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Ziggy, il Duca Bianco e i mille volti di David Bowie. In tre mostre e un libro

Bowie, Lennox, concerto-tributo a Freddie Mercury 1992

Alcune foto  scattate ad Haddon Hall, dove viveva David Bowie, raccontano da vicino, in modo intimo,  uno storico giorno del  1972,  quando il cantante inglese stava preparando The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Poco più in là altre spettacolari immagini raccontano l’evoluzione imprevista del più famoso alter ego di Bowie,  Ziggy Stardust. Sono alcune delle opere di Hall selezionate da ONO arte contemporanea per una restrospettiva sul Duca Bianco che ha aperto i battenti il 29 maggio a Mantova.  Dopo la mostra David Bowie e Masayoshi Sukita alla Fondazione CariSpezia di La Spezia, che fino al 19 giugno presenta qaranta fotografie tratte dall’archivio di Sukita su Bowie, ecco un’altra occasione per ricordare il grande, camaleontico, talento del cantante, attore, polistrumentista e compositore inglese.

La mostra al Mantova outlet village  (aperta dal 29 maggio al 17 luglio) s’intitola  Il mito da Ziggy Stardust a Let’s Dance. offre un’occasione per ricordare, a pochi mesi dalla sua scomparsa avvenuta il gennaio scorso, l’artista che ha saputo innovare, non solo il mondo della musica, ma anche quello delle arti performative. Come mise bene in luce nel 2013, il Victoria & Albert Museum di Londra, con la mostra David Bowie is una retrospettiva spettacolare che approderà al Mambo di Bologna il 14  luglio 2016. Bowie, infatti, ha mescolato linguaggi, dal mimo, al teatro, al musical, alla moda per dare una rappresentazione anche visiva alla sua musica. Una grande ambizione ha guidato i suoi primi anni sulla scena, facendo la gavetta, in una scena musicale inglese effervescente negli anni Settanta. Poi le droghe, l’alcool, una vita fisicamente spericolata, da cui è uscito – come ha raccontato lui stesso con coraggio e auto ironia  – quando ha capito che non aveva bisogno di essere strafatto per comporre. E da lì è stata una ricerca e una sperimentazione continua, sul piano della musica e dell’arte, maturando uno stile originale, aiutato da una voce profonda e capace di toccare corde intime.

© Terry Pastor, ziggy front cover
© Terry Pastor, ziggy front cover

Nella mostra di  Mantova  si possono rivedere molti di questi momenti attraverso  le fotografie di Michael Putland e il lavoro grafico di Terry Pastor ( che realizzò le cover degli album di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars e di Hunky Dory). ripercorrendo anche le fasi più stranianti, quando un giovanissimo Bowie si calava nei panni immaginari di un adrogino, di un alieno, un angelo senza fede caduto sulla terra. Con molta eleganza e humour, caratteristiche innate che lo  hanno accompagnato fino alla fine, anche quella trasformata in un momento che è passato attraverso la sua “regia”, quando ha capito che non gli restava molto da vivere.

1976 The Thin White Duke
1976 The Thin White Duke

Delle quattro sezioni della mostra mantovana presentata il 29 maggio in Palazzo Tè la seconda, in particolare , è dedicata al “Sottile Duca Bianco”, nato nel gennaio del 1976 quando esce Station to Station, disco che anticipa le sonorità della cosiddetta Trilogia di Berlino. Il disco fu seguito da una tournée in Europa e negli Stati Uniti, nella quale Bowie prese le sembianze del cosiddetto Thin White Duke. E’ l’invenzione della New Wave, che caratterizzerà tutto il ventennio successivo. David Bowie è stato uno straordinario innovatore e creatore di stili che poi generazioni di musicisti hanno cercato di emulare. Imprendibile David Bowie, uno , nessuno e centomila, fino all’ultima, drammatica, auto rappresentazione in Black star, opera musicale matura che l’artista, mentre lottava contro il cancro, è riuscito a trasformare in un musical.

