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Suad Amiry racconta Damasco: «Era la perla dell’Oriente»

Damasco

È una delle città più antiche al mondo. «Damasco vanta una storia millenaria che, senza soluzione di continuità, arriva fino ad oggi». Esordisce così la scrittrice e architetto Suad Amiry, parlando del suo nuovo romanzo, che l’autrice presenta il 2 giugno a Cagliari al festival Leggendo metropolitano. «Ho scritto questo libro per portare i lettori nei vicoli della città vecchia, a sentire il profumo dei numerosi suk che vendono spezie, stoffe e cose preziose, a conoscere lo splendore dei palazzi, dei cortili con fontane e dei giardini segreti. Con i suoi stretti vicoli, le sue case e la grande moschea degli Omayyadi fa da sfondo alla storia della mia famiglia che ripercorro a ritroso nel tempo per tre generazioni».

Nel romanzo intitolato Damasco (Feltrinelli) la scrittrice riannoda i fili della vicenda familiare, di sua nonna e di sua madre, Samia Baroudi, fin dagli ultimi decenni dell’Ottocento, intrecciandola con fatti storici come l’insurrezione palestinese del 1929 «contro la creazione di un focolare ebraico in Palestina». E poi con le altre rivolte che sarebbero seguite dal 1921 al ’36, al ’44, al ’47 fino al 2000 e oltre. A molte di queste sollevazioni suo padre, Omar Amiry, insegnante di origine palestinese, partecipò in prima persona come attivista così, per ragioni di sicurezza, dovette lasciare Giaffa dove era nato e poi Damasco per trasferirsi con la famiglia nella più grigia provincia giordana.

Ma in questo nuovo lavoro, Suad Amiry più che di fatti storici si occupa della trama dei rapporti affettivi e della vita più intima dei personaggi ricreando memorie d’infanzia e narrazioni trasmesse oralmente. A cominciare dal racconto del lungo viaggio, fra emozioni contrastanti, che la giovanissima Teta (in arabo nonna) intraprese da Nablus, nella Palestina rurale, per andare in sposa al ricco mercante damasceno, Jiddo, che aveva vent’anni più di lei. « In questo libro racconto la storia di una famiglia ricca di Damasco, una storia d’amore ma anche di tradimenti e segreti. Dove si incontrano donne forti come mia zia Laila che – ricorda la scrittrice – governava l’intera famiglia». O come la stessa Teta che alla fine si lascia conquistare dalla simpatia del bambino della domestica, nonostante sia nato dal tradimento di suo marito. Oppure come la zia Karimeth che, da nubile, decide di adottare una bambina.

Ripercorrere tutte queste vicende assume un significato nuovo e più profondo oggi che la Siria, purtroppo, è dilaniata dalla guerra. Come in altri romanzi di Suad Amiry anche qui la ricerca letteraria si fonde con l’impegno civile e politico.

 Suad Amiry
Suad Amiry

«Volevo parlare dei siriani, della loro grande storia, perché oggi sono obbligati ad emigrare ma in Occidente sono visti come mendicanti. È un dolore immenso vedere gli abitanti di Damasco e di Aleppo costretti a scappare per diventare rifugiati indesiderati. Queste persone, che oggi vediamo all’addiaccio, sono portatori di una cultura ricchissima. Nessuno lascia la propria casa se non è davvero costretto. Ogni italiano, ogni europeo, ha un padre o un nonno che è stato rifugiato o emigrante dopo la seconda guerra mondiale. Ma il guaio è che tendiamo ad avere la memoria corta».

Da architetto che ha fondato il Riwaq Center for architectural conservation a Ramallah e continua ad occuparsi del recupero del patrimonio culturale palestinese aggredito dalla colonizzazione, Suad Amiry come immagina una possibile ricostruzione della Siria? «Spero che questa guerra finisca davvero – risponde la scrittrice -. E che al più presto si possa cominciare a ricostruire la città vecchia di Aleppo con le sue splendide case e il suo castello. Vorrei che potessero tornare al loro antico splendore. Così come vorrei che fosse restaurata Palmira. Ma fino a quando il conflitto è in atto i civili siriani hanno bisogno di sostegno, trattiamoli in modo umano».

