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Primo Levi, la chimica immagine del mondo

Stanno per finire gli anni 50, quando l’inglese Charles Percy Snow getta il sasso nello stagno e, con un libro destinato a fare storia, denuncia un fatto a suo dire molto grave: l’avvenuta separazione tra «le due culture», quella scientifica e quella umanistica. Più che un sasso, la tesi di Snow è un macigno: se molti scienziati naturali sono disponibili a utilizzare quelle che in Italia Leonardo Sinisgalli chiama “le lime del pensiero” e a confrontarsi con le scienze umane, sempre più umanisti rifiutano il confronto. È per questo che le due culture tendono a divergere. Anzi, si sono già separate. Molti intellettuali sono colpiti dalla provocazione, ma non tutti si lasciano sommergere dalle onde sollevate dal macigno del chimico e scrittore inglese. Alcuni reagiscono. In Italia interviene prontamente un altro chimico e scrittore: Primo Levi. Che scrive: «Sovente ho messo piede sui ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura scientifica con quella letteraria scavalcando un crepaccio che mi è sempre sembrato assurdo». E poi aggiunge: questa separazione tra cultura scientifica e cultura umanistica, se c’è, è «una schisi innaturale, non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della controriforma, quando non risalga addirittura a una interpretazione meschina del divieto biblico di mangiare un certo frutto. Non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani d’oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile».
Primo Levi è uno dei più grandi scrittori italiani. È uno scrittore testimone del suo tempo. Con Se questo è un uomo, che ha iniziato a scrivere nel dicembre 1945 e pubblicato nel 1947, racconta dell’indicibile cui ha assistito: il più grande misfatto che, probabilmente, l’umanità abbia mai commesso. L’Olocausto. Levi racconta quello che ha vissuto in prima persona, all’interno del campo di Auschwitz dove è stato deportato in quanto ebreo. È uno dei pochi sopravvissuti, grazie alla chimica.
La chimica, per la verità, attraversa tutte le quattro fasi della sua vita da giovane e poi da adulto. Prima della guerra, da studente. Durante la guerra è un chimico che lavora nell’industria. Con la deportazione è un chimico in un luogo particolare: in un campo di sterminio. Divenuto scrittore, il chimico ritorna nelle sue opere. Tra queste Il sistema periodico che, pubblicato nel 1975, è eletto nell’ottobre 2006 “più bel libro di scienza mai scritto” dalla Royal Institution di Londra. Mentre lui, Primo Levi, viene definito il miglior scrittore di scienza di ogni tempo, battendo l’etologo Konrad Lorenz che, con L’anello di Re Salomone, giunge secondo. Primo Levi rientra, dunque, in quel novero ristretto ma non ristrettissimo di scrittori che alimentano, per dirla con Italo Calvino, la «vocazione profonda della letteratura italiana», perché nelle sue opere – proprio come in quelle di Calvino, oltre che di Dante, di Galileo e di Leopardi – si consuma il ménage a trois tra letteratura, filosofia e scienza. Solo che mentre Calvino è uno scrittore “cosmico e lunare” (per usare una definizione che lo scrittore sanremese usa proprio a proposito di Dante, Galileo e Leopardi oltre che di Ariosto), Primo Levi è uno scrittore “chimico e molecolare”, attento più che al tutto armoniosamente ordinato dei Greci (il cosmo appunto), alle sue singole e cangianti parti materiali. D’altra parte è lui stesso a riconoscerlo: «Scrivo proprio perché sono un chimico, si può dire che il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo».
Già, ma cosa significa mettere «piede sui ponti che uniscono la cultura scientifica con quella letteraria» da chimico? In primo luogo, significa avere un rapporto speciale con la materia. Come lo stesso Levi scrive, ricordando l’iscrizione nel 1937 al corso di Chimica dell’Università di Torino: «la nobiltà dell’uomo, acquisita in cento secoli di prove ed errori, era consistita nel farsi signore della materia (…) mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele (…) vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere noi stessi, e che quindi il sistema Periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavamo laboriosamente a dipanare, era una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite in liceo» (Ferro, Il sistema periodico). La chimica, dunque, come visione del mondo. Come filosofia: «Pensavo di trovare nella chimica la risposta agli interrogativi che la filosofia lascia irrisolti. Cercavo un’immagine del mondo piuttosto che un mestiere». In realtà un mestiere Levi lo trova, appena subito dopo la laurea a Lanzo, in una cava di amianto. E poi l’anno dopo, a Milano, presso la Wander, un’industria svizzera di medicinali, dove lavora fino al 13 dicembre 1943, quando viene arrestato come partigiano e deportato nei lager tedeschi.
Primo Levi non è uno scienziato. Come ricorda Mimma Bresciani Califano è e si definisce un chimico-tecnologo. È in questa dimensione di chimico di laboratorio industriale che Levi ritrova, come scrive Gaspare Polizzi: «la paziente lentezza del metodo» e apprende «l’“arte di separare, pesare e distinguere”, essenziale per l’esercizio della scrittura. A questo esercizio si unisce il ‘peso’ semantico di verbi come filtrare, cristallizzare, distillare e di qualità dei corpi come nero, amaro, vischioso, tenace, greve, fetido, volatile, inerte, infiammabile, che dicono poco al lettore-scrittore comune».

Questo articolo continua su Left in edicola dal 20 agosto

 

SOMMARIO ACQUISTA

Torna il Renzi-Berlusconismo? Caffè del 20 agosto 2016

Difesa comune europea. Ecco il piano che Renzi porterà a Hollande e Merkel lunedì, quando si incontreranno sulla portaerei Garibaldi al largo di Ventotene. La Stampa cita un’intervista a Le Monde di Gentiloni e Pinotti, ministri degli esteri e della difesa: “battaglioni comuni”, con forze d’eccellenza francesi, italiane e tedesche, “per difendere l’Europa”. È, più o meno, quello che Hollande vorrebbe sentirsi dire, per legare all’impegno dell’Europa contro il terrorismo la propria permanenza all’Eliseo (proprio lunedì il socialista Montebourg presenterà la sua candidatura alternativa alle primarie). E certo Gentiloni è preoccupato perché la Nato perde colpi e la Russia è sempre più protagonista, mentre la Pinotti – già candidata nella sua testa (e sfortunata) alla presidenza della repubblica- ci tiene moltissimo, come ormai è chiaro, a fare la bersagliera. Si capiscono le intenzioni. Sarebbe però davvero curioso che l’Europa dell’euro , invece di percorrere la strada dell’integrazione fiscale, scegliesse l’integrazione militare. Così come le leggo, mi sembrano fole!