Bowie, 1976 The Thin White DukeGli occhi dal colore diverso, l’eleganza innata,  ma anche la capacità di essere se stesso, senza arie da rock star quando si spegnevano i riflettori. Estremamente attento agli altri e capace di collaborare, così lo hanno descritto i numerosissimi artisti che hanno lavorato con lui, specialmente negli ultimi  anni.  David Bowie dunque non come una contro figura di se stesso, tutt’altro che un manichini, ma un artista e un uomo a tutto tondo che in scena amava giocare con le maschere, quelle dell’amato teatro orientale, del Teatro No, che aveva sembre ammirato. David Bowie cantastorie, capace di raccontare se stesso con icastica bonomia, come raccontano i video dello show Story Teller.

David Bowie non solo estetica, ma anche ricerca musicale, come dimostra l’onda lunga della sua influenza su successive generazioni di musicisti, fino ai più giovani. Giocare con una galassia di eteronomi era  la sua specialità.

ziggySbarazzarsi del nome di battesimo fu non a caso il suo primo gesto entrando nel mondo dell’arte , come ricorda Luca Scarlini nel libro Ziggy stardust, la vera natura dei sogni (ADD editore) nel mondo del rock contava il nome, sequenza magica per arrivare al successo, abbandonando prima possibile  quello anagrafici. Così David o Davy Jones  divenne David Bowie il 16 settembre deel 1965, dopo aver in primo momento pensato di chiamarsi Tom Jones, nome poi adottato dal cantante di “sex bomb”. Bowie, ricostruisce Scarlini era il nome di una marca di coltelli americana, il smbolo di un sogno lucente quanto pericoloso, di cui David Bowie esplora tutte le facce, fino a This is not America   con Pat Metheny. In una sua epoca, in ogni sua nuova creazione, c’è sempre stato un rock glam, che inseriva una forte dose di novità in un’epoca caratterizzata dalla musica progressive. E che poi avrebbe alimentato tanto rock pop  di oggi.

David Bowie
David Bowie, black star

Meglio parlar d’altro. 29 maggio 2016|Il Caffè di Corradino Mineo

Rassegna stampa di domenica 29 maggio. Arrivano più migranti in Italia, Renzi promette il ponte sullo stretto di Messina, i giornali parlano di Nibali, del Real Madrid, della morte di Albertazzi. Il ministro Franceschini chiede alla minoranza Pd di non usare il referendum ma il congresso contro Renzi.

È Primavera, svegliatevi italiani. C+C=Maxigross, l’unica band italiana sul palco di Barcellona

È andata così: Francesco Ambrosini, Filippo Brugnoli, Niccolò Cruciani e Tobia Poltronieri sul palco del Primavera sound ci erano stati nel 2014, da emergenti. Quest’anno, dopo l’uscita del loro ultimo album, Fluttuarn (Vaggimal, 2015), gli organizzatori li hanno voluti in line up. Insieme a Brian Wilson, Pj Harvey, Radiohead, Tame Impala, Sigur Rós e altre centinaia di artisti che si esibiranno al Parc del Fòrum di Barcellona, in quello che ormai, giunto alla sua 15esima edizione, è un appuntamento immancabile per gli amanti della musica d’avanguardia.

Italy. Lessinia - Vaggimal. 2015. C+C=Maxigross.
C+C=Maxigross.

Con un nome ispirato a una catena di supermercati, C+C=Maxigross è l’unica band italiana nel cartellone principale catalano. Con loro l’Italia, ormai del tutto devota ai talent show, porta una fresca psichedelia, con code tropicaliste, cori ancestrali, richiami Sixties. E un tocco di etnica originalità nella lingua: i titoli delle tracce, infatti, sono in cimbro, lingua morta della Lessonia, terra persa tra le montagne del Veronese. È nel 2009 che il gioco tra amici si è fatto band, anzi collettivo. I membri? «A lot. Da 3 a 22 quando va tutto bene», scrivono sui social. Incidono l’ep Singar (cantare, in cimbro) e, poi, nel 2013 il primo album Ruvain, che in cimbro significa rumoreggiare. E di rumore ne hanno fatto eccome: da allora hanno collezionato più di 200 live, con tanto di minitour negli Stati Uniti, inclusa una tappa nel prestigioso Cmj Music Festival di New York. Infine Fluttuarn, dove le dimensioni acustica ed elettrica si fondono, scombinando i piani.
Ma in tempi di talent non ci sarà da sentirsi soli a fare musica sperimentale? Lo abbiamo chiesto a Tobia Poltronieri, che dei C+C è fondatore insieme ad Ambrosini e Brugnoli. «Abbiamo sempre concepito il nostro progetto in termini collaborativi, aperti a qualsiasi tipo di ispirazione», risponde Tobia. «Ed è forse per questo che ci sentiamo limitati nel contesto della scena italiana, che spesso si autoconfina. Mentre la musica di qualità non dovrebbe avere confini, né geografici né di genere». Ironia del mercato. Mentre la scena italiana ha paura di osare e si autoconfina nel nazionalpopolare, i C+C fanno psichedelia, scrivono in cimbro, registrano in una baita sui monti della Lessinia, fra le province di Verona e Trento. A Vaggimal, 114 anime. E tutto sono fuorché confinati.

