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L’Italia non cresce e la fiducia dei consumatori crolla

LUNEBURG, GERMANY - JULY 26: In this photo illustration, a shopping cart rolls down the isles of a supermarket on July 26, 2005 in Luneburg, Germany. Sparked by the election manifesto of the opposition party CDU, Germany currently debates whether raising the Mehrwertsteuer (VAT) would in fact promote economic growth or if it would have the opposite effect by hurting families and low-income households. (Photo by Andreas Rentz/Getty Images)

Gelata di primavera per il governo Renzi. Dopo i dati negativi diffusi dall’Istat sulla produttività del mese di marzo, con il fatturato che è sceso rispetto a febbraio dell’1,6% e rispetto allo stesso periodo dell’anno del 2015 del 3,6%, adesso arrivano quelli sulla fiducia dei consumatori. Sempre l’istat oggi ha diffuso le cifre relative al mese di maggio. L’indice che indica la fiducia diminuisce e passa da aprile (114,1%) a 112,7. Ma il calo è ancora più evidente rispetto al mese di gennaio (118,5%). Al contrario, il dato positivo è il clima di fiducia delle imprese che cresce e che passa da 102,7% a 103,4%.

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Il problema però sono i consumatori, coloro che dovrebbero far ripartire i consumi interni e che per il momento sono come paralizzati. Le voci della ricerca Istat infatti parlano chiaro: peggiorano i giudizi sulla situazione economica dell’Italia che a gennaio erano rappresentati da un indice di -26 e a maggio di -47. Negativo anche il giudizio sulla propria situazione economica, mentre aumenta sempre più l’attesa di risposte sulla disoccupazione (a gennaio l’indice era di 2 e a maggio di 25). Migliora rispetto ad aprile il clima di fiducia personale (da 104,8% a 105,4%) ma comunque è in calo rispetto a gennaio (107,6%). Insomma l’anno era iniziato meglio quanto alle aspettative degli italiani rispetto al governo. Invece, mese dopo mese, la fiducia è discesa progressivamente. L’Istat rileva che quello di maggio è il livello più basso da agosto dello scorso anno nonostante i progressi della componente personale del clima. Sulla crescita della fiducia delle imprese che passa, ricordiamo, da 102,7 a 103,4, c’è da dire che sull’andamento influiscono anche le diverse procedure di calcolo per l’indice aggregato e quelli settoriali, che risultano tutti in calo. Il clima di fiducia scende infatti nella manifattura (a 102,1 da 102,7), nelle costruzioni (a 120,4 da 121,2), nei servizi di mercato (a 107,4 da 107,9) e nel commercio al dettaglio (a 100,9 da 101,9).
Queste cifre non sorprendono, sostengono le associazioni dei consumatori come Federconsumatori e Adusbe (qui). Il potere d’acquisto degli italiani nel triennio 2012-2014 ha segnato una contrazione del -10,7%, con un calo della spesa delle famiglie, calcolano le associazioni, di 78 miliardi di euro. Logico quindi che adesso con la disoccupazione givanile ancora a livelli preoccupanti e con il mancato decollo della produzione, le famiglie tendano sempre più a non spendere. «Si abbandoni il megafono e si lavori per la realizzazione di un Piano Straordinario che, attraverso il rilancio dell’occupazione, sia in grado di dare nuovo impulso e nuove prospettive al nostro sistema economico», dicono Rosario Trefiletti ed Elio Lanutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef. Questi i punti suggeriti dalle associazioni:  «lo sviluppo tecnologico e la ricerca;  la realizzazione di opere di messa in sicurezza di scuole e ospedali; – la modernizzazione di infrastrutture, reti e trasporti; – l’avvio di un programma per lo sviluppo e la valorizzazione dell’offerta turistica nel nostro Paese».

Due settimane di proteste in Francia contro la riforma del lavoro

(AP Photo/Claude Paris)

La Nuit debout è iniziata il 31 marzo di quest’anno, quando i cittadini francesi sono scesi in piazza per protestare contro la riforma del lavoro e la Loi Travail. A distanza di quasi due mesi, le manifestazioni non si placano. Eccole raccontate le ultime due settimane di scontri in una gallery.

