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Capalbio? Mi spiace non la conosco

MAURIZIO LANDINI

Era in spiaggia, Maurizio Landini, ma non a Capalbio, quando ha risposto alle domande che avevamo da porgli per la copertina di questa settimana, dedicata come spesso ci accade alla sinistra, parola che anche questa estate temiamo sia stata usata a sproposito, tra la polemica sull’accoglienza nel borgo maremmano, sui timori vacanzieri di Chicco Testa e del principe Caracciolo, e lo sfondone del deputato di Sinistra Italiana, l’onorevole Sannicandro. A sproposito e per puro gusto della polemica, in realtà. «Sei a Capalbio?», scherziamo. «No, non la conosco. Mi dispiace, non ci sono mai stato. Sono a Gabicce mare, non so se siete pratici…», ci risponde a tono e ride, dalle Marche. «Un posto popolare, ci sono molti metalmeccanici e non solo… c’è anche molta gente di colore ma non ci facciamo caso. Non facciamo differenze».

Sorride Landini, seduto sotto l’ombrellone, a chissà quante file dal mare, nelle lunghissime spiagge dell’Adriatico. Ma l’intervista è seria, e presto lasciamo le polemiche al loro posto – le superflue e pigre paginate della stampa agostana. Landini va al sodo: «Penso», vi dice sul numero di Left in edicola da sabato 27, «che in questi anni ci sia stata una regressione culturale molto pesante. E penso che questo sia il problema più grande. Penso anche che bisogna ridare significato alle parole, ai valori e poi alla vita reale delle persone. Per me, quello che fa la differenza è provare sempre a mettersi nei panni degli altri, di chi per vivere ha bisogno di lavorare, oppure di scappare dal Paese in cui non vive più. Bisogna fare questo tentativo, ed è questo che fa la differenza. E mi sembra che sia questo che sfugge molte volte e impedisce poi alle persone di sentirsi rappresentati o di capire se ci sia ancora una differenza tra destra e sinistra».

Perché una differenza c’è, anche se spesso – e ultimamente – non si vede: «Faccio un esempio, che può riguardare un migrante o un giovane precario nella stessa misura: se vieni trattato allo stesso modo sia che il governo sia di destra sia che sia di sinistra, per il giovane che differenza c’è? Se un precario continua ad essere precario sia con un governo di sinistra che di destra, se Renzi dice che la cosa più di sinistra che ha fatto è quella di rendere più facili i licenziamenti, capite che nella percezione di queste persone non c’è differenza tra destra e sinistra. Io ho sempre pensato che la differenza c’è ed è proprio in cosa accade a queste persone. Per me Sinistra è quando se uno ha un problema tu provi a risolverglielo. Per me la Sinistra è un’idea di giustizia sociale, di battaglia contro le disuguaglianze. Quindi non è vero che non c’è più differenza, ma oggi oggettivamente siamo di fronte al fatto che ha avuto la meglio il “pensiero unico” del neoliberismo. Quando pensi che in Europa i governi che stanno facendo le cose peggiori sul lavoro sono governi diretti da partiti che fanno parte dell’Internazionale socialista (per esempio, Italia e Francia), è evidente che siamo di fronte a una sconfitta culturale che brucia. Dovremmo almeno recuperare la capacità di fare un’analisi di quello che sta succedendo, a partire dalla condizione materiale delle persone, e di chi per vivere deve lavorare. E poi occorre ridare un senso alle parole».

Con Landini, Tiziana Barillà e Ilaria Bonaccorsi parlano della Coalizione Sociale (che fine ha fatto? Cosa non ha funzionato?), della riforma dei contratti che ha in testa Renzi, che vuole superare i contratti nazionali dimenticandosi però di attuare la delega sul salario minimo, e del vertice di Ventotene, dove Renzi ha ricevuto un solo complimento da Angela Merkel e l’ha ricevuto per il jobs act, «per aver reso più facili i licenziamenti», come dice Landini, convinto che la via non possa esser quella della svalutazione del lavoro, la competizione sui salari. Perché «quando arrivi ai voucher, quando un lavoratore lo puoi comprare in tabaccheria, siamo davvero alla fine di un processo», dice. E «quindi c’è un lavoro culturale da costruire».

La lunga intervista con Maurizio Landini articolo Left in edicola dal 27 agosto

 

SOMMARIO ACQUISTA

Dilma verso l’impeachment. L’appello di Chomsky, Eno, Loach, Roy

Il conto alla rovescia è giunto ai suoi ultimi tre giorni. Il 26 agosto ha inizio la sessione plenaria del Senato brasiliano sull’impeachment di Dilma Rousseff. Già 51 senatori si sono dichiarati favorevoli alla destituzione della Presidente. Ne mancano, quindi, 3 per raggiungere la maggiornaza dei due terzi necessaria (54). E il governo presidente ad interim Michel Temer assicura che, alla fine, saranno almeno in 61 a votare contro Dilma.

Sospesa dalle funzioni il 12 maggio – con l’accusa di frode e di aver avallato pratiche contabili illegali – Dilma ha ribadito per l’ennesima volta che non intende dimettersi prima del voto finale. «Lotterò fino alla fine, non getterò la spugna», ha detto l’ex guerrigliera che il 29 agosto si difenderà personalmente in aula. «Non ho mai ricevuto denaro dalla corruzione. La mia presenza in Senato mostra chiaramente che in Brasile la democrazia ha subito un’interruzione. È importante per tutti i brasiliani, per il mondo intero e per noi, evitare che questo possa avvenire di nuovo».

