Il 23 luglio l’Orto botanico Pietro Castelli di Messina ospita, dalle 19,30 alle 22,30, “Movimenti in comune”: tre ore di confronto e dibattito sul municipalismo inteso come “grande salto” dei movimenti verso l’impegno anche istituzionale. E sono gli enti locali, in particolare le città, i luoghi in cui questi salti approdano, prendendo vita e forma. L’evento promosso da Cambiamo Messina dal basso e supportato da European alternatives, vuole mettere intorno a un tavolo esperienze con radici, percorsi e rappresentanze diverse, ma con una base comune: la costruzione di piattaforme cittadine innovative oltre i partiti tradizionali che, pur non prive di contraddizioni hanno aperto nuovi spazi di cambiamento che hanno al centro processi partecipativi. Autonomia, dunque, dei movimenti e delle stesse istituzioni, dai vincoli amministrativi e dalle politiche di austerità imposte dai governi nazionali e dell’Unione europea. Così in Spagna con i progetti giunti e condotti nelle Madrid della sindaca Manuela Carmena e nella Barcelona di Ada Colau, A Coruña e Saragoza. Così anche in Italia: dalla Napoli di Luigi De Magistris alla Cinquefrondi (Rc) di Michele Conia, dalla Messina di Renato Accorinti alla Marghera di Gianfranco Bettin. In queste municipalità, la cosiddetta “cittadinanza attiva” è riuscita a trasformare l’iniziativa dal basso in esperienze di governo. E così anche a Birmingham e Bristol nel Regno Unito, in Germania con il governo del Land Turingia, a Grenoble, nei governi regionali dell’Attica e delle Isole Ionie in Grecia, oltre alle polacche Wadowice e Slupsk.
Alla chiamata di “Cambiamo Messina dal basso” hanno risposto, tra gli altri, Marea Atlántica dal Comune di A Coruña, Barcelona en Comú dalla capitale catalana, Coalizione Civica di Bologna, l’Asilo di Napoli, la comunità e confraternite Elleniche in Italia; e ancora i sindaci di Messina Renato Accorinti, Michele Conia di Cinquefrondi (Rc), Giuseppe Cannistrà di Monforte San Giorgio (Me). E intellettuali del territorio come il professor Tonino Perna e il sociologo Pier Paolo Zampieri. Quali potenzialità e quali limiti ha il municipalismo? Left raccoglierà riflessioni, racconti e spunti di una complessità che, nel solco del municipalismo, tenta un nuovo modo di fare politica, attraverso processi collettivi che hanno sì dimensioni locali ma ambizioni e programmi universali.
L’America è al collasso, il numero degli omicidi è in aumento, i nostri poliziotti in pericoli e torme di terroristi si aggirano per le nostre città. La colpa è di Obama e con Hillary Clinton tutto rimarrà uguale.
«Né io né nessuno in questa sala ha mai visto o conosciuto un’America più pericolosa. Questo presidente ha abbandonato le inner cities americane». Il discorso apocalittico di accettazione della nomination da parte di Donald Trump è privo di ricette precise per come risolvere la situazione catastrofica che lo stesso candidato repubblicano dipinge. La ricetta è una e una sola: «Io e solo io posso rimettere le cose a posto, far tornare l’America grande». Perché? Perché vi amo, conosco il sistema come nessun altro e solo io sono in gradi di cambiarlo e aggiustarlo, perché sono la vostra voce e perché non firmerò mai e poi mai un accordo commerciale sbagliato.
Trump scommete sulla paura generate in questi giorni dalla morte dei poliziotti a Dallas e Baton Rouge e dalle proteste degli afroamericani, come all’inizio e durante la sua campagna per le primarie ha scommesso sulla paura degli immigrati e del terrorismo. L’America deve chiudersi in se stessa, venire a patti con dittatori e personaggi scomodi, lasciare che gli alleati della Nato se la cavino da soli e gettare nel cesso i trattati commerciali che hanno portato le fabriche in Cina e Messico. Il programma è questo. Più, naturalmente, un taglio delle tasse per i più ricchi accompagnato da tagli alla spesa equivalenti. Il campione di scacchi Kasparov, fuggito negli Usa dalla Russia di Putin, twitta: «Ho ascoltato questo discorso molte volte, non suona bene nemmeno in russo».
I’ve heard this sort of speech a lot in the last 15 years and trust me, it doesn’t sound any better in Russian.
Ecco, se c’è uno specifico nel programma di Trump è quello su spesa e tasse. Per il resto non sappiamo nulla. Se non che l’America che dipinge non è il faro sulla collina pieno di speranza descritto da Ronald Reagan, convinto di essere migliore dell’Impero del male sovietico e, quindi, destinato a vincere. Il reaganismo è morto con Trump e il movimento isolazionista, conservatore che lo sostiene. A tornare è la versione precedente del conservatorismo Usa, quello di Nixon e degli anni in cui, la maggioranza silenziosa, spaventata dai movimenti di protesta, dalle Pantere nere, dalla rivoluzione sessuale, delusa e depressa dal Vietnam, in fuga dalle città troppo violente e in preda a un’epidemia di droga scelsero di voltare le spalle al progressismo degli anni ’60. Come scrive Megan McCain, figlia del senatore candidato del 2008, «Il partito di cui ero parte è morto»
Cosa altro è il suo «La prima cosa che farò è riportare sicurezza: costruiremo un muro alla frontiera per fermare gli immigrati, le gangs e la loro violenza e il fiume di droga che si riversa sulle nostre comunità», se non un vecchio disco fascistoide proveniente da un’altra era geologica? Che infatti è piaciuto molto all’ex Gran capo del Ku Klux Klan David Duke (che si potrebbe candidare alla Camera)
Great Trump Speech, America First! Stop Wars! Defeat the Corrupt elites! Protect our Borders!, Fair Trade! Couldn’t have said it better!