Questo articolo continua sul numero 22 di Left in edicola dal 28 maggio

 

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In Cile si fumano spinelli giganti, a Falluja si lotta contro Is. La settimana in foto

(Foto AP / Esteban Felix)

20 Maggio, 2016. Wellampitiya, periferia di Colombo, Sri Lanka. L’ ufficiale della guardia costiera, a destra, aiuta un uomo a mettersi in salvo da una zona colpite dalle inondazioni che hanno allagato migliaia di case. (Foto AP / Eranga Jayawardena)
20 Maggio, 2016. Wellampitiya, periferia di Colombo, Sri Lanka. L’ ufficiale della guardia costiera, a destra, aiuta un uomo a mettersi in salvo da una zona colpite dalle inondazioni che hanno allagato migliaia di case. (Foto AP / Eranga Jayawardena)

22 maggio 2016. Santiago, Cile. Un uomo fuma da uno spinello gigante durante una manifestazione a favore della legalizzazione della marijuana. Decine di migliaia di persone si sono radunate nelle strade del centro di Santiago per chiedere che il governo cambi la sua politica in materia di marijuana e dei suoi usi terapeutici, nonché il diritto di auto-coltivazione. (Foto AP / Esteban Felix)
22 maggio 2016. Santiago, Cile. Un uomo fuma da uno spinello gigante durante una manifestazione a favore della legalizzazione della marijuana. Decine di migliaia di persone si sono radunate nelle strade del centro di Santiago per chiedere che il governo cambi la sua politica in materia di marijuana e dei suoi usi terapeutici, nonché il diritto di auto-coltivazione. (Foto AP / Esteban Felix)

23 maggio 2016. Periferia di Kibera, Nairobi, Kenya. Carica della polizia keniana, contro i manifestanti che protestano per chiedere che la commissione elettorale sia sciolta in seguito alle accuse di parzialità e di corruzione. (Foto AP / Ben Curtis)
23 maggio 2016. Periferia di Kibera, Nairobi, Kenya. Carica della polizia keniana, contro i manifestanti che protestano per chiedere che la commissione elettorale sia sciolta in seguito alle accuse di parzialità e di corruzione. (Foto AP / Ben Curtis)

23 maggio 2016. Kangding, Ganzi, Sichuan, Cina. Monache tibetane. Nella zona di Ganzi vive una popolazione di 1,14 milioni di persone, di cui l'80 per cento sono tibetani. © EPA / COME Hwee YOUNG
23 maggio 2016. Kangding, Ganzi, Sichuan, Cina. Monache tibetane. Nella zona di Ganzi vive una popolazione di 1,14 milioni di persone, di cui l’80 per cento sono tibetani. © EPA / COME Hwee YOUNG

23 maggio 2016. baraccopoli di Kibera, a Nairobi, in Kenia. Agenti anti-sommossa disperdono i manifestanti durante una manifestazione contro il corpo elettorale del Paese, nel tentativo di spingere per le riforme in vista delle elezioni generali del prossimo anno. © EPA / DANIEL Irungu
23 maggio 2016. baraccopoli di Kibera, a Nairobi, in Keny. Agenti anti-sommossa disperdono i manifestanti durante una manifestazione contro il corpo elettorale del Paese, nel tentativo di spingere per le riforme in vista delle elezioni generali del prossimo anno. © EPA / DANIEL Irungu