Più investimenti e competitività. Ma che battaglioni d’Egitto! Repubblica sa bene dove batta il cuore di Renzi: l’economia, la ripresa forte che ci tiri via dal pantano dello “zerovinrgola” e ridoni il sorriso agli elettori. Peccato che “il piano per convincere la UE”, illustrato dal giornale di Calabresi, non sia stato partorito dal premier ma dal suo ministro Calende, un’altra stella del governo che cerca di splendere almeno per un giorno. Così questo tal Calenda, già “manager di impresa”, come ricorda Repubblica, vuole superare “la politica dei bonus, dagli 80 euro all’ipotesi di aumentare la quattordicesima ai pensionati”, ovvero la politica di Renzi. “Io penso -dice- che è il momento di accelerare la spinta sulla competitività del sistema produttivo”, e scodella un “piano “Industria 4.0”, studiato con Padoan e Nannicini, “che si fonda su forti stimoli fiscali agli investimenti in macchinari e beni digitali, ulteriore sostegno alla contrattazione aziendale, la costruzione di una rete di centri di eccellenza universitari sulla manifattura innovativa, misure per favorire la finanza per la crescita, un piano sulla formazione per imprese, studenti e lavoratori”. Mi immagino la telefonata che Matteo deve avergli fatto stamani: “bravo, bene, bis, ma queste cose dille in televisione (senza contraddittorio) il referendum lo vinciamo dando soldi agli statali, bonus ai pensionati e annunciando il taglio delle tasse per il ceto medio”. Repubblica ritiene, però, che una tale “strategia” sia impresentabile all’Europa, visti il nostro debito e il fatto che abbiamo già ottenuto “flessibilità”. Quindi tifa per una conversione di cui non c’è traccia.

Nasce il Renzi-Berlusconismo. E lo tiene a battesimo sul Corriere della Sera Angelo Panebianco. “Di sicuro -scrive- Renzi ha ormai capito da un pezzo che la rottura del patto del Nazareno con Berlusconi è stato l’errore più grave da lui commesso. Senza quel passo falso oggi Renzi potrebbe guardare con serenità alla scadenza del referendum”. Allora il quesito è: come rimetterli assieme, quei due, senza che Silvio perda la faccia e Matteo debba ammettere l’errore? Semplice il faut che la Corte Costituzionale bocci a ottobre la legge elettorale perfetta che Renzi aveva battezzato “Italicum”. Allora i due, con ossequio retroattivo all’attuale inquilino del Quirinale, potrebbero riproporre una legge in tutto identica al Mattarellum”. Niente ballottaggio, M5Stelle fuori dai giochi, colleghi uninominali e una quota proporzionale per tenere in piedi i rispettivi partiti. Fatto il patto, Panebianco prevede che Berlusconi si defilerebbe dalla campagna per il No referendario, la minoranza del Pd pure e Renzi resterebbe ben saldo a Palazzo Chigi. Osservo umilmente che la differenza tra il 2016 e il 1996 è che il sistema politico italiano allora era bipolare, oggi conta almeno tre poli. Con il sì al referendum, inoltre, i poteri si concentrerebbero in un’unica camera. Il Mattarellum monocamerale potrebbe investire della responsabilità del governo una forza che abbia saputo raccogliere appena un terzo dei voti voti validi , un quinto degli aventi diritto. In Spagna Rajoy governerebbe da solo. Fuori, Ciudadanos, Psoe e Podemos. Sono marchingegni pensati per tempi ordinari. In un mondo che cambia, la protesta dilagherebbe.

Dallo Yemen alla California. Le notizie della settimana in foto

(EPA / YAHYA Arhab)

10 agosto 2016. Yemen. Sfollati in un campo nella provincia settentrionale di Amran. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite quasi 2,5 milioni di persone sono state sfollate con la forza dalle zone dei conflitti a partire da marzo 2015, quando la coalizione militare saudita ha iniziato a bombardare i ribelli Houthi e i loro alleati in tutto il paese arabo. (EPA / YAHYA Arhab)
Yemen. Sfollati in un campo nella provincia settentrionale di Amran. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite quasi 2,5 milioni di persone sono state sfollate con la forza dalle zone dei conflitti a partire da marzo 2015, quando la coalizione militare saudita ha iniziato a bombardare i ribelli Houthi e i loro alleati in tutto il paese arabo. (EPA / YAHYA Arhab)

Sabato 13 Agosto, 2016. Foto aerea della zona di Hammond, Louisiana, dopo le forti piogge che hanno innondato la regione. (AP / Max Becherer)
13 Agosto, 2016. Foto aerea della zona di Hammond, Louisiana, dopo le forti piogge che hanno innondato la regione. (AP / Max Becherer)

13 Agosto 2016. Persone riunite per una manifestazione nei pressi della moschea di Al-Furqan Jame Masjid di Ozone Park di Queens, dopo che un imam e un suo amico sono stati colpiti a morte mentre tornavano a casa dalla moschea. (AP / Craig Ruttle)
Persone riunite per una manifestazione nei pressi della moschea di Al-Furqan Jame Masjid di Ozone Park di Queens, dopo che un imam e un suo amico sono stati colpiti a morte mentre tornavano a casa dalla moschea. (AP / Craig Ruttle)

13 Agosto 2016. Wendover, Utah. Automobili formano una linea vicino alla pista da corsa a Bonneville Salt Flats dove, piloti di fama mondiale, sono tornati a competere la Speed Week dopo che negli ultimi due anni era stata annullata a causa di condizioni avverse. (AP / Rick Bowmer)
Wendover, Utah. Automobili formano una linea vicino alla pista da corsa a Bonneville Salt Flats dove, piloti di fama mondiale, sono tornati a competere la Speed Week dopo che negli ultimi due anni era stata annullata a causa di condizioni avverse. (AP / Rick Bowmer)

14 agosto, 2016. Milwaukee, Wisconsin. Un gruppo di poliziotti si muove contro i manifestanti durante una seconda notte di disordini. (AP / Jeffrey Phelps)
14 agosto, 2016. Milwaukee, Wisconsin. Un gruppo di poliziotti si muove contro i manifestanti durante una seconda notte di disordini. (AP / Jeffrey Phelps)

14 agosto 2016. Air Force Station Cape Canaveral, Florida. La scia luminoso del razzo A SpaceX Falcon 9 sul molo di Cocoa Beach durante il decollo. (Craig Rubadoux / Florida via AP)
Air Force Station Cape Canaveral, Florida. La scia luminoso del razzo A SpaceX Falcon 9 sul molo di Cocoa Beach durante il decollo. (Craig Rubadoux / Florida via AP)