Oggi gli Usa non sono in preda a una crisi simile, ma assistono come tutto il resto del mondo a trasformazioni epocali, che ne ridimensionano il potere assoluto avuto dal 1989 al 2001 – e perso anche grazie alle catastrofiche avventure dell’ultimo presidente repubblicano in Iraq e Afghanistan. E, a differenza per dire dell’Europa, hanno risposto al cambiamento reagendo piuttosto bene. Certo, negli anni di Obama la Cina non è scomparsa e neppure la minaccia del terrorismo. Ma non è aumentato il crimine, i flussi migratori si sono ridimensionati e i posti di lavoro aumentati.
Ma numeri e realtà non sono il forte di Donald Trump, che promette Legge&Ordine, e dipinge Hilary Clinton come la marionetta dei poteri forti che come Segretario di Stato ha lasciato un’eredità di «Morte, distruzione, morte e debolezza» e tutti i media e le corporation sono con lei perché vuole lasciare le cose come stanno.
Trump ha fatto un discorso per i suoi. Del resto in una intervista rilasciata al New York Times ha detto: «Quel che rimane da questa convention è l’aver constatato che piaccio alla gente». È vero, c’è un pezzo d’America bianca, non giovane e spaventata dal cambiamento che adora il miliardario newyorchese, le sue parole forti, le sua sparate. Ma per il resto l’America del 2016 non sembra un Paese terrorizzato e in reda a una crisi epocale tale da affidarsi a uno sceriffo platinato come Trump. Se c’è una parte del discorso che il candidato repubblicano fa che potrebbe funzionare con l’elettorato moderato è proprio quella per cui Clinton non cambierà le cose mente lui, il non politico che conosce il business, è pronto a trasformare l’America e farla tornare grande. L’outsider tutto promesse e niente piani definiti contro il sistema immobile è l’unica chiave possibile per TheDonald. Se riuscirà a convincere gli americani saranno dolori per tutti. Hillary avrà bisogno, per fermarlo, dell’entusiasmo della sinistra e i suoi lo hanno capito. Lo slogan del mattino, della campagna Clinton è: l’unico ostacolo tra Trump e la Casa Bianca siamo tutti noi.
Un francese tiene in amno una copia del Nice-Matin il quotidiano principale a Nizza 15 luglio 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Non si è trattato di una radicalizzazione lampo né dell’atto di un lupo solitario. Stando alle parole del procuratore della Repubblica di Parigi, Francois Molins, la sera del 14 luglio Mohamed Lahouaiej Bouhlel ha messo in moto il tir che ha ucciso 84 persone sulle Promenade des Anglais, a Nizza, dopo aver progettato l’attentato per mesi e con la complicità di cinque persone.
Boulhel aveva conservato un articolo sul captagon, la “droga dei jihadisti”, e sul suo telefono c’erano alcune riprese dei fuochi d’artificio del 14 luglio 2015, con frequenti «zoomate sulla folla» ha specificato Molins. Il procuratore ha evidenziato che mancano riscontri sui legami dell’attentatore con l’Isis ma ha confermato che per portare a termine il suo disegno Bouhlel è stato «sostenuto nella preparazione e nell’attuazione» da altre persone. E come per il franco-tunisino di 31 anni, anche nel caso dei presunti complici, tutti attualmente in stato di fermo e accusati di associazione per delinquere con finalità terroristica, si tratta di persone finora sconosciute ai servizi segreti a all’antiterrorismo.
Tre di loro – un franco-tunisino di 21 anni nato a Nizza; un tunisino di 37 anni nato a Sousse e un franco-tunisino 40enne nato anche in Tunisia – sono accusati di complicità diretta nella strage con finalità di terrorismo. I messaggi ritrovati sui loro cellulari e su quello di Bouhlel suggeriscono che sapevano del progetto stragistra. Una coppia di albanesi, invece, è accusata di aver fornito la calibro 7.65 con cui l’attentatore ha sparato. Ma l’arma gli sarebbe stata consegnata da uno dei tre franco-tunisini, il 21enne Ramzie Arefa.
Alle 17 del 14 luglio Boulhel ha inviato un messaggio vocale a uno dei sospettati in cui faceva riferimento a un’azione da compiere «il mese prossimo», mentre in altri messaggio e in particolare in un sms inviato alle 22,27, poco prima dell’attacco, in un scriveva: “Volevo dirti che la pistola mi hai portato ieri è molto buona”, chiedendo di procurarne altre, a quanto pare per un attacco successivo. Ma sui dettagli di questa eventualità, ha detto il procuratore, sono in corso ulteriori indagini.