24 maggio 2016. Foresta in Machinga, Malawi. Donne e bambini separano il grano dal suolo, dopo che il conducente di un camion ha perso il controllo del veicolo e il grano che trasportava si è versato. (AP Photo / Tsvangirayi Mukwazhi)
24 maggio 2016. Foresta in Machinga, Malawi. Donne e bambini separano il grano dal suolo, dopo che il conducente di un camion ha perso il controllo del veicolo e il grano che trasportava si è versato. (AP Photo / Tsvangirayi Mukwazhi)

25 maggio 2016. Un ragazzo ebreo guarda un falò durante una festa ebraica che ricorda la fine di una pestilenza che decimò gli ebrei durante l'epoca romana. (Foto AP / Oded Balilty)
25 maggio 2016. Un ragazzo ebreo guarda un falò durante una festa ebraica che ricorda la fine di una pestilenza che decimò gli ebrei durante l’epoca romana. (Foto AP / Oded Balilty)

25 maggio 2016. Anaheim, California. Membri dell’Orange County Sheriff fermano un manifestante nei pressi del Convention Center dove il candidato presidenziale repubblicano Donald Trump ha tenuto una manifestazione. (AP Photo / Jae C. Hong)
25 maggio 2016. Anaheim, California. Membri dell’Orange County Sheriff fermano un manifestante nei pressi del Convention Center dove il candidato presidenziale repubblicano Donald Trump ha tenuto una manifestazione. (AP Photo / Jae C. Hong)

26 maggio 2016. Parigi, Francia. Poliziotti antiterrorismo prendono posizioni davanti ad un edificio dove un uomo sospettato di avere collegamenti con estremisti si è asserragliato all'interno di una casa nei pressi di Parigi. (Foto AP / Thibault Camus)
26 maggio 2016. Parigi, Francia. Poliziotti antiterrorismo assumere posizioni davanti ad un edificio dove un uomo sospettato di avere collegamenti con estremisti si è asserragliato all’interno di una casa nei pressi di Parigi. (Foto AP / Thibault Camus)

26 maggio 2016. Le Havre, Francia. Due attivisti sindacalisti in giubbotti fluorescenti a piedi verso il ponte Normandie al di fuori di Le Havre, nel corso di una azione di protesta, La nuvola di fumo nero è da pneumatici in fiamme. (Foto AP / Raphael Satter)
26 maggio 2016. Le Havre, Francia. Due attivisti sindacalisti in giubbotti fluorescenti a piedi verso il ponte Normandie al di fuori di Le Havre, nel corso di una azione di protesta, La nuvola di fumo nero è da pneumatici in fiamme. (Foto AP / Raphael Satter)

26 maggio 2016. Idomeni, Grecia. Resti di tende e altri oggetti utilizzati dai migranti vengono rimossi da un camion. (Foto AP / Darko Bandic)
26 maggio 2016. Idomeni, Grecia. Resti di tende e altri oggetti utilizzati dai migranti vengono rimossi da un camion. (Foto AP / Darko Bandic)

26 maggio 2016. Falluja, Baghdad, in Iraq. Un uomo tra le macerie di una casa distrutta dopo un bombardamento. Il gruppo Stato islamico sta impedendo alla gente di allontanarsi dalla città al centro di una operazione militare per riconquistare la città ad ovest di Baghdad. (AP Photo)
26 maggio 2016. Falluja, Baghdad, in Iraq. Un uomo tra le macerie di una casa distrutta dopo un bombardamento. Il gruppo Stato islamico sta impedendo alla gente di allontanarsi dalla città al centro di una operazione militare per riconquistare la città ad ovest di Baghdad. (AP Photo)

Un Paese che invecchia e i figli affidati ai nonni

Una società vecchia, che tiene i propri giovani in uno stato di minorità per quanto riguarda l’accesso al lavoro e ad un minimo di sicurezza economica, favorendo quindi il ritardo in tutte le tappe di entrata piena nello status di adulto. Eppure, sono proprio le imprese, spesso piccole, guidate da giovani quelle che stanno maggiormente creando nuova occupazione, quindi contribuendo alla ripresa, perché più innovative e competitive. Una società con ancora forti disuguaglianze di genere, nella sfera privata-famigliare (in primis nella divisione del lavoro non pagato) e nel mercato del lavoro, nonostante le giovani donne siano ormai istruite come e più degli uomini e entrino massicciamente nel mercato del lavoro, salvo doverne uscire, o comunque disinvestire, se hanno un figlio. Perché conciliare maternità e occupazione è ancora e forse sempre più difficile in una società del lavoro flessibile e senza servizi adeguati. È difficile, se non impossibile, soprattutto per le madri giovani a bassa qualifica, che non a caso sono concentrate tra i Neet, esponendo sé e i propri figli al rischio di povertà.