La casa, come simbolo di un luogo interiore e poi, all’opposto, come prigione sotto l’occupazione israeliana è un tema che Amiry ha trattato in Sharon e mia suocera, dopo essere tornata a vivere a Ramallah nel 1981. Mentre il dolore di dover abbandonare la propria abitazione è al centro del romanzo Golda Meir ha dormito qui in cui racconta la vita dell’esponente israeliana in una casa araba, dopo averne cancellato l’insegna in occasione di una visita di delegati delle Nazioni Unite. Molti palestinesi furono dichiarati “proprietari assenti” delle loro case, abbandonate sotto i bombardamenti israeliani a partire dal ’48 e poi non poterono farvi ritorno, se non col rischio di trovarsi faccia a faccia coi nuovi inquilini ebrei.

La vicenda siriana in qualche modo oggi le rievoca quella palestinese? «Sì perché io stessa sono stata una rifugiata. I miei genitori furono cacciati dalla loro casa, come altri 850mila palestinesi, quando lo Stato di Israele conquistò spazio. Nel mio lavoro c’è questo senso di sradicamento, questa impossibilità poi di sentirsi a casa, nonostante gli sforzi». Essere un architetto che si occupa di disegno urbano, di progettare quartieri e abitazioni «mi ha fatto capire che le case non sono fatte di pietre ma di storie umane, intime, personalissime.Questo – approfondisce Suad Amiry – è ciò che tiene insieme il mio lavoro di tutela del patrimonio architettonico e quello di scrittrice. La mia cultura assomiglia a uno stratificato palinsesto, nato dalla sedimentazione archeologica siriana e da quella palestinese ».

Damasco cTornando a Damasco, la bella dimora al centro del romanzo è l’universo in cui si muovono le donne. E se la vita sociale di inizi Novecento era teatro esclusivo degli uomini, nella sfera privata le donne erano sovrane. «Questo non è tipico solo del mondo arabo. Mostrami una cultura in cui la casa non sia il dominio delle donne! Mostratemi un paese in cui gli uomini non dominino la scena pubblica, dall’Italia, alla Francia, alla stessa Inghilterra. Con questo – precisa Amiry – non voglio dire che non ci sia niente da risolvere riguardo alla condizione della donna nei paesi musulmani e nel resto del mondo. Dico soltanto che in molte società giudicate arretrate dall’Occidente ci sono donne dalla forte personalità. Io stessa ne ho conosciute molte. Ma le donne che vengono dal mondo musulmano sono incasellate secondo stereotipi. Per esempio non si ricorda spesso che un famoso architetto come Zaha Hadid era cresciuta nella cultura araba, essendo di origine irachena!». Anche rispetto alla vita intima e affettiva delle donne nel mondo musulmano circolano molti pregiudizi, sottolinea la scrittrice. Nel romanzo, per esempio, tutta la famiglia Baroudi accetta in modo naturale una bambina, Norma, adottata da una delle figlie non sposate. Ed erano gli anni 50. «Una famiglia all’apparenza tradizionale come quella di mia madre si dimostrò aperta di mente. Tutti in casa pensavano che si è madri quando si ama un bambino e lo si cresce, non contava il fatto biologico in sé».

Quanto al rapporto con l’uomo e alla sessualità «sfortunatamente – dice Amiry – tutte le religioni, dall’ebraismo al cristianesimo all’islam sono ossessionate dal corpo delle donne: le suore devono coprirsi la testa, lo fanno anche le ebree e le musulmane. Tutte le religioni monoteiste cercano di controllare la sessualità femminile, si intromettono in questioni private come la decisione di abortire e perfino nel modo di vestire». Questo è il motivo per cui, aggiunge la scrittrice, «la separazione fra Stato e Chiesa è un passaggio fondamentale nella storia di ogni Paese. Quando la scelta religiosa di alcuni diventa fatto politico siamo tutti nei guai, perché ogni credo religioso pretende di essere superiore. E quando qualcuno pensa di essere un eletto o un essere superiore, comincia il razzismo. Iniziano la paura e l’odio per l’altro, il “diverso”, un pregiudizio che è alla base di guerre ancora oggi. Quando un musulmano commette un crimine tutti i musulmani sono considerati criminali, ma quando un cristiano commette un crimine nessuno menziona il suo credo religioso. Non possiamo usare due pesi e due misure».

