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La sinistra che resiste dopo il Brexit

Le sinistre di Gran Bretagna e Spagna sono alle prese con le scosse di assestamento del terremoto politico provocato nei due Paesi, dalla Brexit nel primo e dalle elezioni politiche nel secondo. Entrambi gli appuntamenti hanno avuto esiti imprevisti (vittoria dei “No” all’Europa, conferma del Partito popolare al governo). Messi a dura prova sono il Labour party con la leadership di Jeremy Corbyn e il Partito socialista (Psoe) guidato da Pedro Sánchez. In terra iberica è in sofferenza anche la nuova sinistra di Unidos Podemos, che puntava sulla propria partecipazione al governo in tempi stretti.

La radiografia del dibattito in corso è utile per capire problemi e questioni su cui sembra essersi arenato da tempo il dibattito e il rinnovamento delle sinistre europee. In Gran Bretagna, dove è in corso la lotta per la successione della premiership tra i conservatori, la Brexit ha messo in ginocchio pure il Labour. Mentre David Cameron è rimasto schiacciato dal risultato del referendum avendo sostenuto un timido “Sì” contro l’orientamento di gran parte del suo partito, la posizione di Corbyn è apparsa ancora più flebile: pur facendo intuire nella campagna elettorale gli effetti negativi dell’uscita dall’Europa, il segretario laburista non ha avuto la determinazione di schierare il proprio partito su una posizione europeista. Ora i deputati che lo hanno sfiduciato a grande maggioranza gli rimproverano di non essersi differenziato a sufficienza dai Tories e di aver gestito il Labour su una linea inconcludente.

Chi conosce la storia dei laburisti a proposito di Europa sa però come diffidenza e ostilità verso il progetto comunitario siano radicate nella sinistra britannica. Non era facile per Corbyn imprimere una svolta. Perfino Tony Blair, che ha governato dal 1997 al 2007, non si è mai caratterizzato per il suo europeismo. Anzi, con il senno di poi colpisce che anche la sinistra moderata di casa nostra abbia negli anni Novanta santificato la politica neoliberale e di riscoperta del “centro” facendo del blairismo il punto di riferimento della propria bussola ma dimenticando l’handicap di Blair: non poteva essere leader della sinistra europea chi aveva uno scarso tasso di europeismo nella propria cultura politica.

Corbyn per ora non ha intenzione di mollare. Prova a resistere alle critiche e all’onda d’urto dei blariani – Blair ha annunciato che vuole tornare a occuparsi delle vicende di orientamento del Labour – che ne criticano la politica eccessivamente di sinistra sui temi internazionali, dei diritti, dell’ecologia e del lavoro. Corbyn può contare su quanti lo hanno portato al vertice (i sindacati innanzitutto) chiedendo il radicale rinnovamento della strategia del partito e sulla galassia della sinistra interna (per tradizione e organizzazione peculiare del Labour hanno diritto di cittadinanza trotzkisti, femministe, ecologisti e spezzoni di sinistra radicale). Sarà Corbyn a condurre i laburisti alla prova elettorale contro il successore di Cameron? Troppo presto per dirlo. Occorrerà un congresso per decidere il da farsi su immigrazione, politiche economiche, relazioni da ridefinire con Bruxelles, problemi internazionali su cui pesa l’eccessiva subalternità alla politica statunitense che il “No” all’Europa potrebbe accentuare.

L’analisi di Aldo Garzia continua su Left in edicola dal 9 luglio

 

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Quando il calcio non è razzista. La storia dell’Afro Napoli United

«Napoli è una Palermo all’ennesima potenza. Sono entrambe città di mare, hanno avuto la stessa dominazione per circa 800 anni e, ancora oggi, hanno problemi molto simili. Ma, mentre nel 1992, dopo le stragi di mafia, nella mia Palermo qualcosa è cambiato, Napoli è rimasta immutata. Anche architettonicamente è rimasta sempre molto “spagnola”, priva di boulevard, ricca di vicoli stretti e di storie di strada che in qualche modo potremmo definire dickensiane». A raccontare così il capoluogo partenopeo è Pierfrancesco Li Donni, giovane regista siciliano di Loro di Napoli, docufilm che racconta la storia epica dell’Afro Napoli United, una squadra di calcio composta da italiani, migranti e immigrati di seconda generazione, uniti da due cose: l’essere napoletani doc (tutti nessuno escluso) e la voglia di vincere. Il film, che ha già riscosso successi in Italia e all’estero, ora approda alla Festa del Cinema del Reale a Specchia, in provincia di Lecce.
Come hai scoperto l’Afro Napoli United e perché hai deciso di girarci un film?
Tutto è iniziato circa tre anni fa, stavo prendendo il treno per andare proprio a Specchia alla Festa del Cinema del Reale, dove il 20 luglio verrà presentato Loro di Napoli. Avevo comprato un giornale e lì, fra le pagine, è avvenuto il mio primo incontro con l’Afro Napoli United. Mi è subito sembrata una storia interessante per raccontare da un lato l’integrazione inarrestabile e dall’altro le lentezze burocratiche dell’Italia. A fare da sfondo c’erano poi il calcio e Napoli – e io volevo assolutamente fare un film a Napoli! – due elementi che mi avrebbero aiutato ad arrivare a un pubblico più ampio di quello che in genere guarda i documentari.
Come hai convinto la squadra e i dirigenti a diventare i protagonisti di Loro di Napoli?
Ho cercato il presidente dell’Afro Napoli, Antonio Gargiulo, che si è mostrato subito entusiasta del progetto. Qualche tempo dopo sono andato a conoscere la squadra. Storie come quelle erano perfette per descrivere un’Italia di cui si parla poco, ma che esiste. Adam, per esempio, è originario della Costa d’Avorio, è nero e parla perfettamente napoletano, è quasi “uno shock uditivo”. Sembra straniero e invece è napoletano sotto ogni punto di vista, usa il dialetto e ha la stessa gestualità caratteristica di ogni altro di lì. È il simbolo di un’integrazione compiuta in un sistema sociale incompiuto.
È stato difficile filmare i ragazzi così da vicino?
Entrare nelle loro vite fino a riprenderli, oltre che sul campo di calcio, anche a casa loro, perfino in bagno di fronte allo specchio…
All’inizio avevo paura di essere sovrastato da questi ragazzi, per cui mi sono affidato molto ad Antonio, per creare un rapporto con l’ambiente piantavo loro direttamente la telecamera in faccia. Era come se fossi un “iperprofessionista professionale”, non davo confidenza. È stato proprio Adam il primo ad attaccare bottone e così alla fine ho iniziato a filmarlo a casa sua, anche di fronte allo specchio, mentre si lavava i denti o si pettinava. La cosa straordinaria è che tutto avveniva in modo estremamente naturale. Le cose accadevano, bastava semplicemente filmarle. Erano i protagonisti a recitare la loro stessa vita, un po’ come faceva un certo cinema neorealista.
Tra gli antagonisti c’è sicuramente il razzismo.
La tematica razziale viene affrontata semplicemente mostrando la vita di queste persone. Adam è il primo a non pensare al fatto di avere la pelle nera. Mi ha raccontato di aver vissuto per un periodo della sua vita a Torino, lì gli altri ragazzi lo prendevano in giro… non tanto perché era africano quanto per il suo spiccato accento napoletano. Questo film è fatto anche per il popolo della Lega, per dire: “Guardate come sono le cose realmente senza fare retorica!”. Secondo me esistono due tipi di razzismo: c’è quello degli insulti e quello dello stereotipo buonista, dei “poverini” e del “come vivono”. Il film li scardina entrambi. L’Afro Napoli non è una squadra di rifugiati, non è un’operazione di solidarietà fine a se stessa, è una squadra nata per vincere. E rappresenta alla perfezione la ricchezza del melting pot napoletano, dove, con tutte le difficoltà che ci sono, il migrante è l’ultimo dei problemi.