Gallery a cura di Monica di Brigida

12 maggio 2016. Marsiglia. I manifestanti si siedono davanti la polizia antisommossa. Nonostate proteste quotidiane in tutto il paese, il governo socialista ha deciso di forzare il disegno di legge in Parlamento senza votazione. (AP Photo/Claude Paris)
12 maggio 2016. Marsiglia. I manifestanti si siedono davanti la polizia antisommossa. Nonostate proteste quotidiane in tutto il paese, il governo socialista ha deciso di forzare il disegno di legge in Parlamento senza votazione. (AP Photo/Claude Paris)

12 maggio il governo 2016. Marsiglia. Un manifestante allontana un gas lacrimogeno durante una manifestazione. (Foto AP / Claude Paris)
12 maggio 2016, Marsiglia. Un manifestante allontana un gas lacrimogeno durante una manifestazione. (Foto AP Claude Paris)

12 maggio 2016. Parigi. Agenti di polizia antisommossa francesi marciano durante una protesta contro il diritto del lavoro che il governo socialista ha deciso di forzare il disegno di legge in Parlamento senza votazione. (Foto AP / Christophe Ena)
12 maggio, Parigi. La polizia antisommossa francese marcia durante la protesta contro la riforma del lavoro su cui il governo socialista ha deciso di forzare laa mano. (Foto AP / Christophe Ena)

17 maggio 2016. Parigi. Un giovane lancia un bastone contro agenti di polizia antisommossa durante una protesta. I camionisti hanno bloccato le autostrade e i lavoratori francesi hanno sfilato per le strade della città per protesta, ma il presidente Francois Hollande insiste che non abbandonerà il riforme del lavoro che ha scatenato la loro rabbia. (Foto AP / Francois Mori)
17 maggio, Parigi. Un giovane lancia un bastone contro gli agenti di polizia antisommossa. I camionisti hanno bloccato le autostrade e i lavoratori francesi hanno sfilato per le strade della città, ma il presidente Francois Hollande insiste che non abbandonerà la riforma. (Foto AP / Francois Mori)

18 Maggio 2016. Parigi. Un uomo cerca di spengere il fuoco su una macchina della polizia durante gli scontri. (Foto AP / Francois Mori)
18 maggio, Parigi. Un uomo cerca di spegnere un’auto della polizia in fiamme. (Foto AP / Francois Mori)

19 maggio 2016. Parigi. Agenti di polizia anti-sommossa trattengono un uomo durante una manifestazione contro il disegno di legge del lavoro. La Francia sta affrontando settimane di scioperi ed altre azioni sindacali contro la legge. (Foto AP / Laurent Cipriani)
19 maggio, Parigi. Un manifestante bloccato dalla polizia. (Foto AP / Laurent Cipriani)

20 maggio 2016. Douchy les Mines, nel nord della Francia. Sindacalisti erigono una barricata in fiamme per bloccare l'ingresso di una raffineria per protestare contro la legge di riforma del lavoro francese. © THIBAULT Vandermersch/EPA ANSA
20 maggio, Douchy les Mines, nord della Francia. Sindacalisti erigono una barricata in fiamme per bloccare l’ingresso di una raffineria per protestare contro la legge di riforma del lavoro francese. (© Thibault Vandermersch/EPA ANSA)

26 maggio 2016. Parigi. Un momento degli scontri tra agenti di polizia antisommossa e i manifestanti. (AP Photo / Francois Mori)
26 maggio, Parigi. Un momento degli scontri polizia antisommossa e manifestanti. (AP Photo / Francois Mori)

26 maggio 2016. Parigi. I manifestanti di fronte agli agenti di polizia antisommossa durante una manifestazione. (AP Photo/Thibault Camus)
26 maggio, Parigi. Manifestanti di fronte agli agenti di polizia antisommossa. (AP Photo/Thibault Camus)

