Secondo i dati Istat nel 2015 circa il 35% delle donne nel mondo ha subito almeno una volta una violenza. Spesso il motivo di questi attacchi contro le donne è frutto di una forte disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne. L’Assemblea Generale Onu ha definito la violenza contro le donne come «uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini». In molti casi il movente è sentimentale, come è accaduto a Sara Di Pietrantonio, 22 anni, recentemente a Roma dal fidanzato Vincenzo Paduano, 27, che non riusciva ad accettare la rottura del loro rapporto.
Qui sotto una gallery con una serie di manifesti provenienti da varie parti del mondo che raccontano e denunciano la violenza sulle donne e l’indifferenza di chi non fa nulla per mettervi fine.
I naufragi e i ribaltamenti della scorsa settimana nel Mediterraneo avrebbero causato almeno 880 vittime. È questo quel che gli operatori dell’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati, hanno riscontrato intervistando i superstiti in questi giorni. Oltre ai tre relitti recuperati nei giorni scorsi, infatti, i sopravvissuti ai naufragi hanno anche parlato di un gommone con a bordo 125 che si è sgonfiato. Qui le persone scomparse cono 47, altri otto sono morti scomparsi da un’altra barca e quattro sono morti a causa di un incendio a bordo.
Il 2016 si sta rivelando un anno letale. A oggi, secondo i nuovi dati forniti da Unhcr il mare si è portato via 2.510 vite. Nello stesso periodo dello scorso anno sono morti in 1.855, 57 nei primi cinque mesi del 2014. Nel Mediterraneo muore una persona su 81 che partono il che, sottolinea il comunicato dell’Unhcr, rende evidente l’importanza delle operazioni di soccorso e «la necessità di reali, alternative più sicure per le persone che necessitano di protezione internazionale». Nel 2016 hanno intrapreso il viaggio verso l’Europa 203.981 persone, tre quarti passando dalla Turchia alla Grecia, 46.714 sono passati per l’Italia, un dato quasi identico a quello del 2015). Il percorso Nord Africa-Italia è nettamente il più pericoloso, anche perché il tratto di mare da percorrere è molto più lungo di quello tra costa turca e isole greche: 2.119 i decessi segnalati per quest’anno, un morto ogni 23 che partono.
La maggior parte delle barche in partenza dalla Libia partono dall’area di Sabratah a ovest di Tripoli. E come in passato sono più piene di persone di quelle in partenza dalla Turchia. Secondo alcune fonti, non confermate, l’aumento recente nel numero dei morti è legato agli sforzi dai contrabbandieri per massimizzare i redditi prima dell’inizio del Ramadan, la prossima settimana. L’Unhcr ha raccolto diverse testimonianze di violenze e schiavitù sessuale nei confronti delle donne, sia in Niger che in Libia. Non sembra invece che l’accordo tra Europa e Turchia abbia cambiato significativamente i flussi di siriani – non c’è insomma un grande aumento del numero di siriani che passano dalla Libia per entrare in Europa. Si assiste anche a un aumento degli arrivi di minori non accompagnati.
Le principali nazionalità che attraversano il mare verso l’Italia sono gambiana (Paese poverissimo dove è in corso una stretta autoritaria) e nigeriana. Tra i paesi più comunemente associati con movimenti di rifugiati, gli arrivi in Italia sono da Somalia ed Eritrea.
Pittore visionario, dalla feroce ironia, Hieronymus Bosch è l’artista olandese che ha dato corpo a una visione religiosa in cui un’ideologia tardo gotica e pre-riformista si mescola al folclore popolare. Il mondo alla rovescia del Carnevale, la disforia della festa che per qualche giorno sovverte il potere, che poi torna più sadico che mai, appare accanto a macabre visioni dantesche dell’al di là. Declinate in minuziosi e angosciati quadri di punizioni corporali per i peccati commessi. Da dove nasca la bizzarria di questo pittore che pare tutto ancora chiuso nel medioevo, benché fosse contemporaneo di Leonardo, è la questione su cui si interrogano da secoli gli studiosi e sulla quale la grande mostra che si apre il 31 maggio al Prado per il V centenario dalla morte di El Bosco (così Bosch in spagnolo) promette di provare a dare qualche risposta.