Questo articolo lo trovi su Left in edicola dal 9 luglio

 

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Black Panther, Caffè

Micah Xavier Johnson, saluta con il pugno chiuso, soldato in Afganistan e cecchino nero di poliziotti bianchi a Dallas. Non è l’erede del Black Panther Party for Self-Defence, che nacque mezzo secolo fa e di cui tutti seppero nel 1968, quando Tommie Smith e John Carlos vinsero a Città del Messico la gara dei 200 metri e, immobili sul podio, alzarono al cielo il pugno ricoperto da un guanto. Semmai l’erede, inconsapevole, delle Pantere Nere è Diamond Reynolds, la donna che accende il telefono connesso a Facebook e per 8 minuti mostra in diretta la morte del boyfriend, Philando Castile :You told him to get his ID, sir, his driver licence. Oh my god, please don’t tell me he’s dead… he’s just went like that… “Tu gli hai detto di prendere i documenti e il libretto di circolazione, signore. Dio mio, non dirmi che è morto, in questo modo!”. L’autodifesa della gente nera, dall’incubo dell’odio razziale che riaffiora con la crisi e inghiotte la gente bianca in divisa, è uno smartphone. È la rete che diffonde immagini e testimonianze. È la freddezza di Daimond, con la figlia seduta dietro.
Micah invece è il sintomo. Somiglia a Omar, l’uccisore di gay a Orlando, somiglia ad Amedeo, l’ultrà che a Fermo ha ucciso Emmanuel scampato a Boko Haram, somiglia a Nibras Islam, il ragazzo di “buona famiglia” che a Dacca si è trasformato in torturatore di italiani. Costoro trovano al mercato le ragioni per odiare, si trasformano in protagonisti dell’odio, lasciano dolore in terra ma per un giorno vengono assunti nel cielo della mondializzazione mediatizzata. Quello che sta accadendo in America è terribile e ci dice tutto della condizione che viviamo. Mezzo secolo dopo il 66 del Black Panther, ora c’è una borghesia nera negli USA, che alle primarie democratiche ha votato per il candidato dell’establishment, Hillary Clinton. E c’è un presidente nero. Ma la crisi ha scovato un fossato incolmabile: «L’operaio della General Motors 15 anni fa era classe media -dice De Benedetti al Corriere- tecnologia e e globalizzazione l’hanno espulso dal posto di lavoro, ridotto a cameriere da Starbucks o a fattorino per Amazon”. “Nel 2002 -porsegue- lo 0,01% degli americani più ricchi guadagnavano a testa 700 mila dollari; oggi guadagnano 21 milioni”. Ma la crisi finanziaria, un’enorme nuvola di crediti non esigibili, “aleggia sopra di noi e determina scossoni finanziari e minacce di tuoni e fulmini”, ancora De Bendetti. Nasce “la ribellione contro le elites”. Aggiungo: la delegittimazione delle elites (e la paura di essere rimasti senza guida) fa emergere dall’inconscio dell’umanità incubi spaventosi: il razzismo e il nazionale socialismo, il ritorno al medioevo dell’islam wahhabita, l’omofobia, il femminicidio, la paura atavica mista a disprezzo per il nero, dei poliziotti bianchi in un paese governato da un nero.
Sarà Renzi il Fassino d’Italia? Questa domanda, posta nella (stra)citata intervista di De Benedetti, corre ormai di bocca in bocca tra imprenditori, banchieri, e politici. In un sistema tripolare “al ballottaggio i secondi e i terzi arrivati si alleano contro il primo. Non è politica; è aritmetica”. 113 deputati del Pd su 181 sentiti dal Corriere vogliono cambiare l’Italicum”. Le elites vogliono che quella legge sia cambiata e subordinano al cambiamento un loro Sì alle, pur sgangherate, riforme costituzionali. Lo aveva annunciato Scalfari, lo ripete De Benedetti. Ma cambiarla sarebbe segno evidente di debolezza: mostrerebbe la paura che ormai domina a Palazzo Chigi. Ottenere il Sì dopo una tale fellonia sarebbe assai difficile (come abbiamo visto il “popolino” tende a non votare come le elites). Ecco che si parla di rinvio, di spacchettare i quesiti, di togliere al referendum ogni alea che ne faccia un giudizio pro o contro Renzi. Sapete che vi dico? A Palazzo Chigi non c’è più Matteo. È tornato quello che Draghi definì “pilota automatico”. E ci resterà. A meno che non si voti. A meno che Renzi non preferisca la bella morte piuttosto che ridursi a un fantasma. Da rottamatore a premier imbalsamato.