Intanto, 22 intellettuali e artisti del mondo si mobilitano in difesa di Dilma: Noam Chomsky, Naomi Klein, Tariq Ali, Danny Glover, Arundhati Roy, Susan Sarandon, Oliver Stone, Ken Loach e Brian Eno sono tra i firmatari di un manifesto che mette in guardia sulle conseguenze che questo impeachment avrà per l’intera America Latina. Ecco la versione integrale del manifesto, in italiano:

Siamo solidali con i nostri colleghi artisti e con tutti coloro che lottano per la democrazia e la giustizia in Brasile.
Siamo preoccupati da questo impeachment con motivazione politica della Presidente, al quale è seguito un governo provvisorio non eletto. Le basi giuridiche su cui si fonda l’impeachment sono ampiamente discutibili ed esistono evidenze convincenti che mostrano come i principali promotori della campagna di impeachment stanno tentando di rimuovere la Presidente con l’obiettivo di fermare le indagini di corruzione nelle quali essi stessi sono implicati.

Ci dispiace che il governo provvisorio in Brasile abbia sostituito un governo diversificato, diretto dalla prima Presidente donna, da un governo composto da uomini bianchi, in un Paese in cui la maggiornaza si identifica con i neri e i mulatti. Questo governo ha anche eliminato il Ministero delle Donne, Uguaglianza razziale e Diritti umani. Visto che il Brasile è il quinto Paese più popoloso del mondo, questi eventi sono di grand eimportanza per tutti coloro che hanno a cuore l’uguaglianza e i diritti civili.

Speriamo che i senatori brasiliani rispettino il voto popolare del 2014, quando più di 100mila di persone hanno votato. Il Brasile è emerso da una dittatura appena 30 anni fa, e questi eventi possono ritardare il progresso in termini di inclusione sociale ed economica che il Paese ha intrapreso da decenni.

Il Brasile è una grande potenza nella sua regione ed è la principale forza economica dell’America Latina. Se questo attacco contro le sue istituzioni democratiche avrà luogo, le onde d’urto avranno un riverbero in tutta la regione.

Terremoto: tornare in Parlamento, ad esempio?

Il centro di Amatrice distrutto dal terremoto che nella notte ha colpito l'Italia centrale. Amatrice, 24 agosto 2016. ANSA/ ALBERTO ORSINI

Cosa possiamo fare noi lo leggiamo su tutti i giornali. I Vigili del Fuoco scavano. La Protezione Civile organizza. Le forze dell’ordine sono sul posto. Il Governo s’è mosso. La Regione Lazio si è mobilitata fin da subito. I sindaci piangono ma sono in mezzo alla loro gente. I volontari raccolgono i beni di prima necessità. I cittadini stanno rifornendo i centri di raccolta. La CEI (!) ha donato un milione di euro. Anche la magistratura ha già aperto l’inchiesta per verificare eventuali responsabilità.

E il Parlamento? Chiuso. Imperterrito nel suo sforzo di essere scollegato dalla realtà. Verificheremo, dicono i parlamentari twittando dalla spiaggia. Vigileremo, assicurano. Come, non ci è dato di saperlo, in effetti, visto che il Parlamento (e le sue Commissioni) dovrebbe essere il luogo della verifica, delle domande e delle risposte, dell’elaborazione di soluzioni a breve e lungo termine. Niente. Chiuso.

C’è un modo molto semplice per aiutare il Paese: svolgere il proprio ruolo nel modo migliore possibile, essere professionali nel senso alto dell’esercitare i propri valori con il proprio mestiere.

Se manca una persona cara l’italiano che fa? Torna. Nonostante l’agosto. A me sembra così banale.

Buon venerdì.

(Dopo una bella discussione con un amico impegnato in politica si è pensato che servirebbero sui territori, i parlamentari. Quindi: riaprite il Parlamento, mandiamoli in missione e verifichiamo le presenza. Va bene anche così.)

Terremoto, cosa succede oltre i soccorsi e la commozione

Firefighters at work to save people on the rubble of collapsed building in Amatrice, 25 August 2016. The provisional death toll from Wednesday's earthquake in central Italy has risen to 247, the civil protection agency said Thursday. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

La terra continua a tremare. E chi ha perso la casa ha dovuto abituarsi a settecento scosse, dopo quella fatale del 24 agosto, arrivata alle tre di notte. L’ultima, di magnitudo 4.8, è stata registrata dall’istituto italiano di sismologia stamattina alle 6,28, e si è sentita in tutta l’area di Rieti. Volontari e vigili del fuoco, mentre la terra balla, continuano a scavare e ad allestire i campi, che per il momento riescono ad accogliere, nelle tende, solo poche centinaia di sfollati. Che sono nelle tende, chi è riuscito a staccarsi dalla casa crollata, a interrompere un presidio che è un po’ antifurto per sciacalli (c’è stato il primo arresto, in serata) un po’ una veglia.

Non c’è più nessuno – «non dovrebbe esserci più nessuno», dice il sindaco di Amatrice – sotto l’Hotel Roma, dopo che i Vigili del Fuoco hanno individuato e estratto altri tre corpi, stanotte, e il numero dei morti, adesso, dopo aver corso per un’intera giornata, si muove più lentamente. I recuperi effettuati in queste ore sono i più complicati, per via delle scosse e delle profondità a cui si trovano i corpi. Siamo a 250 e la paura fa pensare che si possa superare il dramma di L’Aquila, con 309 morti. Molti, rispetto alla norma, sono però i ritrovamenti in vita, che sono per ora 215. Stiamo entrando, comunque, nel post sisma, l’organizzazione è sempre più efficace e l’emergenza si fa meno frenetica. Si pensa ai funerali, con Matteo Renzi che in Consiglio dei ministri ha annunciato che, in concomitanza con la cerimonia, sarà proclamata una giornata di lutto nazionale.