26 maggio 2016. Parigi. Agenti di polizia anti-sommossa si scontrano con i manifestanti nel corso della manifestazione. (AP Photo/Francois Mori)
26 maggio, Parigi. Scontri tra agenti anti-sommossa e manifestanti. (AP Photo/Francois Mori)

26 maggio 2016. Parigi. Manifestazione di protesta dei lavoratori sindacali. © JEREMY LEMPIN/EPA ANSA
26 maggio, Parigi. Manifestazione di protesta dei sindacati. (© Jeremy Lempin/EPA ANSA)

26 maggio 2016. Parigi. Un manifestante in possesso di un cartello con la scritta 'Io sostengo lo sciopero contro il progetto di riforma del lavoro' durante una manifestazione. La manifestazione si svolge nel quadro di proteste diffuse contro il progetto di riforma del lavoro del governo francese. © JEREMY LEMPIN/ EPA ANSA
26 maggio, Parigi. Un cartello con la scritta “Io sostengo lo sciopero contro il progetto di riforma del lavoro”. (© Jeremy Lempin/ Epa Ansa)

Pablo Iglesias sostiene Coalizione civica e Federico Martelloni. Ecco il video

Pablo Iglesias, leader of Spain's Podemos (We Can) party, poses before an interview in Madrid, March 6, 2015. Europe must stop its austerity policies or watch far-right movements continue to grow and pose a real danger to democracy, said Iglesias, leader of Spain's Podemos party that like Greece's Syriza aims to offer a leftist alternative. In an interview with Reuters, the 36-year-old whose Podemos ('We Can') party is leading some election polls, also said any coalition between Spain's centre-right and centre-left would only prolong what he called the country's economic disaster. Picture taken March 6, 2015 REUTERS/Paul Hanna (SPAIN - Tags: POLITICS PORTRAIT BUSINESS)

«Bologna è stata la mia città quando ero studente Erasmus. Per me è come la mia seconda città». Inizia così il video di Pablo Iglesias, leader di Podemos e candidato alla guida della Spagna con Unidos Podemos, dopo l’allenaza con Izquierda unida. Nonostante la sua intensa campagna elettorale (in Spagna si vota il 26 giugno), el coleta trova il tempo per fare la campagna ai suoi compagni Federico (Martelloni, candidato sindaco per Coalizione civica) e Gianmarco (De Pieri, al Consiglio con Coalizione civica). Ecco il video in 33 secondi.

 

Ed ecco il commento del candidato sindaco Martelloni, nel pubblicare il video: «Pablo é con noi sin dai tempi del G8 di Genova: era a Bologna in erasmus e condivise con noi quella stagione, dottorandosi poi a Madrid proprio con una tesi sulle tute bianche. Un’esperienza che ha pesato nella nascita di quella straordinaria forza politica che punta adesso alla conquista del governo della Spagna con Unidos Podemos.
Ricevere questo messaggio, che hanno ascoltato in anteprima ieri le 5000 persone che erano con noi a Piazza Carducci, ha per noi di Coalizione Civica un’importanza straordinaria, emotiva e politica al tempo stesso.
La sfida di una forza che prova a ripensare la sinistra e i suoi valori senza il peso della parola sinistra, dei suoi errori di questi anni, la sfida di chi prova davvero a cambiare tutto senza limitarsi alla sola testimonianza, è la sfida di Podemos ed è la nostra sfida.
Adelante!»

Nuit Debout, un’onda travolgente il 27 maggio

© IAN LANGSDON/EPA ANSA

Da qualche tempo leggo e annoto gli slogan che spuntano in ogni luogo della città: sui muri, sui cartelli pubblicitari, sui marciapiedi, sulle vetrine dei negozi, nelle manifestazioni, in piazza. Proprio sotto casa hanno scritto “Leur futur n’a pas d’avenir”, il loro futuro è senza avvenire.