La tragedia infinita dei bambini di Kobane

Piangevano, un anno fa, Alifn, Ixlas, Xebat, Rustem, Muhemed, giovani orfani della guerra siriana. Piccoli costretti dal conflitto a crescere troppo in fretta. Cinque delle centinaia di bambini che nei 6 mesi dell’assedio del Daesh a Kobane (luglio 2014-gennaio 2015) avevano perso i genitori. L’attacco degli uomini in nero dell’autoproclamato Califfo alla città siriana lungo il confine con la Turchia, diventata simbolo della resistenza, della libertà e dell’autodeterminazione dei curdi contro il sedicente Stato Islamico, si era lasciato dietro una scia di sangue, dolore e devastazione: oltre 2.000 morti, quasi mezzo milione di sfollati e un cumulo di macerie. Sangue che ha ripreso a scorrere in questi giorni, proprio quando in città si festeggiava l’anniversario della liberazione.

Nel villaggio di Shuyukh, nelle campagne a sud-ovest di Kobane, la notte del 29 giugno – e qui la cronaca lascia il posto a una vicenda personale – è morta una bambina che assieme alla mia compagna avevamo adottato a distanza. «Un certo numero di militanti del Daesh stavano cercando di infiltrarsi nel villaggio, quando sono scoppiati gli scontri», conferma al telefono Habun Osman, funzionario delle Ypg (Unità di autodifesa del popolo curdo). I combattimenti hanno interessato diverse abitazioni tra cui quella in cui viveva Fatima (nome di fantasia). la piccola di 9 anni, colpita assieme al nonno da una pallottola vagante. Domenica 26 giugno anche l’esercito turco ha bombardato l’area, in particolare i villaggi curdi di Boban, Koreli, Zilara e Ashme, sempre nelle campagne attorno Kobane.

Nell’attacco si conterebbero anche vittime civili. Nell’ultimo mese, i militari di Ankara hanno compiuto oltre 20 attacchi contro le posizioni curde nel nord della Siria. Si tratta proprio dei villaggi del Cantone di Kobane in cui al momento vivono gli orfani della città, accuditi spesso da parenti sopravvissuti alla guerra, nonni anziani o semplici vicini, in abitazioni dove sono ospitate tutte insieme anche 2-3 famiglie. Costretti ad abbandonare le loro case cittadine distrutte, si sono dovuti trasferire nei villaggi circostanti del Cantone, soffrendo di problemi di grande povertà e sradicamento. Si tratta di piccoli che hanno visto con i propri occhi un loro caro venire ucciso o che si sono salvati tra le braccia della madre che cadeva vittima di una pallottola.

Alcuni ancora non capiscono il significato della morte e continuano ad aspettare il loro padre, mentre altri portano sempre dietro, abbracciandola, la foto del loro genitore scomparso. Questi ormai 5 anni di guerra civile in Siria, stanno producendo effetti devastanti sui bambini, riducendo la loro capacità di resistenza. «La vita dei bambini siriani è stata distrutta dalla brutalità della guerra», si legge nel rapporto pubblicato nell’agosto 2015 dalla Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sulla Siria, creata dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Nemmeno scuole e ospedali sono stati risparmiati nel conflitto. Col risultato che istruzione e cure mediche (campagne di vaccinazione comprese), denuncia ancora la Commissione Onu, spesso sono inaccessibili.

Questa storia continua su Left in edicola dal 9 luglio

 

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#Strega2016. Albinati alza il velo sulla scuola cattolica

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Edoardo Albinati vince il Premio Strega 2016, con La scuola cattolica (Rizzoli), e lo dedica a Valentino Zeichen, il poeta da poco scomparso.

Il romanzo  di Albinati ci porta dall’altra parte dello specchio di una scuola dove allievi e professori sono tutti maschi, religiosi; dove la quotidianità scorre fra scherzi crudeli, competizione, giochi feroci per affermare la propria supremazia. Un bisogno spasmodico di trovare approvazione e di essere ammirati  muove questi liceali che Albinati descrive come gregari, incapaci di ribellione e di vere passioni. E’ una gioventù bruciata quella che lo scrittore romano racconta per oltre mille pagine, ma non perché sbandata, ma al contrario perché ligia al dovere e ossessivamente impegnata a sembrare diversa da come è realmente. L’autore parla di crisi adolescenziale, di travaglio nella ricerca della proria identità ancora non definita, ma le personalità che descrive – l’io narrante ad un certo punto lo dice espressamente – corrispondono piuttosto a un narcisismo malato, a un falso sé, che nasconde un vuoto, un’anaffettività, che li fa essere cinici in modo sottile come una una lama.

