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Sara e le altre. Sono oltre 450 i femminicidi negli ultimi tre anni

Per terra, tra i cespugli, un corpo senza vita,  lungo via della Magliana, oltre lo svincolo per il Grande raccordo anulare. È morta così, semicarbonizzata, per mano del suo ex fidanzato Vincenzo Paduano, guardia giurata di 27 anni, che ha confessato. A 200 metri l’auto ancora avvolta dalle fiamme. La mattina seguente alla notte tra il 29 e il 30 maggio, la Capitale si sveglia così, con l’ennesimo caso di cronaca che supera la peggiore delle fantasie. Sara Di Pietrantonio, 22 anni, studentessa universitaria, è la 17esima vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno, stando ai dati costantemente osservati dalla Casa delle donne. I dati che troviamo non sono mai ufficiali, né definitivi, ma se anche fossero “solo” 17 i femminicidi da inizio 2016, vorrebbe quasi uno alla settimana. E nel 2015 se ne sono contate 128 di donne uccise prevalentemente dal marito o dal compagno.

Che questi omicidi si consumino in ambienti criminali  o tra le pareti domestiche, resta il fatto che il “fattore donna” è in crescita nel totale degli omicidi: ancora secondo Eures, il 31,9% nel 2014, un netto aumento rispetto a 25 anni fa quando i delitti di donne erano l’11,1% del totale. Dal 2013, inoltre, 11.423 donne sono state violentate, 21.272 picchiate e 78.106 vittime di lesioni.

Su questo scottante tema è intervenuto, lo scorso 18 maggio, il ministro Alfano: «Tra il 2013 e il 2016 in Italia le vittime di femminicidio sono state 452, l’8,5% in meno del triennio precedente», ha detto. Eppure le associazioni femminili si dicono preoccupate per i dati che ritengono «allarmanti e sottostimati». Secondo il rapporto Il costo di essere donna-indagine sul femminicidio in Italia, elaborato dalle volontarie della Casa delle donne a uccidere sono i mariti nel 22% dei casi, ex nel 23%, compagni o conviventi nel 9%, infine i figli nell’11% dei casi.

Ancora, secondo l’Osservatorio nazionale dello stalking (attivo dal 2007) un’alta percentuale di omicidi è preceduta da atti persecutori e molestie.

Alla Camera, depositata l’11 maggio, giace una proposta di legge su “Femminicidio e crimini domestici”, per tutelare gli orfani e i familiari della vittima. Perché, ad oggi, la legge italiana prevede che un uomo che ha ucciso la moglie, o viceversa, non viene automaticamente escluso dall’eredità della vittima. E per escludere il genitore omicida dalla successione, i figli sono costretti a intentare una costosa causa civile nei suoi confronti e vincerla.

Per molti mesi, inoltre, il Dipartimento Pari Opportunità è rimasto senza un responsabile – fatto di cui si sono lamentate spesso le associazioni e gli operatori dei centri antiviolenza -. Soltanto il 10 maggio scorso il presidente del Consiglio ha affidato a Maria Elena Boschi la guida del Dipartimento.

Stampe, libri e manifesti. I capolavori della British Library online

La British Library ha messo a disposizione su Flickr, quindi in forma completamente gratuita, più di un milione di immagini contenute in oltre 65mila volumi, pubblicati dal 1600 a oggi.
Mappe, disegni, illustrazioni, lettere scritte a mano, diagrammi, cartoni, poster. Chiunque può scegliere da questo sterminato catalogo e utilizzare a proprio piacimento il materiale raccolto.

David Hume, "The history of England...", R. Scholey, London, 1818, pp.81
David Hume, “The history of England…”, R. Scholey, London, 1818, pp.81

Il progetto è partito nel 2013. La libreria ha creato una sorta di “curatore elettronico” che seleziona le immagini dal catalogo digitale e le pubblica, una ogni ora, sul proprio profilo twitter. «La risposta degli utenti è stata straordinaria – ha detto Ben O’Steen, a capo della sezione tecnica della British Library e ideatore del sistema di pubblicazione automatica attraverso i social network. Al momento la collezione di immagini è stata visitata da qualcosa come 267 milioni di utenti, con 400mila tag aggiunti su Flickr.