I francesi amano giocare con le parole e in questa stagione di mobilitazione anche le parole sembrano aver voglia di liberarsi. L’uso del linguaggio è molto diverso secondo i contesti e credo che questo contribuisca al dialogo tra sordi che si è stabilito tra il governo e i protestatari. Paradossalmente i due attori principali dello scontro, il governo e il sindacato di sinistra, la Cgt, usano lo stesso linguaggio ingessato di sempre. Il primo ministro ha accusato la Cgt di essere una minoranza che tiene in ostaggio la Francia, il sindacato ribatte che il governo ha mostrato il suo vero volto: antidemocratico, aggressivo, illiberale.
Settimo giorno di mobilitazione nazionale, giovedì 27 maggio, 87 marzo per il calendario Nuit Debout: la partecipazione alle manifestazioni è in aumento in tutto il Paese, lo slogan è “On arrête tout”, fermiamo tutto. A Parigi le pompe di benzina sono a secco da tre giorni, le centrali nucleari sono in sciopero, i porti e molte reti autostradali sono presidiate, il governo ha dovuto attingere alle riserve di risorse previste in caso di emergenza. La Francia non è nuova a queste forme di protesta estreme ma ci sono due cose che appaiono insolite.
La prima è il dispositivo di stampo paramilitare che viene utilizzato per gestire il dissenso. Lo stato di emergenza a seguito degli attentati di novembre ha favorito l’installarsi di dispositivi di sicurezza impressionanti. Con il passare dei giorni aumenta vertiginosamente il numero dei feriti da entrambe le parti, ma soprattutto tra i manifestanti che vengono colpiti dalle flash-ball dei CRS e dai gas lacrimogeni. Centinaia di camionette della polizia attraversano incessantemente la città a sirene spiegate.
L’altro fenomeno è quello della convergences des luttes, o lotte convergenti. La protesta contro la legge del lavoro ha messo in moto un movimento profondo e sempre più diffuso nella società, un movimento di protesta e di critica radicale al sistema capitalista i cui danni sono sempre più gravi, manifesti e incontrollati. Non è più possibile stare a guardare il disastro che è sotto i nostri occhi; è per questo che sempre più gente si sta mobilitando. Le persone che animano i dibattiti di piazza del movimento Nuit Debout e che scendono in strada non certo sono tutti sindacalisti! Il governo e i partiti nella loro forma tradizionale sembrano del tutto impreparati a gestire l’emergere di un conflitto complesso, multiforme, stratificato e di lunga durata. La confusione regna, le dichiarazioni ufficiali si contraddicono di ora in ora, per un voto ieri non è passata all’Assemblée la proposta di legge per la regolamentazione degli stipendi dei dirigenti d’impresa.
Prendo a prestito le parole di Yves Pagès, scrittore e editore engagé dal suo blog: «non lasciamoci ingannare da questa criminalizzazione preventiva delle dissidenze sociali e esistenziali in corso. Oggi più che mai, la rivolta dei precari è all’ordine del giorno. E lo è la Nuit Debout, se vi ritroviamo l’eterogeneità dei nostri vissuti, se riaffermiamo che non crediamo più al ritorno del Pieno-impiego stabile, e soprattutto se non ne desideriamo il ritorno nella sua versione deregolata (come in Germania e nel Regno Unito). È tempo di lottare per strappare nuovi diritti a fronte di nuove forme di impiego che ci vengono imposte. Ci vorrebbero intercambiabili e usa e getta, diventiamo permanentemente instabili!».
Parigi quasi senza macchine è bellissima e si moltiplicano gli annunci di car sharing tra vicini. Io continuo la mia “flânerie” alla ricerca delle parole liberate che raccontano quello che sta accadendo.

La non-notizia degli industriali favorevoli alla riforma costituzionale

Il vicepresidente della Confidustria Vincenzo Boccia e la presidente Emma Marcegaglia durante l'incontro con Intesa San Paolo per la firma di un nuovo accordo che tra l'altro mette a disposizione dieci miliardi di euro per lo sviluppo delle pmi italiane nella sede della Confindustria, Roma, 23 settembre 2010. ANSA / GUIDO MONTANI

«Le riforme sono la strada obbligata per liberare il Paese dai veti delle minoranze e dai particolarismi, che hanno contribuito a soffocarlo nell’immobilismo». È un Sì ancora informale quello di Confindustria al referendum costituzionale (sarà ufficializzato il 23 giugno quando si terrà il Consiglio generale e, in quell’occasione, verranno decise e rese note «le conseguenti azioni»), ma non per questo meno convinto. Perché gli industriali d’Italia – questo sì è certo – le riforme del governo hanno intenzione di sostenerle, e possibilmente accelerarle, tutte.