Ecco, ma cosa sta accadendo, cosa si sta facendo oltre i soccorsi e il – giustissimo – cordoglio? Il governo, svolto un consiglio dei ministri sul tema, ha dichiarato lo stato di emergenza e stanziato i primi 50 milioni di euro, presi dall’apposito fondo (che è di 250 milioni) per le emergenze. È stato poi deciso lo stop alle tasse delle popolazioni colpite, anche se per ora è un’intenzione a cui dovrà dar seguito – e coperture – il ministero dell’Economia. Renzi ha invitata a lavorare per la ricostruzione «tutti insieme, al di là delle visioni politiche». Il governo, per quanto dice Renzi, non vorrebbe ripercorrere il modello aquilano delle new town («La sfida è ricostruire i borghi», dice Franceschini). «Dobbiamo fare un’operazione per cui i lavori procedono spediti», ha detto Renzi in conferenza stampa, insieme ai ministri Delrio e Madia, «ma dopo appena 36 ore non possiamo prevedere i tempi». Per un attimo è tornato il Renzi che si vanta di esser stato sindaco, ieri sera, parlando poi di prevenzione.

Nessuna cifra, nessun investimento. Renzi però ha detto (lanciando apposito progetto, da chiarire, “Casa Italia”): «Non basta essere all’avanguardia dell’emergenza, possiamo avere una visione che sia capace di affermare la cultura della prevenzione, dobbiamo riuscire ad essere seri con noi stessi sulle bonifiche sul dissesto idrogeologico, sulle questioni infrastrutturali e su altri temi, dall’efficienza energetica alla diffusione della banda larga». Assicura, Renzi, che non è il solito ritornello: «Il fatto che non ci siano riusciti in passato non vuol dire che noi non dobbiamo mettere il cuore e le energie migliori in questo progetto». Il punto, però, è che più del cuore e delle energie servirebbero i soldi: 10 miliardi sono le prime stime – non una cifra impossibile, trovata, ad esempio, per misure come gli 80 euro, che per l’economia hanno fatto anche meno di quello che farebbe un’iniezione simile nel comparto edilizio. Questioni di priorità, di velocità di riscossione elettorale. Ma le Europee erano vicine, il 2018 è più lontano e magari c’è tempo.

In Colombia la guerra con le armi è finita. Ora inizia il dibattito delle idee

Quando il 27 maggio del 1964 l’esercito colombiano, con l’appoggio statunitense, irrompe nelle regioni di Tolima e Huila con 16mila soldati per reprimere le esperienze di autorganizzazione contadina – le ritiene «inaccettabili repubbliche indipendenti» -, quei contadini decidono che la resistenza e la lotta armata sono l’unica strada per cambiare la Colombia. Da quel giorno – e per 50 anni – i guerriglieri comunisti delle Farc (le Forze armate rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo) attaccano stazioni di polizia e postazioni militari, fanno ronde e imboscate contro le forze di sicurezza colombiane, il loro nemico principale. E da 50 anni ne subiscono gli attacchi spietati. Perciò il 24 agosto è un giorno storico per la Colombia. «Abbiamo vinto la più bella di tutte le battaglie. La guerra con le armi è finita, ora inizia il dibattito delle idee». Così il negoziatore delle Farc, Ivan Marquez, da La Havana, ha annunciato l’accordo finale di pace tra il governo colombiano e i ribelli, che verrà firmato ufficialmente a settembre.

Bogotà è in festa nei parchi e nelle strade, questo accordo mette fine a mezzo secolo di guerra civile: 260mila morti, 45mila scomparsi, quasi 7 milioni di sfollati. E pone fine anche a quattro anni di colloqui a Cuba. I colombiani festeggiano, in attesa di votare il 2 ottobre al referendum nazionale che ratificherà l’accordo: «Colombiani, la decisione è nelle vostre mani. Mai prima d’ora i cittadini del nostro Paese hanno avuto a portata di mano la chiave per il loro futuro», ha detto nel discorso trasmesso in Tv il presidente Juan Manuel Santos, rieletto nel 2014 proprio con la promessa dell’accordo di pace.

Havana, Cuba, 24 agosto 2016. Il delegato delle Farc Luciano Marin, alias Ivan Marquez, stringe la mano al capo delegazione del governo colombiano Humberto de la Calle, davanti al ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez
Havana, Cuba, 24 agosto 2016. Il delegato delle Farc Luciano Marín Arango, alias Ivan Marquez, stringe la mano al capo delegazione del governo colombiano Humberto de la Calle, davanti al ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez

Cosa dice l’accordo

L’accordo arriva dopo l’intesa sul cessate il fuoco raggiunta il 23 giugno scorso alla presenza del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Firmato in via preliminare dal negoziatore del governo, Humberto de la Calle, e quello delle Farc, Luciano Marín Arango detto Ivan Marquez, davanti al ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez, l’accordo garantisce che le Farc avranno una rappresentanza al Congresso, senza diritto di voto fino al 2018 quando i 7mila ribelli potranno partecipare alle elezioni come ogni altro partito politico. L’accordo prevede anche una riforma agraria, un’azione congiunta contro il traffico di droga e la creazione di tribunali speciali per il post conflitto.