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Eppure questi ragazzi continuano imperterriti a fingersi amici e compagni di scuola.  Si accaniscono in modo particolare con gli insegnanti meno preteschi, come il docente di latino che con trasporto legge i poeti che cantano l’amore per una donna, una passione romantica che suscita l’ilarità e lo scherno di questi adolescenti che riversano sulle donne, ( tutte mamme ai loro occhi)  la loro violenta pretesa di carezze, ma che mirano a conquistare gli sguardi degli altri maschi, che al fondo considerano superiori. La scuola romana del quartiere Trieste, il San Leone Magno, che Albinati descrive sembra avere molto in comune con la paideia greca e con i seminari minori dove si preparano, fin da bambini, i futuri preti in una dimensione asfittica e malata che preclude ogni vero rapporto con la realtà. L’accuratezza con cui l’io narrante la tratteggia, come ha raccontato l’autore stesso, ha radici in esperienze autobiografiche. Erano gli anni in cui la piccola borghesia italiana preferiva mandare i propri rampolli alla scuola privata dei preti, pensando che potesse essere un segno di distinzione, oltreché una garanzia di educazione  chiesolina e conservatrice. Ma in questa fucina di ceto borghese che aspira a diventare la classe politica e intellettuale di domani, c’è un ragazzo che sembra portare all’estremo molte di queste caratteristiche, la freddezza, in modo particolare, il distacco dagli altri esseri umani. E’ il primo della classe, nel libro si chiama Arbus ed è una macchina da guerra in certe materie. E ha un interesse precipuo: studia i modi in cui si può uccidere, li colleziona, li simula, come in un video gioco (che all’epoca non esistevano ancora). Un aspetto però lo distingue dai compagni, non fa il gradasso, non cerca di apparire, di farsi notare, sembra timido, sfugge al contatto. Lui non si muove, ma si pensa come il primum mobile, come nel sistema aristotelico tolemaico che innerva le tre cantiche del cattolicissimo Dante. E se si muove lo fa in modo strano, come un automa.

Intanto in una terribile sera  del i fatti del Circeo, lo strupro e l’assassinio. Che Albinati descrive con un linguaggio che evoca il delirio di Angelo Izzo e suoi “sodali” e dall’altra parte si tivhama alle ricostruzioni giuridiche. E sono pagine che tolgono il respiro. Anche questi sono ragazzi del qaurtiere. Ma diversamente da Arbus e compagni non hanno più nulla di umano.

Al di là di un uso dell’apparato retorico insistito; al di là degli esibiti richiami a certa letteratura modernista come I turbamenti del giovane Törless di Musil; al di là della minuziosità con cui descrive con dovizia di dettagli i personaggi di questo memoir che ha l’aspetto di un romanzo di formazione, il talento dello scrittore Edoardo Albinati, a nostro avviso,  sta  nell’aver aver avuto il coraggio di  provare ad entrare nella testa di uccide, di provare a descrivere la malattia mentale più grave che permette di mantere un rapporto assolutamente lucido e preciso con le cose, avendo perso completamente gli affetti e il rapporto con gli altri esseri umani….

Dalle bombe a Baghdad alla sparatoria a Dallas. Le foto della settimana

2 luglio 2016. Madrid, Spagna. Una donna guarda uno dei partecipanti gay che posa per una foto durante il Gay Pride, una delle più grandi d'Europa, appena tre settimane dopo che i membri della comunità gay, lesbiche, bisessuali e transgender sono stati tragicamente vittima in una sparatoria in un locale notturno degli Stati Uniti. (AP / Daniel Ochoa de Olza)

1 luglio 2016. Glasgow, Scozia. Nel referendum UE, tenuto la scorsa settimana, tutte le 32 aree amministrative della Scozia, così come l'Irlanda del Nord hanno votato per la Gran Bretagna di rimanere nel blocco. (AP / Emilio Morenatti)
2 luglio 2016. Glasgow, Scozia. Nel referendum UE, tenuto la scorsa settimana, tutte le 32 aree amministrative della Scozia, così come l’Irlanda del Nord hanno votato per la Gran Bretagna di rimanere nel blocco. (AP / Emilio Morenatti)

2 luglio 2016. Madrid, Spagna. Una donna guarda uno dei partecipanti gay che posa per una foto durante il Gay Pride, una delle più grandi d'Europa, appena tre settimane dopo che i membri della comunità gay, lesbiche, bisessuali e transgender sono stati tragicamente vittima in una sparatoria in un locale notturno degli Stati Uniti. (AP / Daniel Ochoa de Olza)
2 luglio 2016. Madrid, Spagna. Una donna guarda uno dei partecipanti gay che posa per una foto durante il Gay Pride, una delle più grandi d’Europa, appena tre settimane dopo che i membri della comunità gay, lesbiche, bisessuali e transgender sono stati tragicamente vittima in una sparatoria in un locale notturno degli Stati Uniti. (AP / Daniel Ochoa de Olza)

3 luglio 2016. Kabul, Afghanistan. Un venditore afgano prepara dolci in una panetteria tradizionale per l'imminente festività di Eid al-Fitr. (AP Photo / Rahmat Gul)
3 luglio 2016. Kabul, Afghanistan. Un venditore afgano prepara dolci in una panetteria tradizionale per l’imminente festività di Eid al-Fitr. (AP Photo / Rahmat Gul)

3 luglio 2016. Baghdad, Iraq. Un iracheno cerca vittime sul luogo dell’attentato con autobomba in una zona commerciale nel quartiere di Karrada. Decine di persone sono rimaste uccise e più di 100 ferite nei due attentati dinamitardi avvenuti nella capitale irachena (AP / Hadi Mizban)
3 luglio 2016. Baghdad, Iraq. Un iracheno cerca vittime sul luogo dell’attentato con autobomba in una zona commerciale nel quartiere di Karrada. Decine di persone sono rimaste uccise e più di 100 ferite nei due attentati dinamitardi avvenuti nella capitale irachena (AP / Hadi Mizban)

4 luglio 2016. Shah Alam, Kuala Lumpur, Malesia. Fuochi d'artificio per festeggiare l'ultimo giorno del mese sacro di digiuno dei musulmani del Ramadan. (Ansa EPA / FAZRY ISMAIL)
4 luglio 2016. Shah Alam, Kuala Lumpur, Malesia. Fuochi d’artificio per festeggiare l’ultimo giorno del mese sacro di digiuno dei musulmani del Ramadan. (Ansa EPA / FAZRY ISMAIL)