Nonostante tutti i cambiamenti nei modi di fare famiglia, i nonni rimangono una risorsa essenziale per una giovane madre che voglia stare nel mercato del lavoro. Una società non solo fortemente disuguale, e con un forte presenza di povertà minorile, ma in cui è forte la riproduzione intergenerazionale della disuguaglianza, in particolare quella mediata dall’istruzione: chi, a 14 anni, aveva almeno un genitore laureato non solo è molto più probabile che si laurei a sua volta di un coetaneo che lo aveva solo diplomato o con la scuola dell’obbligo, ma avrà, anche per questo, un reddito del 29% superiore. Senza contare che il livello di istruzione conta anche per la durata della vita, specie tra i maschi. I laureati hanno il 13% in più di sopravvivere fino a 80 anni di chi ha la sola licenza elementare, perché hanno avuto stili di vita migliori e occupazioni meno pesanti e/o pericolose. Tra le donne la differenza è meno della metà, perché tra le ottantenni di oggi solo una minoranza è stata occupata (e le laureate sono state ancora meno). È probabile che anche tra loro il divario aumenterà nelle generazioni successive, dato il grande cambiamento che ha interessato la vita delle donne dal dopoguerra ad oggi. Una società, infine, in cui le disuguaglianze sociali e di genere si sovrappongono, accentuandosi, a quelle territoriali, senza che vi sia stata una vera soluzione di continuità dal dopoguerra adoggi ed anzi con un inasprimento a seguito della crisi.

È questa l’immagine, per altro non inaspettata, che emerge dal Rapporto annuale dell’Istat. Esso mette anche l’accento non solo sulla nota inefficienza redistributiva della spesa sociale, pur aumentata nonostante le riforme e i tagli, ma sulla mancanza, o inefficacia, delle politiche pre-distributive, ovvero di quelle che dovrebbero contrastare le disuguaglianze all’origine, non solo ex post: le politiche dell’istruzione, innanzitutto, a partire dai nidi. Questi, infatti, non sono solo uno strumento di conciliazione per i genitori, in particolare le madri, occupati. Sono, vanno pensati come, strumenti di pari opportunità per i bambini. Lo stesso vale per le scuole materne, il tempo pieno nella scuola dell’obbligo, il sostegno alle attività sportive non solo di tipo agonistico e alla partecipazione culturale dei bambini e ragazzi. È sorprendente che solo ora, dopo anni di denuncia della durezza della riproduzione intergenerazionale della disuguaglianza, dello scandalo della povertà minorile, del poco nobile primato che l’Italia ha nella percentuale di Neet, si sia avviata, per meritoria iniziativa e pressione di Save the Children, una sperimentazione nel campo del contrasto alle povertà educative. Come se si ignorasse l’importanza del capitale culturale e sociale nel dare forma alle disuguaglianze e alla loro riproduzione. Meglio tardi che mai, anche se è solo una piccola goccia.

Questo articolo è sul numero 22 di Left in edicola dal 28 maggio

 

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«Sì, Matteo Renzi ha imparato da Grillo». Parla Lucia Annunziata

