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La nuova linea FAV, Forestieri ad Alta Velocità

epa05499576 Migrants on their way to European Union (EU) countries gather in a park as they pass through Belgrade, Serbia, 19 August 2016. After Hungary had completely sealed its borders in a move that was criticised by the United Nations High Commissioner for Refugees, UNHCR, many migrants are uncertain about how they could get to their desired destinations in the EU. According to media reports more than a million people had used the so-called Balkan-Route to western European countries prior to some countries' measures to close their borders to the stream of migrants. EPA/KOCA SULEJMANOVIC

Dove ci sta un pacco di cocaina ci sta anche un uomo, devono aver pensato gli aguzzini che hanno chiesto 900 euro al giovane afghano per incastrarlo sotto un camion diretto verso l’Italia. I disperati viaggiano anche così, in questa Europa che inneggia a Spinelli (a proposito: la Merkel che omaggia un comunista marxista accompagnata da un italiano e un francese sarà la barzelletta cult dell’estate): qui si viaggia appallottolati su una carretta del mare oppure contorti sotto un rimorchio in autostrada.

È la nuova linea FAV, Forestieri ad Alta Velocità che partono dall’Afghanistan per la Turchia, Grecia, Italia, Francia e poi per i Paesi verso nord. Mentre i ricchi bucano le montagne per far correre le merci ai poveri di questo mondo basta qualche laccio ben assestato per percorrere strade internazionali.

«È stato duro viaggiare così a lungo, 22 ore, senza cibo né acqua, senza dormire.  – ha raccontato un diciottenne scoperto ieri a nei pressi di Terni in una piazzola di sosta, secondo caso in poche ore – Sono fuggito da Kabul dieci mesi fa, ho attraversato l’Iran, la Turchia, spesso viaggiando a piedi. Ho contattato e pagato una persona, sono rimasto legato sotto al tir anche durante il viaggio verso l’Italia, ho pagato per questo 900 euro».

C’è da dire che la storia ha tutto il pelo per essere una sofferenza ben notiziabile come al solito. Pensa che disperazione a viaggiare così, eh, ci si dice dandosi di gomito. Ma il giovane insaccato ieri ha aggiunto un particolare: «Quello che ho vissuto nella mia vita – ha detto – è stato molto più pericoloso di questo viaggio, in Afghanistan c’è la guerra civile e vorrei imparare il francese e ottenere documenti francesi. Voglio una vita sicura, in un mondo senza pericoli».

E come al solito bastano due parole sui Paesi da cui scappano per avere la netta sensazione di continuare a rabbrividire per le notizie sbagliate. O no?

Buon mercoledì.

Il riformismo punitivo. Caffè del 23 agosto 2016

C’è un Renzi che diffida di Renzi e si ribella ai consigli del guru italo americano, Messina, che ha assoldato per correggere la sua comunicazione. Non mi credete? Ecco il titolo del Corriere: “L’Europa non finisce con la Brexit”, frase del premier. Peccato che il messaggio coerente con le ambizioni del vertice di Ventotene avrebbe dovuto suonare piuttosto così: “Il mondo ha bisogno di una Europa libera e unita”. Ottimista e proiettato verso il futuro, evocativo del lavoro fatto in un buio passato da Spinelli, da Rossi e Colorni. Invece la lingua di Matteo batte dove il dente duole. Così gli scappa quella negazione, “l’Europa non finisce”, che quasi afferma. E il riferimento al voto popolare (in Gran Bretagna) che ha messo in difficoltà i governi d’Europa. Certo, quella voce dal sen fuggita ha dato una mano al Corriere per fare un titolo che non dispiacesse al premier, ha permesso alla Stampa di cavarsela con un generico “messaggio all’Europa” inviato da Ventotene. Più fattuale. International New York Times titola: “i leader dell’Unione cercano una strada dopo Brexit”. “Tre leader in difficoltà esorcizzano Brexit”, commenta il manifesto. Mentre Adriana Cerretelli del Sole nota che “l’anfitrione (Renzi) è inciampato sulle priorità dell’agenda nazionale” ma “Angela Merkel non si è dimostrata condiscendente”. E Repubblica da un lato tonifica la frase di Renzi togliendo quella fastidiosa negazione e restituendole l’entusiasmo “Ecco la UE del dopo Brexit”. Dall’altro gela il tutto con la frase della Merkel: “la flessibilità c’è già”.
“Quello che non riesco a capire è il dibattito sulle tasse”. (sempre Renzi, Enews di ieri, la numero 438). Aiutiamolo a capire. “Basta il numero -scrive Daniele Manca sul Corriere- oltre 100 scadenze fiscali concentrate nella giornata di ieri. Per un importo attorno ai 23 miliardi”. E vuoi che la gente non dibatta sulle tasse? Ma Renzi invoca i fatti del suo governo: “L’ultima volta che lo Stato ha aumentato una tassa -scrive- è stato nell’ottobre del 3013”. Però nel 2014 e nel 2015 “lo Stato” ha continuato a tagliare i trasferimenti a comuni e regioni, che hanno dovuto aumentare le loro imposte. Chi le paga quelle, Pantalone? Ma il premier si vanta “numeri alla mano”: “80 euro” per il “ceto medio”, “taglio dell’Irap, del costo del lavoro, azzeramento dell’Imu sugli imbullonati” per gli imprenditori, via “la Tasi sulla prima casa” per le famiglie. Bene! Peccato che tali misure non abbiano gonfiato la ripresa (i numeri di quella italiana sono i più bassi di tutta l’area dell’euro) né arginato la deflazione. È quello che ha cercato di fargli notare perfino Speranza, della “minoranza” Pd. Se quei “tagli” non funzionano, allora diventano solo mance e le mance sottraggono risorse che potrebbero essere meglio utilizzate. Semplice, ma lui non capisce. O non vuole capire.
Il riformismo punitivo. C’era una cosa che tutto sommato funzionava in Italia, ed era la scuola. Funzionava? Beh insomma, diciamo che se la cavava, tutto sommato riuscita ad arrangiarsi. E, alla fine, la maturità non metteva i nostri studenti in una condizioni di minorità rispetto a quelli francesi e tedeschi. Poi sono arrivati la Gelmini, il Faraone, la Puglisi, renzini minori. E alla scuola è stata imposta, esautorando le commissioni parlamentari e imponendo la fiducia in aula, una riforma che sembra immaginata per punire gli insegnanti. Per metterli sotto il maglio di un dirigente-funzionario, per eliminare le graduatorie ad esaurimento ma non i precari, concedere piccoli premi ai docenti in cambio di obbedienza. E sottoporli a un nuovo concorso, anzi a un “concorsone”, gli asini! Scrive Gian Antonio Stella “tra i 71.448 candidati già esaminati agli «scritti» di 510 «procedure», solo 32.036 sono stati ammessi agli orali. Il 55,2%, infatti, non è stato ritenuto all’altezza. Più bocciati al Nord, meno al Sud….se andrà così anche nelle graduatorie in arrivo fuori tempo massimo (315 per un totale di 93.083 candidati, in larghissima parte per l’infanzia e la primaria) è probabile un buco di circa 23 mila posti vacanti. Uno su tre”. Ma avremo almeno pochi insegnanti ma bravi? Temo di no. Li avremo più demoticati. Persone costrette a lasciare Isernia o Alcamo per insegnare in provincia di Bergamo o di Vicenza. Con la casa e la vita che costano troppo e la famiglia -l’età media degli insegnanti non è bassa- che resta divisa. Professori di una scuola pubblica gestita, nei bei quartieri, come se fosse privata: con le famiglie abbienti che si pagano qualche corso in inglese e sperano di garantire un avvenire ai figli. Professori di una scuola povera indotti a far “progetti” (per pochi studenti a seguirli, ma graditi al dirigente e agli assessori del circondario. Mentre il grosso degli alunni resta in classe con meno ore di lezione, docenti svogliati e voti generosi. È l’autonomia,bellezza!
A Tripoli, bel suol d’amor! Recitava una canzone dell’Italia coloniale. A Tripoli con chi? Il governo di Serraj, quello che dovremmo sostenere, è stato appena “sfiduciato” dal parlamento di Tobruk. Le milizie di Misurata, quelle che hanno vinto la battaglia di Sirte, giurano fedeltà solo ai loro riti tribali e tradizionalisti: non una donna a volto scoperto nella loro città. Intanto la famiglia Regeni denuncia Al Sisi, che vuol chiudere senza verità la partita su Giulio e dice “Renzi è con noi”. Intanto il nostro alleato Erdogan si vuol mettere d’accordo con il nostro (ex) nemico Assad per bombardare i curdi, come già fanno gli assassini del Daesh usando i bambini. Forse Hollande, Merkel e Renzi ne stanno parlando.