04 Luglio 2016. Baikonur, Kazakistan. La sonda Soyuz MS-01 viene portata in treno alla piattaforma di lancio al cosmodromo di Baikonur. Kate Rubins (NASA), il cosmonauta Anatoly Ivanishin dell'agenzia spaziale russa Roscosmos, e l'astronauta Takuya Onishi della Japan Aerospace Exploration Agency (JAXA), partiranno la mattina del 7 luglio e rimarrano per circa quattro mesi sul complesso orbitale, facendo ritorno sulla Terra nel mese di ottobre. (ansa EPA/NASA/BILL INGALLS)
4 Luglio 2016. Baikonur, Kazakistan. La sonda Soyuz MS-01 viene portata in treno alla piattaforma di lancio al cosmodromo di Baikonur. Kate Rubins (NASA), il cosmonauta Anatoly Ivanishin dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, e l’astronauta Takuya Onishi della Japan Aerospace Exploration Agency (JAXA), partiranno la mattina del 7 luglio e rimarrano per circa quattro mesi sul complesso orbitale, facendo ritorno sulla Terra nel mese di ottobre. (ansa EPA/NASA/BILL INGALLS)

04 luglio 2016. Bangkok, Thailandia. Operai lavorano agli esterni di un nuovo edificio nel centro della città. L’economia tailandese mostra segni di ripresa ed è destinata a crescere del 2,5 per cento nel 2016, dopo la crescita del 2,8 per cento nel 2015, per merito dello sviluppo del mercato turistico e della politica fiscale istituita dal governo. (ANsa EPA / Narong SANGNAK)
4 luglio 2016. Bangkok, Thailandia. Operai lavorano agli esterni di un nuovo edificio nel centro della città. L’economia tailandese mostra segni di ripresa ed è destinata a crescere del 2,5 per cento nel 2016, dopo la crescita del 2,8 per cento nel 2015, per merito dello sviluppo del mercato turistico e della politica fiscale istituita dal governo. (ANsa EPA / Narong SANGNAK)

6 luglio 2016. Parigi. Una modella indossa una creazione di Jean-Paul Gaultier Haute Couture della collezione Autunno-Inverno 2016-2017 presentata Mercoledì (AP / Thibault Camus)
6 luglio 2016. Parigi. Una modella indossa una creazione di Jean-Paul Gaultier Haute Couture della collezione Autunno-Inverno 2016-2017 presentata Mercoledì (AP / Thibault Camus)

6 luglio 2016. Pamplona, Spagna. Un momento dell'apertura ufficiale del Festival di San Fermin. (AP / Daniel Ochoa de Olza)
6 luglio 2016. Pamplona, Spagna. Un momento dell’apertura ufficiale del Festival di San Fermin. (AP / Daniel Ochoa de Olza)

06 luglio 2016. Peshawar, Pakistan. Bambini pakistani giocano su un'altalena durante le celebrazioni di Eid al-Fitr, che segna la fine del mese di digiuno musulmano del Ramadan. (Ansa EPA / Bilawal Arbab)
6 luglio 2016. Peshawar, Pakistan. Bambini pakistani giocano su un’altalena durante le celebrazioni di Eid al-Fitr, che segna la fine del mese di digiuno musulmano del Ramadan. (Ansa EPA / Bilawal Arbab)

7 luglio 2016. Quartiere di Karrada, Baghdad, Iraq. Iracheni riuniti sulla scena dell’attacco con un camion bomba rivendicato dal gruppo Stato islamico. (AP Photo / Karim Kadim)
7 luglio 2016. Quartiere di Karrada, Baghdad, Iraq. Iracheni riuniti sulla scena dell’attacco con un camion bomba rivendicato dal gruppo Stato islamico. (AP Photo / Karim Kadim)

7 luglio 2016. St. Paul, Minnesota. Una donna suona il campanello alla porta del governatore Mansion durante la protesta contro il poliziotto che ha colpito a morte un uomo nella sua macchina durante un controllo nel sobborgo di St. Paul. Nell’auto erano presenti anche una donna ed un bambino. (Jeff Wheeler / Star Tribune via AP)
7 luglio 2016. St. Paul, Minnesota. Una donna suona il campanello alla porta del governatore Mansion durante la protesta contro il poliziotto che ha colpito a morte un uomo nella sua macchina durante un controllo nel sobborgo di St. Paul. Nell’auto erano presenti anche una donna ed un bambino. (Jeff Wheeler / Star Tribune via AP)

8 luglio 2016. Dallas. Alcuni ufficiali di polizia sono rimasti uccisi da due cecchini durante la sparatoria avvenuta nella notte di giovedì. (AP / LM Otero)
8 luglio 2016. Dallas. Alcuni ufficiali di polizia sono rimasti uccisi da due cecchini durante la sparatoria avvenuta nella notte di giovedì. (AP / LM Otero)

8 luglio 2016. Manila, Filippine. Pendolari su blocchi di polistirolo lungo le strade allagate nella periferia di Mandaluyong. A Manila e nelle province periferiche, molte scuole sono rimaste chiuse ed almeno sei voli sono stati sospesi a causa di intensi tifoni. (AP / Aaron Favila)
8 luglio 2016. Manila, Filippine. Pendolari su blocchi di polistirolo lungo le strade allagate nella periferia di Mandaluyong. A Manila e nelle province periferiche, molte scuole sono rimaste chiuse ed almeno sei voli sono stati sospesi a causa di intensi tifoni. (AP / Aaron Favila)

Fotogallery a cura di Monica Di Brigida

Per quest’anno non cambiare. Il jazz italiano a L’Aquila dal 2 al 4 settembre

«Andiamo a l’Aquila per abitare il centro storico della città. Ma andiamo a l’Aquila anche per contarci, noi del jazz italiano» annuncia fiero Paolo Fresu che questa mattina ha presentato il programma di “Il jazz italiano per L’Aquila”, la maratona del jazz italiano – dal 2 al 4 settembre – realizzata da Associazione I-Jazz, Midj musicisti italiani di Jazz e Casa del Jazz con la collaborazione di Mibact Nuovo Imaie, Poste Italiane, Disma Musica. E con il supporto, tra gli altri, anche di Left.