Lucia Annunziata

L’antipolitica di cui tanto parliamo che cos’è? Un pericolo reale per le nostre società o un alibi per l’establishment?
Messa così è un alibi per l’establishment. L’antipolitica è diventata la parola d’ordine per spiegare tutto quello che non è spiegabile, che non è prevedibile o inglobabile.
Quindi da Trump alla destra austriaca di Hofer…
A Corbyn, passando da Podemos, e persino da Fassina – ride -: un uomo d’ordine come Fassina che diventa antipolitica! È una parola chiave, peraltro invalsa da parecchio tempo. In Europa si è cominciato a parlare di antipolitica dopo il 2010, quando comincia la crisi dell’Europa che obbedisce alla Germania. In Italia è entrata nel dibattito politica con quella che io chiamo la democrazia rapita: cioè è arrivata insieme al lungo passaggio tra la crisi di Berlusconi – che ora si può dire che fu un grande complotto – e le successive non elezioni, fino all’arrivo di Renzi.
Pannella se n’è andato. Ha sempre sfidato i partiti, spesso l’opinione corrente, però tutto si può dire di lui tranne che non fosse un politico.
Era un politico-politico. Credo però che non avesse nessuna idea di un discorso di massa. C’erano i cittadini per Pannella, ma non c’era il popolo, non c’era la gente, non c’erano gli elettori, non c’erano i proletari. C’erano solo i cittadini. Pannella aveva un modo molto efficace di andare contro le idee dei partiti ma io credo che nel mondo dei radicali non ci fosse il Paese reale. I diritti sono una cosa bellissima: tutti uguali, una testa un voto. Ma non siamo uguali rispetto alla vita nè rispetto alla nazione. Io, donna borghese, ho lo stesso diritto rispetto all’aborto di una donna proletaria. Ma nella pratica, io donna proletaria ho altri problemi. Per i radicali non c’è la lotta di classe, non c’è il mercato: la divisione tra le classi non è mai entrata nel loro mondo. Ci sono solo i diritti astratti. Ci sono cittadini, ma come entità a-corporale. Per questo, io credo, non hanno avuto mai un successo elettorale, ma solo un grande impatto culturale.

Questo articolo continua sul numero 22 di Left in edicola dal 28 maggio

 

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28 Maggio 2016 | il Caffè di Corradino Mineo

Rassegna stampa tutta centrata su Obama a Hiroshima, Il commento di Roberto Toscano e quello del Financial Times. Poi Le Monde che sostiene come il governo Valls rischi di perdere la battaglia per il jobs act. E Giannelli che racconta un incubo di Renzi: che gli finisca con il referendum come finì a Umberto di Savoia.

Carbone e violenze in Colombia, Enel annuncia approfondimenti

epa04471466 Authorities during the rescue works at the coal mine in Amaga, in the region of Antioquia, Colombia, 31 October 2014.Twelve workers died after being trapped due to flooding following an explosion on, 30 October inside a coal mine which was operating legally. According to the Colombian authorities the 12 workers are dead. EPA/Luis Eduardo Noriega

Dopo l’intervendo della ong internazionale Re:Common all’assemblea degli azionisti di ieri, l’ad di Enel Francesco Starace ha annunciato approfondimenti in loco sulle violazioni dei diritti umani ai danni delle popolazioni locali nella zona mineraria del Cesar, in Colombia. All’argomento è dedicato un servizio nel numero di Left in edicola, che dà conto della sospensione delle relazioni contrattuali tra la società energetica danese Dong e le imprese locali, accusate tra l’altro di rapporti con i paramilitari che seminano violenza e paura tra i lavoratori e tra i villaggi della regione.

Maira Mendez Barboza mostra la foto di suo padre, ex sindacalista nell'impianto carbonifero della Drummond assassinato nel 2001Maira Mendez Barboza mostra la foto di suo padre, sindacalista
nell’impianto carbonifero della Drummond assassinato nel 2001

«Andremo a vedere di persona cosa succede in Colombia se non ci piace usciremo, come ha fatto Dong» ha dichiarato Starace, «Prenderemo sul serio tutte le segnalazioni che ci avete fatto ma di questa storia siamo stufi e del carbone colombiano ci interessa il giusto».

Re:Common ha ricordato, tra l’altro, agli azionisti che nel febbraio dello scorso anno la società energetica tedesca EnBW ha condotto una missione sul campo in Cesar, insieme con alcune Ong, e ha pubblicamente riconosciuto il problema delle vittime e la questione della riconciliazione. Nel 2016, va detto, l’allarme per le violazioni ha indotto prima il comune di Amsterdam a lanciare un allarme alle aziende che importano carbone e poi la danese Dong a sespendere le importazioni da Prodeco in attesa di un piano d’azione che comprenda dei risarcimenti per le violazioni dei diritti umani, dopo che nel 2006 si era già disimpegnata da Drummond per il suo presunto legame con l’assassinio di tre dirigenti sindacali nel 2001.