Nils Adolf Erik - Baron Nordenskiold, "Vegas färd kring Asien och Europa...", Stocholm, 1880, pp.262
Nils Adolf Erik – Baron Nordenskiold, “Vegas färd kring Asien och Europa…”, Stocholm, 1880, pp.262

L’opera, dal nome Crossroads of Curiosity, è stata esposta al Burning Man Festival ed è attualmente nella piazza fuori della libreria. Inevitabilmente, c’è anche chi ha pensato di “ritoccare” alcune di queste immagini in maniera divertente con Photoshop. Ha ammesso di averlo fatto anche lo stesso Ben O’Steen.

James Captain Low, "A dissertation on the soil & agriculture of the British Settlement of Penang", Singapore, 1836, pp.32
James Captain Low, “A dissertation on the soil & agriculture of the British Settlement of Penang”, Singapore, 1836, pp.32

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Il ministro di Renzi difende il Ttip. E il governo spinge le famiglie in Borsa

Che il ministro Carlo Calenda, fresco di nomina, fosse un sostenitore del Ttip non è cosa che non si sapesse. Anzi. Non stupisce quindi che negli ultimi giorni, prima sull’Espresso e poi sul Corriere abbia difeso il trattato: «L’Italia», dice, «è uno dei Paesi che beneficerebbe in misura maggiore dell’accordo di libero scambio tra Europa e Stati Uniti». Per il ministro contano le ragioni delle multinazionali e del mercato, più che le questioni di sicurezza alimentare o di concorrenza a ribasso, soprattutto sui prezzi e quindi sui salari, sollevate dai critici: «Il trattato», continua, «ha l’obiettivo di ridurre i dazi e le barriere non tariffarie che gravano sulle esportazioni sia americane sia europee. È facile immaginare cosa significhi per un’economia come quella italiana che poggia, per esempio, sull’export agroalimentare e tessile. L’accordo eliminerebbe quei picchi tariffari e non tariffari che arrivano a pesare fino al 40% sul costo di un bene».

Non si cura neanche delle polemiche sulla scarsa trasparenza delle trattative, come dimostrato dalla fuga di notizie avuta grazie a Greenpeace qualche settimana fa. Né gli interessa replicare a chi dice che la tardiva informazione immaginata per i nostri parlamentari, almeno, oltre che tardiva, appunto, sia quasi offensiva, oltraggiosa con gli eletti del popolo che potranno leggere le carte solo in inglese, solo per un’ora a testa, senza poter fotocopiare, fotografare né trascrive alcuna parola. Potranno solo ricordare e prendere schematici appunti su informazioni che comunque non potranno divulgare per un patto di riservatezza: «Se le trattative falliranno», dice l’incurante Calenda, «perderemo un’occasione di crescita straordinaria, ma soprattutto la possibilità di definire regole e standard avanzati e globali da fare valere verso quei Paesi che non accettano regole uguali per tutti gli attori della globalizzazione. Inoltre significa accumulare da parte europea un ritardo».

La difesa del Ttip arriva così insieme all’annunciato decreto sulla competitività che i tecnici di palazzo Chigi stanno limando in queste ore. È chiara l’impostazione che potremmo definire americana, anche qui. È un segno del governo, dunque. Il provvedimento dovrebbe uscire dal Consiglio dei ministri di domani, presieduto da Matteo Renzi, insieme alle già pronte norme per limitare gli abusi nell’utilizzo dei voucher (gli abusi, non la diffusione – si noti bene). Tra le misure della competitività ci sarebbe una detassazione sul risparmio privato spostato dai conti e dai materassi verso piani di investimento a medio-lungo periodo in imprese con un fatturato fino a 300 milioni. Il governo insomma, come titola giustamente il Secolo XIX, vuole così spingere le famiglie in Borsa.

Dove è finito il ceto medio? Caffè del 30 Maggio

Rassegna stampa di lunedì 30 maggio. Si parla degli sbarchi, dei 700 morti e fra loro 40 bambini, delle persone salvate dalla marina, dell’intenzione del Viminale di spalmare gli arrivi in tutte le province. Diamanti e Repubblica spiegano che un quarto degli italiani si sente impoverito e declassato per via della crisi. Il Corriere propone il dubbio di Gianni Cuperlo: che ci sto a fare nel Pd?