15 agosto, 2016. Pechino, Cina. Nuotare nei fiumi della capitale cinese è un passatempo molto popolare sia in estate che in inverno. (AP Photo / Ng Han Guan)
15 agosto, 2016. Pechino, Cina. Nuotare nei fiumi della capitale cinese è un passatempo molto popolare sia in estate che in inverno. (AP Photo / Ng Han Guan)

15 agosto, 2016. Srinagar, Kashmir. Soldati paramilitari indiani durante la guardia nei pressi del quartiere Nowhatta teatro di scontri a fuoco. (AP / Mukhtar Khan)
Srinagar, Kashmir. Soldati paramilitari indiani durante la guardia nei pressi del quartiere Nowhatta teatro di scontri a fuoco. (AP / Mukhtar Khan)

17 agosto, 2016. Harare, Zimbabwe. Scontri tra la polizia antisommossa e i manifestanti durante una protesta contro le nuove norme valutarie introdotte dalla Reserve Bank dello Zimbabwe. Secondo quanto affermato dalla banca centrale del paese, le nuove banconote saranno equivalenti al dollaro degli Stati Uniti, i manifestanti, invece, temono una nuova forte inflazione. (AP / Tsvangirayi Mukwazhi)
Harare, Zimbabwe. Scontri tra la polizia antisommossa e i manifestanti durante una protesta contro le nuove norme valutarie introdotte dalla Reserve Bank dello Zimbabwe. Secondo quanto affermato dalla banca centrale del paese, le nuove banconote saranno equivalenti al dollaro degli Stati Uniti, i manifestanti, invece, temono una nuova forte inflazione. (AP / Tsvangirayi Mukwazhi)

Una bambina afghana si nasconde dietro il burqa della madre. (ANSA/LUCIANO DEL CASTILLO)
Una bambina afghana si nasconde dietro il burqa della madre. (ANSA/LUCIANO DEL CASTILLO)

17 agosto 2016. Keenbrook, California. Un violento incendio è scoppiato nel Passo Cajon vicino l’Interstate 15, l'arteria principale tra Los Angeles e Las Vegas. (Kevin Sullivan / Il Registro Orange County via AP)
17 agosto 2016. Keenbrook, California. Un violento incendio è scoppiato nel Passo Cajon vicino l’Interstate 15, l’arteria principale tra Los Angeles e Las Vegas. (Kevin Sullivan / Il Registro Orange County via AP)

18 agosto 2016. Srinagar, Kashmir. Soldati paramilitare indiani tornano verso il campo base dopo una lunga giornata di coprifuoco. Nei giorni scorsi un giovane insegnante è stato ucciso mentre era sotto la custodia dell'esercito indiano. Forti proteste contro il dominio indiano in Kashmir e violenti scontri con la polizia si sono verificati tutti i giorni da quando le truppe governative hanno ucciso uno dei leader dei ribelli quasi sei settimane fa. (AP / Dar Yasin)
Srinagar, Kashmir. Soldati paramilitare indiani tornano verso il campo base dopo una lunga giornata di coprifuoco. Nei giorni scorsi un giovane insegnante è stato ucciso mentre era sotto la custodia dell’esercito indiano. Forti proteste contro il dominio indiano in Kashmir e violenti scontri con la polizia si sono verificati tutti i giorni da quando le truppe governative hanno ucciso uno dei leader dei ribelli quasi sei settimane fa. (AP / Dar Yasin)

Poliziotti della guardia d'onore al servizio funebre per Eastman poliziotto Timothy Smith, Giovedi 18 Agosto 2016 a Eastman, Ga. Georgia Bureau of Investigation funzionari ha detto che Smith, 30 anni, stava rispondendo ad una chiamata di una persona sospetta con una pistola quando gli hanno sparato Sabato 13 agosto, a Eastman. Le autorità in seguito arrestati 24-year-old Deeds Royheem con l'accusa di omicidio. (Woody Marshall / Il Macon Telegraph via AP)
Eastman, Georgia. Poliziotti della guardia d’onore al funerale del poliziotto Timothy Smith. Funzionari del Georgia Bureau of Investigation hanno dichiarato che Smith, 30 anni, stava rispondendo ad una chiamata di una persona sospetta con una pistola quando gli hanno sparato. (Woody Marshall / Il Macon Telegraph via AP)

18 agosto 2016. Colonia, Germania. Un cosplayer durante il convegno di Gamescom, il più grande evento europeo dedicato ai videogiochi che si tiene ogni anno nel mese di agosto. (EPA / MARIUS BECKER)
18 agosto 2016. Colonia, Germania. Un cosplayer durante il convegno di Gamescom, il più grande evento europeo dedicato ai videogiochi che si tiene ogni anno nel mese di agosto. (EPA / Marius Becker)

 