Le reazioni internazionali

«Gli Stati Uniti sono orgogliosi di appoggiare la Colombia nella sua ricerca di pace», ha detto l’ancora presidente degli States Barack Obama, che si è congratulato al telefono con Santos, impegnandosi a mantenere «la tradizione bipartisan statunitense di appoggio al rafforzamento delle istituzioni della Colombia», attraverso il piano Peace Colombia, che prevede 450 milioni di dollari a sostegno di Bogotà. La nota ufficiale, poi, evidenzia che i due presidenti hanno concordato di mantenere una stretta collaborazione nella lotta al crimine organizzato e al narcotraffico. Anche l’Unione europea interviene per voce dell’Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza dell’Ue, Federica Mogherini: «Un’opportunità storica e unica per la pace».

Mentre il continente latinoamericano è in preda a golpe bianchi e crisi politiche – dal Brasile al Paraguay, dall’Argentina al Venezuela – i colombiani e i mediatori cubani incassano questa vittoria di diplomazia. Non per fare i guastafeste, ma resta da vedere quanta resistenza contro questo accordo di pace metterà in campo la frangia conservatrice del Paese dell’ex presidente Álvaro Uribe, che alla vigilia della firma ha già tuonato: «Il presidente Santos non ha raggiunto la pace. Ha consegnato la Colombia alle Farc». Uribe non si è fatto scappare l’occasione per attaccare Caracas: «L’abdicazione di Santos davanti alle Farc ha tracciato una strada che porta dritta al Venezuela. Il presidente era la voce più critica del regime chavista. Con l’accordo di pace si è trasformato nel suo migliore amico. Il mondo deve esigere che Maduro accetti di far svolgere il referendum sulle sue dimissioni entro quest’anno». Un altro venezuelano, con buone probabilità, gli avrebbe risposto che «quelli che hanno servito la rivoluzione hanno arato il mare».

Perché il terremoto

An old woman in a tent city set up after the earthquake in central Italy, Amatrice, 25 August 2016. The provisional death toll from Wednesday's earthquake in central Italy has risen to 247, the civil protection agency said Thursday. ANSA/ANGELO CARCONI

È successo ieri, tra le provincie di Rieti, Perugia e Ascoli Piceno: un terremoto di magnitudo Richter 6,0. Era successo anche il 20 maggio 2012, in Emilia-Romagna: magnitudo 5,9. E prima ancora a L’Aquila, il 6 aprile 2009, con una magnitudo 6,1. O ancora in un’ampia zona intorno a Colfiorito il 26 settembre 1997, quando si registrarono due scosse a poche ore di distanza l’una dall’altra: da 5,8 e 6,1 di magnitudo. La seconda uccise quattro tecnici nella Basilica di San Francesco ad Assisi, presenti lì per valutare gli effetti del crollo della vela di una volta a causa della scossa precedente.

Succede, nell’Appennino centro-meridionale, che ogni 4 o 5 anni in media si verifichi un terremoto della potenza di quello che ha distrutto ieri Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e Pescara del Tronto. Sappiamo anche che non è una novità dei nostri tempi. L’area colpita ieri ha subito terremoti molto potenti nel 1639, nel 1646, nel 1703. Nel 1639, in particolare, Amatrice fu completamente distrutta da un sisma che molti geofisici definiscono “gemello” del terremoto di ieri. La documentazione storica registra sismi devastanti nell’Appennino centro-meridionale fin dal XII secolo. Non è che prima non avvenissero, i terremoti, in quest’area. È solo che mancano le prove documentali.

Sappiamo anche perché l’Appennino centro-meridionale è una zona ad alto rischio sismico. La dorsale appenninica segna, infatti, il confine tra due grandi placche tettoniche, quella africana e quella euroasiatica, che si scontrano e scorrono l’una rispetto all’altra. Le due gigantesche zolle interagiscono in maniera più attiva proprio nell’Appennino centro-meridionale oltre che nell’Arco Calabro: che sono infatti le aree a più alto rischio sismico d’Italia. La stessa esistenza della catena montuosa che chiamiamo Appennino è il frutto di questo titanico scontro iniziato all’incirca 20 milioni di anni fa.

Esiste, in particolare, un’area rettangolare molto allungata a cavallo dell’Appennino centro-meridionale che subisce sollecitazioni diverse. Il lato orientale di questo rettangolo – quello che va dalla Puglia all’Emilia-Romagna, passando per Molise, Abruzzo, Marche, Umbria – si muove, con una velocità che in media è di 3-5 millimetri l’anno in direzione nord-est, verso l’Adriatico. Il lato occidentale, quella che afaccia sul Tirreno, si muove invece in direzione nord, ma molto più lentamente. Il risultato è che le faglie, ovvero le fratture tra le rocce, sono “distensive”: si stirano. È come se gli Appennini fermi a ovest e “tirati” a est, subissero una lacerazione. La distensione è veloce: 3 o addirittura 5 millimetri l’anno, nei tempi geologici, sono molti. Ma anche nei nostri tempi umani non sono pochissimi: infatti lo spostamento viene rilevato dal sistema GPS. La lacerazione non è continua, avviene a strappi. Le forze elastiche di scorrimento tra le rocce si accumulano finche non avviene uno scatto. Ogni scatto produce onde sismiche, che in genere vengono rilevate dagli strumenti, ma non avvertite dagli uomini. Ogni tanto – ogni 4 o 5 anni in media nella zona dell’Appennino centro-meridionale – questi scatti sono maggiori e raggiungono la magnitudo 5 o 6. Quelle di Colfiorito e Assisi nel 1997, dell’Aquila nel 2009, di Finale Emilia nel 2012 e di ieri sono tutti scatti di potenza analoga lungo faglie di poche decine di chilometri che avvengono per distensione.