Si tratta della più ampia retrospettiva mai realizzata del pittore il cui vero nome era Jeroen Anthoniszoon van Aken ( prese il nome della città del Brabante dove nacque e visse tutta la sua vita: ‘s-Hertogenbosch).
La mostra del Prado riunisce infatti 21 opere della 24 sopravvissute. Compreso Il Giardino delle delizie, che è conservato al Museo del Prado e che mancava dalla mostra che a Bosch aveva dedicato la sua città natale. Grazie alla passione di Filippo II per la pittura di Bosch, oltre al Giardino delle delizie, conserva L’Adorazione dei Magie lo Haywain Tryptich. E nelle sale del museo madrileno si trovano squadernate insieme al Cristo che porta la Croce proveniente da El Escorial, e al San Giovanni Battista dalla Fundación Lázaro Galdiano. Al Prado c’è anche il frammento della Tentazione di Sant’Antonio, scoperto recentemente nel magazzino del Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City ( ma non tutti sono d’accordo sull’attribuzione).
Hieronymus Bosch
Fra i quadri in mostra ci sono tavole dal sapore popolare che stigmatizza credenze popolari come quella che attribuiva a la pietra della follia, la pazzia umana. Bosch mostra un ridicolo dottore che per cappello ha un imbuto nel tentativo di togliere dal cranio di un malcapitato la fantomatica pietra. L‘irrisione verso la stupidità è un tema che ritorna nel mondo caleidoscopico mondo di Bosch. Come si può vedere nella tavola in cui in primo piano compare l’espressione ebete di un credulone di fronte a un prestigiatore,mentre un ladro gli ruba il sacchetto delle monete a sua insaputa.
Bosch era un grande moralista e se la prendeva soprattutto con i “peccati” che connotavano l’ascesa della nuova borghesia olandese, come l’avidità, la gola, la lussuria. Dei pochissimi dettagli che conosciamo della sua vita, sappiamo che faceva parte della confraternita di Nostra Diletta Signora, per laici ed ecclesiastici, che aveva come simbolo un giglio tra le spine e si dedicava al culto della Vergine. Certamente Bosch era dentro una tradizione locale in cui il cristianesimo si mescolava alle leggende popolari. Ma come leggere le figure grottesche che dominino il suo Giudizio universale? Nascevano da una paura delirante verso lo sconosciuto i suoi mostri che sembrano sorgere da una mente malata? La malattia, la morte, la pazzia erano temi che percorrono tutto il medioevo. E la pazzia è il tema di un’opera satirica in tedesco alsaziano, La nave dei folli, pubblicata nel 1494 a Basilea da Sebastian Brant, checertamente conosceva e della quale dette una sarcastica e folgorante rappresentazione.