Gallery a cura di Monica Di Brigida

Premier e prestigiatore. Caffè del 19 agosto 2016

La faccia del bambino Omram, “a metà coperta dal gesso delle macerie e a metà dal sangue, dice sulla guerra quello che nessuno riesce a raccontare con le parole”, scrive Dacia Maraini. Oggi quella faccia, che parla del martirio di Aleppo, è sulle prime pagine di tutti i giornali. Memento o sigillo per una rimozione? Staffa De Mistura, funzionario dell’Onu e persona per bene, ha sospeso gli aiuti alla città assediata. Cioè ha detto al mondo quello che già è nei fatti: la guerra tra i ribelli (ormai affidati ai gruppi terroristi islamici) e russo-siriani è talmente feroce che gli aiuti non arrivano in città da mesi. La Russia ha allora proposto una tregua di 48 ore. Proposto, non dichiarato. Vuole trattare, chiede che qualcuno fermi per due giorni anche i ribelli, teme di vedersi sfuggire la preda, gli islamisti semi accerchiati. Intanto l’aviazione di Assad ha bombardato un caposaldo curdo: è la prima volta, Ed è probabilmente un invito ai Russi perché imbarchino Erdogan (oltre all’Iran che fornisce milizie combattenti e da qualche giorno le basi da cui partono i bombardieri Tupolev) in una soluzione finale del conflitto. Soluzione che terrebbe fuori dai giochi le potenze occidentali, sconterebbe decine di migliaia di “ribelli” morti, per costruire condizioni vantaggiose da cui poi trattare una pace più duratura. Con i Sauditi e la mediazione di Israele?.
Del burkini, delle promesse di Renzi o del libro di Hollande? Di che parleranno nella trilaterale, che si terrà su una nave al largo di Ventotene, Angela, François e Matteo? Secondo Giannelli, ognuno guarderà da una parte diversa. Forse invece guarderanno alla medesima cosa: ai sondaggi, alla possibilità di ciascuno dei tre di confermarsi alla guida del proprio paese. Una stessa partita, dunque, ma che si gioca in tre campi contigui che sembrano non comunicanti, e cioè con gli elettori tedeschi con quelli francesi e con gli italiani. Proviamo a immaginare. In Germania si vota l’anno prossimo e la Merkel rischia poco a sinistra: la SPD non sembra in grado di presentare un candidato credibile alla cancelleria e neppure di sottrarsi a un eventuale nuovo governo di Grosse koalition. Il pericolo per lei viene dall’effetto dalla Brexit perché la Germania esporta tanto in Gran Bretagna. Il pericolo viene dall’immigrazione, perché l’apertura ai profughi siriani (e poi il patto con Erdogan per limitarne l’arrivo) le sta costando parecchio in termini di popolarità. Il pericolo viene dalla crisi, ormai evidente, della Europa a trazione tedesca. La cancelliera non è pronta per uno scenario b e dunque dovrà provare a tenere in piedi l’Unione com’è. Rigore in economia, prudenza su migranti e guerra.
Per Hollande la situazione è quasi disperata. Nel libro he ha dato alle stampe scarica parte della sua impopolarità sul suo primo ministro (Valls) che “non sa parlare ai francesi”. E annuncia che si candiderà per un secondo mandato (elezioni nel 2017) qualora ci fossero le condizioni di vincere. Che vuol dire, visto che i sondaggi lo danno terzo ed escluso nel ballottaggio per le presidenziali? Che Hollande è convinto che Sarkozy vincerà le primarie con Juppé e he si presenteranno al voto due destre spaventose, quella della Le Pen e di quella dell’ultimo Sarkozy. Questo spaventerà l’elettorato di sinistra e Hollande spera di poter convincere i Montebourg e i Melenchon a lasciargli il passo. Lo aiuterebbe ottenere un qualche successo contro terrorismo jihadista e Daesh. e forse lo aiuterebbe una vittoria di Trump l’8 novembre, per il terrore che diffonderebbe a sinistra. Alla fine penso che Hollande perderebbe lo stesso, ma passerebbe come il leader, sconfitto, di una Francia ragionevole.
E il nostro? Bonus e sgravi, Germania permettendo. Eh sì, credo che Matteo Renzi (con l’avallo di Padoan) stia preparando la finanziaria più fantasiosa della pur fantasiosa storia delle italiche promesse (non mantenute). Non solo i contratti per gli statali (8 miliardi), né la rassicurazione che l’Iva non aumenterà (15 miliardi per evitare che scattino le cause di salvataggio), ma anche un aumento dei bonus agli imprenditori e persino la riduzione dell’Irpef, imposta che tartassa i ceti intermedi. Scrive il Corriere: “ma la simulazione del governo lasciano pochi spazi alla trattativa con Bruxelles”. Nel 2017, infatti il deficit salire al 2,9% e e il debito al 134% del PIL. Che spazi avrà l’Europa di dire sì? Pochi, ma il nostro cavaliere coraggiosa non demorde. L’idea sarebbe quella di scrivere un castello di balle, farle approvare dal parlamento, vincere il referendum costituzionale e poi nel 2017 si vedrà. A Hollande e Merkel dirà: se cado io, a ruota cadrete anche voi, dunque lasciatemi fare. Fino a dicemnbre. In Italia avremo Renzi penitente, che non personalizza più, che sfida di meno e promette lunga vita alla legislatura, e candidature alla minoranza qualunque sia la legge elettorale con la quale nel 2018 andremo a votare.

Gino Strada: «Non esiste la guerra giusta»