Tutto questo ci dice che terremoti in queste zone ben individuate dell’Appennino centro-meridionale definite ad alto rischio sono attesi. I geofisici non possono dire, con precisione deterministica, il giorno e l’ora. Ma ci dicono dove è statisticamente probabile che sismi di magnitudo intorno a 6 possono avvenire. Abbiamo, pertanto, mappe molto precise del “rischio sismico”. Tuttavia il “rischio sismico” non è il prodotto solo della probabilità che succeda un terremoto. Un terremoto di magnitudo 6 o 7 o anche 9, ove mai avvenisse, al centro del Sahara non costituirebbe una minaccia per nessuno. Un terremoto produce danni, dicono gli esperti di rischio, solo in presenza di altri due fattori: l’esposizione e la vulnerabilità.

Il Sahara non è vulnerabile (non ci sono case che possono crollare) e non è particolarmente esposto (ovvero non c’è una popolazione umana esposta). A Tokyo la situazione è diversa. Con una notevole frequenza di eventi sismici, con una popolazione di alcune decine di milioni di persone e una notevole densità abitativa, la città è molto esposta. Tuttavia è poco vulnerabile, perché gli edifici sono costruiti in modo da resistere a terremoti molti più potenti di quelli che si verificano in Italia. Ecco perché il rischio sismico a Tokyo resta basso.

L’Italia lungo l’Appennino centro-meridionale non è né il Sahara né Tokyo. I terremoti di magnitudo 5 o 6 sono frequenti, ma la popolazione esposta non è enorme. Purtroppo è estremamente vulnerabile, a causa dei tanti edifici che sono abitati pur non essendo costruiti secondo le norme antisismiche. Ecco perché un terremoto in Italia, anche se migliaia di volte meno potente che a Tokyo, causa più vittime.

Questa è una condizione inevitabile? La risposta non è semplice. Gli edifici presenti in Italia, soprattutto nei centri storici, sono antichi e belli: costituiscono un grande patrimonio culturale. Certo, almeno nelle zone ad alto rischio sismico, potrebbero (dovrebbero) essere messi in sicurezza. Ma non è semplice ed è, soprattutto, costoso. È, dunque, una questione di scelta, anche e soprattutto politica.
Certo è del tutto inammissibile che in queste zone edifici strategici – come gli ospedali e le caserme – ma anche di grande valore sociale – come le scuole o gli alberghi – non siano messi in sicurezza. È del tutto inaccettabile che anche edifici moderni siano costruiti in modo da non reggere un urto forte, ma non impossibile quale quello prodotto da terremoti di magnitudo 6 o 7. Ecco, dunque, che entra in gioco un altro fattore nella determinazione del rischio sismico. Il fattore percezione. A Tokio la percezione del rischio è alta e, allora la società si muove per diminuire la vulnerabilità. Qui da noi, malgrado tutte le tragedie consumate, la percezione resta bassa. E la vulnerabilità inaccettabilmente alta.

Sì, va bene, ma le lacrime non vi assolvono

This still image taken from video shows rescuers searching a collapsed building in Amatrice, central Italy, where a 6.1 earthquake struck just after 3:30 a.m., Wednesday, Aug. 24, 2016. The quake was felt across a broad section of central Italy, including the capital Rome where people in homes in the historic center felt a long swaying followed by aftershocks. (AP Photo)

Lo spazio bianco. Di dolore, di condivisione. Di sospensione. Non c’è mica commento al dolore.

 

 

 

 

 

 

Però diceva Enzo Biagi nel suo libro ‘Senza dire arrivederci’ (era il 1985) che «i terremoti e le alluvioni sono sempre favorevoli circostanze per dimostrare, nella generale sventura, il coraggio e la bontà dei potenti». Biagi non era un polemista, tutt’altro, ma si inserisce nella scarna schiera dei giornalisti con la schiena diritta; quelli che considerano umanissimo e etico anche provare a riordinare i fatti, i sentimenti e le parole. Anche in mezzo al dolore e alle macerie.

Scrivere di un terremoto il giorno dopo un terremoto equivale al camminare su una corda appesa tra gli sciacalli appollaiati da un lato e i furbi dall’altro. Entrambi godono di una naturale timidezza diffusa nell’esprimere impressioni, osare considerazioni e provare a tirare le fila.

I fili del terremoto nel nostro Paese sono lunghissimi, scavalcano i secoli e si annodano sulle tragedie. Il 23 novembre del 1980 fu l’Irpinia ad essere morsicata dal terremoto. Nel suo discorso Sandro Pertini, al tempo Presidente della Repubblica disse: «Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice. Io ricordo che sono andato in visita in Sicilia. Ed a Palermo venne il parroco di Santa Ninfa con i suoi concittadini a lamentare questo: che a distanza di 13 anni nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse. I terremotati vivono ancora in baracche: eppure allora fu stanziato il denaro necessario. Le somme necessarie furono stanziate. Mi chiedo: dove è andato a finire questo denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere in carcere? Perché l’infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui».

Dichiarò il pluriPresidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 9 aprile 2009 dopo il terremoto che sconvolse L’Aquila: «Bisogna vedere come sia potuto accadere che non siano state attivate indispensabili norme, che erano state tradotte in legge e chiedersi anche come non siano scattati i necessari controlli. Nessuno in questi casi nessuno dovrebbe chiudere gli occhi. Né chi vende, né chi acquista un immobile. Ma al di là delle responsabilità, bisogna decidere cosa è possibile fare, affinché tutto ciò non accada mai più. E questo si può fare non con profezie o impossibili previsioni dei terremoti, ma rendendo sicuri gli edifici, anche quelli più antichi».