Accanto a lui il ministro Dario Franceschini che proprio l’anno scorso, presente nel capoluogo abruzzese, aveva annunciato che quella giornata s’aveva da rifare. «Il jazz italiano è il migliore d’Europa», ha detto Franceschini in conferenza stampa. E Paolo Fresu si è poi spiegato il perché: «È la ricchezza di geografia del nostro Paese a rendere unico il nostro jazz, ricco e viscerale». Il sindaco Cialente, poi, ha tenuto a sottolineare la presenza, quest’anno, di “Sapori dei parchi”, la mostra mercato dedicata alle produzioni enogastronomiche delle aree protette d’Italia.

«La storia del jazz italiano si può dividere in pre e post #jazz4laquila, dopo le 60.000 persone che l’anno scorso sono venute a trovarci», ha ricordato Fresu (di quella importante giornata, potete leggere il report di Left, cliccando qui). L’edizione 2016 si terrà sempre a L’Aquila e saranno sempre 600 i musicisti italiani che (tutti a titolo gratuito) che, con più di 100 concerti in 20 postazioni, daranno vita alle strade e alle piazze del centro storico aquilano. Ma quest’anno i giorni saranno tre: oltre alla giornata di musica del 4, infatti, il 2 e il 3 settembre saranno giorni di riflessione, approfondimento ed elaborazione di nuove strategia per il jazz, la musica e la cultura italiana. Venerdì 2 settembre con un incontro sul rapporto tra proposte artistiche e offerta turistica, nel segno della sostenibilità e dell’innovazione insieme a vari festival musicali italiani, operatori del turismo, economisti; sabato 3 si terranno gli “Stati generali del jazz”, con al centro la riforma dello spettacolo dal vivo ma si parlerà anche di musica jazz e mondo dell’informazione e di editoria musicale.

Gli artisti sul palco? Tanti e tutti, rigorosamente, in ordine alfabetico. Eccoli:
Aldo Romano Trio, Alessandro Galati Trio (MIDJ regionale: Toscana), Alessandro Tedesco Quartetto, Alessio Bertallot dj set “Jazzapposizioni”, Alfonso Santimone & Daniele Santimone Duo, Alfredo Ferrario, André Casaca, Andrea Dulbecco & Luca Gusella Duo, Angelo Adamo “Harmonica 4th”, Antonio Pascuzzo Trio, Arrigo Cappelletti trio, Artchipel Orchestra (I-Jazz Festival), Barbara Casini Quartetto “Banda dupla”, Barga Jazz Big Band (I-Jazz Festival), Bartoli, Bedetti & Frattini Trio (I-Jazz Festival), Battista Lena Quartetto, Beppe Di Benedetto quintet, Big Band Conservatorio di Cosenza con Nicola Pisani, Carla Marciano Quartet “Stream of consciousness”, Chicago Stompers, Claudio Filippini solo, Collettivo Crossroads (MIDJ Collettivi), Conservatorio di Torino: Quartetto “The Bridges”, Conspejazz Ensemble, Corpo bandistico di Paganica, Crazy Stompin’ Club, Daniele Scannapiego “Dirty 6”, Di Bonaventura Russo Duo, Dimitri G. Espinoza Solo, Dino Piana, D.O.V.E. (Drum, Organ,Vibes Ensamble) (MIDJ regionale: Veneto), Duo Bottasso, Emilia Zamuner Quartet (I-Jazz Marche: Gruppo vincitore Premio Urbani), Enrico Merlin “Molester sMiles”, Enzo Rocco & Carlo Actis Dato Duo, Fabio Accardi “Precious”, Fabio Zeppetella 4et, Fabrizio Bosso, Fausto Ferraiuolo solo, Filippo Cosentino TRE (MIDJ regionale: Piemonte), Filomena Campus Quartet Jester of Jazz (MIDJ regionale: Sardegna), Franca Masu, Francesco Chiapperini InSight (I-Jazz Festival), Francesco D’Auria quartetto (o quintetto), Francesco Petreni & Orchestra di Percussioni Bandao feat. Paolino Dalla Porta e Stefano De Bonis, Fulvio Sigurtà & Federico Casagrande Duo, Gaetano Liguori “Idea Trio”, Giancarlo Mazzù e Luciano Troja duo (MIDJ regionale: Calabria), Gianmarco Scaglia New Quartet “Tu” (I-Jazz Festival), Gianni Gebbia “Magnetic Trio”, Gianni Savelli Media Res “Magellano” (MIDJ regionale: Lazio), Giorgio Li Calzi & Manuel Zigante Duo, Giovani leonesse “Janis” (MIDJ Gruppo Espresso), Giovani leoni “Hendrix” (MIDJ Gruppo Espresso), Giovani leoni “Broken Mirrors the music of Nirvana” (MIDJ Gruppo Espresso), Giovanni Amato Trio, Giovanni Ceccarelli solo, Giovanni di Cosimo, Giovanni Mazzarino Trio, Giovanni Mirabassi solo, Giovanni Tommaso Glauco Venier “L’Insiùm” con Michele Corcella, Ivan Segreto e Giovanni Giorgi Duo, Laboratorio “Nati nelle note”, Lorenzo Tucci “Sparkle Trio”, Luca Filastro Piano solo, Luca Mannutza solo, Luigi Blasioli Trio Sensory Emotions (MIDJ regionale: Abruzzo), Luigi Bonafede solo, Luigi Mosso e gli studenti del laboratorio scuole aquilane, Lydian Orchestra di Vicenza, MagicaBoola, Marcella Carboni & Elisabetta Antonini Duo, Marco Siniscalco, Dario Deidda, Luca Pirozzi e Valerio Vantaggio “Bass Project”, Martux & Giulio Maresca “As And Them”, Massimo Barbiero “Enter Eller”, Matteo Bortone Quartetto “Travelers”, Maurizio Giammarco “Syncotribe”, Maurizio Rolli & Rolli’s tones Big Band, Mauro Campobasso trio con Manzoni, MinAfric Orchestra guest Faraualla, Nello Toscano 6th “Patchwork”, Nicola Stilo Trio, No Trio for Cats (I-Jazz Festival), Note Noire, Novara Jazz Collective (I-Jazz Festival), “Open Loops” (MIDJ regionale: Puglia), Orchestra Conservatorio dell’Aquila feat. Maurizio Giammarco, Orchestra Sinfonica Abruzzese con Paolo Di Sabatino, Paolino Dalla Porta “Future Changes Quartet”, Paolo Birro solo, Paolo Botti solo, Patrizia Scascitelli Solo, Piero Odorici, Pietro Condorelli Jazz ideas & songs, Piji Electroswing Project, Raphael Gualazzi, Ravenna “ODG” Big Band di Franco Emaldi – progetto “Pazzi di jazz” (I-Jazz Festival), Riccardo Arrighini Trio “Nostalgia del futuro Tour 2016”, Riccardo Lay Trio, Roberto Bonati Solo, Roberto Spadoni & New Project Jazz Orchestra Feat. Beggio Cipelli & Falzone, Roberto Taufic e Gabriele Mirabassi Duo, Rosario Bonaccorso quartetto, Sade Mangiaracina e Carmine Ioanna Duo, Saint Louis Combo & Saint Louis Voices, Salvatore Maiore & Maria Vicentini Duo, Satta/Corvini Extreme quartet feat. Giorgio Murtas, Scuola del Testaccio “Stradabanda”, Simona Parrinello Quartet “con Alma” (MIDJ regionale: Lombardia), Società Vesna: Rossano Emili “In Limine” (I-Jazz Festival), Stefano Bagnoli “We Kids Trio”, Swing Valley Band, Tino Tracanna & Massimiliano Milesi Duo, Tommaso Starace & Michele di Toro Duo, Tullio De Piscopo “Napoli Jazz Project”, Un pianoforte per L’Aquila (Filippini, Guidi, Signorile), Vertere String Quartet.