«Essere definito un “utopista” per me è una benemerenza, non certo un’accusa. Ma in questo caso penso di essere un “realista”. Perché non c’è niente di più “realista” che battersi per abolire la guerra. E trovo davvero incredibile che l’assemblea generale delle Nazioni Unite in tutta la sua storia non abbia mai posto questo tema all’ordine del giorno». L’utopista-realista è l’uomo che ha recentemente ricevuto dal Parlamento svedese il “Right Livelihood Award” (Premio al corretto sostentamento), il Premio Nobel alternativo: Gino Strada, fondatore di Emergency. La motivazione del premio racchiude in sé il senso di un impegno che ha saputo unire nel tempo, valorizzando al massimo la “cultura del fare”, idealità e concretezza.Gino Strada è stato premiato «per la sua grande umanità e la sua capacità di offrire assistenza medica e chirurgica di eccellenza alle vittime della guerra e dell’ingiustizia, continuando a denunciare senza paura le cause della guerra». Ed è quello che il fondatore di Emergency fa anche nell’intervista esclusiva concessa a Left. Idealità, passione e concretezza. È il fecondo “impasto” che Gino Strada ha rivolto alla comunità internazionale, parlando davanti ai parlamentari svedesi in occasione della consegna del premio: «Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili. Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1.200 pazienti per scoprire che meno del 10 per cento erano presumibilmente militari. Il 90 per cento delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo il “nemico”?». «Chi paga il prezzo della guerra?».
Abolire la guerra. Per averlo affermato, anche in occasione del Nobel alternativo, è stato tacciato di essere un “utopista”.
Per me è un complimento, non un insulto. “Utopia” era abolire la schiavitù duecento anni fa, eppure è stata abolita. L’accusa di “utopia” è un’assoluta sciocchezza. L’utopia è qualcosa che non si è ancora verificata ma non è detto che non debba o possa realizzarsi. È il sale della vita, dà un senso all’impegno quotidiano, crea movimento, dà una ragione forte per passare dall’“io” al “noi”. Qualsiasi conquista che ha segnato il cammino dell’umanità, in ogni campo, a partire da quello scientifico era un’illusione, un’intuizione, fino al giorno prima di diventare realtà. Oggi non siamo ancora riusciti a debellare il cancro, ma questo non ci porta a sostenere l’inutilità della ricerca, degli investimenti in questo campo. E nessuno liquida la lotta contro il cancro come una “utopia” da abbandonare. Questo, per me, vale anche per la guerra, che è il cancro dell’umanità. La guerra, come il cancro, continua ancora a esistere, e dovrebbe essere un impegno condiviso, a tutti i livelli. Ognuno, per quel che può, deve cercare la soluzione, l’“antidoto” per debellarla. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, ma uccide il paziente. «Siamo l’unica specie animale che fa la guerra»: non è un’affermazione dei giorni nostri, a dirlo fu Erasmo da Rotterdam, che già 500 anni fa smontò il concetto di guerra “giusta”. In un mondo come quello di oggi, dove i conflitti si moltiplicano in continuazione e si espandono, dove le armi disponibili potrebbero distruggere il pianeta, è ragionevole o no porsi il problema di come se ne esce? Io credo che sia la cosa più ragionevole. Abolire la guerra è una prospettiva molto più ragionevole che continuare a far finta di niente e continuare con questa pratica devastante. Il fatto che bombe e armi abbiano segnato, marchiato a sangue, il nostro passato, non vuol dire che debbano essere parte obbligata del nostro futuro. La guerra non è iscritta nel destino dell’umanità!
Stabilito che non esistono guerre “giuste” nell’orizzonte concettuale di Gino Strada, esistono guerre “necessarie”? Combattere Hitler, il nazifascismo, è stata una guerra “necessaria”…
Vorrei essere io a porre una domanda: è finito Hitler, è finito Mussolini, sono finiti tanti altri dittatori, ma non lo spirito del nazismo, del fascismo. Emergency, nel suo piccolo, è testimone sul campo di guerre che erano spacciate come “giuste” o “necessarie”, e che hanno solo finito per accrescere l’oppressione, moltiplicare il dolore di popolazioni intere, depredare quei Paesi teatro di guerre delle loro ricchezze. Perché non va mai dimenticato che è la povera gente, il popolo, la grande vittima delle guerre. E allora, torno a chiedere: tutto questo, l’oppressione, la crudeltà, è sparito con Hitler e Mussolini? No, non è sparito. La Prima guerra mondiale, la “Grande guerra”, sarebbe dovuta essere la guerra per far finire tutte le guerre, come affermò il presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson. Ma le cose non sono andate così. Dopo la Grande guerra, nella maggior parte dei Paesi europei si insediarono dittature feroci. Poi, si è arrivati alla Seconda guerra mondiale, che è costata almeno 50 milioni di morti e che ha lasciato un’Europa in macerie, semi-distrutta. E dopo quella guerra, che tutti continuano a ritenere non solo necessaria ma indispensabile, cosa è successo? Si è aperta un’epoca di pace, di stabilità? No. In tutto il mondo ci sono stati oltre 170 conflitti, molti dei quali sono ancora in corso; conflitti che hanno provocato più di 25 milioni di morti. A cambiare sono state solo le definizioni di guerra, quelle sì. Tra questi neologismi c’è la guerra “umanitaria”: la bestemmia più grande che abbia mai sentito. Nella guerra non c’è nulla di “umanitario” ma tanto, tutto, “contro” l’umanità. Quanto ancora dobbiamo aspettare, quanti altri conflitti e morti dovremo contare, per capire che è quella cosa lì, la guerra, il vero mostro? Questa domanda è stata posta, sessant’anni fa, da alcuni dei più grandi cervelli che l’umanità abbia mai conosciuto. Mi riferisco a Bertrand Russell e ad Albert Einstein, e al loro Manifesto firmato dai più grandi scienziati al mondo. Da Percy Bridgman, Joseph Rotblat, Frédéric Joliot- Curie, Max Born, solo per citarne alcuni. Quel Manifesto poneva una domanda molto semplice: dobbiamo porre fine alla razza umana, oppure l’umanità deve rinunciare alla guerra? Quella domanda, sessant’anni dopo, attende ancora una risposta. E una risposta credibile non può non partire dalla constatazione che la situazione è diventata più critica e pericolosa ovunque. Gli stessi cittadini europei si sentono oggi più insicuri di quanto lo fossero anni fa. L’unica soluzione è discutere a livello internazionale di questo tema. Ripeto: devono discutere di questo alle Nazioni Unite. Devono stabilire che la guerra è come la schiavitù, e dobbiamo capire seriamente come liberarcene. Senza l’abolizione della pratica delle guerre questo pianeta non ha futuro.
E i “buoni propositi” professati dai sostenitori delle guerre “giuste”, “necessarie” “umanitarie”?
Le guerre, quelle degli Stati, come dei gruppi terroristi, si combattono con le armi, tra cui le mine anti uomo, prodotte anche da imprese italiane. L’80-90 per cento delle armi in circolazione sono prodotte e vendute dai cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gli stessi (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) che dovrebbero vigilare sulla pace e la sicurezza del mondo. Gli armaioli sono i pacificatori! Ciò spiega molto dei buoni propositi e del per- ché l’abolizione della guerra non ha trovato mai spazio di discussione all’Onu. Ma questo non deve far venir meno l’impegno di quanti, e siamo in tanti, credono che la guerra sia peggiore di tutti i mali che pretende di risolvere. L’alternativa è la rassegnazione, la resa, la complicità persino.
Ci sono oggi capi di Stato o di governo, soprattutto quelli che hanno maggiori responsabilità, i cosiddetti “Grandi della Terra”, all’altezza di questa sfida?
Non è questione di quale sia il livello dei leader. Mettiamoci dalla parte dei cittadini del pianeta. I capi di Stato o di governo vanno e vengono, sono le popolazioni che restano. Non possiamo pensare che a risolvere i problemi siano le stesse persone, i governi, i leader, che le guerre l’hanno volute. La prima cosa è capire, studiare, dibattere, creare movimento, su come espellere la violenza dalla storia dell’umanità. È una cosa difficile? Non lo so. Molte volte abbiamo sbagliato le previsioni, e quello che sembrava impossibile si è invece realizzato e viceversa. Certamente, se non si pone il problema non se ne uscirà mai. La guerra non significa altro che l’uccisione di civili, morte e distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra. Esserne consapevoli ci dà la spinta, l’energia, le motivazioni, gli argomenti per provare a realizzare questa “utopia”. Perché la guerra non si può “umanizzare”, si può solo abolire. Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolirla è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Se saremo in tanti a pensarlo questa “utopia” può essere realizzata.
Oggi c’è lo Stato islamico, è “giusta” e “necessaria” la guerra contro i terroristi?
La Storia si ripete, cambiano soltanto i nomi, non la logica che sottende al richiamo alla guerra “giusta” o “necessaria”. E tutti quelli che provano a eccepire sono dei pavidi, irresponsabili, se non fiancheggiatori dei mostri. Così è stato quindici anni fa, in Afghanistan, quando il “mostro” da combattere erano i talebani. Più di trenta Paesi hanno combattuto questa guerra “giusta” e “necessaria”, che ha ridotto a «danni collaterali» le migliaia di civili uccisi o feriti nel conflitto. Ora, però, che i talebani si stanno scontrando con le milizie dello Stato islamico, cosa diciamo? Quale storia raccontiamo alla popolazione afgana vittima di quindici anni di guerra “giusta” e “necessaria”? Scusateci, abbiamo sbagliato, i mostri di ieri sono gli alleati di oggi… La verità è che per essere perpetrata, la guerra ha bisogno di nuovi “mostri” da abbattere. Oggi è il turno dello Stato islamico, domani cambieranno nome e obiettivo. L’importante è proseguire su questa strada, con ogni mezzo e ad ogni prezzo. Tanto a pagarlo sono i più deboli e indifesi. Carne da cannone. Perché una cosa è incontestabile, l’ho verificata di persona, con Emergency, in tutti i teatri di guerra in cui siamo e continueremo a essere impegnati: alla fine a pagare il prezzo della guerra sono i civili. Le guerre sono sempre state dichiarate dai ricchi, dai potenti, e in molti hanno accresciuto il loro potere, ingrossato i loro conti in banca, grazie alle guerre. Sono le popolazioni civili a subirne le conseguenze. A combattere e a morire sono sempre i figli dei poveri. Quanti figli di primi ministri, di capi di Stato, di Ad delle grandi industrie degli armamenti sono andati e morti in guerra? La guerra è anche questo: la cosa più classista che l’uomo abbia prodotto. Anche per questo va debellata.