I ribelli di Santa Libera e la Resistenza dei giorni nostri

Resistenza - Illustrazione di Antonio Pronostico

Una resistenza nella Resistenza. Anzi, dopo la Resistenza. Dimenticata e senza la maiuscola. Eppure, ancora in grado di dire tanto su ciò che è stato e su ciò che è il nostro Paese. Il “gesto insurrezionale” dell’agosto 1946 a Santa Libera, piccola frazione tra le Langhe e il Monferrato, è al centro del libro di Pino Tripodi Per sempre partigiano (DeriveApprodi). L’idea di partenza era quella di un saggio che riconsegnasse ai suoi giusti meriti la figura di Giovanni “Primo” Rocca, comandante partigiano tra i più importanti e poi alla guida dell’insurrezione dell’agosto del 1946 scattata dopo il provvedimento d’amnistia emanato da Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia del governo di unità nazionale. Poi il saggio è diventato un romanzo: Left ne ha discusso con l’autore.

Giovanni "Primo" Rocca nell'illustrazione di Antonio Pronostico
Giovanni “Primo” Rocca

Quando e perché ha deciso di raccontare la storia prendendo le mosse proprio dalla figura di Giovanni “Primo” Rocca?
Alla casa editrice DeriveApprodi Claudio Solito – un grande amico vignaiolo con il quale ho condiviso l’esperienza di Criticalwine – aveva fatto pervenire un’intervista a “Primo” Rocca dell’Istituto storico della Resistenza di Torino a cura di Paolo Gobetti, Antonio Lombardo e Renzo Bacchini. La proposta era di pubblicare un libro di storia che riparasse i torti delle ricostruzioni fin qui fatte e riconsegnasse ai suoi giusti meriti la figura di Giovanni “Primo” Rocca, comandante partigiano tra i più importanti della Resistenza, guida anche dell’insurrezione partigiana dell’agosto del 1946 scattata dopo il provvedimento d’amnistia di Togliatti. Ma il materiale, pur interessante, non era sufficiente. Claudio non si dava pace. Insisteva sull’importanza di dare verità e dignità a una storia che continuava a essere vilipesa o scordata. Durante un pranzo convocato per discutere la cosa mi sfuggì di dire «come libro di storia non servirebbe a nulla ma come opera letteraria sarebbe fantastica». I compagni di pasto furono d’accordo, talmente d’accordo che – infidi – mi affidarono l’opera. Recalcitrai, ma giorno via giorno mi entusiasmai a quella vicenda partigiana e a quella figura di comunista che fino all’anno prima conoscevo solo perché La Viranda gli dedica il vino Libertario Rosso. Così gli ho dedicato 19 mesi – il medesimo tempo che va dall’8 settembre ’43 al 25 aprile ’45 – passati intensamente a scrivere e a pensare per via di quella storia alla Storia, per mezzo di quel personaggio a tutti i personaggi che fanno la storia e che poi sono dimenticati, costretti al divorzio dalla storia ufficiale.

Quali sono state le sue fonti e quanto c’è di “liberamente ispirato” rispetto all’effettivamente accaduto?

Anzitutto l’intervista di cui sopra e il libro di “Primo” Rocca Un esercito di straccioni al servizio della libertà che meriterebbe di essere ripubblicato. E poi tanto materiale d’archivio. Di liberamente ispirato ci sono i dialoghi, i monologhi, alcuni personaggi, qualche contesto. Moltissimo, ma ho tentato di essere il più maniacale possibile nella ricostruzione dei fatti. La letteratura non deve sparigliare la storia come si usa in molti dei cosiddetti romanzi storici; la letteratura che amo – compagna d’armi della filosofia – la diseppelisce, scava nelle ragioni che la storia ufficiale sbrana o cestina.

Coerente con i precedenti libri, hai usato uno stile narrativo in cui l’autore “si mimetizza” nella narrazione. Come cambia, se cambia, con questo libro il tuo modo di raccontare?
L’autore per dare la parola ai personaggi deve eclissarsi. Più si sottrae tanto più i personaggi acquistano dignità di parola. Un libro inizia a vivere quando l’autore comincia a morire. Per entrare nella vita – e nella mente – di un personaggio è d’obbligo uscire dalla propria. In questo libro la prima voce narrante sfuma fino a scomparire quando le voci narranti dei partigiani di Santa Libera acquistano autonomia, consistenza, forza. Ciò spero segnali che le ragioni ordinatrici dell’autore sono velleitarie; rimangono le vite vere normalmente cancellate dal fumo della storia. Sinceramente non so se il mio modo di raccontare sia cambiato con questo libro. Sono forse l’ultimo a poterlo dire. Certo è che è cambiata la mia vita, sono cambiati i miei pensieri. Ogni opera è un lungo viaggio dal quale chi riesce a tornare, anche se mantiene il nome, non è più quello di prima.

Vedove - Illustrazione di Antonio Pronostico
Vedove

Che rapporto c’è tra l’anelito dei ribelli di Santa Libera e la Resistenza celebrata il 25 aprile?
Nessuno. Durante le celebrazioni, per dirla con il libro, «i partigiani si rendono utili spolverandosi a festa una volta l’anno per dimostrare che tutte le nefandezze d’Italia vengono compiute nel nome della Resistenza». C’è di buono solo che, in attesa di trovare uno straccio di futuro, tanti ragazzi guardano con interesse a quel passato.

Che differenza c’è tra i valori dei ribelli di Santa Libera e quelli della Resistenza che hanno costituito le fondamenta della Costituzione italiana?
Quando nel 1948 la Costituzione viene approvata l’Italia si è già infilata nel tunnel domocristiano. Quell’involucro formale – succede spesso nella storia – viene sostanzialmente deriso e calpestato dalla realtà delle cose. Ci vorranno il ’68, l’autunno caldo e il ’77 per riprendere con le dovute differenze il filo di quella matassa. I ribelli di Santa Libera non accettano che gli ideali della Resistenza rimangano parole vuote, che i padroni riprendano a governare, che le organizzazioni dei lavoratori facciano le belle statuine. Tolto dai piedi il fascismo, desiderano cambiamenti sociali radicali, riconoscimento pieno dei diritti dei partigiani. Si vedono invece messi ai margini. Ciò che poi si calpesta nonostante la Costituzione, Rocca e compagni lo pretendono prima che la Costituzione venga varata.