Dall’analisi del telefono dell’attentatore è emerso il ruolo di un altro dei presunti compici, Mohamed Walid G. (1.278 telefonate tra i due lo scorso anno), con cui Boulhel il 10 gennaio 2015 aveva condiviso via sms la soddisfazione per la strage di Charlie Hebdo: “Io non sono Charlie … Sono contento, hanno portato i soldati di Allah per finire il lavoro”. Ritrovate anche foto dei due scattate l’11 e il 13 luglio a bordo del camion utilizzato nell’attacco. E il procuratore di Parigi ha dichiarato che dopo il massacro Walid ha fatto riprese con il suo smartphone sulla Promenade del Anglais.
L’altro presunto complice, Choukri Chafroud, lo scorso aprile ha condiviso su facebook con l’autore materiale della strage un massaggio in cui si parlava di “caricare un camion con 2.000 tonnellate di ferro” e “tagliare i freni”. Due giorni prima dell’attacco, invece, i due erano a bordo del camion sulla Promenade del Anglais. Proprio Choukri, che non ha precedenti penali, fino allo scorso anno lavorava come bracciante e operaio edile in provincia di Bari, a Gravina di Puglia, tornandoci anche poche settimane prima dell’attentato e mantenendo contatti costanti con cittadini albanesi e tunisini residenti in Italia. Le procure di Roma e di Bari si sono subito attivate e sono state perquisite sia la sua vecchia abitazione sia quella in cui è stato ospite durante il suo recente soggiorno in Puglia.
I gendarmi innalzati a Presidenti e poi buttati giù, quando più che inservibili erano diventati testimoni scomodi. Generali con un ego ipertrofico, e fame di denaro oltre che di potere, che cercano legittimità non dal libero pronunciamento dei popoli (che è ben altra cosa dal rito falsato di elezioni taroccate) ma dalle avide cancellerie occidentalio dalle munifiche petromonarchie del Golfo. Benvenuti a “Risiko Tremila”: dove al posto dei carri armati ci sono le figure di “Faraoni”, “Califfi”, “Sultani”, “Rais” che dalla polvere finiscono sull’altare e dall’altare precipitano in galera o sulla forca o con una pallottola in testa. Cambiano le carte ma non i mazzieri. Che sono sempre gli stessi. I mazzieri che decidono chi sale e chi scende ad Ankara, come al Cairo, a Tripoli come in Mali, e l’elenco potrebbe proseguire a lungo, hanno sedi reperibili, stanze ovattate dalle quali muovono le pedine di questo “Risiko Tremila”: la Casa Bianca, l’Eliseo, Downing Street…
Se esistesse una sorta di “album Panini” dei dittatori inventati tali e poi abbattuti, le pagine dovrebbero essere davvero tante per contenere figurine e storie che hanno marchiato, e insanguinato, decenni di storia. Pensiamo solo a Saddam Hussein, a Hosni Mubarak, a Muammar Gheddafi, ed oggi a Bashar al-Assad, a Recep Tayyp Erdogan, ad Abdel Fattah al-Sisi. Ognuno, naturalmente, ha caratteristiche peculiari, legate al particolare momento storico-politico in cui hanno operato, e alla specificità dei Paesi che hanno scalato, e spesso ridotto a un cumulo di macerie o a stati di polizia dove la tortura è la normalità e l’eliminazione di ogni oppositore – sia esso un politico, un blogger laico, un attivista dei diritti umani, un giornalista indipendente – è il modus operandi per perpetuare il proprio dominio.
Storie diverse, dicevamo, ma, a ben vedere c’è un filo nero che le unisce: nessuno di costoro sarebbe diventato un dittatore-presidente se non avesse avuto il sostegno, politico e militare, dell’Occidente “libero e democratico”. Niente, davvero niente, delle discese ardite e delle risalite di dittatori nel grande Medio Oriente, si è determinato al di fuori o contro le determinazioni delle grandi potenze neocoloniali. L’investitura, e l’archiviazione spesso violenta, di “Sultani”, “Colonnelli”, Rais e “Califfi”, è parte del neocolonialismo occidentale che non ha mai smesso di funzionare, rimodulando, ma neppure tanto, gli strumenti dell’agire ma non i fini. Che restano gli stessi di sempre: usare dittatori senza scrupoli spacciandoli per il “male minore”, come “argini al terrorismo”, ma la cui funzione era e resta quella di garantire gli interessi economici e le mire geopolitiche dei “soliti noti”. In nome della guerra al terrorismo, vero o presunto, tutto si giustifica: stati d’emergenza di durata trentennale, minoranze asfaltate (e non è una metafora ma la tragica realtà, come ben sanno i curdi sottoposti alla cura-Erdogan), oppositori che spariscono nelle prigioni del regime per essere ritrovati, neanche tutti, cadaveri segnati da torture bestiali (Giulio Regeni docet).