(Da Left n.48, 12 dicembre 2015)

Cosa ho visto in Siria. Numeri e testimonianze sulla guerra civile siriana

Ad aprile Declan Walsh, il corrispondente del New York Times dal Cairo, ha realizzato un reportage dalla Siria per mostrare quale fosse la situazione nel Paese dopo 5 anni di guerra civile. Il risultato è questo webdoc pubblicato sul sito del New York Times che vi riproponiamo qui.

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Da aprile 2016 la situazione è andata peggiorando. Molte città come Aleppo, dove la lotta fra le forze governative e i ribelli per il controllo del territorio si fa più dura, sono costantemente sottoposte ai bombardamenti aerei. Proprio Aleppo nel nord della Siria, è contesa fra l’esercito di Bashar al-Assad e le milizie ribelli e dal luglio 2016 è in stato d’assedio. A farne le spese moltissimi civili bloccati (soprattutto nelle aree sotto il controllo dei ribelli) senza possibilità di fuga e costantemente sottoposti ai bombardamenti delle forze aeree russe che recentemente hanno offerto un cessate il fuoco giornaliero di 3 ore, insufficiente per salvare le vittime degli attacchi aerei e per predisporre corridori umanitari che permettano ai civili di fuggire. Si parla di circa 250mila persone letteralmente intrappolate spesso senza la possibilità di ottenere aiuti umanitari sufficienti.

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Il numero di vittime

Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), un’organizzazione non governativa con sede a Londra, i morti nel conflitto siriano sarebbero stati 260.758 tra marzo 2011 e dicembre 2015, di questi circa un terzo è civile. Secondo dati forniti dalle Nazioni Unite dei quasi 200mila morti durante il conflitto fra marzo 2011 e fine aprile 2014, il 9.3% sono donne (contro l’83.8% di uomini) e almeno 8.803 sono minori di 18 anni.

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Rifugiati in fuga

Secondo i dati dell’UNHCR aggiornati all’agosto 2015, i rifugiati siriani espatriati sarebbero 4.088.078 (quasi quanto la popolazione dell’intera Irlanda), molti dei quali all’interno di Libano e Turchia. A questi si aggiungono inoltre circa 7,8 milioni di siriani sfollati all’interno del paese.

La testimonianza di Clarissa Ward, report di guerra al consiglio di sicurezza Onu

«Sono stata una corrispondente di guerra per 10 anni. Sono stata in Iraq, in Afghanistan, a Gaza. In qualsiasi terribile conflitto voi possiate ricordare. Non ho mai visto qualcosa come quello che sta accadendo ad Aleppo. In Aleppo non ci sono vincitori. […] La parola per descrivere tutto questo è “apocalittico” e ricordo quel senso di estenuazione, l’essere esausti per essere costretti a restare pietrificati dalla paura tutto il tempo»

Clarissa Ward

Vietate la coppola in spiaggia, così sconfiggiamo la mafia

L’eccellenza europea si è riunita in Gran Consiglio. Ovvio che d’agosto il Gran Consiglio si svolga principalmente sulle pagine dei maggiori quotidiani: troppa fatica viaggiare fino ai luoghi deputati quando basta un po’ di bullismo telefonico per meritarsi un quarto di pagina di qualche giornale a corto di notizie.

Ecco quindi che la Suprema Commissione per la Soluzione dei Problemi Inesistenti ha convocato una seduta straordinaria (che detta così fa quasi spavento ma in fondo si tratta di un paio di chiacchierate al massimo) per stabilire che sia giunta finalmente l’ora di sradicare i mali del mondo. I mali e tutte le loro rappresentazioni. O almeno le rappresentazioni.

Ecco quindi le decisioni principali:

  • saranno vietate le coppole in spiaggia. Nessun uomo può davvero apprezzare l’antiestetico berretto che si spiaccica sulla fronte come una pizza molliccia caduta dall’alto. Nessuno nemmeno può accettare il rischio di occlusione della vista da parte della coppola nel caso di improvvise trombe d’aria sulla spiaggia senza considerare che qualche coraggioso giornalista d’inchiesta che ha voluto sperimentare il pericoloso copricapo racconta di enormi difficoltà nelle movenze. Cominciamo dalle coppole per sconfiggere la mafia, ha dichiarato il superministro dell’ecologia indumentale. Tutti felici.
  • saranno vietati tutti i film senza nemmeno una scena di sesso esplicito. Gli intellettuali hanno stabilito che non rispetta la realtà occidentale un protagonista di film (o di romanzo) che non incorra almeno in un amplesso occasionale nel corso di una storia. È innaturale che uno sceneggiatore o drammaturgo rinunci all’eco di una bella trombata in piano sequenza. Basta con l’inutile pudicizia. Liberalizzare obbligatoriamente il sesso sarà il primo passo per sconfiggere l’invecchiamento della popolazione occidentale, ha dichiarato il superministro della proliferazione.
  • saranno vietate in spiaggia le pistole ad acqua. Il gran consiglio degli educatori ha deciso che è innaturale e grave che un bimbo si diverta schizzando acqua quando potrebbe tranquillamente dedicarsi alla pallacorda o all’unduetrestella. Vietare le pistole ad acqua è il primo passo per fermare i bombardamenti nel mondo hanno dichiarato i Paesi uniti per la pace del poter bombardare in pace.
  • sarà vietato, in spiaggia, cedere il posto sotto il proprio ombrellone. Hanno scientificamente provato che il più piccolo gesto di disponibilità in spiaggia rimbalza sulle coste libiche dando il via libera alle ondate di profughi in cerca di ristoro. Vietare la gentilezza in spiaggia è il primo passo per fermare l’immigrazione, ha dichiarato il superministro dei luoghi comuni.
  • i costumi: i costumi non potranno permettersi di avere strisce che cingano i fianchi per uno spessore maggiore ai quattro centimetri per le donne. Nessuna donna, ha deciso il gran consiglio degli uomini, può permettersi di permettersi di nascondere i fianchi. Stabilire delle misure standard di pelle scoperta è il primo passo per combattere la crisi di vendite e di share che a agosto attanaglia un po’ tutti.
  • in ultimo da domani sarà vietato alle donne in spiaggia di ricusare le avances dei bagnini. È ora che qui da noi si possa essere libere davvero: e davvero c’è qualcuno che crede che una donna vada in spiaggia senza la pretesa di essere preda dei maschi presenti? Non scherziamo. Su.