Hieronymus Bosch, The Conjuror, c.1450-1516
Bosch credeva che per salvarsi l’unico modo fosse evitare il male, non tanto fare del bene, credeva nel diavolo e lo vedeva ovunque, come se riprendesse la tradizione dei predicatori medievali che raccontavano aneddoti feroci. Nell’epoca in cui visse c’era una folta letteratura fantastica a fondo religioso, che aveva un fondo orrorifico. Ed è probabile che molta parte del suo fitto simbolismo fosse decifrabile al tempo e che oggi siano andate perdute le chiavi interpretative. Senza contare che Bosch non era solito datare le sue opere e diventa difficile fare una periodizzazione. Che gli studiosi hanno formulato in base all’evoluzione della sua tecnica pittorica. In mezzo alle scene partorite dalla sua strana fantasia, bizzarra, straniante, si scoprono così lirici e raffinatissimi sprazzi di paesaggio sullo sfondo. E questo paradossalmente non fa che rendere ancora più grande l’enigma di Bosch. Nelle chiese romaniche c’erano molte rappresentazioni di orrori in qualche modo facevano del linguaggio del tempo, come accennavamo, pensiamo ad esempio alla Pala di Isenheim, il pittore tedesco Matthias Grünewald (1512-1515), con figure terrificanti che sembrano tratte da bestiario di Borges che trascinano San Antonio. Ma Bosch va oltre.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nelle sue composizioni horror minuziosamente descritte, in cui sono accatastate un’infinità di figurine sconnesse. In questo sua ridda di crudeltà consumate a vista, c’è una dismisura grottesca, che alla fine produce l’effetto di una involontaria comicità. E c’è anche chi, come lo scrittore Cees Nooteboom scrivendo un libro su Bosch dal titolo Een duister voorgevoel e in corso di traduzione da Iperborea, ha recentemente notato l’eterodossia della sua vistosa insistenza sui nudi, che nei quadri di Bosch tuttavia non hano nulla di erotico. Essendo membro dell’illustre Confraternita della Madonna, il pittore era protetto. «Ma resto curioso -dice lo scrittore olandese – che non gli abbiano chiesto nulla sulla enorme quantità di nudi nei suoi quadri». C’era una setta che si chiamavano Adamiti che dormivano nudi senza toccarsi. Predicavano il ritorno dell’Eden attraverso il nudismo. Bosch se ne era interessato? E la disperazione che si coglie in dipinti come Il giardino delle delizie non era giudicata eretica rispetto alla dottrina cristiana che impone di credere che Cristo sia il figlio di Dio, morto per redimere nostri peccati? «Se Bosch con questa sua una visione desolante del mondo avesse voluto dire che Cristo non aveva fatto nulla di buono che cosa sarebbe successo? Si cammina su un esiguo filo psicologico che ti porta a rivedere e a reinterpretare di continuo il lavoro di questo insolito pittore». Certo, Filippo II governava su un Paese puritano, c’era una guerra che durava da ottanta anni, ma questo basta a spiegarne l’allucinata visionarietà? Si domanda Cees Nooteboom, rivendicando la radice olandese del lavoro di Bosch.«Senza offesa per il Prado – dice – Il giardino delle delizie è il nostro fregio del Partenone».
L’ha bruciata viva e se ne è tornato a casa. Ora che l’hanno preso dice: “sono un mostro”. Il governo predispone hot spot sulla portaerei, ma Caracciolo dice a Renzi che il flusso migratorio non è un’emergenza contingente e che bisogna investire per accoglienza e integrazione. In Francia scende in campo la Confindustria a favore della riforma del lavoro e chiama vojous i sindacalisti della Cgt, la Cgil francese. Dalla stampa di oggi
«Orchestratore della repressione nel Ciad, dove impunità e terrore dettavano legge». Mentre il magistrato Gberdao Gustave Kam pronunciava queste parole, alcune vittime dell’ex dittatore presenti in aula hanno iniziato a intonare “Viva la vittoria”. E il 73enne Habré, sotto un turbante bianco e nascosto dietro un paio di occhiali da sole, ascoltava in silenzio, immobile. Quella di Dakar è una sentenza storica: è la prima volta che un ex capo di Stato viene giudicato per crimini contro l’umanità da una Corte straniera, Habré è il primo ex capo di Stato a essere condannato per violenza sessuale in Africa.
Al potere dal 1982 al 1990, nel Ciad di Habré si stimano almeno 40mila morti e oltre 200mila vittime di tortura.
Erano più di tremila ieri – 30 maggio – i manifestanti scesi in piazza per protestare contro la nomina a ministro della Difesa israeliano del “falco” ultranazionalista Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beitenu (Israele è casa nostra). Nonostante i malumori nella compagine di governo, Benjamin Netanyahu ha spostato ancora più a destra la maggioranza che lo sostiene cedendo addirittura la carica più importante del Paese dopo la sua. Lieberman prende il posto di Moshe Yaalon, l’ex capo di Stato maggiore che si è dimesso proprio a seguito della decisione del premier di aprire all’ultradestra, parlando di «soggetti estremisti e pericolosi» che hanno preso il sopravvento sul Likud.