Ricordo ancora un passaggio di una conversazione avuta alcuni anni fa con il premio Nobel per la pace egiziano Mohammed El Baradei. Anche allora – si era nel vivo di una difficile transizione sfiorita nella controrivoluzione militare di al-Sisi – l’Egitto era alle prese con la minaccia terroristica, specie nel Sinai.«Ma la lotta al terrorismo – ebbe a rimarcare El Baradei – non giustifica la riduzione degli spazi, già angusti, di democrazia, non legittima il ricorso alla legge marziale. La sicurezza non può essere il pretesto per conculcare le libertà di un popolo. Il vero antidoto agli estremismi è la democrazia». E aggiunse: «Giustizia sociale e stato di diritto sono le due facce della stessa battaglia di libertà».Per aver pensato, detto e praticato, queste convinzioni, Mohammed El Baradei è costretto da anni a vivere in esilio a Vienna…
Il mondo sta franando sotto i nostri piedi, l’equilibrio che, bene o male, aveva garantito 70 anni di pace e di libertà forse si sta rompendo. Ma facciamo fatica ad accorgercene. Mi viene in mente il titolo a tutta pagina del Corriere della Sera quel 28 giugno del 1914: “Il passaggio agli articoli sui provvedimenti tributari approvato alla Camera”. Quel giorno a Sarajevo un serbo bosniaco di 19 anni, Gavrilo Princip, avrebbe ucciso Francesco Ferdinando, arciduca d’Austria. Fu il pretesto per scatenare la Grande guerra, peraltro preparata da una lunga crisi degli Imperi e da accordi più o meno segreti tra le potenze europee. Eppure la nostra attenzione era concentrata, un secolo fa, sul “passaggio agli articoli” della legge tributaria, come oggi può esserlo sul compromesso tra Italicum e Mattarellum proposto dal senatore Fornaro.
Il primo sintomo della rottura dell’equilibrio è nella contrapposizione tra masse ed élite. Basta gridare contro politici, alti magistrati, banchieri e giornalisti per strappare l’applauso. Un popolo di cittadini, probi e meno probi, ritiene che la corruzione e la cura dei propri interessi a scapito di quelli collettivi sia la caratteristica peculiare di chiunque stia “in alto”. Naturalmente, gravissime sono le colpe delle élite. Perché esse si mostrano sempre più autoreferenziali. Perché si trasformano in vestali di un pensiero unico che non contempla alternative e ridicolizza ogni idea (o aspirazione) di cambiare l’ordine delle cose. Perché parte di tali élite grida più forte del popolo arrabbiato e sbandiera assurde ricette, razziste e nazionaliste.
Il secondo sintomo presenta una tendenziale rottura tra globalizzazione delle merci e mondializzazione di diritti e libertà. La pubblicità prima, poi la fabbrica dei sogni (il cinema), la televisione e infine internet, presentavano i due termini – libera circolazione di merci e capitali, crescita dei diritti e delle libertà – come indissolubili. Ora invece l’anti mondializzazione islamica, il disagio mentale estremo che trova comode isole nei social network, il timore di perdere il proprio status sociale e la paura di essere circondati da un mondo più povero e ostile, tutto ciò sembra suggerire che sia meglio rinunciare a qualche dirittio e a talune libertà. La stessa democrazia appare un lusso e ormai ci si chiede come difendere Londra e Bruxelles dal voto propolare pro Brexit, l’America da una possibile vittoria di Trump e la Turchia dal suo presidente democraticamente eletto.
In più stanno crollando le alleanze strategiche e militari che avevano garantito 70 anni du pace nel recinto dell’Occidente. Qui i fatti di Turchia appaiono nela loro gravità. Prima Erdogan ha provato a usare l’Isis per mettere le mani sulla Siria e regolare il problema curdo, a costo di sfidare gli Stati Uniti e di rischiare uno scontro militare con la Russia. Ora accusa gli americani di voler comandare in Turchia usando Gülen e i militari golpisti, ora corre da Putin e ricatta l’Europa con i migranti. Ma la Turchia ha il secondo esercito dell’alleanza atlantica, sono in Turchia le basi che permettono agli Usa di vigilare sul Siraq, mentre i rapporti Nato-Russia sono tesi per via del confronto in Ucraina e delle sanzioni economiche. La Nato entra nella crisi.
Una politica alternativa potrebbe e dovrebbe pretendere il rispetto dei diritti e delle libertà in tutto il mondo, anche da parte di chi è stato democraticamente eletto. Dovrebbe offrire un negoziato serio a Mosca e Teheran per eliminare Daesh, mettere in riga Ankara e Riad, favorire la nascita di una federazione curda multinazionale tra Iraq, Siria e Turchia. Dovrebbe!
Attacchiamoci alle buone notizie, per un giorno, per qualche ora. È quel che fanno -e si capisce- Corriere e Repubblica. “Unioni, cade lìultima barriera. Le prime entro agosto”, dice Repubblica. Lo ha deciso il Condiglio di Stato. In più aggirando il rischio della “obiezione di coscienza”: il sindaco che non volesse celebrare le unioni civili, dovrebbe nominare un delegato. Il consiglio stato ha anche dato torto alla regione Lombardia del presidente Maroni: non potrà più far pagare le coppie che ricorrano alla fecondazione eterologa. “Banche, l’apertura di Draghi”, invece titola il Corriere. Il presidente della BCE ha detto “sì a un paracadute pubblico in casi eccezionali”. Sembra un invito piuttosto esplicito a non ostacolare il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena. Draghi chiede però all’Italia di “sciogliere il nodo delle sofferenze”, cioè di trovare un modo per far pagare i debitori, anche i vecchi non solo chi contrare ora il prestito. In modo che le banche possano piazzare sul mercato i loro crediti deteriorati non proprio a prezzi stracciati Qui Federico Fubini obietta: “limitare l’impatto dei pignoramento rapidi ai soli casi futuri per il governo (italiano) è stata una scelta politica: si privilegiano i debitori esistenti sui loro creditori. Deve aver contato qualcosa il fatto che fra i debitori ci sono molti più elettori che tra i creditori”.