Buon venerdì.

C’erano l’italiano, il francese e la tedesca…

epa05394908 German Chancellor Angela Merkel (C) alongside French President Francois Hollande (R) and Italian Prime Minister Matteo Renzi (L) after a press conference, after meetings in the wake of Britain's referendum vote to leave the EU, in Berlin, Germany, 27 June 2016. EPA/WOLFGANG KUMM

Il richiamo retorico dell’incontro organizzato da Matteo Renzi con la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese François Hollande a Ventotene («si torna a Ventotene per ripartire con l’Europa dei valori, della cultura», ha detto il premier italiano il mese scorso, aggiungendo che «il compito dell’Europa è quello di rendere più bello il mondo») forse suonerebbe stantio persino ad Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Nell’isola in cui erano confinati dal fascismo, i due intellettuali liberalsocialisti sognarono un’Europa molto diversa da quella attuale: mentre era in corso la guerra più sanguinosa tra le potenze del Vecchio Continente, con Italia e Germania guidate da dittatori imperialisti e sanguinari, Rossi e Spinelli individuarono nello Stato nazionale l’origine delle disgrazie dell’Europa. Solo uno Stato sovranazionale, sul modello degli Stati Uniti d’America, avrebbe potuto eliminare il rischio di nuovi conflitti, stabilendo una kantiana pace perpetua nel Continente, il progresso sociale e persino, scrivevano, il socialismo liberale e non marxista di cui erano seguaci.
Settant’anni di pace l’abbiamo conosciuti, una conquista straordinaria considerata la storia europea, sopravvissuta persino alla fine dell’equilibrio armato Usa-Urss, ma sul piano del progresso sociale l’Europa ha significato, soprattutto negli ultimi 8 anni, più passi indietro che in avanti. E di socialismo, ovviamente, nemmeno l’ombra.
Probabilmente non poteva che andare così, se guardiamo alle tappe del processo di integrazione, tutte dominate dall’economia: la Comunità del carbone e dell’Acciaio, quella dell’energia atomica, poi il mercato unico, la Cee, e infine l’euro. Persino la famigerata “Costituzione europea”, bocciata da diversi referendum e poi trasformatasi nel trattato di Lisbona, era in realtà un trattato volto principalmente a togliere agli Stati il potere di legiferare in materia economica. In questo lungo cammino di unione politica si è visto molto poco, o per meglio dire si è vista pochissima democrazia. Il Parlamento europeo, unica istituzione “federale” elettiva, è rimasto privo di veri poteri. Gli Stati hanno ceduto così sovranità a un ente sui generis, un po’ federazione, un po’ confederazione, un po’ semplice somma di accordi intergovernativi. Una cessione di potere che però non si è accompagnata a una cessione di responsabilità, cioè a un bilancio federale. Il risultato è che l’Unione è divenuta un ente sovrannazionale, dominato dal Paese più influente, che detta regole e prende decisioni che poi devono essere applicate dai singoli Stati. I governi hanno potuto così in larga parte liberarsi del peso dei propri stessi parlamenti, mettendoli di fronte a fatti compiuti e decisioni di fatto irrevocabili. “Ce lo chiede l’Europa” è diventata così la scusa più utilizzata dai governanti di qualsiasi colore per ridurre i diritti dei lavoratori e tagliare lo stato sociale, applicando il programma neoliberista dell’Unione su cui in verità nessuno ha mai votato. Non stupisce che i cittadini abbiano perso fiducia e ogni volta che qualche Paese ha deciso di sottoporre una decisione europea ai propri cittadini se l’è vista bocciare. La tappa più importante e deleteria di questo processo è stata, senza alcun dubbio, la moneta unica. Attraverso la cessione della sovranità monetaria gli Stati si sono legati da soli. E così, paradossalmente, quell’unione monetaria nata dall’esigenza francese di togliere alla Germania l’egemonia sulla politica monetaria europea attraverso il marco, è diventata uno degli strumenti in mano alla stessa Germania (con la complicità un po’ di tutti, va detto) per tenere al guinzaglio i riottosi, come accaduto nella vicenda greca. Che non venga in mente a nessuno di ribellarsi, altrimenti basta togliere liquidità alle banche per piegare anche il governo meno incline all’ubbidienza al credo delle “riforme strutturali”.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 20 agosto

 

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Fuori dagli schemi per un’Europa dei popoli

Le letture sui “ribelli di oggi” che vi abbiamo proposto a Ferragosto raccontano della necessità di uscire dagli schemi per provare a uscire dall’impasse. Se guardiamo – come facciamo in questo numero – alla nostra Europa, questa necessità diventa urgenza. Intanto perché, lo rivela un rapporto redatto da un organismo di valutazione indipendente del Fondo monetario internazionale, gli schemi su cui si basano le politiche monetarie europee sono truccati, al punto che nel chiuso delle loro stanze Fmi, Bce e Commissione hanno deciso di sacrificare i destini di un Paese – la Grecia – e dei suoi cittadini, pur di salvare le “loro” banche e la moneta unica. Quest’ultima, ha ribadito di recente il Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, porta con sé «un errore di fondo»: l’euro è nato senza che si pensassero, al contempo, istituzioni in grado di farlo funzionare.

