettere un ennesimo aeroporto? Si può, perché questi riformisti non sono tali. Sono demagoghi che lisciano dalla parte del pelo i loro amici imprenditori. Perché hanno in testa un modello di sviluppo vecchio di mezzo secolo e inadeguato. Vuole la sinistra contare nel dopo Renzi, dopo ravvicinato, se vincerà il No al referendum? Faccia come a Sesto: contesti l’insostenibile stupidità della narrazione liberista e privatista del governo. Si misuri con la politica, faccia proposte alternative. La smetta di vantare una supposta superiorità antropologica e dia battaglia.
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