Nei giorni scorsi aveva lasciato il suo incarico anche il ministro dell’Ambiente Avi Gabai, della destra sociale, che si è detto preoccupato per la sicurezza nazionale e per il rischio che questo cambio al governo contribuisca ad accentuare le differenze tra le classi sociali. «Anziché presentare un governo più moderato in vista delle battaglie diplomatiche del prossimo autunno, Natanyahu dà vita al governo più estremista della storia d’Israele» ha scritto Nahum Barnea in un commento su Yediot Aharonot. Anche la stampa internazionale commenta con preoccupazione la deriva di Israele, «Stato binazionale controllato de facto da estremisti ebrei» (New York Times), criticando la scelta di defenestrare un ministro della Difesa che riscuote consensi sia tra i civili sia tra i militari, dalle cui fila proviene.
Eppure il suo successore, il “moldavo” Lieberman, non gode di altrettanti consensi, almeno non tra le fila dei moderati del Likud. Il suo massimo grado di vicinanza a una battaglia è quando ha schivato una pallina da tennis, ha ironizzato Haaretz, definendolo «un piccolo chiacchierone». “He is back” titola invece l’Economist, sottolineando come l’ex ministro degli Esteri sia tornato al governo più potente che mai. Ha prevalso l’esigenza del premier di ampliare la sua risicata maggioranza (61 seggi su 120) con i 5 membri della Knesset provenienti dalla formazione ultranazionalista e poco importa se proprio Lieberman, in uno dei tanti scontri con Bibi, lo abbia definito «un bugiardo e un truffatore».
Ma la merce di scambio pretesa da Lieberman non è soltanto il posto di governo: intanto all’elettorato di Yisrael Beitenu, pensionati a basso reddito immigrati dall’ex Urss, andranno circa 350 milioni di euro, poi proseguirà il sostegno alle scuole ultra-ortodosse che non insegnano materie “secolari” di base come l’inglese e la matematica.
Ora i destini militari del Paese sono nelle mani dello stesso uomo che in passato ha minacciato l’Egitto annunciando di voler bombardare la diga di Assuan e che ha chiesto di decapitare gli arabi israeliani definendoli traditori.
Il leader nazionalista ha anche elogiato un militare israeliano che ha colpito a morte il suo aggressore palestinese ferito e a terra in attesa di cure mediche. Ma l’annuncio che ora desta preoccupazione è un altro: Lieberman aveva assicurato che appena nominato ministro della Difesa, se Hamas non avesse restituito immediatamente i corpi di due soldati israeliani uccisi nel 2014, avrebbe ordinato l’uccisione del suo leader Ismail Haniyeh entro 48 ore. Comunque vada, per Israele è cominciato un nuovo conto alla rovescia.
Sara Di Pietrantonio in una foto tratta dal suo profilo facebook
Ha confessato Vincenzo Paduano, la guardia giurata ventisettenne accusata di essere l’omicida della ex fidanzata Sara Di Pietrantonio, ritrovata semicarbonizzata in via della Magliana a Roma. L’ha bruciata perché era stato lasciato e «Sara aveva un altro» ha dichiarato l’omicida, con l’efferata semplicità di chi non ha il vocabolario del rifiuto ma rimane attaccato all’animalità di chi considera la donna una proprietà privata, mica una persona.
E lascia un grande dolore sapere che, ancora una volta, lei ha dovuto fare i conti nei suoi ultimi attimi di vita con un amore sbagliato che è diventato mostro affilandosi sulla fiducia immeritatamente ottenuta. Ogni femminicidio urla del fardello di un tempo che sembra non basti mai per cancellare i propri vizi peggiori.
Mentre si consuma il dolore (e la solita sete di sangue), mentre ci si augura tutti che il processo assicuri presto giustizia, a Roma due auto stamattina continuano a circolare indisturbate e dentro ci sono i “cittadini” che hanno pensato che non valesse la pena allarmare (e allarmarsi) per una ragazza che chiedeva aiuto grondando alcool e fiamme in giro per Roma.