“Ridotta alla ragione santa libera rimangono tutti fuochi fatui” scrivi. Quasi ad ammettere che il valore di quel progetto insurrezionale è nel suo essere contro la ragione, quasi utopia. È così? Ha ancora senso ai giorni nostri una ribellione “utopica”?
L’insurrezione di Santa Libera godeva di un grande appoggio proletario e partigiano, ma scontava una situazione profondamente sfavorevole. Anzitutto perché avveniva non solo contro le direttive del Partito Comunista, ma in opposizione all’amnistia voluta dal PCI e firmata dal suo capo Palmiro Togliatti.
Anche in questo Santa Libera è stata precorritrice. Quante altre volte i movimenti sono andati oltre le organizzazioni che pure li avrebbero dovuto rappresentare.
Stupisce che i movimenti non se ne siano quasi accorti. Se si guarda alle esperienze partigiane più evocate, infatti, in tutti questi decenni che ci separano dalla resistenza si sono osannate più esperienze quali i Gap, la Volante Rossa che a differenza di Santa Libera erano strettamente poste sotto il controllo del Pci e bazzicavano spesso con le ali più staliniste del partito.
È vero: tutte le profonde ragioni dei ribelli di Santa Libera cozzavano contro la ragione storica. Ciò potrebbe far parlare di ribellione utopica. Ma non bisogna dimenticare che quei partigiani erano contadini, operai. Uomini pratici che intendevano risolvere con urgenza problemi fondamentali per l’Italia del tempo. Più che a un’utopia, a un non luogo – le utopie sono sorelle gemelle dei miti – pensavano credo a una topia, a un luogo preciso – dell’Italia, dell’Europa – nel quale la loro sete di giustizia e uguaglianza cominciasse a essere soddisfatta. La ribellione di Santa Libera ci è vicina anche per questo: allora come adesso si ha bisogno di luoghi della trasformazione, della cooperazione, di luoghi dell’immanenza in cui mescolare la nostra vita, non di non luoghi della trascendenza per consolare e bloccare in ghiacciaia ogni prurito di cambiamento.

Un minatore - illustrazione di Antonio Pronostico
Minatore

Scorrendo le pagine del tuo libro non si può non guardare all’oggi: quella dei ribelli di Santa Libera appare quasi come una profezia avverata. Che lezione può trarne la società dei giorni nostri?
Una lezione eccezionale: quella che in Per sempre partigiano viene denominata l’arte di tendere la storia. L’imperativo di esperire ogni mossa per ottenere il massimo del possibile in una situazione storica data. Senza pretendere di più, ma senza accontentarsi di niente che risulti anche impercettibilmente di meno.

Concludo con una curiosità: come nasce l’associazione tra il tuo lavoro e i vini Santa Libera dei Ribelli e Rosso Unito?
Santa Libera dei Ribelli è un vino rosso superiore che Claudio Solito dell’azienda La Viranda ha dedicato all’insurrezione partigiana dell’agosto 1946. Senza la passione di Claudio questo libro non sarebbe mai nato. Rosso Unito è un vino che mescola 4 esperienze enologiche ribelli – La Viranda, Aurora, A vita, Valli Unite. Un’esperienza che rifiuta le regole costituite e che affronta l’alea della sperimentazione, dell’avanguardia. È una piccola dimostrazione che la rivoluzione si fa vedere nelle piazze, ma i suoi luoghi d’elezione sono i campi, le case, le tavole. La rivoluzione si esprime di tanto in tanto con le urla delle folle ma marcia rapida negli atti minuti della quotidianetà.

Il manifesto di Ventotene s’è incagliato sulla portaerei

Italian Prime Minister Matteo Renzi, French President Francois Hollande and German Chancellor Angela Merkel during the press conference at the end of their meeting on the Italian military ship "Garibaldi" near Ventotene island, Tirreno sea, Italy, 22 August 2016. ANSA/CHIGI PALACE PRESS OFFICE-TIBERIO BARCHIELLI +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

“Stiamo facendo la storia” scrivono i giornali rilanciando le immagini dei tre tronfi che s’imbarcano felici sulla portaerei come una famigliola sul traghetto d’agosto. Il risultato politico sarebbe dovuto al fatto che (testuale) «per la prima volta un cancelliere tedesco ha visitato Ventotene e si è fermato davanti alla tomba di Altiero Spinelli, uno degli autori del manifesto di Ventotene, che su quest’isola è stato al confino per decisione del regime nazifascista. Che Angela Merkel sia venuta in questo luogo simbolo di quell’oppressione è importantissimo, è una cosa che si ricorderà nei libri di storia. Anche se è stata una visita molto rapida, è un gesto che vale più di molte parole».

«Tenere insieme sogni e concretezza» ci hanno detto Renzi, Merkel e Hollande mentre si mettevano in posa da podio olimpico. Che poi tenere insieme sogni e concretezza sia uno slogan da merendina degli anni ’80 non è un problema, per carità: il fatto è che mi piacerebbe sapere cosa si siano detti i tre mentre leggevano il passaggio del pluricitato manifesto di Ventotene dove si dice che “la rivoluzione europea dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici”. Ecco, io pagherei per essere stato una mosca e fotografare l’espressione dei cari leader.

Ma continuiamo. Dice il manifesto stilato da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni: “Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime.” Chissà che ridere Renzi, la Merkel e Hollande. Chissà che ridere.

I tre leader d’Europa (sempre a proposito del rispetto delle istituzioni, del Parlamento Europeo e del Consiglio d’Europa) hanno deciso di rinchiudersi in una nave militare per costruire l’Europa dal basso. Forse una drammaturgia di Ionesco avrebbe potuto aprirsi così. E lì dove Altiero Spinelli coltivava pace e libertà, lì nello stesso posto la Merkel ci ha ricordato che la Turchia dell’antidemocratico Erdogan è “fondamentale per la lotta agli scafisti” e Hollande ha predetto che Aleppo e la Siria potrebbero essere una vergogna per l’Europa con il solito futuro prossimo dell’Europa balbuziente che finge di non scorgere ciò che è già.

Stanno facendo la storia, dicono. Loro in mare e gli altri, tutti gli altri, rimasti a terra. Bravi. Bene. Evviva.

Buon martedì.

Così i capi rendono le folle stupide e servili. Parla lo storico Emilio Gentile

US President John F. Kennedy (r, backview) is talking to an excited crowd of people from the stairs of the Bonn city hall, on 23 June 1963, short after Kennedy's arrival at Cologne-Bonn airport. The president was visiting the federal republic for four days.