Trump: mi prenderò l’America, è invece il titolo della Stampa. Scrive Maurizio Molinari: «Borders», «laws» e «land»: i termini che più ricorrono nel linguaggio del popolo di Donald J. Trump sono «confini», «leggi» e «terra» perché descrivono le priorità di un’America che tende a chiudersi rispetto al mondo in ebollizione al fine di dare sicurezza ad un ceto medio indebolito”. Si spiegherebbero così le battute sulla Nato, Putin ed Erdogan. “Non interverrei in via automatica in difesa dei paesi baltici, se la Russia li attaccasse”. (Se vogliono il nostro aiuto militare, che paghino.) “Penso che io e Putin andremo d’accordo”. “Non farò pressioni contro le epurazioni di avversari politici e contro le restrizioni di libertà in Turchia o in altri paesi autoritari”. “La scommessa di Trump – conclude Molinari- è sulla creazione di barriere capaci di assicurare al- l’America una sorta di dorato isolamento, consentendo al ceto medio bianco flagellato dall’impoverimento di risollevare consumi e tenore di vita.È una scommessa politica che tende a far coincidere isolazionismo e promesse di benessere per i più poveri con il risultato di «strappare il tema della giustizia sociale ai democratici». Ho scritto più volte che Barak Obama ha avuto il ruolo di “esecutore testamentario” della ex superpotenza, correggendo gli errori più clamorosi, abituando gli americani a non considerarsi più i padroni-regolatori del mondo. Qui siamo molto oltre: isolazionismo e illusione di poter restare ricchi, anzi di poter diventare più ricchi, chiudendosi e rinunciando a imporre la mondializzazione dei commerci e della finanza. Gli crederà una maggioranza di americani? Molti capiscono che le sue sono balle infiocchettate, ma non trovano in Hillary un’alternativa. Referendum, basta barbarie, ha detto Pietro Grasso e il Fatto gli ha dedicato il titolo di testa. Attacco a Matteo Renzi (e alla nervosissima Boschi alla quale è scappato che con i No crescerebbe il rischio terrorismo) e invito a non esagerare rivolto anche al No. “il referendum non è mica il giudizio universale. Dopo la vita continua”. Certo, ha ragione il presidente del Senato. Bisognerebbe aggiungere in che modo si pensi che la vita continuerà dopo. Battuto Renzi, secondo me si aprirebbe la strada per vere riforme, più semplici e d efficaci, senza la pretese di modificare ben 47 articoli della costituzione, si favorirebbe un ritorno della politica, e sarebbe persino possibile cercare un confronto in Parlamento tra Pd, Movimento 5 Stelle e destra, non per governare, ma per decidere poche regole comuni che evitino l’imbarbarimento attuale. Francamente non vedo possibilità positive che non passino per una sconfitta della politica che il premier ha imposto al parlamento e al paese. Intanto segnalo che Massimo Franco, Corriere, interpreta la sortita di Grasso come una difesa del bicameralismo. Folli, Repubblica, chiede invece a Renzi di fare lui la mossa del cavallo i cambiando la legge elettorale, gettando alle ortiche l’Italicum (premio di maggioranza che rende il candidato prevalente al ballottaggio padrone della legislatura per 5 anni9, in favore del doppio turno alla francese (al ballottaggio la scelta del deputato da eleggere si riduce ai primi due o tre) o del Mattarellum (turno unico, vince uno solo, più una quota da redistribuire (in proporzioni da vedere) tra vincitori e vinti). Sono ballon d’essai. Vedremo.
Ma cosa altro deve succedere perché l’Italia abbia un sussulto in politica estera che non sia la firma paciosa di Renzi che brancola in qualche lingua semicomprensibile? Abbiamo avuto un timido vagito nel caso di Giulio Regeni (effimero, uno starnuto) e poi per il resto l’Italia è una Paese che ha limitato la politica estera all’imbarazzante elemosina di uno sguardo fugace dall’Europa.
Mentre la Turchia annega nella melma di Erdogan e del colpo di Stato più utile del West qui ormai sembra che la difesa dei diritti sia stata definitivamente appaltata a associazioni, Ong e qualche lurido buonista. Il governo? Il governo no, il governo, questo governo, ha scambiato la politica per l’annuncio, la dichiarazione per l’unica azione possibile per non disturbare gli equilibri esistenti: probabilmente dalle parti del Consiglio dei Ministri considerano il nostro ambasciatore ad Ankara il menù fisso per fingere cortesia.
Ma esattamente cosa deve succedere ancora per richiamare il nostro ambasciatore in Turchia? Erdogan deve fucilare gli oppositori gli scomodi in pubblica piazza? Deve uccidere per sbaglio uno studente italiano scambiandolo per un golpista?