È vero che le immagini di queste ore spaccano il cuore ed è vero che l’ostinata solidarietà di questo Paese (per fortuna) non appare scalfita dalle delusioni della storia e dagli errori della classe dirigente. Come diceva Elias Canetti «il dolore per ciò che è distrutto ingiustamente e ciecamente è inconsolabile e nessuna vita è lunga abbastanza per reincluderlo del tutto nel sedimento di quel che ci appare familiare, e perciò sicuro» ma per favore basta con questa storia della natura feroce. Basta. Non è la natura che ammucchia case e cemento; non sono le vittime estratte dalle macerie ad avere mancato le promesse di Stato; non sono i volontari a organizzare le regole.

Il diritto e il dovere alle lacrime, certo. Ma le lacrime non vi assolvono.

Decine di rimpatri, in partenza da Ventimiglia. Se l’Italia si fida del Sudan di Al Bashir

Il pugno duro era stato annunciato lo scorso 5 agosto a Ventimiglia, quando abbiamo visto migranti e richiedenti asilo forzare il cordone della polizia e gettarsi in mare per raggiungere a nuoto la Francia. A quella tentata fuga sono seguite due giornate di disordini. 

Torino-Karthoum sola andata, con scalo a Il Cairo: questo il destino dei 48 migranti sudanesi che oggi – 24 agosto – sono stati trasferiti in autobus da Ventimiglia a Torino per essere rimpatriati nel loro Paese. È la prima espulsione diretta di questo genere, che rientra nell’“operazione di alleggerimento” pianificata e annunciata nelle scorse settimane dal capo della polizia Franco Gabrielli. Dei 48, in parte sono stati respinti alla frontiera francese e in parte fermati a Ventimiglia, dove la Croce rossa riferisce di un calo dell presenze da 450 a 393 nel centro transitorio di accoglienza del Parco Roja.

In Sudan non è garantita la tutela dei diritti umani, come dimostrano la cronaca e i rapporti delle organizzazioni umanitarie. Specialmente per chi proviene dal Darfur. «È preoccupante che l’Italia stia deportando queste persone in un paese dove alcuni gruppi corrono un rischio concreto di gravi violazioni dei loro diritti umani, sulla base di un accordo di riammissione il cui contenuto non è chiaro», ha dichiarato Amnesty International Italia. L’associazione ha chiesto chiarezza in merito all’accordo di riammissione recentemente stipulato tra il governo italiano e quello sudanese e in particolare alle garanzie a tutela delle persone riammesse. Il timore, pur non conoscendo l’identità delle persone rimpatriate è che «tra esse possano esservi persone provenienti dal Darfur o altri individui a rischio di refoulement. L’organizzazione si oppone a qualunque rimpatrio di persone originarie del Darfur verso il Sudan – dove rischiano persecuzioni, repressioni brutali e altri gravi abusi».

Rimpatri volontari assistiti o rimpatri coatti? Non è dato saperlo al momento, perciò il senatore Pd Luigi Manconi, che presiede la Commissione Diritti Umani al Senato, ha presentato oggi un’interrogazione urgente «per chiedere chiarimenti a proposito del volo diretto a Khartoum con cui tra poche ore saranno rimpatriati dall’Italia decine di migranti sudanesi, senza che vi sia alcuna garanzia sulla loro incolumità». Nell’ultimo anno, segnala Manconi, molti cittadini sidanesi hanno chiesto protezione all’Italia e all’Europa, ottenendola nel 60% dei casi. «Alla luce del grande sforzo fatto per accogliere e tutelare i profughi e i fuggiaschi che attraversano il Mediterraneo, non possiamo correre il rischio di rimpatriare nessuno senza adeguate garanzie sulla sua vita. Fosse anche una sola persona. Chiedo, di conseguenza, che la situazione individuale di tutti i cittadini sudanesi destinati a essere rimpatriati venga riesaminata col massimo rigore», ha concluso Manconi. Già ieri i deputati di Possibile Pippo Civati, Andrea Maestri e (l’eurodeputata) Elly Schlein hanno lanciato l’allarme «deportazione» e chiesto chiarezza al ministro Alfano: «L’aspetto più inquietante – dice Civati a Left – è che quanto accade vada così apertamente contro tutte le norme italiane, europee e internazionali». Il divieto di espulsioni /respingimenti (anche differiti) collettivi, infatti, è previsto dall’art. 4 del 4° protocollo addizionale alla Cedu, e viola l’art. 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, l’art. 10 comma 3 della Costituzione italiana, gli artt. 2, 13 e 19 comma 1 del TU Immigrazione».

La politica dei rimpatri forzati ha contraddistinto le politiche del Viminale guidato Maroni. E l’ex capo del Viminlae, oggi governatore della Lombardia, non ha esitato a ricordare che «i denari dell’Ue per i rimpatri volontari sono inutili» e «servono i rimpatri forzati». Altro che relocation e distribuzione in Europa, altro che accoglienza diffusa e sistema Sprar. All’orizone si nascondono nuove deportazioni per gli africani che non saranno riconosciuti titolari di uno status di protezione, anche se nel Paese di origine i diritti umani non vengono rispettati. Come in Sudan, Paese che è incluso nei piani del Migration Compact: la proposta presentata dal governo italiano all’Unione europea per controllare i flussi di migrazione nel Mediterraneo, che prevede accordi tra l’Ue e i Paesi di origine e transito delle migrazioni (soprattutto africani): soldi e aiuti in cambio dell’impegno a bloccare le partenze. E ancora l’affidamento ai Paesi di transito della decisione sul diritto alla protezione internazionale. Tra questi Paesi c’è anche il Sudan di Al-Bashir, con cui l’accordo è stato raggiunto proprio il 5 agosto (ricordate Ventimiglia?).