Povera Italietta attaccata ai marò

Non si può non essere d’accordo con Renzi quando dice che sulla vicenda dei marò e del loro ritorno in Italia forse sarebbe il caso di tenere un basso profilo. Non solo perché mentre qualcuno li ha trasformati in nuovi santini destrorsi ci sono due pescatori uccisi che meriterebbero un processo (e che però sono indiani, con la pelle scura e quindi poco interessanti) ma anche perché il compito italiano è garantire un processo giusto e non un’assoluzione per superiorità di razza.

Per questo la proposta che sfilino alla parata del 2 giugno è un’idea balorda che disegna perfettamente il momento storico di un veteronazionalismo che non ha nemmeno più esempi spendibili: credere che i marò siano portatori sani dell’onore di essere semplicemente italiani forse è un’offesa per i militari italiani (moltissimi, anzi quasi tutti) che non sono accusati di omicidio. Questa destra passita e salvinistica non è nemmeno più in grado di parteggiare per il diritto e scivola continuamente nel patetico protezionismo.

Volere un processo giusto per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone significa volere giustizia anche per Ajeesh Pink e  Valentine che sono rimasti uccisi perché scambiati per pirati. E forse converrebbe ricordare a tutti che è stata proprio l’Italia a proporre un accordo extragiudiziale di circa 142.000 euro per chiudere la vicenda. Non è in discussione che i due indiani siano morti ma piuttosto resta da stabilire se davvero gli spari dei militari fossero legittimati da una reale situazione di pericolo. I marò, insomma, sono i protagonisti di una vicenda che va chiarita in tutte le sue responsabilità al di là delle vicende formali e procedurali dell’India.

Trasformare Latorre e Girone in coccarde, forse, non conviene nemmeno a loro vista la delicatezza della posizione ma l’italietta che si attacca ai marò è la rappresentazione di una politica che a forza di dovere inventare simboli alla fine si è attorcigliata su se stessa. Il prossimo eroe forse sarà Argo, il cane rimasto in India. Anche perché Donald Trump se l’è ingoiato giusto ieri il solito Salvini.

Buon lunedì.

Carceri, l’originale idea di vendere il patrimonio pubblico

Che senso ha svendere le carceri storiche come Poggioreale, San Vittore e Regina Coeli? Stando alla dichiarazione del ministro della Giustizia Andrea Orlando l’intenzione del governo sarebbe nobilissima: «C’è bisogno urgente», dice il ministro, «di un modello di carcere diverso, che esca dall’attuale modello ‘passivizzante’, in cui stai in branda e non fai nulla in attesa che passi il tempo della pena». Bene, bravo.

Non si può non esser d’accordo con Orlando: le attuali carceri sono «il presupposto giusto per la futura recidiva, mentre nei Paesi dove il carcere è studio, lavoro, sport la recidiva cala». Esatto. Su Left abbiamo più volte raccontato esempi di carceri all’avanguardia, di Paesi dove far scontare la pena anche per il più odioso dei reati non ha nulla della vendetta. Ma perché la risposta dovrebbe esser vendere le enormi strutture di Poggioreale, San Vittore, Regina Coeli? In che modo vendere queste grandi e centrali strutture pubbliche, e vendere attraverso Cassa depositi e prestiti dovrebbe avvicinarci alla Svezia – per dire?

Anche il dem Luigi Manconi, certo non critico con il governo, dice che forse l’idea non è proprio così lineare, né giusta: «Le condizioni sturtturali di quelle strutture», dice il senatore che in memoria di Pannella ha presentato un ddl per modificare la procedura di richiesta dell’amnistia e dell’indulto, «sono pessime, ma penso che la soluzione debba essere una profonda opera di risanamento, ristrutturazione e manutenzione. Spostargli causerebbe gravi difficoltà per chi deve raggiungerli: familiari, avvocati, personale, associazioni…».

Non serve dunque andare a cercare tra gli oppositori al governo, né scomodare i Radicali veri e propri per ascoltare delle critiche. Ma è nelle parole di Marco Cappato (che per il Radicali è candidato sindaco a Milano, quindi coinvolto per San Vittore) che troviamo il giusto campanello d’allarme: «La proposta del ministro Orlando», dice Cappato, «sembra più rivolta alla speculazione immobiliare che non a rendere vivibili le carceri».