Qualche giorno fa, il ministro svedese dell’Industria ha riferito in Parlamento di considerare molto seria la questione dei diritti umani in Cesar e di avere grandi aspettative su come la compagnia statale Vattenfall tratterà la questione, e la settimana scorsa i parlamentari di tre dei principali partiti olandese hanno chiesto di sospendere l’importazione di carbone dal Cesar. Intanto la banca francese BNP Paribas, che aveva già inserito la Drummond nella sua lista nera, ha deciso di non fornire più servizi finanziari alla società fino a nuovo ordine.

Il nostro approfondimento sul numero 22 di Left in edicola dal 28 maggio

 

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L’ingombrante Verdini. Con l’emendamento Casson, sulla prescrizione un nuovo caso

«Per noi così non va bene». I verdiniani sono ormai maggioranza di governo e, come tale, non ci stanno a farsi cambiare sotto il naso la riforma, già un compromesso, del processo penale, che tocca anche la prescrizione. L’avvocato e senatore Ciro Falanga, componente della commissione Giustizia del Senato, respinge così l’ipotesi contenuta negli emendamenti presentati dai senatori Cucca e Casson del Pd, che sono formalmente i relatori della riforma del processo penale. Per loro la prescrizione dovrebbe smettere di correre dopo la sentenza di primo grado. Ala invece vuole al massimo una corsia preferenziale per i reati di corruzione, per evitare che quelli vadano prescritti, corsia per cui ha già presentato un emendamento. «Ci si concentri su modifiche che accelerino i processi e non a paralizzare la prescrizione», dice Falanga battagliero. E il Pd, con il capogruppo Luigi Zanda, tenta così di evitare che il caso monti: «Ho parlato con i senatori Casson e Cucca», dice Zanda, «che mi hanno comunicato che gli emendamenti da loro presentati in tema di prescrizione sono ipotesi di lavoro».

Ipotesi, vuol dire, del solo Casson. Tant’è che «non ci penso neanche», dice Felice Casson a Left, quando gli chiediamo di un possibile ritiro. È la sua proposta ma ci tiene. Quindi vuole almeno discuterne, e siccome sulla sua proposta il fronte con i 5 stelle è possibile, che diventi un caso politico sarà inevitabile. Anche perché i 5 stelle sembrano questa volta intenzionati a un compromesso: tutto si fa pur di inserirsi in una polemica interna al Pd, per non perdere l’occasione per ricordare – sotto elezioni – agli elettori dem quanto l’abbraccio con Verdini condiziona il governo di Renzi. «È una proposta di buonsenso», dice infatti Luigi Di Maio, «noi come noto pensiamo che la prescrizione debba fermarsi con il rinvio a giudizio, ma siamo disponibili a ragionare sull’ipotesi di fermala col primo grado». «Ma tutto questo non conta», continua polemico, «perché io dubito fortemente che quella di Casson sia la proposta del Pd, dubito che sia la proposta di Matteo Renzi».

G7 e G8, le 7 G contro l’ottava G. Una storia di amore e odio

US President Barack Obama (R) meets his Russian counterpart Vladimir Putin (L) in Los Cabos, Mexico, on June 18, 2012, during the G20 leaders Summit. Obama met today Putin at a G20 summit to discuss differences over what to do about the bloody conflict in Syria. AFP PHOTO/ RIA-NOVOSTI POOL / ALEXEI NIKOLSKY (Photo credit should read ALEXEI NIKOLSKY/AFP/GettyImages)

Si è appena concluso il G7 di Hiroshima, il terzo di fila senza la Russia. E i Paesi membri non hanno mostrato alcuna intenzione a riammettere Mosca, temporaneamente sospesa dopo l’invasione dell’Ucraina, al vertice dei sette paesi un tempo più potenti al mondo. Il G7 Dunque rimarrà come tale e non tornerà ad essere G8. Nella bozza risolutiva del testo si torna a condannare «l’annessione criminale della Crimea da parte della Russia», e viene ribadita la scelta del «non riconoscimento e delle sanzioni». Viene poi precisato che «la durata delle sanzioni sarà fino a quando la Russia non si conformerà agli accordi di Minsk». Tali accordi furono firmati da Russia, Ucraina e due Repubbliche secessioniste di Doneck e Lugansk nel settembre del 2014 sotto l’egida dell’Osce; prevedevano in sostanza un cessate il fuoco immediato, che non è stato rispettato dalle parti.