È una, in particolare, la ragione di questo sostegno. E il neopresidente Vincenzo Boccia – l’uomo della continuità tanto apprezzato dall’ex presidente Emma Marcegaglia, adesso a capo di Eni – l’ha ricordata ai suoi colleghi, che al termine del suo discorso di insediamento, ieri, si sono spellati le mani per i commossi applausi: «Confindustria si batte fin dal 2010 per superare il bicameralismo perfetto e riformare il titolo V della Costituzione. Con soddisfazione, oggi, vediamo che questo traguardo è a portata di mano». Dopo il ritorno in viale dell’Astronomia, quindi, la linea Marchionne è a portata di mano in tutto il Paese.

Per Confindustria le riforme sono indispensabili. Perché «l’economia è ripartita ma la risalita è modesta e deludente»; perché lo scambio fra salari e produttività «è l’unica strada percorribile» e perché «il superamento del (tanto odiato, ndr) bicameralismo», è finalmente «a portata di mano». E la democrazia rappresentativa – quei «veti delle minoranze e dei particolarismi», per parafrasare Boccia – non sono che un intralcio. Lo ricorda il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky dalle colonne di Repubblica: la riforma del Senato sommata all’Italicum «realizza il sogno di ogni oligarchia: umiliare la politica a favore delle tecnocrazie».

Non parla solo al governo Boccia, ma anche a Cgil Cisl e Uil: «Per risalire la china dobbiamo attrezzarci al nuovo paradigma economico». Serve un capitalismo moderno, insomma. E per farlo occorre superare quel vecchiume dei contratti nazionali del lavoro. Perché gli aumenti retributivi devono corrispondere ad aumenti di produttività. «Il contratto nazionale resta per definire le tutele fondamentali del lavoro e offrire una soluzione a chi non desidera affrontare il negoziato in azienda».
Boccia avverti i sindacati, invitandoli a «non giocare al ribasso: con i profitti al minimo storico, lo scambio salario-produttività è l’unico praticabile» e «crediamo che la contrattazione aziendale sia la sede dove realizzarlo».

Preso dall’ottimismo, infine, accenna alle altre indispensabili riforme. Come quella sul fisco: «Spostare il carico fiscale, alleggerendo quello sul lavoro e imprese e aumentando quello sulle cose». Ma le persone vanno nella categoria “lavoro” o in quella delle “cose”?