Si parla di democrazia recitativa quando «la politica diventa l’arte di governo del capo, che in nome del popolo muta i cittadini in una folla apatica, beota o servile». Scrive così Emilio Gentile nel libro Il capo e la folla (Laterza) un viaggio nella storia sul rapporto tumultuoso tra i governati e i governanti a partire dalla repubblica di Atene per finire al ventesimo secolo. Tra i massimi studiosi internazionali di fascismo e delle religioni della politica, Gentile nel suo libro non tocca l’oggi. «Mi fermo a Kennedy. Per mia natura e per il lavoro che faccio non insegno agli altri come giudicare il tempo contemporaneo. Cerco però di fornire gli strumenti per capire come si è giunti al tempo contemporaneo», dice. Ecco quindi la repulsione di Platone per la democrazia “dei molti”, il concetto di democrazia come stile di vita di Pericle, la res publica romana che prima dell’avvento di Cesare aveva garantito un sistema di controllo dei poteri dello Stato, la codificazione del panem et circenses per tenere buoni gli ex cittadini ormai sudditi imperiali, i “sacri recinti” degli Stati guidati da capi “unti” dal Signore, fino ad arrivare alle rivoluzioni americana e francese e ai movimenti rivoluzionari dell’Ottocento. È del 1895 Psicologia delle folle di Gustave Le Bon, psicologo, antropologo e sociologo. «Mi dicono che nella classifica di Amazon è al secondo posto. Un po’ ho contribuito anch’io perché ne avevo parlato in una trasmissione televisiva», dice sorridendo Gentile. Con Le Bon la democrazia recitativa – che secondo Gentile inizia con Napoleone – trova il suo massimo teorico, perché lo studioso francese nel suo libro diventato ben presto cult, spiega tra l’altro anche “come governare le folle” con la suggestione e l’uso delle parole.
Professor Gentile, lei scrive che «conoscere il comportamento dei capi e delle folle del passato può aiutare a comprendere i capi e le folle della politica di massa che stiamo vivendo». Come trova oggi la democrazia intesa come la migliore forma di rapporto tra governati e governanti?
Mi sembra avviata – se non ci saranno dei correttivi – sempre più verso una forma di democrazia recitativa. Nel senso che i governati potranno scegliere e revocare sempre meno i propri governanti. Lo dimostra anche il fatto generalizzato dell’astensione. Un fenomeno che deriva non dalla fiducia nella democrazia – come accade nel mondo anglosassone – ma dalla profonda sfiducia nella classe politica e nella classe dirigente. Oggi in Italia ricorrono i 70 anni del referendum che ha istituito la Repubblica. Tutti nel 1946 rimasero colpiti dal fatto che una popolazione uscita da un ventennio di dittatura, nonostante i timori di un salto nel buio, partecipasse così in massa, circa il 90 per cento. Calamandrei addirittura gridò al miracolo. Ecco, oggi questa astensione crescente mi sembra una forma di protesta che purtroppo non si concretizza in una vera e propria alternativa.
La democrazia recitativa che avanza può portare alle derive della democrazia di cui lei parla nel suo libro?
È imprevedibile quello che può accadere. Questo è un fenomeno in gran parte nuovo, dovuto a tre fattori che sono stati riscontrati in tutte le democrazie occidentali. Il primo dipende dalla complessità sempre crescente dei problemi sui quali i cittadini vengono chiamati a decidere, poi bisogna considerare l’elevato costo della competizione politica, per cui soprattutto persone facoltose possono partecipare effettivamente, con speranza di vittoria. Infine il terzo fattore è, appunto, la minore partecipazione al processo democratico di cittadini consapevoli.
Sempre a proposito del presente, che cosa pensa della democrazia diretta, quella dei referendum dei radicali di Marco Pannella o della Rete del Movimento Cinque stelle?
Come sostenevano Rousseau e i padri fondatori degli Stati Uniti d’America, io penso che la democrazia diretta sia possibile solo in piccole repubbliche. Quando queste assumono vaste dimensioni territoriali, con milioni di cittadini, è inevitabile la democrazia rappresentativa. La democrazia diretta poi non è di per sé sana e buona, perché una democrazia diretta può scegliere capi non democratici. Vede, la democrazia è soltanto un metodo. Noi possiamo anche definirla come un valore attribuendole significati etici, perché attraverso la democrazia si può emancipare un individuo e la collettività, rendendoli sempre più padroni del proprio destino. Ma questo è un ideale, di fatto la democrazia è un metodo che può servire sia a favorire l’emancipazione che a impedirla. Se democraticamente vincono i reazionari, i conformisti, i fanatici, gli intolleranti, i razzisti o gli xenofobi, come possiamo negare che il loro governo sia una genuina democrazia?
Ma per rendere effettivo il metodo della democrazia nel senso dell’emancipazione, che cosa occorre?
La democrazia non può prescindere dalla divisione dei poteri che si limitano e si controllano reciprocamente, così come non può prescindere dalla libertà dell’informazione. E occorrono anche dei limiti all’uso del potere della maggioranza nei confronti della minoranza. Inoltre, se si perde l’idea originaria di democrazia che deve favorire l’emancipazione di ogni cittadino attraverso l’informazione, l’istruzione, la conoscenza, accadrà che si lascerà sempre agli esperti, ai tecnici, scelte decisive ignorando gli altri.
Ci parli quindi della folla, definita da filosofi o da uomini di Chiesa ora “gregge” ora “bestia feroce e selvaggia”, come sosteneva Lutero.
Il concetto di fondo è quello più comune, e cioè che la folla sia manipolabile. Ma non è sempre così, la folla deve essere riscattata dalla cattiva nomea che l’accompagna dalla democrazia greca. La folla infatti è quella stessa che compie atti di eroismi. Lo sosteneva anche Gustave Le Bon: non c’è solo la “folla bestia” c’è anche la “folla eroe”, diceva. La rivoluzione francese, come opera più importante per la libertà e l’uguaglianza, fu opera della folla che spinse a prendere l’iniziativa. Così come la rivoluzione in Russia nel febbraio del 1917: non fu guidata da un partito o da uomini politici, fu una rivoluzione spontanea delle folle di S.Pietroburgo che fecero crollare il sistema zarista dando vita a una democrazia che fu poi stroncata dal partito bolscevico con un regime che pretendeva di essere più democratico perché imposto come dittatura del proletariato. Questo fenomeno delle folle che si muovono spontaneamente si è ripetuto, sia pure con esiti diversi, in altre situazioni, come in Ungheria nel 1956, in Polonia nel 1981, e nelle “primavere arabe” del 2011.
Nel libro parla di folle a proposito della nascita degli Stati Uniti d’America. Nel senso che all’inizio fu una rivolta collettiva conclusa poi dai capi. Qual è la caratteristica di quella democrazia che secondo Abraham Lincoln era il “governo del popolo, dal popolo e per il popolo”?
Nella storia umana gli Stati Uniti d’America furono il primo stato democratico moderno, dopo la democrazia greca. La democrazia greca era oligarchica, e la scelta dei governanti era riservata solo ai cittadini maschi di nascita ateniese, invece la democrazia americana almeno idealmente e teoricamente si proclama per l’uguaglianza di tutti gli esseri umani sulla base di diritti dati dal creatore, pur essendo una società razzista e fortemente condizionata da pregiudizi religiosi protestanti. È una democrazia che in oltre duecento anni si è modificata superando sia i monopoli religiosi sia, ai giorni nostri, superando il monopolio bianco alla Casa bianca, con Obama al potere. E forse con le prossime elezioni presidenziali sarà superato anche il monopolio maschile se verrà eletta Hillary Clinton. Ma ancora non è finita perché rimane una minoranza che sembra ancora esclusa, almeno nel prossimo futuro.