Il G7, il G8 e la Russia. Il G7 nacque nel 1975 con l’ammissione al gruppo del Canada: la prima riunione si tenne a Porto Rico nel 1976. La Russia fu ammessa al vertice dei «grandi» del mondo nel lontano 1998 – dopo un lungo percorso iniziato nel 1991, all’indomani della caduta dell’Urss – in virtù non tanto della sua potenza finanziaria, quasi nulla, ma grazie al suo potere militare e alla sua importanza politica, determinante nel plasmare gli equilibri mondiali. Nel 1999 il gruppo si è ulteriormente allargato in G20, riunendo al suo interno i ministri economici di alcuni tra i più influenti Paesi emergenti, come Cina, India, Brasile, Sudafrica e Messico. Il G7 continuò negli anni a riunirsi parallelamente al G8 e al G20 come summit dei Ministri delle finanze e dei banchieri centrali. G7, G8 e G20 non sono organizzazioni internazionali come l’Onu, l’Unione Europea o il Fondo Monetario Internazionale non hanno alcuna base formale e non sono basate su alcun trattato internazionale, sono fora internazionali di dialogo ai massimi livelli.

Il fallito vertice di Sochi e l’esclusione della Russia dal G8. Nel 2014 Mosca avrebbe dovuto presenziare la riunione annuale del G8 a Sochi – dove si erano svolte le olimpiadi invernali – ma dopo l’incursione in Ucraina, i ministri dei paesi membri decisero di sospendere la partecipazione della Russia e spostare in via del tutto eccezionale l’incontro del G7 a Bruxelles. Il comunicato finale del vertice mostrò una presa di posizione molto dura in merito alla crisi di Kiev: l’azione della Russia fu ritenuta «inaccettabile» e i sette Paesi si dimostrarono determinati ad intraprendere «sanzioni mirate» nel caso in cui il Presidente Vladimir Putin non avesse ritirato completamente le truppe dall’Ucraina. L’unica volta in cui Mosca presenziò il foro internazionale fu a San Pietroburgo nel luglio del 2006.

Il vertice del 2015 a Monaco. Anche il successivo incontro, tenutosi a Monaco nel 2015, vide l’esclusione della Russia. Ma non solo. Il summit, presieduto stavolta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, si concluse con un documento che lanciava un duro monito nei confronti della Russia: «siamo pronti a rafforzare le sanzioni nel caso in cui la situazione lo richiedesse«. Ancor più deciso fu il discorso del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che accusò Putin di «voler ricreare le glorie dell’impero sovietico». «Ci riserviamo il diritto di reagire prontamente a tutte le misure non amichevoli compiute contro di noi dagli Usa» fu la pronta risposta di Sergei Lavrov, Ministro degli esteri russo.

La Russia e le sanzioni. Nonostante Putin abbia sostenuto che le sanzioni «fanno solo il solletico alla Russia», secondo l’Istituto federale di statistica russo, il Pil russo ha subito nel 2015 una contrazione del 3,7%, c’è stata una flessione dei salari reali, una svalutazione del rublo e una drastica diminuzione della produzione industriale (3,4%).

Perdita di influenza del G7. Nei paesi del G8 vive il 12,8% della popolazione mondiale e si produce quasi il 51% del Pil nominale mondiale (oltre 36mila miliardi di dollari). Con l’esclusione della Russia il G7 rappresenta «solo» il 48% del Pil mondiale (dati 2013). Inoltre il G7 e i Paesi occidentali stanno progressivamente perdendo la loro influenza economica mondiale, e la Russia ha trovato nuovi partner finanziari, come la Nuova banca di Sviluppo dei paesi Brics (Brasile,Russia, India, Cina, Sudafrica) nata nel 2014 con sede a Shanghai, che si pone come obiettivo quello di superare il vincolo valutario del dollaro. La banca ha una dotazione iniziale di 50 miliardi di dollari e un Fondo di Riserva di 100 miliardi di dollari. C’è poi la Banca Asiatica di sviluppo e investimenti, nata su impulso della Cina lo scorso Gennaio. Di cui tre Paesi membri del G7 (Francia, Germania e Italia) vogliono diventare soci fondatori.