Dovremmo citare pure la forzista Renata Polverini che ricorda come su queste strutture spesso siano state comunque, recentemente, investite importanti risorse. Ma non è neanche quello il punto. Non solo. San Vittore è un carcere dal 1879. Regina Coeli è un convento del 1600 e carcere dal 1881. Poggioreale, il più affollato, è del 1914. Che siano strutture non più adeguate, è evidente. Ma i centri delle nostre città – pur volendo ignorare le ragioni di chi nota l’aggravio logistico per familiari e avvocati nel caso di nuove carceri lontane dall’abitato – siamo sicuri abbiano bisogno di altre “valorizzazioni immobiliari”? Il centro di Roma ha bisogno di allontanare altri ultimi – e altri lavoratori – per accogliere altri turisti e altri immobili di lusso, anche accompagnati da una biblioteca, magari un nido, un modernissimo coworking?

E il problema delle carceri, soprattutto, siamo proprio sicuri si risolva costruendone di nuove? Cosa ne è dei buoni propositi di affrontare l’urgenza di chi – e sono i più – è in carcere in attesa di giudizio? E dell’aumento delle pene alternative? Cosa ne è?

Biblioteche allo stremo. Contro il ministro si dimette il comitato scientifico del Mibact

Biblioteca Girolamini

Lo straordinario patrimonio di biblioteche pubbliche in Italia è ridotto al lumicino, per mancanza di personale e tagli ai finanziamenti. Ma oltre alla crisi ora si aggiunge la beffa. Dei 500 nuovi assunti promessi dal ministero dei Beni culturali ne sono stati reclutati solo 25. Di fronte all’assoluta insufficienza di queste nuove assunzioni (e alla grancassa della politica degli annunci, a cui non seguono i fatti) venerdì 27 maggio si sono dimessi quattro autorevoli componenti del Comitato tecnico scientifico nazionale per le biblioteche. Parliamo dell’ordinario di Biblioteconomia Mauro Guerrini, del direttore della Biblioteca nazionale di Firenze Luca Bellingeri, dell’archeologo e docente emerito Paolo Matthiae e di Gino Roncaglia, fra i maggiori esperti italiani di informatica e new media nel settore dell’editoria e dell’insegnamento universitario.

I quattro studiosi hanno rimesso il loro mandato in netto dissenso con l’operato del ministro Dario Franceschini dal momento che il provvedimento intrapreso è così debole da non cambiare di una virgola la grave situazione delle biblioteche italiane, di cui è compromessa la sopravvivenza stessa. Senza contare che – denunciano i professionisti dei beni culturali riuniti in Emergenza cultura – fu lo stesso Dario Franceschini a ridurre le piante organiche a 19.050 unità, per poi bandire un concorso per 500 posti, ora scemati a 25.

Con analogo dissenso verso l’operato del Mibact anche l’ordinario di biblioteconomia Giovanni Solimine, autore di numerosi saggi sul drammatico stato dell’arte della lettura in Italia, si è dimesso dal Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici. Nella lettera inviata al ministro Dario Franceschini motiva così la sua scelta: «Per una questione così rilevante come l’attribuzione di risorse umane ad un settore ormai giunto al collasso – riduzione degli orari di apertura, scarsa accessibilità del patrimonio, invecchiamento delle collezioni, costante abbassamento del livello dei servizi erogati, contrazione dell’utenza e, come conseguenza di tutto ciò, una sostanziale marginalità delle biblioteche statali nel panorama bibliotecario nazionale – non si è ritenuto di usare altri parametri se non quelli aritmetici».

Non solo, insomma, il ministero ha applicato un mero criterio economicistico, pensando che i soldi investiti nei beni culturali siano una spesa e non un investimento, ma, come denuncia lo storico dell’arte Tomaso Montanari, non sembra tener in nessun conto lo scenario futuro: «Nell’arco dei prossimi 5 anni, circa il 60 per cento dei bibliotecari attualmente in organico lascerà il servizio e solo nel corso del 2016 sono previsti 37 pensionamenti».  Posti che, stando al quadro attuale, resteranno vacanti.