Firenze. Dopo tre anni rinasce il museo degli Innocenti

Ipostudio architetti ©Pietro-Savorelli

Un lungo lavoro di restauro e di riprogettazione ha portato alla rinascita del Museo degli Innocenti a Firenze come parte integrante dell’istituto che, fin dal 1445 si occupa dell’accoglienza e cura dei bambini orfani.

Finalmente, dopo tre anni di lavori,  si può tornare a visitare la sua straordinaria collezione, ricca di opere di maestri del Rinascimento fiorentino, dal Ghirlandaio, a Botticelli, per arrivare alla bizzarria di Piero di Cosimo e ai più classici e popolari Della Robbia.  Una serie di capolavori a cui il nuovo allestimento regala nuova leggibilità, grazie a un progetto di museo immersivo firmato dagli architetti di Ipostudio. 

Il nuovo museo (che ha richiesto un investimento di 13milioni di euro) ha a disposizione 4.900 mq suddivisi su tre piani e propone altrettanti percorsi a tema: al piano interrato c’è una mostra che racconta la storia dell’Istituto e della Pila, la conca di pietra dove venivano lasciati i neonati affidati agli Innocenti. Ma non solo. Si trovano qui importanti documenti che riguardano la costruzione dell’ospedale che fu possibile grazie a un importante lascito nel 1419 di Francesco Datini, il mercante pratese che inventò la partita doppia.

Qui sono conservati documenti che testimoniano l’importanza dell’Istituto nell’affermazione dei diritti dell’infanzia, ma anche toccanti frammenti di vita, lettere e frammenti di memoria che lasciano intuire i tormenti di chi si è trovato nella necessità di affidare un bambino all’istituto.

Al pian terreno si dipana la storia architettonica di questo storico edificio che si deve all’inventiva di  Filippo Brunelleschi. Come è accaduto per la geniale macchina del Duomo, anche la storia della costruzione dell’istituto degli Innocenti ha scritto pagine importanti riguardo ai diritti e alla tutela dei lavoratori, che in caso di incidenti venivano coperti economicamente dai gestori del cantiere.

Al terzo piano eccoci finalmente alla collezione permanente del museo,  dove si incontrano opere come L’annunciazione dei Magi di Domenico Ghirlandaio e  la Madonna con il bambino e un angelo di Sandro Botticelli,  ma anche la Madonna col bambino di Luca della Robbia  che fu realizzata nel 1445,  in coincidenza con l’avvio dell’attività  dell’Ospedale degli Innocenti. Fanno parte del percorso anche i putti policromi di Andrea della Robbia, che decorano i pennacchi delle arcate, di recente restaurati. Infine, da segnalare, lo spettacolare recupero del verone quattrocentesco. Nell’ex stenditoio ora c’è un Caffè letterario con splendida vista.