Da Madrid a Londra in morte del bipolarismo

Se si votasse oggi in Spagna, secondo El Pais, Il Partito popolare di Rajoy otterrebbe il 29,9%. Al secondo posto l’alleanza tra Podemos e Isquierda Unida, con il 23,2% dei consensi. Al terzo il Psoe (20,2) e al quarto la destra riformata di Ciudadanos, 15,5%. Un assetto quadripolare che rende possibile sia un governo sostenuto da un’alleanza di sinistra, Podemos-Psoe, sia uno appoggiato dalle destre, Partito popolare-Ciudadanos.
In Francia, dove l’anno prossimo si voterà per il presidente, le forze politiche sono tre: il Front national di Marine Le Pen, i Repubblicani di Juppè e Sarkozy, i socialisti di Hollande e Valls. Se il Front national supererà, come pare certo, lo scoglio del primo turno, al secondo o la destra o la sinistra non saranno rappresentate. E ciò di per sé mette in crisi la quinta Repubblica, creazione gollista che dal ’58 ha consentito l’alternanza fra destra e sinistra.
Anche in Gran Bretagna, nonostante l’episodio delle elezioni politiche del 2015, il bipolarismo conservatori-laburisti sembra assai provato, insidiato non tanto dai liberaldemocratci quanto dalle liste regionali: lo Scottish national party ha ottenuto il 46,5% dei consensi in Scozia, Plaid Cymru il 20,5% nel Galles, togliendo ai laburisti la maggioranza assoluta della rappresentanza.
Dei tre lander tedeschi dove si è votato a marzo, il Baden-Württemberg ha dato la vittoria ai verdi, la Renania Palatinato ha confermato la presidente Spd nonostante la crisi del partito, in Sassonia-Anhalt la leadership della Merkel è minacciata da Alternativa per la Germania, partito di estrema destra che ha totalizzato il 24,2% dei consensi.
La prima considerazione è che in Europa il bipolarismo destra-sinistra – o come diremmo noi centrodestra-centrosinistra – è ormai un ricordo del passato. Di conseguenza non funzionano più le leggi maggioritarie, a un turno come in Gran Bretagna o a due come in Francia. Anzi, la crisi politica appare meno grave e più gestibile dove il sistema maggioritario è più temperato come in Spagna e in Germania.
La seconda considerazione riguarda le ragioni di questa crisi, della destra come della sinistra. Il ceto medio, l’enorme corpaccione che ha sostenuto le nostre democrazie lungo gli ultimi 70 anni, vive una condizione di ansia, di incertezza del futuro, di provvisorietà esistenziale. Non sa più dove investire – chiedetelo ai risparmiatori tedeschi imbufaliti per il quantitative easing di Draghi -, si sente minacciato da poveri e migranti, diffida delle politica, che considera corriva, con un capitalismo senza volto che sposta in un attimo miliardi di dollari cambiando la vita di centinaia di milioni di donne e di uomini. Da ciò, il riproporsi dei nazionalismi, la richiesta di alzare muri, ma anche la contestazione dal basso verso l’alto, l’antipolitica, come gli apparati usano chiamarla.
Questione economica e questione democratica sono strutturalmente connesse. E la scomparsa di una sinistra che appaia in grado di contestare alla radice le disuguaglianze sociali, di rifiutare che siano i popoli e non la ricchezza accumulata a pagare gli enormi debiti, finisce con il favorire l’affermarsi di una destra anti sistema con umori e slogan simil fascisti. Sanders può fermare Trump, Podemos ha indotto la nascita di Ciudadanos, movimento liberista ma non fascista.
Al contrario, insistere su leggi iper-maggioritarie, accusare la Costituzione di colpe non sue, illudersi che il doppio turno e il premio al premier ci consegnino un governo di “chi vuol bene all’Italia” è pura follia, un’arma di distrazione di massa, è fare da apprendista stregone a un futuro Trump italiano.

Questo editoriale lo trovi sul numero 22 di Left in edicola dal 28 maggio

 

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Il mito della purezza e l’odio per i partiti