Intanto quanto sia profonda la crisi lo dice,  per fare un esempio, il caso della biblioteca dell’Inasa, l’Istituto nazionale di archeologia e storia dell’arte, fondato nel 1922 da Corrado Ricci e da Benedetto Croce, che ha sede a Palazzo Venezia. A causa dei tagli dei finanziamenti da parte del Mibact, il prestigioso istituto si vede costretto alla vendita straordinaria di libri. L’elenco può essere richiesto via email all’indirizzo [email protected]. Il ricavato delle vendite andrà a sostegno di attività di studio, di ricerca e per lavori di restauro. Grazie alle borse di studio dell’Inasa, va ricordato, si sono formati alcuni dei più importanti storici dell’arte e archeologi del Novecento.

In foto la Biblioteca Girolamini di Napoli  che fu saccheggiata dal suo direttore, De Caro: sottrasse circa duemila libri antichi poi rivenduti, come ha stabilito una sentenza passata in giudicato

Biennale L’architettura raccontata con la graphic novel e la street art

Sono noti al grande pubblico per gli ospedali di Emergency, strutture con standard europei, realizzate in zone di guerra e di crisi. Funzionalità, uso di materiali della tradizione e impiego di mano d’opera locale hanno fatto di questi ospedali strutture che si sono inserite bene nei territori. Ma Tam associati – ovvero Massimo Lepore, Raul Pantaleo e Simone Sfriso – sono anche autori di tanti interventi di architettura sociale in Italia e di esperienze di cohousing, che oltre ad abbattere gli sprechi, guardano alla qualità e alla vivibilità, rimettendo al centro la persona. Un aspetto etico e civile che si ritrova nella loro mostra Taking care realizzata come curatori del Padiglione Italia alla Biennale. Con esempi di architettura partecipata e creativa, sviluppati con Aib (l’associazione delle biblioteche), Legambiente e altre realtà.

Tor Marancia
Tor Marancia

«L’architettura, quando si prende cura degli individui, dei luoghi, delle risorse, fa la differenza» recita lo slogan di questa collettiva che presenta 5 dispositivi mobili per le aree di marginalità e 20 progetti realizzati da studi italiani in Italia e all’estero. Privilegiando gli emergenti, più che grandi nomi. C’è, per esempio, il progetto di Restart per il museo di Casal di Principe ma anche Big City Life, che ha dato un nuovo volto al quartiere romano di Tor Marancia con la street art.

E poi il recupero del teatro Gualtieri a Bologna, la riqualificazione del lungomare di Balestrate a Palermo e molto altro. «L’architettura è stata a lungo una disciplina emarginata, non si insegna nelle scuole, e alle persone mancano gli strumenti per leggerla, così come per interpretare i territori», denuncia Raul Pantaleo di Tam associati. «Anche per questo con Taking care vogliamo provare a comunicare l’architettura come bene comune, guardando al futuro, con esempi positivi». Complice il linguaggio giovane del Graphic Novel. «Abbiamo dato un’impronta pop con questo genere di racconto per immagini che ha una sua raffinatezza».

Tamassociati taking care
Tamassociati taking care

Così anche il consueto catalogo diventa una prodotto artistico originale. (Come i precedenti libri di Tam associati il volume è pubblicato da BeccoGiallo edizioni).Un altro elemento nuovo del Padiglione Italia 2016 è la forte presenza dell’associazionismo. «Sono impegnato da tempo in questo settore.

Nelle realtà che frequento di più, quella di Marghera, ho notato un cambiamento importante. Grazie all’iniziativa dal basso, all’energia che viene dalla società civile, sta cambiando il modo di procedere politico: una volta era fatto solo di provvedimenti calati dall’alto. Dall’associazionismo emergono soggetti protagonisti del cambiamento, che non si limitano a chiedere fondi. La cittadinanza attiva è diventata un prezioso supporto per gli enti pubblici», sottolinea Pantaleo. E proprio dalle associazioni negli ultimi anni è partita una importante e diffusa azione popolare, in difesa del patrimonio d’arte e del paesaggio, per la piena attuazione dell’articolo 9 della Costituzione.