Ecco io, davvero, ho paura di quelle persone lì che oggi magari ci capita di incontrare al bar o in metropolitana: persone che sono aria, niente, senza materia e che non si sommano facendo gente. Gente che è diventata così federalista da preoccuparsi al massimo della sicurezza all’interno del proprio abitacolo, che pensa che sia un diritto non fare altro che chiudere le portiere dell’auto dall’interno e dare più gas per allontanarsi velocemente. Persone che hanno un senso di cittadinanza attiva che comincia nel proprio cesso per finire subito al cortile del proprio condominio. Egoismi che condonano i vigliacchi dichiarandoli impauriti. E vigliacchi i politici (Meloni in testa) che li giustificano: tutti eroi con il culo del Saviano di turno e poi in via della Magliana non hanno nemmeno il fegato di chiamare il 113.
Una grande mostra italiana su Eadweard Muybridge (1830 – 1904), il fotografo che “inventò” il movimento, influenzando con le sue immagini Degas e gli artisti del suo tempo e anticipando la nascita del cinema. A proporla a Milano (fino al 1 ottobre) è la Galleria Gruppo Credito Valtellinese.
In tutto, l’esposizione raccoglie 80 scatti a cura di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio, per raccontare l’avventura personale e professionale di Muybridge. Si parte dai suoi celebri nudi che volteggiano sugli attrezzi ginnici, passando poi anche i ruggiti nervosi di un leone, ai passi a quattro zampe di una scimmia, alla corsa di un uomo, fino all’abbraccio di un bimbo e sua madre.
Muybridge, inglese emigrato negli States, ebbe si avvicinò per la prima volta alla fotografia quando documentò la potente bellezza del Parco Nazionale di Yosemite. In seguito spinto dalla curiosità cercò di verificare se, durante una corsa al galoppo, ci fosse un momento in cui tutte e quattro le zampe del cavallo fossero contemporaneamente alzate rispetto al suolo, come le aveva dipinte, per esempio, l’artista francese Théodore Géricault nel dipinto Il Derby a Epson (1821).
Ovviamente il mezzo perfetto per risolvere il dilemma era la macchina fotografica. Così, utilizzando 24 fotocamere collegate ad altrettanti fili lungo il percorso, Muybridge riuscì a ottenne una sequenza di immagini che documentavano con assoluta precisione il movimento dei cavalli. L’esperimentò confermò che per alcuni istanti effettivamente il corpo dell’animale rimaneva, sollevato dal suolo, come sospeso, ma, allo stesso tempo, mostrò anche che il movimento delle zampe era del tutto diversa o da quello che, fino ad allora, avevano immaginato gli artisti nei loro quadri.
«Le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo» decretò entusiasta il poeta e scrittore Paul Valéry.
Presto le sue foto divennero conosciute e molti artisti, tra i quali Degas, capirono che la fotografia poteva essere, più che un concorrente nella rappresentazione della realtà, una fonte attraverso la quale andare oltre la normale capacità visiva dell’uomo e imparare. Fu così che divenne comune trasporre dalle foto non solo il movimento invisibile all’occhio umano ma anche altri aspetti della realtà, arrivando addirittura talvolta anche a dipingere direttamente sull’immagine fotografica.
«Solo la fotografia ha saputo dividere la vita umana in una serie di attimi, ognuno dei quali ha il valore di una intera esistenza…»
Dopo i cavalli, gli uccelli in volo e il movimento degli animali dello Zoo di Philadelphia, per Muybridge il soggetto principale da immortalare diventò l’essere umano. Famosissimi sono i suoi nudi in movimento, fotografati su uno sfondo con una griglia disegnata, mentre correvano, salivano le scale o portavano secchi d’acqua.
Con la collaborazione dell’Università di Pennsylvania, Muybridge mise a punto lo Zoopraxiscopio, uno strumento simile allo Zootropio, un dispositivo ottico per visualizzare immagini e disegni in movimento, proprio come al cinema.