La democrazia rappresentativa ha bisogno di partiti perché ha bisogno di canali per la selezione della classe politica e perché ha bisogno di poter controllare i rappresentanti eletti con mandato libero. Se i partiti sono esclusive congreghe di eletti (partiti cartello) o movimenti destrutturati (partiti anti-partito) i cittadini rischiano evidentemente di non avere più una voce tanto forte da farsi sentire dentro le istituzioni mentre i movimenti rischiano di non riuscire a garantire alcun controllo sui loro rappresentanti. L’Italia si trova a soffrire entrambi questi problemi che il Pd e il Movimento 5 stelle ben personificano: tra la Scilla di un partito cartello e istituzionale e la Cariddi di un movimento che raccoglie consensi elettorali ma non riesce a controllare con regole condivise e certe i propri eletti. Nonostante le differenze, Scilla e Cariddi hanno qualche cosa di simile – sono il frutto maturo dell’ideologia dell’antipolitica e dell’antipartito. Sono l’esito della lunga stagione di propaganda antipolitica che dagli anni Novanta sta cambiando letteralmente non solo il panorama partito ma anche l’abito del ragionamento pubblico. Matteo Renzi e Luigi Di Maio (o Beppe Grillo) non sono in questo molto distanti, e sfidano la barca della politica con la stessa minacciosa resistenza delle due sponde omeriche.
La propaganda di Renzi per la revisione della Costituzione poggia su quello che sono gli argomenti principe dell’antipolitica: i costi dei politici da abbattere (con questo argomento si milita contro il Senato della Repubblica) e le aggregazioni o le mediazioni da scongiurare (la fine dell’inciucio). Due argomenti che sono stati per anni nell’agenda di Marco Pannella, il più grande degli ispiratori dell’antipolitica. I costi della politica che pesano sulle tasche dei contribuenti; e maggioranze che si devono formare non in Parlamento ma la sera in cui le urne chiudono. Pannella ha sempre combattuto per questa battaglia, come per quella dell’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, un obiettivo per il quale promosse campagne politiche e referendarie e che affiancò all’altro tema: l’attacco ai partiti identitari e ideologici e quindi al consociativismo che da essi emanava – l’attacco a tutte quelle forme organizzative e aggregative (anche i sindacati) che erano non semplicemente associazioni a tema singolo (per risolvere questo o quel problema) ma associazioni “pesanti” che univano intorno a progetti ideali e ideologici ed erano poco malleabili alla scelta elettorale libera o “laica”. Liberare la politica dai partiti – questo il progetto avviato da Pannella, preseguito dalla prima Forza Italia e poi dal M5s e ora anche dal Pd di Renzi. Quella che chiamiamo abitualmente antipolitica è il tessuto connettivo che unifica oggi Renzi e Grillo (o Di Maio), molto più simili di quanto sia loro conveniente far credere. Per entrambi la società politica, necessaria per risolvere problemi che i privati non possono da soli risolvere, deve pesare il meno possibile, costare meno possibile, essere visibile il meno possibile.
Ricordiamo come è nato il Movimento 5 Stelle – sulla scia dei Vaffa day, i raduni di gente intorno ai palchi di Beppe Grillo per gridare il disgusto verso i partiti e per rivendicare una palingenesi e purificazione che solo chi stava fuori dai giochi poteva realizzare. Il Movimento è poi cresciuto e ha deciso di partecipare alle consultazione elettorali, ovvero di entrare nelle stanze piccole e grandi dei bottoni.

Questo articolo continua sul numero 22 di Left in edicola dal 28 maggio

 

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Cosa successe a Firenze 23 anni fa. La strage di via dei Georgofili e la «Falange Armata»

Firenze, primavera 1993. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio un’autobomba esplose in via dei Georgofili, nei pressi della galleria degli Uffizi. L’esplosione provocò la morte di 5 persone: i 4 membri della famiglia Nencioni (Fabrizio Nencioni e Angela Fiume, di 39 e 36 anni, e le figlie Nadia e Caterina, 9 anni la prima e 2 mesi la seconda) e lo studente Dario Capolicchio (22 anni). Inoltre 48 persone rimasero ferite, alcune in maniera grave, mentre la celebre Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, rimase gravemente danneggiata. L’ordigno provocò un cratere enorme, tre metri di diametro per due di profondità, a causa dell’alto potenziale esplosivo, 200 chili di tritolo e pentrite. La mattinata successiva con due telefonate anonime all’Ansa di Firenze e Cagliari la «Falange Armata» rivendicava la strage.

Per capire chi sia la «Falange armata» occorre fare un passo indietro. E volgere lo sguardo all’Italia dei primi anni novanta: nel gennaio del 92 si era concluso il maxi-processo di Palermo, iniziato nel 1986 e protrattosi per sei lunghi anni. Il processo era stato istruito dal pool antimafia di Antonio Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la prima volta trovò applicazione l’articolo «416 bis», il carcere duro per i reati di stampo mafioso, istituito nel 1982 dopo l’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, all’epoca prefetto di Palermo. Le condanne inflitte furono molto pesanti: 19 ergastoli, 2665 anni totali di reclusione e multe per 11 miliardi di lire. Furono condannati in contumacia anche Totò Rina e Bernardo Provenzano, che rimasero latitanti per molto tempo ancora.