IItalian cruise liner Costa Concordia on its final voyage in the Ligurian Sea in front of Genoa's port, Italy, 27 July 2014. The Costa Concordia is on its way to Genoa, where dismantling operations are predicted to last two years. The cruise liner was made floating again on 14 July, 30 months after the cruise ship hit a reef and partly capsized off the island of Giglio on 13 January 2012 after being steered too close to the shore, seeing thirty-two of the 4,229 people onboard killed. ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Lo scorso maggio i mezzi navali Micoperi 30 e la Osv Remas attraccavano a Giglio Porto. La missione dei due equipaggi era portare a Punta Gabbianara sommozzatori e mezzi specializzati, in modo da avviare l’ultima delicatissima fase di bonifica del sito in cui si è inchinatala Concordia e riportare i fondali allo stato precedente, come richiesto dalla normativa ambientale. A spese di Costa, o meglio delle sue assicurazioni. I tecnici della Micoperi Spa, l’azienda ravennate eccellenza italiana che raccoglie commesse in tutto il mondo, erano pronti. Con l’ausilio di un macchinario denominato “sorbona” avrebbero aspirato gli ultimi detriti e i sedimenti presenti là dove l’enorme nave da crociera si era incagliata il 13 gennaio 2012, la notte del disastro in cui persero la vita 32 persone.
Per completare il lavoro iniziato a gennaio 2015, l’azienda che si è aggiudicata la gara per ripulire il fondale potrebbe però aver causato un danno “collaterale” di dimensioni significative all’ecosistema. Sarebbe l’ennesimo schiaffo per il piccolo centro dalla grande vocazione ecologica e da sempre meta di turismo internazionale. A Cala Cupa, una delle aree sottomarine di maggior pregio di tutto l’Arcipelago Toscano, tra le gorgonie e i coralli c’è un cavo di acciaio di 10 centimetri di spessore. E appoggia proprio sulle rocce dove cresce il “falso corallo nero” (il cui nome scientifico è Gerardia savaglia), tutelato dalla direttiva Habitat del ’92 e dalla Convenzione di Barcelona per la protezione del Mar Mediterraneo. È una specie rara, che si sviluppa nel coralligeno, oggetto di studi da parte dell’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e presente in alcune aree marine protette.
Davanti a Cala Cupa, a nord di Giglio Porto, il delicato ecosistema dei fondali è messo a rischio dal cavo di ormeggio di una nave impegnata nella bonifica di Punta Gabbianara. Il cavo posato dalla nave Micoperi 30, del diametro di 10 centimetri, striscia sulla roccia, come risulta evidente dalla foto subacquea inviata a Left dal diver Gianni Vettore, che per primo ha lanciato l’allarme.
Come chiarisce l’Agenzia per la protezione ambientale della Toscana (Arpat) in una relazione di poco successiva al naufragio, il punto in cui si è verificato l’incidente rappresenta una zona estremamente vulnerabile, con fondali “caratterizzati da specie ad elevato interesse ecologico e biologico”, quali il coralligeno e la Poseidonia oceanica. Il cavo di acciaio che sta sollevando grandi preoccupazioni tra gli addetti ai lavori ha lo scopo di ormeggiare la Micoperi 30, un “pontone” impegnato nelle operazioni di pulizia del fondale di Punta Gabbianara. «Quel cavo non dovrebbe essere lì» dice a Left Gianni Vettore, titolare dell’International diving, che da più di 10 anni si occupa di immersioni nell’isola. A fine maggio si è imbattuto per caso in questo “danno collaterale”. «Così lo hanno chiamato quando ho sollevato il problema. Il responsabile della Micoperi (Davide Barizza, ndr) aveva detto che avrebbero fatto qualcosa, ma finora è rimasto tutto come prima. Anziché appoggiare il cavo sulla roccia, avrebbero dovuto sollevarlo e farlo passare in corrispondenza all’area di Cala Cupa senza “incocciare” sulla roccia 30 metri sotto la superfice. Invece adesso ha già iniziato a strappare il coralligeno. È una zona importantissima, tutelata dalle norme dell’Unione Europea. Trovo assurdo che dopo che ho sollevato il caso alle varie autorità non si sia mosso nulla, se non ventilare l’ipotesi di chiudere l’area». Il rischio è che, area chiusa o meno, il danno aumenti di giorno di giorno. Secondo i sommozzatori che vivono sull’isola, la colonia di coralligeno che ricopre l’area ha impiegato almeno 10-12 anni a svilupparsi nel tratto di mare di Cala Cupa. Se venisse estirpata o strappata in parte per un errore o un calcolo sbagliato, sarebbe una perdita quasi certamente irreversibile. Nonostante i numerosi tentativi di conoscere la loro posizione sulla questione, Ispra e Cibm (il Centro interuniversitario di Biologia marina ed ecologia applicata che, su mandato di Costa, invia i report quindicinali sullo stato di avanzamento del cantiere all’Osservatorio di monitoraggio) non hanno fornito un parere sul paventato rischio ambientale causato dall’ormeggio della Micoperi 30 a Cala Cupa.