«I padri costituenti sono stati lungimiranti. Anche per quel che riguarda la salvaguardia del paesaggio e più in generale i beni comuni. Il referendum acqua bene comune ha mostrato una sensibilità crescente fra i cittadini. Una brutta urbanizzazione lede i diritti di tutti. Anche il privato ha ricadute sul pubblico e bisogna aver attenzione al territorio», ribadisce Raul Pantaleo. Il rispetto delle persone, la globalizzazione dei diritti, l’accoglienza dei migranti sono temi centrali per Tam associati.

Tamassociati Taking care
Tamassociati Taking care

«Costruire luoghi di accoglienza accettabili, oltreché funzionali, fa la differenza. Queste persone scappano dalle guerre e dalla fame; vengono qua nella speranza di farsi una vita diversa, dobbiamo trattarli in modo umano. La gente di Lampedusa e di altre zone di sbarco si comporta così». Ma non altrettanto la politica. «Dare qualità e bellezza è il primo elemento di cura. I fondi, si possono trovare. I milioni di persone che premono alle frontiere sono frutto di questo tempo. Non possiamo costruire muri. Con la fine dell’ideologia del mercato e della crescita infinita in tanti cominciano ad aprire gli occhi. Occorre un mutamento di rotta». Anche questa Biennale offre un piccolo segnale? «La scelta di Aravena come direttore mi è sembrata illuminata, fuori dal coro, ci vedo- conclude Pantaleo – una nuova sensibilità verso il sociale».

Azzù scintille Ponticelli
Azzù scintille Ponticelli

Della Biennale architettura parliamo anche su Left 22 in edicola dal 28 maggio

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Il Plaza di Atene hotel per migranti

L'entrata del Plaza

I confini tra Afghanistan, Iran, Turchia e quella manciata di miglia di Mar Egeo tra le coste turche e quelle greche, Umid li ha percorsi nel grembo materno. La madre Nurie avrebbe voluto che il piccolo nascesse in Svizzera, ma è arrivata alla frontiera di Idomeni troppo tardi, quando il confine greco-macedone era stato già definitivamente chiuso. E Umid ha visto la luce due mesi fa all’ospedale Alexandria di Atene ed è ora uno dei più giovani inquilini dell’hotel City Plaza, un edificio occupato da un gruppo di attivisti greci e internazionali il 22 Aprile scorso.

L'entrata del Plaza
L’entrata del Plaza

Situato a due passi da piazza Viktoria, punto d’incontro per i migranti in viaggio verso l’Europa, il City Plaza rappresenta una singolare convergenza tra la recente travagliata storia economica del Paese ellenico e il dramma degli oltre 54.000 migranti, bloccati nella capitale dopo la chiusura delle frontiere balcaniche. La struttura alberghiera, costruita nel periodo delle Olimpiadi del 2004, quando un’ingente quantità di soldi pubblici veniva sperperata in mazzette e progetti senza futuro, è rimasta per sei e anni e mezzo in stato di abbandono, dopo la definitiva bancarotta, prima di risorgere a nuova vita con l’occupazione. «Abbiamo subito disinfettato l’hotel, portato estintori, riconnesso acqua ed elettricità e offerto queste stanze alle persone che ne avevano bisogno», racconta a Left Loukia Kotronaki, una degli attivisti che è entrata nell’hotel il primo giorno.

A refugee entering City Plaza hotel carrying his son on a stroller
Gli ospiti nella hall

All’interno dell’hotel vivono oggi 385 persone, 385 migranti, 180 dei quali bambini, che fino a qualche settimana prima erano costretto a dormire per le strade del porto del Pireo o nei campi affollati di Elliniko e Eleonas. «Nelle settimane successive molte altre persone sono venute a chiederci una stanza all’hotel. Abbiamo cercato di fare il possibile per accontentare chi ne aveva bisogno, ma è stata dura non poter offrire un posto a tutte loro», racconta ancora Loukia. La denuncia della precedente gestione dell’hotel non è si è fatta attendere, ma è dagli ex impiegati della struttura che è arrivata un’inaspettata manifestazione di solidarietà. Sul tetto dell'albergo

Questo articolo continua sul numero 22 di Left in edicola dal 28 maggio

 

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Così i capi possono rendere la folla beota o servile