Dietro gli annunci di relocation e quote, pare nascondersi una politica migratoria che ruota attorno alle procedure di espulsione di “irregolari” e a quelle con accompagnamento forzato”diniegati”. «A questo punto, forse, non si nasconde nemmeno più», dice Pippo Civati. In ballo c’è la sorte di chi si vede diniegare la richiesta d’asilo ai quali, tra l’altro, si vorrebbe ridurre anche la possibilità di fare ricorso, così come proposto con il disegno di legge del ministro Orlando, le possibilità di ricorso effettivo.

L’hijab delle giubbe rosse e la polizia religiosa di Nizza: due idee di come si vive assieme

Dunque sulla spiaggia di Nizza almeno tre poliziotti armati hanno il tempo di fermare una donna vestita come le recenti regole approvate da diversi comuni costieri francesi impongono e di farla svestire.
Tre poliziotti dello stesso dipartimento di polizia che il 14 luglio ha saputo organizzare così bene la prevenzione e la sicurezza, con una sola auto a chiudere il lungomare dove si radunavano migliaia di persone – 86 delle quali uccise dal Tir guidato da Mohamed Lahouaiej-Bouhlel.

Le foto che fanno il giro del mondo in questi giorni sono piuttosto esplicite: la signora in questione che sta in spiaggia vestita, viene invitata a togliersi dei vestiti. Eppure a chiunque sarà capitato di vedere in spiaggia delle persone chiare di pelle coperte dalla testa ai piedi. Oppure, nelle spiagge del Nord Europa o negli Stati Uniti, vedere i ragazzini che portano delle tutine di tessuto da mare dalla testa ai piedi. Poi ci sono i cappelli a larghe falde, che se calanti coprono quasi la visuale della faccia. O le tute leggere dei surfer, che certo non hanno un cappello ma sono fatte con gli stessi materiali di quell’abbigliamento da mare denominato burkini dalla sua inventrice/designer Aheda Zanetti che su The Guardian spiega che l’idea di quel costume le è venuta pensando a

l’integrazione, l’accettazione, la parità e il non essere giudicati. (…) volevo contribuire a dare alle ragazze la fiducia necessaria per continuare una buona vita. Lo sport è così importante per noi che siamo australiani. Volevo fare qualcosa di positivo, e chiunque può indossare questo costume: cristiani, ebrei, induisti. È solo un indumento che una persona modesta, o qualcuno che ha il cancro della pelle, o una nuova madre che non vuole indossare un bikini, può scegliere. E non simboleggia l’Islam.

In Australia il costume è dunque un simbolo di diversità, lo veste la prima lifeguard musulmana del Paese. E che hanno di diverso da una signora in burkini le suore in spiaggia ritratte qui sotto e la cui pubblicazione ha portato all’oscuramento per 24 ore del profilo facebook di Izzedin Elzir, presidente dell’Ucoii? Sono più coperte.

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L’idea era insomma quella di fare in modo che le ragazze o donne musulmane, o chi per loro, potessero andare in spiaggia serene e comode. Tra le altre cose, la signora Zanetti ha guadagnato per certo molti soldi grazie alla pubblicità gratuita fattale: dopo il divieto in Francia le vendite online sono aumentate del 200%. Un segno come un altro di quanto l’idea del divieto sia fuori luogo: vietandolo i sindaci francesi – sostenuti dal governo – accrescono la voglia di identità di un gruppo, anche chi non vestirebbe il burkini lo compra e magari pensa di sfidare il divieto. Oppure chi non sapeva che l’oggetto fosse in vendita, ora lo sa e decide di farne uso.

Il punto è però quello della laicità dello Stato francese. Che Paese è quello dove le autorità decidono se e cosa le persone devono indossare in una determinata occasione? È il codice di abbigliamento imposto in alcuni Paesi che a noi non piace – burqa, hijab o divisa da guardiano del popolo che sia – o l’idea che un’autorità superiore possa decidere, non sulla base di questioni di sicurezza, come all’imbarco di un aereo, come io mi debba vestire? Se i talebani o la polizia religiosa dell’Isis a Raqqa avessero imposto alle donne di girare nude anziché coperte all’inverosimile sarebbe stato tollerabile?

E che Paese è quello dove fingendo di tutelare le libertà delle donne, si decide come queste debbano o non debbano vestirsi in spiaggia? Il segnale lanciato dai socialisti francesi è pessimo: da mesi, sul tema della sicurezza e delle libertà inseguono la destra di Le Pen. Ora lo fanno anche sul fronte culturale. Peggio ancora. Il punto è che, visto che le suore possono andare al mare vestite da suore, gli albini coperti dalla testa ai piedi e così via, il divieto del burkini è un divieto contro una singola comunità. È discriminazione ed è, oltre a un insulto alla civiltà europea per come ce la raccontiamo, anche un ottimo strumento di propaganda per il Califfo.

 

Una poliziotta di New York in preghiera

La prima recluta in hijab della polizia svedese

Per fortuna ci sono casi diversi. La Metropolitan police di Londra ha introdotto una divisa con hijab da dieci anni, divise prevista anche in Svezia, Norvegia e da diversi dipartimenti di polizia negli Stati Uniti. E in questi giorni, per favorire l’ingresso di persone appartenenti a tutte le comunità del Paese, il Canada ha deciso di modificare le divise dei ranger, i Mounties con le giubbe rosse, introducendo una forma di copertura del capo per le donne musulmane. E i sikh possono portare i turbanti. Alla faccia dei poliziotti di Nizza.