Dopo i fatti di Palermo la «Commissione provinciale» di «Cosa Nostra» (l’organo direttivo dei più potenti boss mafiosi, tra cui vi erano Riina e Provenzano) decisero di dare inizio alla stagione stragista ( che durerà per tutto il biennio 92-93) e di rivendicare gli attentati con il nome di «Falange Armata». I fatti di Firenze sono da inserirsi all’interno di una strategia più ampia con la quale «Cosa Nostra» mirava a incutere timore nell’opinione pubblica, ricattare lo Stato e imporsi come suo interlocutore diretto, in particolare per farsi approvare alcune richieste (il famoso «papello» di Ciancimino) in cui si chiedeva, tra le altre cose, l’annullamento del 416 bis e la revisione della sentenza del Maxi – Processo.

Nel sanguinoso biennio 92-93 vi furono numerose stragi collegate a quella di Firenze: il 14 maggio del 1993 venne piazzata una bomba in via Ruggiero Fauro a Roma, per colpire il conduttore televisivo Maurizio Costanzo, che ne uscì miracolosamente illeso. Il 27 luglio una bomba in via Palestro, a Milano, causò la morte di 5 persone. Il 27 e 28 luglio a Roma esplosero altre due bombe nelle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio Velabro, senza fare vittime, fortunatamente. Tutte queste stragi furono rivendicate dalla «Falange Armata».

https://www.youtube.com/watch?v=zl_zYsqdnpA

A che punto sono le indagini. Il primo processo sulla strage, istituto grazie alle rivelazioni di alcuni ex-mafiosi pentiti, si concluse nel 1998 con la condanna di 14 persone all’ergastolo, gli esecutori materiali della strage (tra i quali Gaspare Spatuzza, Gioacchino Calabrò, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Pietro Carra, Antonino Mangano e Giuseppe Ferro). Il secondo terminò in appello nel 2001 con la condanna di Totò Riina e Giuseppe Graviano.
Francesco Tagliavia, un mafioso di Brancaccio, è stato condannato all’ergastolo prima nel 2011 e poi in un processo d’appello bis nel 2016. Nel 2013 è stato condannato all’ergastolo un pescatore accusato di aver fabbricato l’esplosivo usato nelle stragi, Cosimo D’amato. Gaspare Spatuzza, che collabora con la giustizia dal 2008, ha sostenuto che il boss Giuseppe Graviano avrebbe indicato nel 1994 Silvio Berlusconi e l’ex senatore Marcello Dell’Utri come suoi referenti politici.

Nel 1994 il magistrato responsabile delle indagini pier Luigi Vigna, deceduto nel 2012, ha sostenuto che la strage abbia avuto dei «mandanti a volto coperto». «Si riconosce in queste operazioni» – sosteneva Vigna – «una dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con i meccanismi delle comunicazioni di massa, e anche una capacità di sondare gli ambienti politici e di interpretarne i segnali». E proprio in quegli anni avvennero simili stragi. Anni in cui in seguito al vuoto di potere creatosi con Tangentopoli la mafia era priva di interlocutori politici.

Idomeni, le foto scattate dai migranti durante lo sgombero

A Kurdish man sits on the ground as he waits to leave a makeshift camp during a police operation at the Greek-Macedonian border near the northern Greek village of Idomeni, Thursday, May 26, 2016. Greek police continue to evacuate the sprawling, makeshift Idomeni refugee camp where more than an estimated 8,400 people have been living for months. (Yannis Kolesidis/ANA-MPA via AP)

Il campo profughi simbolo del limbo della migrazione al confine greco-macedone non esiste più. Ai giornalisti non è stato permesso di accedere durante le operazioni di sgombero condotta delle divise greche. E delle 8.424 persone presenti lunedì scorso a Idomeni, in maggioranza provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan, sono state smistate in altri campi, soprattutto nell’aria di Salonicco.

Le immagini che seguono, invece, sono state scattate dai migranti con i loro smartphone e inviate a Left durante le diverse fasi dello sgombero.

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