Si parla di democrazia recitativa quando «la politica diventa l’arte di governo del capo, che in nome del popolo muta i cittadini in una folla apatica, beota o servile». Scrive così Emilio Gentile nel libro Il capo e la folla (Laterza) un viaggio nella storia sul rapporto tumultuoso tra i governati e i governanti a partire dalla repubblica di Atene per finire al ventesimo secolo. Tra i massimi studiosi internazionali di fascismo e delle religioni della politica, Gentile nel suo libro non tocca l’oggi. «Mi fermo a Kennedy. Per mia natura e per il lavoro che faccio non insegno agli altri come giudicare il tempo contemporaneo. Cerco però di fornire gli strumenti per capire come si è giunti al tempo contemporaneo», dice. Ecco quindi la repulsione di Platone per la democrazia “dei molti”, il concetto di democrazia come stile di vita di Pericle, la res publica romana che prima dell’avvento di Cesare aveva garantito un sistema di controllo dei poteri dello Stato, la codificazione del panem et circenses per tenere buoni gli ex cittadini ormai sudditi imperiali, i “sacri recinti” degli Stati guidati da capi “unti” dal Signore, fino ad arrivare alle rivoluzioni americana e francese e ai movimenti rivoluzionari dell’Ottocento. È del 1895 Psicologia delle folle di Gustave Le Bon, psicologo, antropologo e sociologo. «Mi dicono che nella classifica di Amazon è al secondo posto. Un po’ ho contribuito anch’io perché ne avevo parlato in una trasmissione televisiva», dice sorridendo Gentile. Con Le Bon la democrazia recitativa – che secondo Gentile inizia con Napoleone – trova il suo massimo teorico, perché lo studioso francese nel suo libro diventato ben presto cult, spiega tra l’altro anche “come governare le folle” con la suggestione e l’uso delle parole.
Professor Gentile, lei scrive che «conoscere il comportamento dei capi e delle folle del passato può aiutare a comprendere i capi e le folle della politica di massa che stiamo vivendo». Come trova oggi la democrazia intesa come la migliore forma di rapporto tra governati e governanti?
Mi sembra avviata – se non ci saranno dei correttivi – sempre più verso una forma di democrazia recitativa. Nel senso che i governati potranno scegliere e revocare sempre meno i propri governanti. Lo dimostra anche il fatto generalizzato dell’astensione. Un fenomeno che deriva non dalla fiducia nella democrazia – come accade nel mondo anglosassone – ma dalla profonda sfiducia nella classe politica e nella classe dirigente. Oggi in Italia ricorrono i 70 anni del referendum che ha istituito la Repubblica. Tutti nel 1946 rimasero colpiti dal fatto che una popolazione uscita da un ventennio di dittatura, nonostante i timori di un salto nel buio, partecipasse così in massa, circa il 90 per cento. Calamandrei addirittura gridò al miracolo. Ecco, oggi questa astensione crescente mi sembra una forma di protesta che purtroppo non si concretizza in una vera e propria alternativa.
La democrazia recitativa che avanza può portare alle derive della democrazia di cui lei parla nel suo libro?
È imprevedibile quello che può accadere. Questo è un fenomeno in gran parte nuovo, dovuto a tre fattori che sono stati riscontrati in tutte le democrazie occidentali. Il primo dipende dalla complessità sempre crescente dei problemi sui quali i cittadini vengono chiamati a decidere, poi bisogna considerare l’elevato costo della competizione politica, per cui soprattutto persone facoltose possono partecipare effettivamente, con speranza di vittoria. Infine il terzo fattore è, appunto, la minore partecipazione al processo democratico di cittadini consapevoli.
Sempre a proposito del presente, che cosa pensa della democrazia diretta, quella dei referendum dei radicali di Marco Pannella o della Rete del Movimento Cinque stelle?
Come sostenevano Rousseau e i padri fondatori degli Stati Uniti d’America, io penso che la democrazia diretta sia possibile solo in piccole repubbliche. Quando queste assumono vaste dimensioni territoriali, con milioni di cittadini, è inevitabile la democrazia rappresentativa. La democrazia diretta poi non è di per sé sana e buona, perché una democrazia diretta può scegliere capi non democratici. Vede, la democrazia è soltanto un metodo. Noi possiamo anche definirla come un valore attribuendole significati etici, perché attraverso la democrazia si può emancipare un individuo e la collettività, rendendoli sempre più padroni del proprio destino. Ma questo è un ideale, di fatto la democrazia è un metodo che può servire sia a favorire l’emancipazione che a impedirla. Se democraticamente vincono i reazionari, i conformisti, i fanatici, gli intolleranti, i razzisti o gli xenofobi, come possiamo negare che il loro governo sia una genuina democrazia?