Tutto questo è  il risultato di un lungo lavoro cominciato nel 2008  quando l’Istituto degli Innocenti bandì un concorso di architettura per la realizzazione di un nuovo museo.  La carta vincente di Ipostudio Architetti  è stata quella di riuscere a unire e a dare espressione a tutte le funzioni dell’istituto.  «La salvaguardia del patrimonio monumentale collettivo è un obiettivo primario pensando alle generazioni future. Ma al contempo – dice Carlo Terpolilli – bisogna anche fare in modo che i cittadini possano fruire di questo bene comune oggi».  Per questo Ipostudio  ha lavorato su un doppio versante, quello della conservazione e del restauro, insieme cercando di  andare «oltre»,  cercando di fare dell’edificio antico «una fabbrica»,  «un laboratorio di progettazione in fieri». In questo modo, lavorando, senza bloccare le molteplici e vitali attività dell’Istituto, questo gruppo di architetti fiorentini ha  realizzato un nuovo sistema di ingressi sulla piazza monumentale (Santissima Annunziata),  ha reso accessibile al pubblico uno spazio inutilizzato nel  seminterrato e infine ha messo a punto un nuovo sistema di scale e ascensori che collega tutti i piani dell’edificio.
Una delle maggiori novità riguarda l’apertura di un museo dedicato all’infanzia, «che valorizza il patrimonio storico e artistico collezionato nel corso dei secoli, insieme al patrimonio artistico e storico dell’edificio brunelleschiano, tramite un’esposizione permanente e una temporanea». Ma il recupero più spettacolare, come accennavamo, è quello che riguarda  la riscoperta e il pieno recupero della grande loggia, il  Verone, «grazie a un nuovo volume vetrato, destinato a caffetteria letteraria».

Un’altra attivista per i diritti umani uccisa in Honduras

Lesbia Janeth Urquìa

Lesbia Janeth Urquìa era stata vista l’ultima volta martedì scorso. Il suo corpo è stato ritrovato ieri, a 160 km ad ovest della capitale Tegucigalpa.

Attivista vicina alle battaglie di Berta Cáceres – figura di primo piano nella difesa della comunità indigena dei Linca e assassinata in casa propria lo scorso marzo – e membro con lei del consiglio dei popoli indigeni d’Honduras, Urquìa ha da sempre difeso i diritti delle comunità locali opponendosi duramente alla speculazione dei privati sul territorio.

In prima linea nella battaglia contro la costruzione della diga Agua Zarca sul fiume Gualcarque – scontro che è costato la vita alla collega Cáceres – Lesbia Janeth Urquìa si aggiunge alla lunga lista degli attivisti uccisi in Honduras, tre soltanto quest’anno. Secondo Global Witness, autore di un duro rapporto, sono oltre 50 gli ambientalisti uccisi nel piccolo paese a sud del Guatemala solo nel 2015.

In un breve comunicato pubblicato sul proprio sito nella giornata di giovedì 7 luglio, l’organizzazione ambientalista di cui erano membri le due donne ha così commentato l’accaduto: «La morte di Lesbia Janeth è un femminicidio di stampo politico che cerca di mettere a tacere la voce delle donne che con coraggio difendono i propri diritti». Tuona nella conclusione l’accusa al governo: «Riteniamo le autorità direttamente responsabili di questo omicidio».

Secondo i membri del Copinh, in Honduras sarebbe in atto un piano per eliminare tutti coloro che cercano di difendere il patrimonio ambientale del Paese e le sue risorse dalle speculazioni delle multinazionali.

A fare eco alle accuse degli attivisti, alcune dichiarazioni emerse a maggio. Secondo quanto dichiarato da un ex membro delle forze armate, il nome di Cáceres e quello di altri membri delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani in Honduras sono circolati tra le forze speciali.

Se è vero che le autorità nazionali hanno smentito le accuse, il quadro di quanto accaduto e continua ad accadere in Honduras resta inquietante.

In un’intervista pubblicata da Left sul settimanale di sabato 7 maggio – a pochi giorni dall’attentato al giornalista e difensore dei diritti umani Felix Molina – la figlia venticinquenne di Berta Cáceres, aveva raccontato del trattamento intimidatorio subito da alcuni membri del Copinh da parte delle autorità. Il governo ha inoltre rifiutato ogni collaborazione esterna nelle indagini – richiesta a gran voce dagli attivisti e offerta dalla Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) – che ad oggi hanno portato all’arresto di quattro sospettati.

Alla ricerca di giustizia e verità per la morte di Berta si aggiunge oggi quella di Lesbia, mentre il clima politico in Honduras sembra sempre più ostile agli attivisti.

 

Tutto quello che trovate su Left #28. In edicola dal 9 luglio

Torniamo in Medio Oriente, nello Yemen che vive una tregua fragile, dopo una guerra spietata. A Kobane, tra i bambini scampati al dominio del Daesh. E poi in Turchia, con un fumettista, Claudio Calìa, in viaggio verso il paese curdo, che si è trovato nel mezzo dell’attentato all’aeroporto Ataturk. Mentre Umberto De Giovannangeli prova a ricostruire le mosse di Erdogan, il sultano che ora sembra tendere la mano allo zar Putin. Pagina 34 e a seguire.
I 5 stelle si sentono forti, “Siamo meglio di Podemos” dicono a Luca Sappino, pagina 20. Ma Tiziana Barillà pone una domanda semplice alla sindaca a 5 stelle di Roma: continuerà a non vedere i migranti di Baobab, laceri, abbandonati, stremati dal caldo e senza un tetto né assistenza? Per la Capitale è una vergogna e può diventare un’emergenza sanitaria. Virginia, che fai? Pagina 24.
Ma la storia di copertina è ancora la sinistra, che resiste, a fatica, in Gran Bretagna, dopo Brexit, e in Spagna, dopo le elezioni del 26 giugno.
Aldo Garzia a pagina 12. Federico Fornaro segnala quante cose si possano capire studiando il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa, l’astensionismo.
Michele Prospero mette sotto accusa le élite, modeste, della politica. Carlo Galli si chiede se la frattura destra sinistra non sia stata sostituita oggi da quella fra i partiti del sistema e quelli anti sistema. L’uno e l’altro, Prospero e Galli, aprono il dibattito sul futuro della Sinistra. Un dibattito che vorremmo si allargasse, non fosse paludato, mostrasse coraggio. Mordi, sinistra.

Left n. 28 è in edicola dal 9 luglio

 

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