Quale minoranza è esclusa dalla presidenza Usa?
I sondaggi dicono che gli americani sono disposti ad avere un presidente nero, in prospettiva una donna e un omosessuale, ma non ad avere un presidente ateo. Gli atei sono una minoranza del 20 per cento discriminati dal punto di vista politico, nonostante la Costituzione vieti qualsiasi presupposto religioso per le candidature. L’80 per cento degli americani non accetterebbe un presidente che non professi una fede in Dio, qualunque essa sia. Gli Stati Uniti sono il primo stato democratico nella storia dell’umanità che ha separato con la Costituzione lo Stato dalla Chiesa, ma rimane profondamente ispirato dalla religione. Non ci dimentichiamo che “In God we trust”, noi confidiamo in Dio, è il motto nazionale.
A proposito della religione lei scrive che nei primi secoli dopo Cristo «si inabissò nell’oblìo il potere dei cittadini basato sull’uguaglianza davanti alla legge». I governati lo erano per volontà di Dio, il cambiamento era previsto solo nell’Aldilà e la massa diventa massa salvationis. Un tale rapporto tra governo e religione quanto ha inciso nella storia dell’umanità non solo a livello politico, ma anche culturale e di pensiero?
Per gran parte dei millenni della storia umana, la religione e lo Stato si sono identificati nella persona del sovrano, delegato della divinità, se non dio egli stesso. L’avvento del Cristianesimo è stato uno straordinario fatto epocale, con enormi conseguenze. Soprattutto, fu decisivo il trionfo del monoteismo. A differenza di quello greco – la democrazia ateniese aveva un fondamento religioso e chi metteva in discussione gli dei della città poteva finire condannato a morte, come accadde a Socrate – il politeismo romano aveva stabilito una sorta di tolleranza dei culti. Invece l’avvento del monoteismo, per sua stessa origine – un popolo o una comunità riceve direttamente da Dio la rivelazione – porta all’intolleranza verso tutti coloro che non si convertono. Quindi c’è una potenziale incompatibilità fra monoteismo religioso e pluralismo democratico. E questo è durato nel mondo occidentale fino alla rivoluzione francese e americana. Millequattrocento anni in cui la massa è stata assoggettata alla credenza che esiste il pastore, il capo, unto da Dio sostenuto dalla Chiesa, al quale la massa dei governati deve obbedienza incondizionata. Quando qualcuno osava uscire dal sacro recinto, io lo chiamo così, o era massacrato – e pensiamo a quanti atei, eretici o pagani lo furono – o finiva per creare altri sacri recinti dove il capo benedetto da Dio rimaneva comunque il sovrano assoluto.
Quanto è chiara oggi questa eredità del passato?
Oggi addirittura si tende a confondere il significato storico della parabola di Cristo “date a Cesare quel che è di Cesare”, interpretandola come segno di laicità. In realtà la laicità come concezione fondamentale dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro fede, nasce dal pensiero laico, non da quello religioso. Solo molto faticosamente poi è stato accettato dalle Chiese.
Marx ed Engels avevano l’idea del cambiamento, l’immagine della massa dunque era positiva?
Sì, ma fino a un certo punto. Fin dalla rivoluzione francese anche i capi che hanno sostenuto teorie e pratiche di governo emancipatrici, non sempre le “sentivano” in pratica. Marx ed Engels teorizzavano che non sono gli individui e i capi a fare la storia ma sono le masse, in realtà però loro alla fine si allontanarono dal partito operaio.
Allo stesso modo Lenin diffidava delle masse organizzate nei sindacati e nei partiti socialisti, perché le considerava propense solo a conquistare benefici salariali invece di essere preparate alla rivoluzione. Perciò fin dal 1902 teorizzò il partito di minoranza dei rivoluzionari di professione, un’avanguardia formata anche da borghesi, per realizzare la conquista violenta del potere in nome del proletariato. Poi, nel 1917 concepì la partecipazione diretta delle masse al governo, come sostenne nel libro Stato e rivoluzione, ma quando conquista il potere e si trova ad agire con le masse reali comincia a preoccuparsi. Vede che la massa russa è bruta e inerte e riprende quindi il concetto di partito d’avanguardia. Babeuf, ancora prima, all’epoca della rivoluzione francese, e poi Blanqui, avevano già sostenuto la necessità di una minoranza attiva che indichi alle masse quali sono i loro veri interessi altrimenti queste, assoggettate per secoli alla monarchia o alla religione, non riescono a formarsi una propria coscienza rivoluzionaria. L’asserzione di Marx: «L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera di loro medesimi», in realtà viene negata da tutti coloro che sostengono il ruolo delle avanguardie rivoluzionarie.
«Considerare l’uomo naturalmente incline al bene o naturalmente incline al male, considerare gli esseri umani per natura eguali o diseguali» sono i presupposti, lei scrive, delle concezioni della politica e del potere. Quindi il timore per la folla è perché si pensa ad una cattiveria innata?
Io direi così, in maniera propriamente laica: la differenza è tra una concezione dell’uomo come essere razionale che può acquistare la consapevolezza di ciò che è il suo destino e vuole sceglierlo senza dipendere da altri, e quella che considera l’uomo irrimediabilmente irrazionale e incapace di governarsi e scegliere da sé e quindi ha bisogno sempre di essere guidato come un gregge . È chiaro che se le religioni partono dal presupposto che l’essere umano dipende dalla volontà di Dio o da chi la interpreta, non riusciranno mai a concepire che l’essere umano possa governarsi da solo.
Quanto è attuale oggi l’insegnamento di Le Bon?
Oggi c’è un rapporto diretto, sempre più accentuato tra la folla, elettorale, chiamiamola così, e i candidati. E sempre di più si personalizza la politica e il potere, ma i candidati al governo si rivolgono alle masse con metodi, modi e espressioni che sembrano mutuati dagli aspetti più demagogici dell’insegnamento di Le Bon.
Non si parla più delle visioni e programmi politici, ma tutto si riduce a espressioni come “metterci la faccia”, “parlare alla pancia”, “intercettare i bisogni”. Si assiste, insomma, ad una sorta di corporizzazione fisica della politica incarnata nella persona del capo, addirittura nella sua immagine, che si sovrappone e persino esaurisce in sé il significato delle proposte politiche.
In Europa i populismi avanzano, dall’Ungheria alla Francia, dall’Austria alla Polonia. C’è il rischio che la folla diventi “apatica, beota o servile”?
I successi elettorali dei movimenti populisti, i governi formati da questi movimenti, sono spesso il prodotto di elezioni col metodo democratico e godono del consenso della maggioranza, prima di essere imposti con un atto autoritario. Oggi tutti si proclamano democratici. Ma forse proprio in questo senso Le Bon può essere una lettura utile, può aiutarci non a diventare una folla apatica, beota e servile, ma a diventare e rimanere individui consapevoli e cittadini responsabili.
Le Bon era un conservatore che non amava la democrazia, temeva egualmente i “Cesari”, come lui li chiamava, che impongono un regime personale fondato sul plebiscito. Non voleva revocare il suffragio universale e sosteneva che il parlamento, pur con tutti i difetti, era una istituzione che poteva impedire il monopolio del potere nelle mani di un capo. Combatteva lo statalismo, sosteneva la libertà di stampa, e paventava il potere delle oligarchie economiche operanti su una dimensione globale alle spalle dei governi democratici. Le Bon insegnava ai capi come conquistare le folle, ma la sua lezione può essere utile anche per resistere alla seduzione dei capi che predicano la democrazia mentre praticano l’autocrazia mascherandola con la demagogia.