Ma Stiglitz ci racconta una ragione ancor più importante della crisi: «La struttura della zona euro, le sue regole e regolamenti, non sono stati progettati per promuovere la crescita, l’occupazione e la stabilità». E così se certi interventi hanno consentito agli Stati Uniti, ad esempio, di riportare l’occupazione nei ranghi fisiologici, in Europa questo non è accaduto e non potrà accadere perché le istituzioni che dovrebbero farlo non ne hanno la potestà. Nell’Eurozona – e in particolare in Germania – la “fede incrollabile nei mercati” consente solo di procedere per piccoli aggiustamenti lungo la strada dell’austerity. Per giunta continuando a dare la colpa alle vittime, ai Paesi forse già deboli ma di certo colpiti a morte dalle loro politiche. Una rivittimizzazione che ricorda le condotte di certi regimi sudamericani.

Per questo vi accompagniamo noi a Ventotene, prima che le trombe della propaganda giunte al seguito di Renzi, Merkel e Hollande spaccino per “nuova” la loro idea di Europa dopo averle dato una mano di vernice. Se si vogliono scongiurare le mille possibili “exit” in agguato dopo quella britannica, servono schemi nuovi, priorità diverse. A una politica assente e rappresentativa di interessi particolari dobbiamo opporre – e ce ne sono i presupposti – una politica inclusiva, accogliente, in grado di valorizzare le differenze riducendo le disuguaglianze, di innovare pensiero e azione tenendo sempre al centro le persone. Perché, ad esempio, non “osare” decidendo di abbandonare le fonti fossili e puntare tutto su efficienza, sharing economy e sull’energia pulita, diffusa e distribuita grazie a reti intelligenti altamente tecnologiche? Questa è innovazione, è pensiero diverso, come lo sarebbe la sperimentazione di una diversa regolamentazione dell’orario di lavoro: se l’automazione espelle la manodopera, perché non cogliere l’opportunità e promuovere la qualità della vita riducendo il numero di ore lavorate?

Diverso deve essere anche il pensiero per garantire l’accoglienza dei migranti in arrivo sulle nostre coste. Partono perché le loro terre sono depredate o martoriate da guerre anche nostre (è dall’Europa che si esportano le armi destinate ai Paesi orientali e alla Siria, per un business di un miliardo di euro in quattro anni). E quando arrivano possono rappresentare un’opportunità sotto molti aspetti: in Germania, per fermarci ai possibili vantaggi economici, la Bartelsmann foundation ha censito 1,3 milioni di posti di lavoro nati nel solo 2014 grazie a persone di origini straniere. Lavoro procurato, altro che rubato.

Ecco perché, se si incide sulla forbice tra ricchissimi e poverissimi, questa e altre ipotesi di innovazione sono ancora percorribili. Certo, se questi traguardi non sono ancora stati raggiunti è sintomo che l’Europa ha perso la sua spinta propulsiva. Eppure l’Europa, intesa non come Unione europea ma come Stati Uniti in divenire, rappresentava l’avanguardia possibile, il traino per la conquista di nuovi diritti, il termine di paragone che sull’ambiente, sull’integrazione, sul welfare e su tanto altro ci costringeva ad essere migliori. Oggi il quadro è cambiato radicalmente. E la speranza resta aggrappata a una ritrovata centralità della politica. Se continuiamo a delegare a tecnici e commissari, o a metterci nelle mani di mercati e mercanti, si trasformerà in un incubo il sogno di Ventotene. «In quel luogo nacqui una seconda volta» ebbe a dire Spinelli prima di dar vita, nel confronto con altri, al Manifesto clandestino. Ecco, se come individui e come comunità politica fondiamo, insieme, la nostra rinascita su “nuovi mezzi e nuovi fini”, rinascerà l’Europa dei popoli.

Questo editoriale lo trovi su Left in edicola dal 20 agosto

 

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Aylan e Omran. I due volti bambini dell’orrore in Siria

Non una parola. Non un suono. La scena è impressionante, a fare da sfondo rumori di spari, bombe, guerra. Un uomo tiene in braccio un bambino che ha appena estratto dalle macerie dopo un bombardamento. Siamo ad Aleppo in Siria e qui, scene del genere sono all’ordine del giorno. Il bambino rimane aggrappato al suo soccorritore come se fosse una cosa, senza emettere un gemito, un pianto o un lamento. Completamente in stato di shock viene posato su un sedile arancione all’interno di un’ambulanza, qualcuno gli scatta una foto lui nulla. Fermo, immobile. Poi un gesto, avvicina la mano al viso ferito e si tocca l’occhio, ritira la mano, la guarda: sangue. Il suo volto si riempie di terrore e disgusto. Guarda quella mano come se fosse una cosa estranea, non sua, la allontana dal viso e cerca di pulirsi dall’orrore sfregando il palmo contro il sedile arancione. Poi, di nuovo immobile. In silenzio.
Lui, il bambino dell’ambulanza si chiama Omran Daqneesh, ha 5 anni ed è sopravvissuto a due attacchi aerei russi su Aleppo mercoledì.

Attenzione: il video contiene immagini forti che potrebbero urtare la vostra sensibilità.

Sono questi i 37 secondi del video diffuso dall’Aleppo Media Center il 17 agosto a seguito di uno degli attacchi aerei che quotidianamente sconvolgono la città.
Secondo il reporter Mahmoud Raslan, presente al momento del salvataggio di Omran, e autore di uno scatto diventato velocemente virale sul web, il bambino è stato trasferito in un ospedale denominato “M10”, il bombardamento del quale è stato vittima ha colpito il quartiere di Qaterji (nelle mani dei ribelli siriani) dove Omran abitava in un appartamento con la sua famiglia, composta oltre che dal padre e dalla madre anche da una sorella di 11 anni e altri due fratellini di 6 e un anno. Nonstante la ferita alla testa le condizioni di Omran, come quelle dei suoi parenti, sono stabili e non sono stati rilevati danni al cervello.
L’orrore generato dal vedere Omran ferito e in stato di shock su quella sedia arancione ricorda quello provato da un altro scatto che ha impressionato il mondo e portato all’attenzione mediatica l’emergenza rifugiati: quello di Aylan Kurdi, il piccolo siriano morto sulle coste della Turchia mentre tentava di arrivare in Europa assieme alla famiglia proprio per fuggire da quella stessa guerra che ha colpito Omran.
Due volti del conflitto siriano, quelli di Alain e Omran, che non possono lasciare indifferenti e che chiedono soluzioni. A partire da un cessate il fuoco e dalla predisposizioni di corridoi umanitari che permettano ai civili rimasti intrappolati ad Aleppo di fuggire.