Il sindaco del Giglio, Sergio Ortelli, ci consiglia di parlare con i membri dell’Osservatorio di monitoraggio (Arpat e Ispra, in primis). «Non è la prima volta che la Micoperi 30 arriva nell’isola» aggiunge, «l’avrà autorizzata la Capitaneria». La Capitaneria però non ha rilasciato dichiarazioni in merito. Dal canto suo, la presidente dell’Osservatorio di monitoraggio, Maria Sargentini, assicura la massima attenzione sulla questione e spiega che «esistono due ordini di problemi: il primo riguarda la sicurezza delle attività di diving, il secondo è di carattere ambientale». Sargentini conferma che «la Capitaneria sta provvedendo a chiudere l’area ai sub» per garantirne la sicurezza e sul fronte ambientale conferma che il rischio causato dal cavo di ormeggio che striscia sulla roccia è stato segnalato all’Osservatorio il 23 giugno. Ma aggiunge: «Micoperi ha circostanziato l’impossibilità tecnica di porre misure di rimedio come lo spostamento dell’ormeggio in un altro sito. Al momento insomma non ci sono alternative. Il massimo rischio sul coralligeno è dato dall’eventualità che il cavo possa andare in bando (cioè non sia completamente teso, ndr). Le indicazioni che abbiamo dato sono proprio di evitare che questo succeda, tenendo il cavo sollevato in modo che non strofini sulla roccia dove è presente il coralligeno». Per quanto il personale della Micoperi 30 si impegni a tenere teso il cavo, però, «il problema è che la riuscita di questo rimedio dipende dalle correnti» riprende la presidente dell’Osservatorio, garantendo che sarà rimosso appena termineranno le operazioni di pulizia in quell’area.
Resta solo da vigilare e sperare che intanto non si verifichino eventi inattesi. Un altro danno ai fondali sarebbe la conferma di un’impressione ricorrente per molti abitanti del Giglio: che il fantasma della Concordia non si sia ancora allontanato dall’isola. Certo, sulla terraferma i problemi più sentiti non sono quelli strettamente ambientali, ma quelli economici. «L’anno scorso c’è stata una piccola ripresa, segno che la crisi sta finendo» racconta Aldo Baffigi, titolare di un altro diving, «ma quest’anno, almeno per ora, la stagione turistica non è decollata. Rispetto ai primi tempi dopo il naufragio le cose vanno meglio, all’inizio noi di Campese abbiamo sofferto di più. Nel 2012, l’estate dopo l’incidente, una comitiva di turisti ha disdetto in massa, nonostante la nave fosse dall’altra parte dell’isola». A Giglio Porto, come testimoniato dalle migliaia di fotografie scattate dai turisti “mordi e fuggi” e diffuse sui social media, almeno si andava a vedere il relitto della nave. La località di Giglio Campese invece era meta del turismo affezionato e di chi voleva davvero visitare l’isola. «La comunità del Giglio non ha mai sofferto come in questi quattro anni», commenta il sindaco Ortelli. «Il turismo fidelizzato ha cambiato aria, spaventato dalle ipotetiche conseguenze dell’incidente, mentre paradossalmente il nostro mare in questi anni è stato il più monitorato ed è risultato il più pulito. Adesso che la fase critica sembra superata, ci vorranno almeno altri quattro anni per ricostruire il rapporto con il “nostro” turismo».
Sono passati due anni dalla partenza della Costa dall’isola (salpata da Giglio Porto alla volta di Genova il 23 luglio 2014) e 4 anni e mezzo dal terribile 13 gennaio 2012. Si sperava di poter voltare pagina prima dell’estate, ma il cantiere ha accumulato ritardi tecnici e la data inizialmente prevista per la sua conclusione (marzo 2016) è già passata. «Vorremmo andare avanti» riprende il sindaco, «ma sopportiamo questa condizione con spirito di responsabilità. Anche perché i tecnici stanno lavorando per restituirci il fondale nelle condizioni migliori. Magari non saranno quelle precedenti al naufragio, ma prima o poi la natura farà il resto».
La presidente Sargentini ammette che Micoperi è in ritardo, ma sembra rassegnata al dato di fatto, per via dei problemi tecnici di questi mesi. «La conclusione era prevista per marzo. Ora la stanno spostando a fine anno. Era prevedibile che una cosa del genere potesse succedere», è il suo commento. «Speravo che questa fase diciamo “invasiva” si chiudesse il prima possibile, magari entro giugno, però il lavoro fatto finora è stato molto accurato, sia da parte della Micoperi che da parte del Consorzio Cibm di Livorno, che tra l’altro ha presentato un progetto per il reinsediamento della Poseidonia che mi sembra vada nella giusta direzione».
Quest’estate, come le precedenti, sarà quindi segnata dalla presenza di cantiere, tecnici e sommozzatori al lavoro per la bonifica. La fase appena iniziata riguarda la rimozione dei sedimenti dal fondale: materiali di vario tipo, come il calcestruzzo fuoriuscito dai grout bags (i materassi di cemento su cui è stata adagiata la Concordia prima di raddrizzarla) e le polveri di granito che derivano dalla perforazione del fondale causata dall’incagliamento e dalle operazioni di raddrizzamento. Il timore è che la data di conclusione lavori continui ad allontanarsi e che il ripristino definitivo dei fondali tanto amati dai sub di mezzo mondo resti per altri anni soltanto una chimera.