(Da Left n.22 del 28 maggio 2016)

Renzi corregge Renzi. Caffè del 22 agosto 2016

Renzi corregge Renzi. “Referendum, comunque vada si voterà nel 2018”, è infatti il titolo oggi del Corriere della Sera. Ma era stato proprio lui, il premier, a minacciare le dimissioni del governo, non solo anche la sua rinuncia a far politica, le déluge, come avrebbe detto Luigi XV, e naturalmente il voto anticipato, magari con la legge di stabilità in alto mare, se quei gaglioffi di italiani non avessero votato Sì alle riforme Boschi-Renzi. Ora Renzi dice: Non è un voto su di me…ho sbagliato a personalizzare il referendum…non può essere Renzi contro tutti…per colpa mia che ho sbagliato è diventato una sorta di dibattito internazionale su tutto”. Lo dice alla Versiliana, intervistato dal conduttore che probabilmente preferisce, Paolo Del Debbio: ho sentito io stesso Renzi che ne tesseva lodi sperticate, portare a esempio -in una assemblea Pd -il “raffinato” populismo di questo giornalista berlusconiano.
Fatta l’autocritica, il premier ritrova le consuete bugie: sulla scheda referendaria “il quesito spiega che si tagliano i parlamentari, si riducono i costi della politica, che si semplificano i poteri delle Regioni, che si supera il ping pong Camera-Senato, che si abbassa lo stipendio dei consiglieri regionali, che si cancella il Cnel…i parlamentari che sostengono il no stanno difendendo le loro poltrone, i loro rimborsi”. Falso! Chi si è opposto alla Boschi- Renzi chiedeva di tagliare più drasticamente il numero dei parlamentari: solo 150 senatori e 350 deputati anziché 630 deputati e 100 consiglieri senatori”. Falso pure che il parlamento non volesse superare il biporalismo: persino l’abolizione, nuda e cruda, del Senato avrebbe trovato una maggioranza bipartisan di consensi. La riforma che il governo ha imposto è altra cosa: mantiene un Senato esangue, lo chiama “camera delle autonomie”, per nascondere la vera intenzione, che è quella di togliere poteri alle autonomie, di centralizzare lo stato nelle mani del governo. Un governo a misura del suoi premier, eletto direttamente con “la legge elettorale perfetta”, con l’Italicum. Questa cosa è la riforma Boschi- Renzi su cui saremo chiamati a votare. Renzi cerca, come può, di nascondere la realtà dei fatti e cioè che neppure lui vuole più l’Italicum (il ballottaggio favorirebbe De Maio), che il vero problema della democrazia italiana sta nell’incapacità di governare e non negli eccessivi controlli parlamentari. Come dimostrano gli errori che ormai vengono imputati a Renzi dai suoi stessi sostenitori: dagli 80 euro a Banca Etruria, dagli incentivi a pioggia agli imprenditori alla abolizione dell’Imu, alle mance elettorali, alla riforma  della scuola.
Hollande, Merkel, Renzi prendono il volo. Prendono il volo, secondo Giannelli, dalla portaerei Garibaldi, ormeggiata al largo di Ventotene, novelli Spinelli, Rossi, Colorno. Repubblica titola: “L’Europa post Brexit è da rifondare”. Ezio Mauro scrive delle “Crisi riunite a Ventotene”. Le tre crisi, i tre populismi al governo in Francia, in Germania e in Italia di cui anch’io parlavo ieri nel caffè. Possono quei tre cambiare il verso delle loro (fallimentari) politiche e ritrovare uno slancio europeo? È credibile che il nostro primo ministro, mai eletto per svolgere tale ruolo e già potenzialmente sconfitto, metta le ali e si trasformi in uno statista europeo. Talvolta i sogni si avverano. Renzi è intelligente quanto basta per vedere gli errori commessi, ma dubito che abbia il carattere per cambiare rotta, deludendo chi fin qui l’ha seguito e cercando il dialogo con altri che fino a ieri disprezzava.
È stato Daesh, un kamikaze ragazzino, di 12-14 anni, dice Erdogan dopo i 50 morti a Gaziantep. Sicuramente gli obiettivi dell’attentato erano curdi, nemici del presunto califfo ma anche dell’aspirante sultano. Ho trovato leggendo oggi l’articolo di Bernardo Valli, una speranza nascosta -perchè, lo capisco, non facile da confessare- e cioè che questo nuovo attentato dimostri che i giochi non si sono chiusi in Turchia, che il (contro) colpo di stato non ha ancora completamente vinto. Che si vive sospesi, in una situazione di attesa. Attesa carica di ansia, per le stragi dei curdi, per l’assassinio (e la tortura) di una nota transessuale – e i gay sono andati in piazza per onorarne la memoria- per i licenziamenti innumerevoli di funzionari e gli arresti di decine di migliaia di persone. Ma attesa; e speranza.

L’oro nero che brucia la Basilicata. Anche a Ferragosto

Il centro Eni di Viggiano (Potenza) in un'immagine del 4 aprile 2016. ANSA/TONY VECE

A Ferragosto a Viggiano, nello stabilimento dell’Eni dissequestrato da poco (dopo l’inchiesta della Procura di Potenza sugli impianti Eni e Total in Basilicata che ha portato alle dimissioni della ministra Guidi) si sono levate in cielo lingue di fuoco. Sì, fuoco: il cielo della Val d’Agri è stato appestato dalle fiamme provenienti dallo stabilimento nel quale viene trattato il petrolio appena estratto dal territorio lucano.

L’inchiesta che ha messo sotto scacco l’impianto produttivo della Basilicata (ne scriveva Ilaria Giupponi qui)  e i signori del petrolio si è insabbiata nel silenzio viscido dei poteri che pretendono il silenzio. È rimasto anche sotto silenzio il fatto che il consigliere regionale della Basilicata (del PD) Vincenzo Robortella sia stato rinviato a giudizio (il 5 agosto scorso) insieme ad altre 57 persone e 10 società.

E forse è sfuggito a molti che i magistrati siano convinti che la società Outsourcing s.r.l, di cui il consigliere regionale era proprietario, avrebbe ricevuto un finanziamento europeo relativo ai lavori del centro oli Tempa Rossa della Total pur non avendone i requisiti di legge. Ah, Robortella è stato nominato presidente della commissione attività produttive, ambiente e territorio della Regione Basilicata.

Come giustamente chiede alla commissione europea l’eurodeputato lucano del Movimento 5 Stelle, Piernicola Pedicini, domandando se l’Olaf – ufficio europeo per la lotta antifrode – «ha avviato indagini al fine di individuare la sussistenza di casi di corruzione, frode o altre irregolarità relative ai fondi europei erogati alla società Outsourcing s.r.l».

E magari sarebbe anche il caso che qualcuno ci spieghi quelle lingue di fuoco di Ferragosto. Sarebbe il caso di non abbandonarla, la Basilicata.