 

Quel che sappiamo e le immagini del terremoto che ha colpito il centro Italia

An elderly man is given assistance as collapsed buildings are seen in the background following an earthquake, in Amatrice, Italy, Wednesday, Aug. 24, 2016. The magnitude 6 quake struck at 3:36 a.m. (0136 GMT) and was felt across a broad swath of central Italy, including Rome where residents of the capital felt a long swaying followed by aftershocks. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

A chiunque viva nel centro Italia o a chi alle 3.36 di ieri notte fosse davanti a un social media è apparso immediatamente chiaro che le scosse di terremoto che ha colpito l’alto Lazio e le Marche avrebbero causato danni. La scossa è stata sentita fino in Emilia e in Campania, deve aver terrorizzato gli umbri e gli abruzzesi colpiti da sismi recenti ed ha semidistrutto – a quel che sappiamo stamane – tre paesi: Amatrice, Arquata e Pescara del Tronto.

I morti accertati sono 21, ma il bilancio, dicono i soccorritori, è destinato a salire. Si scava tra le macerie e ci sono da controllare e verificare situazioni isolate, frazioni di montagna. Come negli ultimi due terremoti importanti che hanno colpito il Paese, quello di ieri notte capita in una zona montagnosa e poco abitata. Un bene in termini della devastazione che avrebbe potuto portare altrove, una difficoltà in più per soccorsi e verifiche. Alcune strade sono interrotte e la protezione civile chiede di non usare la Salaria, da dove passano i soccorsi. Urgono donazioni di sangue.

Tre le scosse più forti. Una di magnitudo 6 è stata registrata alle 3:36. L’epicentro a 2 chilometri da Accumoli (Rieti) e 10 da Arquata del Tronto (Ascoli Piceno) ed Amatrice (Rieti). L’ipocentro è stato a soli 4 km di profondità. La seconda e la terza scossa sono state registrate alle 4:32 e 4:33.

L'orologio della torre di Amatrice fermo all'ora della scossa

Una veduta aerea della distruzione ad Amatrice

Il sisma che nella notte ha colpito il Centro Italia ha raso al suolo la frazione di Pescara del Tronto (Ascoli Piceno). Pescara del Tronto, 24 agosto 2016. ANSA/ CRISTIANO CHIODI
Pescara del Tronto, 24 agosto 2016. (ANSA/ CRISTIANO CHIODI)

Il centro di Amatrice distrutto dal terremoto che nella notte ha colpito l'Italia centrale. Amatrice, 24 agosto 2016. ANSA/ ALBERTO ORSINI
Amatrice, 24 agosto 2016. (ANSA/ ALBERTO ORSINI)

Persone in piazza a Norcia dopo la forte scossa di terremoto della notte. Norcia, 24 agosto 2016. ANSA/MATTEO CROCCHIONI
Norcia: pochi danni e gran paura nella notte) 24 agosto 2016. (ANSA/MATTEO CROCCHIONI)

Il sisma che nella notte ha colpito il Centro Italia ha raso al suolo la frazione di Pescara del Tronto (Ascoli Piceno). Pescara del Tronto, 24 agosto 2016. ANSA/ CRISTIANO CHIODI
Pescara del Tronto (Ascoli Piceno) (ANSA/ CRISTIANO CHIODI)

Il sisma che nella notte ha colpito il Centro Italia ha raso al suolo la frazione di Pescara del Tronto (Ascoli Piceno). Pescara del Tronto, 24 agosto 2016. ANSA/ CRISTIANO CHIODI
Pescara del Tronto, 24 agosto 2016 (ANSA/ CRISTIANO CHIODI)

I soccorsi al lavoro ad Amatrice, dopo il sisma che nella notte ha colpito il Centro Italia. Amatrice, 24 agosto 2016. ANSA/ LUCA PROSPERI
I soccorsi al lavoro ad Amatrice, (ANSA/ LUCA PROSPERI)

This still image taken from video shows the destruction in Amatrice, central Italy, where a 6.1 earthquake struck just after 3:30 a.m., Wednesday, Aug. 24, 2016. The quake was felt across a broad section of central Italy, including the capital Rome where people in homes in the historic center felt a long swaying followed by aftershocks. (AP Photo)
Amatrice (AP Photo)

This still image taken from video shows rescuers searching a collapsed building in Amatrice, central Italy, where a 6.1 earthquake struck just after 3:30 a.m., Wednesday, Aug. 24, 2016. The quake was felt across a broad section of central Italy, including the capital Rome where people in homes in the historic center felt a long swaying followed by aftershocks. (AP Photo)
Amatrice (AP Photo)

This still image taken from video shows rescuers searching a collapsed building in Amatrice, central Italy, where a 6.1 earthquake struck just after 3:30 a.m., Wednesday, Aug. 24, 2016. The quake was felt across a broad section of central Italy, including the capital Rome where people in homes in the historic center felt a long swaying followed by aftershocks. (AP Photo)
Amatrice (AP Photo)

A man is carried out on a stretcher as a collapsed building is seen in the background following an earthquake, in Amatrice, Italy, Wednesday, Aug. 24, 2016. The magnitude 6 quake struck at 3:36 a.m. (0136 GMT) and was felt across a broad swath of central Italy, including Rome where residents of the capital felt a long swaying followed by aftershocks. (AP Photo/Alessandra Tarantino)
Soccorsi ad Amatrice (AP Photo/Alessandra Tarantino)

This still image taken from video shows rescuers searching a collapsed building in Amatrice, central Italy, where a 6.1 earthquake struck just after 3:30 a.m., Wednesday, Aug. 24, 2016. The quake was felt across a broad section of central Italy, including the capital Rome where people in homes in the historic center felt a long swaying followed by aftershocks. (AP Photo)
Amatrice (AP Photo)

Il video girato stmane ad Amatrice e pubblicato sulla pagina facebook di RietiLife