«Veniteci a prendere». La pagina Facebook della RFS, Le forze rivoluzionarie della Siria hanno pensato di utilizzare il fenomeno PokemonGo per far parlare di Siria. Con una serie di scatti postati sulla pagina Facebook del gruppo si ricorda la sorte dei bambini di Idlib (o almeno la pagina sostiene che le foto siano state scattate i quella città), che ritatti con un disegno di Pokemon in mano, scrivono appunto, veniteci a cercare. In questi giorni è in corso l’offensiva contro Manbij, un bastione dell’isis e l’Unicef stima che nell’area siano intrappolati 35mila bambini. Nelle ultime settimane sono state uccise decine di bambini nella zona, a circa 150 chilometri da Idlib.
A usare PokemonGo è stato anche Saif Aldeen Tahhan, che ha postato immagini “ambientate” nel gioco collegate a immagini di oggetti che in questi anni abbiamo tristemente imparato a collegare ai rifugiati siriani. «Il mondo parla molto di questo gioco, mi sono detto, perché non usarlo per mostrare il nostro dolore?», Ha detto Tahhan ad Al Arabiya.
epa05431676 A man walks in front of the Russian Olympic Committee headquarters and Russian Athletics Federation office in Moscow, Russia, 19 July 2016. A World Anti-Doping Agency (Wada) Executive Committee meeting was held in Toronto, Canada on 18 July 2016 to discuss the McLaren Investigation Report which stated Russia operated a state-sponsored doping programme for four years across the 'vast majority' of summer and winter Olympic sports. EPA/YURI KOCHETKOV
Sarebbe stata la sua quarta partecipazione alle Olimpiadi e lei, Elena Gadžievna Isinbaeva, voleva assolutamente vincere il suo terzo oro olimpico. La campionessa russa di salto con l’asta, la prima donna a varcare il muro dei 5 metri sulla scia del mitico Bubka, figura anche lei tra i 68 atleti dello squadrone di atletica leggera della federazione russa, costretti a rimanere a casa. Il Tribunale arbitrale dello sport (Tas) di Losanna oggi ha respinto il ricorso presentato dagli atleti dopo la sospensione della federazione russa dell’atetica leggera decisa dalla Iaaf (Federazione internazionale dell’atletica leggera) dopo il primo rapporto dell’agenzia mondiale antidoping Wada il 13 novembre scorso. La sentenza del Tas è chiara: se c’è una federazione sospesa gli atleti «non sono eleggibili per le competizioni sotto egida Iaaf». La sentenza del tribunale svizzero conferma quindi la decisione della federazione mondiale. A questo punto la palla passa al Comitato olimpico che deve decidere a giorni se escludere l’intero squadrone russo e non solo i campioni dell’atletica.
A Rio quindi, per il momento, andranno soltanto due atlete russe, che potranno partecipare o come indipendenti o sotto la bandiera russa. Si tratta di Yulia Stepanova, una ottocentista squalificata in precedenza per doping e che ha collaborato con la giustizia sportiva contribuendo a far emergere il bubbone dello sport russo “dopato”. L’altra è Darya Klishina, atleta di salto in lungo, che dall’autunno 2013 si allena e vive in Florida negli Stati Uniti.
Elena Isinbaeva, ai Campionati del mondo del 2013 – Ansa (Photo by Takashi Okui)
«È il funerale dell’atletica» ha detto Isinbaeva, dopo il verdetto del Tas. Le gare dell’atletica leggera senza i forti atleti russi in effetti possono sembrare impoverite, perché da sempre i campioni di Mosca hanno vivacizzato con la loro presenza tante edizioni delle olimpiadi. Ma d’altra parte i report della commissione indipendente che ha agito per conto di Wada non lasciano adito a dubbi. Oltre cento pagine di dati che hanno portato il coordinatore dell’indagine, il docente di diritto sportivo canadese Richard McLaren a invitare il Cio a escludere dalle gare l’intera squadra russa, non solo quella dell’atletica leggera. Sono 508 episodi di positività falsificata su 312 atleti in 30 discipline con molti casi che coinvolgono anche atleti paraolimpici. Il racconto del “doping di Stato” – perché i servizi segreti hanno coperto i casi di atleti dopati – è dettagliato: dalle fiale di urine sostituite attraverso fori attraverso un muro, al micidiale cocktail “Duchessa” costituito da tre steroidi, ingerito e subito dopo sputato.
Il ministro dello Sport russo chiamato in causa in prima persona, Vitaly Mutko, non ha risparmiato accuse indirizzate ai vertici della giustizia sportiva internazionale. «Purtroppo, è stato stabilito un precedente importante con la responsabilità collettiva. La federazione mondiale di atletica leggera è completamente corrotta, tutto è cominciato con loro, le persone nominate nel primo rapporto della commissione indipendente continuano a lavorare», ha detto promettendo di riflettere sulle prossime mosse anche se la conclusione è una sola: «Una decisione politicizzata e senza fondamento giuridico». Che il doping di Stato nasconda un fermento politico non ci sono dubbi. E d’altra parte per Putin in questo momento storico – con la crisi della Turchia e il Medio oriente ancora funestato dall’Isis – l’esclusione della Russia alle Olimpiadi rappresenta anche una sconfitta politica. Vedremo se ad agire in futuro sarà solo la giustizia sportiva oppure se a dettare le sue regole sarà anche la diplomazia delle segrete stanze.