Nelle favelas fuori dai giochi

Favela, Complexo Do Alemão, piccoli trafficanti di droga, figli senza speranza
testo di Luigi Spera e foto di Marco Negri – da Rio De Janeiro

È quando il sole inizia la sua discesa che i contrasti cromatici cominciano a esaltarsi. Con la luce che circonda un’area urbanizzata in modo stratificato, confuso e singolare. Da un lato, la linea orizzontale, punto più alto della stazione della metropolitana Maracanã, segna la base della favela di Mangueira, dove un’irregolare distesa di casette di mattoni grezzi ricopre la collina. Dall’altro lato, spalle alla favela, una lunga rumorosa fila di auto bloccate nel traffico attraversano passarelle di cemento che dalla stazione conducono a sinistra verso lo stadio tempio del calcio carioca e a destra verso un oscuro palazzone, l’Uerj, Università di Stato di Rio de Janeiro. Uno stadio, una favela e un’università pubblica a pochi metri di distanza. L’ombelico della metropoli carioca è la sintesi delle vecchie e nuove contraddizioni della città dei mille contrasti. Contrasti (e contraddizioni) che le olimpiadi hanno accentuato. Sembra passato un secolo da quando nel 2009, spinto da un’economia in forte espansione, il Brasile spuntava il diritto di ospitare le olimpiadi 2016. Sette anni dopo, i numeri della crisi segnano un tonfo, con i feroci tagli alla spesa pubblica che rimarcano le ingiustizie sociali. Mentre i costi delle strutture olimpiche a Rio continuano a lievitare. Passati dai 4,2 miliardi di dollari previsti nel 2007 agli oltre 12 miliardi già spesi finora. Con la coperta troppo corta per pensare a tutto, lo Stato ha dovuto ristabilire le priorità.

Uerj. L’Uerj e il Maracanã, divise da appena una strada, sono le due facce della stessa medaglia. «Mentre lo stadio riceveva miliardi di investimenti, all’università è stato impossibile tenere in vita i servizi di manutenzione, pulizia, sicurezza», racconta la studentessa Daniella Monteiro. Dall’inizio dell’anno lo Stato ha smesso di trasferire fondi all’università, causando ritardi e rateizzazione nei pagamenti degli stipendi di professori, tecnici, delle borse di studio per gli studenti, e lo stop del pagamento dei lavoratori delle società esterne: 700 persone licenziate a luglio con sette mesi di arretrati. «L’università è stata abbandonata al proprio destino», è deluso il professore Luiz Claudio Santamaria. Muoversi tra i corridoi dell’Uerj rimanda sensazioni di abbandono: la raccolta dei rifiuti è a singhiozzo, la manutenzione è sospesa, i bagni sono in maggioranza inutilizzabili. Il governo statale in default «per due volte – dice il giovane Victor Franco – ha ricevuto prestiti dal governo federale: la prima volta i soldi sono stati usati per terminare la linea 4 della metro; la seconda volta, due miliardi e 900 milioni di Real, sono stati destinati alla sicurezza». A gennaio anche l’ospedale universitario ha smesso di ricevere denaro.

Pochi secondi prima dello sparo. Una ragazzina, che trascinata dalla madre impaurita si copre gli occhi alla vista dei poliziotti con i fucili puntati
Pochi secondi prima dello sparo. Una ragazzina, che trascinata dalla madre impaurita si copre gli occhi alla vista dei poliziotti con i fucili puntati

Rimozioni. «La priorità – sintetizza il professor Dario Sousa de Silva – è la creazione della fantasia di una città olimpica e di grandi eventi, dove sanità, istruzione e benessere della popolazione sono una seconda o terza opzione». Nulla di fantasioso ha invece il concretissimo, elitario ed escludente piano di revisione urbanistica segnato dalla gentrification che ha investito città e favelas. Sul palco del Maracanã nel corso della cerimonia di apertura dei giochi, la rappresentazione di una favela ha fatto da scenografia a lungo. La cultura delle comunità carioca è stata sfruttata a fini propagandistici, mentre la realtà fuori dagli schermi è fatta di violenze, rimozioni, militarizzazione e speculazione. A meno di un chilometro pare possibile ancora sentire le urla delle famiglie tirate via a forza dalle proprie case nella notte dalla polizia, mentre una ruspa le demoliva. Quella di Metro Mangueira è stata una favela rimossa solo perché prossima allo stadio principale. Una macchia da eliminare. Non l’unica. «Gli eventi sportivi internazionali a Rio hanno segnato un ritorno all’antica caratteristica di scarso rispetto per il diritto alla casa. La coalizione tra le autorità e le grandi imprese ha accelerato un processo di”pulizia sociale” delle aree di maggiore pregio della città. Il progetto di attrazione degli investimenti, in vista degli eventi, ha avuto come componente l’espulsione dei poveri dalle zone di valore della città», rivela la relazione su Megaeventi e violazioni dei diritti umani realizzato dal Comitato popolare coppa del mondo e Olimpiadi a Rio de Janeiro. I numeri sono impressionanti: dal 2009 a oggi ben 77.206 persone in 29 favelas sono state rimosse per fare spazio alle opere legate alle Olimpiadi.

Questo reportage da Rio de Janeiro continua su Left in edicola dal 20 agosto

 

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Mare piatto a Ventotene,Caffè del 21 agosto 2016