Cannoni iracheni bombardano Fallujah,nell’Al-Anbar. Città orgogliosamente sunnita. E sunnita, nell’Iraq di Saddam Hussein voleva dire borghese, parte della classe dirigente del paese essenzialmente laica. Fallujah, dopo l’invasione “trionfale” iniziata da George W. Bush il 20 marzo del 2003 e le cui “principali operazioni militari” si conclusero, sempre secondo Bush, il primo maggio dello stesso anno, non si piegò al nuovo ordine, al licenziamento dei soldati e dei funzionari del regime, all’uso della maggioranza sciita in funzione anti sunnita, alla presenza ingombrante delle truppe d’occupazione americane. Fallujah divenne così protagonista della seconda guerra d’Iraq, la ribellione.Nel 2004 la feroce uccisione a Fallujah, con lo scempio dei cadaveri, di 4 contractors americani, dipendenti dell’agenzia militare privata Blackwater, scatenò la vendetta degli Stati Uniti. Un quinto delle case totalmente distrutte, i bombardamenti colpirono 60 abitazioni su 100, profanarono 60 moschee, L’esercito a stelle e strisce usò il fosforo bianco. Ecco come funziona: Il fosforo bianco a contatto con l’ossigeno presente nell’aria produce anidride fosforica generando calore. L’anidride fosforica reagisce violentemente con composti contenenti acqua e li disidrata producendo acido fosforico. Il calore sviluppato da questa reazione brucia la parte restante del tessuto molle. Il risultato è la distruzione completa del tessuto organico (Fonte: Wikipedia). L’uso di questa arma chimica, vero crimine di guerra, fu denunciato per la prima volta da un’inchiesta di Rainews24, direttore Roberto Morrione, autori Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta. In seguito il Pentagono dovette ammetterne l’impiego. Così la ferita di Fallujah andò in cancrena. Militari e artificieri di Saddam si fecero reclutare dall’estremismo sunnita, ordirono attentati e stragi contro moschee e manifestazioni sciite, poi divennero protagonisti della guerriglia contro i governi corrotti che comandavano il paese dal riparo della zona verde di Bagdad. Infine si proposero come istruttori e capi militari del Daesh. In queste ore Fallujah è di nuovo sotto attacco.L’esercito iracheno, con il supporto americano, entra in città, una città che ha perso i due terzi degli abitanti. Sono rimaste alcune decine di migliaia di disperati, assediati, umiliati dal terrore dell’Isis. Si scoprono i tunnel, un vero reticolo di buchi sotterranei, scavati dai terroristi per poter salvare le proprie vite e portare la morte altrove. Sgozzando con un coltello, falciando innocenti come al Bataclan, taglieggiando le popolazioni a secondo della loro religione, o delle voglie sessuali degli aguzzini, o semplicemente in nome di quella follia che ricorre nel rantolo mortale di ogni terrorismo. Falluja rinascerà. Mosul, sotto attacco dei Peshmerga curdi, tornerà un luogo di incontri, di pace e preghiera? Speriamo. Le prime vittime del terrorismo islamico sono sempre state le popolazioni islamiche di Siria, d’Iraq, dello Yemen. Noi occidentali, abbiamo usato gli assassini, o abbiamo girato la testa altrove fingendo di non vedere. Fallujah ha bisogno di pace, Mosul ha bisogno di pace. Di tolleranza religiosa, di aria fresca, e quindi di libertà.
Sull’impeachment contro Dilma Rousseff e la delicata questione brasiliana, dall’Italia, interviene Luigi Ferrajoli. Con un video pubblicato su facebook dalla pagina creata e gestita dai suoi fan sudamericani, il professor Ferrajoli esprime preoccupazione per un processo che potrebbe «essere strumentalizzato a fini politici e di parte».
«Tutti noi abbiamo sempre ammirato l’enorme progresso che si è sviluppato in Brasile in questi anni: crescita economica ma soprattutto crescita democratica, culturale, politica», continua il giurista. «Il Brasile rappresenta per molti di noi un punto di riferimento per la sua Costituzione molto avanzata e non vorremmo, e temiamo, che questa strumentalizzazione possa interrompere questo processo».
Sono trascorsi già 18 dei 180 giorni che Dilma ha a disposizione per difendersi. E, adesso, sulla graticola rischia di andarci il presidente ad interim Michel Temer. Il vice di Dilma, che ha preso il posto di Dilma, grazie all’impeachment.