Ma per rendere effettivo il metodo della democrazia nel senso dell’emancipazione, che cosa occorre?
La democrazia non può prescindere dalla divisione dei poteri che si limitano e si controllano reciprocamente, così come non può prescindere dalla libertà dell’informazione. E occorrono anche dei limiti all’uso del potere della maggioranza nei confronti della minoranza. Inoltre, se si perde l’idea originaria di democrazia che deve favorire l’emancipazione di ogni cittadino attraverso l’informazione, l’istruzione, la conoscenza, accadrà che si lascerà sempre agli esperti, ai tecnici, scelte decisive ignorando gli altri.
Ci parli quindi della folla, definita da filosofi o da uomini di Chiesa ora “gregge” ora “bestia feroce e selvaggia”, come sosteneva Lutero.
Il concetto di fondo è quello più comune, e cioè che la folla sia manipolabile. Ma non è sempre così, la folla deve essere riscattata dalla cattiva nomea che l’accompagna dalla democrazia greca. La folla infatti è quella stessa che compie atti di eroismi. Lo sosteneva anche Gustave Le Bon: non c’è solo la “folla bestia” c’è anche la “folla eroe”, diceva. La rivoluzione francese, come opera più importante per la libertà e l’uguaglianza, fu opera della folla che spinse a prendere l’iniziativa. Così come la rivoluzione in Russia nel febbraio del 1917: non fu guidata da un partito o da uomini politici, fu una rivoluzione spontanea delle folle di S.Pietroburgo che fecero crollare il sistema zarista dando vita a una democrazia che fu poi stroncata dal partito bolscevico con un regime che pretendeva di essere più democratico perché imposto come dittatura del proletariato. Questo fenomeno delle folle che si muovono spontaneamente si è ripetuto, sia pure con esiti diversi, in altre situazioni, come in Ungheria nel 1956, in Polonia nel 1981, e nelle “primavere arabe” del 2011.
Nel libro parla di folle a proposito della nascita degli Stati Uniti d’America. Nel senso che all’inizio fu una rivolta collettiva conclusa poi dai capi. Qual è la caratteristica di quella democrazia che secondo Abraham Lincoln era il “governo del popolo, dal popolo e per il popolo”?
Nella storia umana gli Stati Uniti d’America furono il primo stato democratico moderno, dopo la democrazia greca. La democrazia greca era oligarchica, e la scelta dei governanti era riservata solo ai cittadini maschi di nascita ateniese, invece la democrazia americana almeno idealmente e teoricamente si proclama per l’uguaglianza di tutti gli esseri umani sulla base di diritti dati dal creatore, pur essendo una società razzista e fortemente condizionata da pregiudizi religiosi protestanti. È una democrazia che in oltre duecento anni si è modificata superando sia i monopoli religiosi sia, ai giorni nostri, superando il monopolio bianco alla Casa bianca, con Obama al potere. E forse con le prossime elezioni presidenziali sarà superato anche il monopolio maschile se verrà eletta Hillary Clinton. Ma ancora non è finita perché rimane una minoranza che sembra ancora esclusa, almeno nel prossimo futuro.
Quale minoranza è esclusa dalla presidenza Usa?
I sondaggi dicono che gli americani sono disposti ad avere un presidente nero, in prospettiva una donna e un omosessuale, ma non ad avere un presidente ateo. Gli atei sono una minoranza del 20 per cento discriminati dal punto di vista politico, nonostante la Costituzione vieti qualsiasi presupposto religioso per le candidature. L’80 per cento degli americani non accetterebbe un presidente che non professi una fede in Dio, qualunque essa sia. Gli Stati Uniti sono il primo stato democratico nella storia dell’umanità che ha separato con la Costituzione lo Stato dalla Chiesa, ma rimane profondamente ispirato dalla religione. Non ci dimentichiamo che “In God we trust”, noi confidiamo in Dio, è il motto nazionale.

Questo articolo continua sul numero 22 di Left in edicola dal 28 maggio

 

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