Sono curioso di vedere cosa faranno quei tre. Dice Daniel Cohn Bendit, intervistato dal Corriere della Sera. “Quei tre”, sono François Hollande, Angela Merkel e Matteo Renzi che si incontrano domani all largo dell’isola dove altri tre, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann, immaginarono tra il 1941 e il 44, un’Europa senza più guerre né ricatti totalitari. Proprio mentre in Francia, in Italia e in Germania si marciava al passo dell’oca, si sterminavano ebrei, zingari e comunisti, si pronunciavano bestemmie come vincere e vinceremo o si proiettavano film di propaganda come il “Il trionfo della volontà”, per celebrare il capo supremo, il Fürher,. Purtroppo, i tre capi di stato e di governo che si vorrebbero epigoni degli autori del Manifesto di Ventotene, mi paiono leader di un nazionalismo declinante: Hollande non ha avuto il coraggio di dire ai francesi che il tempo della grandeur era finito, Merkel ha compiaciuto i tedeschi facendogli credere di portare sulle spalle chissà quale peso dell’Europa, Renzi ha illuso gli italiani che con uno schioccar di dita, meno diritti e qualche riforma pasticciata della Costituzione, i mali d’Italia (corruzione, incapacità di governo, interesse privato nella cosa pubblica) sarebbero scomparsi.
Tagli alle tasse, cambia la manovra, proposta Ue per la cultura. I titoli di Repubblica sono improntati all’ottimismo. Ma è come se chi li scrive non avesse letto gli articoli che qui titoli dovrebbero sintetizzare. Così si legge a pagina 2: “il taglio delle aliquote Irpef sarà rinviato almeno al 2018”. Forse sarà concesso qualcosina alle pensioni, ma solo a quelle “che non superino i 501 euro”. In cambio si faranno quadrare i conti sulla carta assumendo che la crescita possa essere dell’1%, anziché dello 0,7 come suggeriscono gli ultimi dati. E, naturalmente per fare queste cose, si dovrà chiedere a Berlino nuova “flessibilità”, cioè un deficit che resta al 2,3% del PIL anziché scendere, come previsto dagli accordi, all’1,8. “Ma Berlino frena” -ammette Repubblica, sempre a pagina 2- “Non si parla di concessioni all’Italia.” Così,frustrato, il giornale diretto da Mario Calabresi intervista Stieglitz, il quale ripete che l’Europa non sarà in grado di sostenere “l’integrazione monetaria” senza “una vera unione bancaria dotata di un’eficace assicurazione comune sui depositi, programmi di solidarietà in grado di aiutare concretamente i Paesi che restano indietro, una quota significativa di mutualizzazione del debito e di eurobond, una parte di bilancio comunitario con un ministro delle Finanze europeo e tasse comuni sulle transazioni finanziarie e sulle grandi proprietà oggi frammentate e troppo basse, un piano di investimenti pubblici molto maggiore di quelli attuali finanziato appunto con queste risorse, una banca centrale che non abbia come unico focus l’inflazione bensì sviluppo e occupazione”. Questo chiede Renzi?
Al Nusra detta legge tra le rovine di Aleppo. Lo scrive il manifesto. Purtroppo è così: “per la scellerata politica estera occidentale in Medio Oriente, al Qaeda è allo stesso tempo un gruppo terroristico in Europa e parte di un “movimento di liberazione” in Siria”. Sempre il manifesto racconta i bombardamenti siriani contro una città liberata dai curdi del PKK. Gli americani hanno visto arrivare gli aerei russi e hanno subito chiamato Mosca., Non sono nostri, è stata la risposta. Erano aerei di Assad, il quale non di considera più nemico Erdogan. Anzi è disposto a fargli favori (sporchi) in cambio del suo aiuto per rimanere in sella. Infine, ancora il manifesto, mostra la foto di una folla immensa che manifesta a Sana’a contro la guerra nello Yemen dall’Arabia Saudita. Penso che prima di commuoversi – ed è giusto commuoversi- per i bambini che vivono e muoiono sotto le bombe di Aleppo, i nostri governi dovrebbero rispondere ad alcune semplici domande: si vuole un califfato sunnita, con burqa imposto alle donne e barbe da caprone agli uomini, in Siria? Lo si vuole nello Yemen? Si è disposti a tollerare che i petrodollari del Golfo finanzino predicatori oscurantisti nemici delle nostre civiltà? Se sì, allora la si smetta, per favore, di invocare la “guerra al terrore”. Si ammetta che la strage del Bataclan e la paura dei kamikaze sono niente altro che il danno collaterale di una alleanza strategica (vecchia di 70 anni) con cui l’occidente spera (sbagliando) di controllare il medio oriente e le sue risorse, impedendo che emergano alleanze economiche politiche e militari alternative. Come quella tra Russia, Iran e Turchia.

Viaggio nel cuore della terra alla ricerca della materia oscura

Nel cuore della terra alla ricerca della “materia oscura”, gas rari utili per la medicina e la sperimentazione. La nuova sfida post mineraria della Sardegna comincia a mezzo chilometro di profondità. C’è un luogo nel Sulcis Iglesiente, dove la parola fine diventa inizio. E dove il patrimonio di conoscenza del passato, tra lotte operaie e tradizioni, si fonde con la tecnologia e la ricerca scientifica. Benvenuti a Nuraxi Figus, comune di Gonnesa a sessanta chilometri da Cagliari. Siamo a una manciata di chilometri dai nuraghi di Seruci e di Sirai, e dall’area industriale di Portovesme e dove sorge l’ultima miniera di carbone d’Italia. Nelle gallerie sotto il sito di Monte Sinni, gestito dalla società mineraria regionale Carbosulcis, si coltiva – cioè si taglia e estrae – il carbone che l’azienda vende alla vicina centrale Enel di Portovesme. Un lavoro che va calando e che terminerà nel 2018. Quando l’attività estrattiva cesserà, andrà a regime la nuova vita: la conversione di un presidio minerario importante che, come spiegano gli esperti, ha un potenziale di almeno altri 100 anni.

Già adesso la tecnologia è largamente presente nella miniera. La figura un po’ mitizzata e romantica dei minatori sporchi di carbone in viso, con piccone e pala intenti a caricare piccoli vagoni che si muovono su binari a centinaia di metri di profondità, non esiste. Così come compaiono solo nei racconti , o in qualche album fotografico degli anni 50, le immagini di lavoratori che si muovono sottoterra con candele a carburo in spazi stretti. Oggi le scene sono ben diverse. Raggiungere il sottosuolo e i 500 metri di profondità, che vuole dire 400 metri sotto il livello del mare, significa sottoporsi a dettagliati protocolli di sicurezza. Scarpe antinfortunistiche e casco sono obbligatori, così come il giubbetto e la cintura su cui si posiziona la batteria della lampada. La gabbia, un ascensore industriale che nell’arco di poche decine di secondi scivola nel sottosuolo, segna il passaggio dal mondo illuminato dal sole a quello delle lampade. Subito il caldo umido che si respira sta a certificare il cambiamento. Nelle gallerie, che si possono raggiungere anche attraverso una rampa camionabile lunga tre chilometri e cento metri, comanda la tecnologia. Alle pareti fasci di cavi collegano il sottosuolo e le aree di transito e lavoro con la superficie dove macchine all’avanguardia misurano costantemente qualità dell’aria captata dai sensori presenti accanto alle centine, gli archi di ferro che reggono le volte delle gallerie. Negli spazi illuminati si trovano anche i telefoni per comunicare con l’esterno giacché altre comunicazioni radio sono impossibili e la linea con il sottosuolo deve essere sempre libera: in superficie è necessario sapere chi si trova nelle gallerie. I cartelli con i protocolli di sicurezza ricordano che va misurata la saturazione dell’aria costantemente, che gli operai che entrano nelle zone di coltivazione non possono avere fiamme, strumenti elettrici o elettronici capaci di far scattare scintille e che è obbligatorio dotarsi dei respiratori di emergenza. La coltivazione del carbone avviene con strumenti tecnologicamente avanzati che scavano le pareti rocciose e inviano il carbone sui nastri trasportatori che poi lo spingono nelle aree di accumulo. Qui i mezzi meccanici caricano sui dumper che lungo le strade sotterranee arrivano in superficie. Una volta raggiunto l’esterno inizia il processo di pulizia, lavaggio e “abbancamento”, formando le diverse montagne nere presenti all’esterno.

Questa miniera, che vanta un giacimento dotato di riserve per un miliardo e mezzo di tonnellate di carbone sub bituminale e con capacità di 4200 calorie, gallerie percorribili con camion lunghe 15 chilometri, una discenderia camionabile che arriva sino a mezzo chilometro di profondità, quattro pozzi, è destinata a fermarsi. Nel 2018 la produzione di carbone dovrà cessare definitivamente. «È l’effetto di un negoziato tra Regione Governo e Unione europea – spiega Francesco Garau, segretario provinciale della Filctem Cgil – per evitare una procedura di infrazione. Il processo e piano di dismissione è stato avviato nel 2014 e dovrà essere completato nel 2027». Nell’agosto del 2012 proprio in questi pozzi i lavoratori hanno dato vita all’ultima rivolta sotto terra. Una protesta forte per salvare l’impianto da quella che allora era un’imminente chiusura. La protesta ha mantenuto in piedi la produzione per altri due anni e nel frattempo è iniziata la partita per il dopo miniera.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 20 agosto

 

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