L’Ocse: «Crescita destinata a rimanere lenta senza redistribuzione e investimenti pubblici»

Le prospettive di crescita per l’economia globale non sono buone. Sorpresi? Probabilmente no: i segnali sono tutti mediocri e a metterli in fila è il Global Economic Outlook dell’Ocse, che presenta un quadro non oscuro, ma niente affatto allegro, nel quale alcune tendenze osservate negli ultimi anni non si arrestano. La crescita mondiale resterà fiacca, con i grandi Paesi emergenti che corrono meno che nel decennio passato e alcuni grossi calibri – Russia e Brasile – che continueranno ad annaspare. Il quadro è desolante soprattutto perché la crescita lenta che continua viene dopo una recessione dura. Dopo la crisi del 2008 non c’è stata una ripresa sostenuta, un rimbalzo vero e duraturo in nessun luogo. E in questo quadro, se escludiamo le economie malate russa e brasiliana, a essere piuttosto malmesso è il paziente europeo. Gli analisti dell’Ocse prevedono che l’area dei 34 Paesi è destinata a crescere dell’1,8% nel 2016 e del 2,1% nel 2017.

Le ragioni della difficoltà vanno segnalate perché sono delle critiche al modello diseguale di crescita al quale siamo abituati: debolezza della domanda, scarsa condivisione degli effetti dell’aumento della produttività e crescita dei salari più bassa di quella della produttività. Le diseguaglianze che aumentano, insomma, e la poca redistribuzione sono gli imputati e producono poca domanda e scarsi investimenti: chi investirebbe sapendo che le prospettive sono mediocri?

Che fare? La risposta dell’Ocse è semplice: «La politica monetaria da sola non può far uscire l’economia dalla trappola della bassa crescita» e i bassi tassi di interesse consentono margini di politica fiscale, servono poi «investimenti pubblici per sostenere la crescita e pacchetti di riforme strutturali necessarie per aumentare la produttività, i salari e l’uguaglianza». L’Ocse insomma, propone riforme che, per la prima volta da qualche decennio, cambino di segno le politiche adottate soprattutto dall’Europa – che tra le grandi macro aree del pianeta di cui si occupa il rapporto è quella destinata a crescere più lentamente. Se poi i britannici dovessero votare Si al referendum sull’uscita dall’Unione, beh, apriti cielo, sostengono gli analisti dell’istituto di Parigi.


I numeri dell’Ocse

Tra le principali economie avanzate, gli Stati Uniti, cresceranno dell’1,8% nel 2016 e del 2,2% nel 2017. L’area dell’euro migliorerà lentamente, con una crescita del 1,6% nel 2016 e dell’1,7% nel 2017. in Giappone, la crescita è stimata allo 0,7% nel 2016 e 0,4% nel 2017.

Con riequilibrare continua in Cina, la crescita dovrebbe continuare ad andare alla deriva inferiore al 6,5% nel 2016 e del 6,2% nel 2017, sostenuta dalla domanda stimolo. i tassi di crescita di India sono attesi a librarsi vicino a 7,5% quest’anno e il prossimo, ma molte economie emergenti continuano a perdere slancio. Le recessioni profonde in Russia e Brasile persisteranno, con il Brasile prevista una contrazione del 4,3% nel 2016 e dell’1,7% nel 2017.


Le previsioni Ocse parlano di un’Italia che cresce poco anche nel prossimo biennio: 1% nell’anno in corso e 1,4% nel 2017. La disoccupazione è destinata a calare leggermente, 11,3% quest’anno, 10,8% nel 2017 (nel 2015 era del 11,9%). Tutti indicatori positivi, ma per il nostro Paese vale in maniera più pesante quel che vale per l’area Ocse in generale, dopo anni di disoccupazione record e crescita negativa, non sono questi numeri a far cambiare lo stato del Paese.

A criticare il modello sono ormai tutte le istituzioni che contano. Tre importanti economisti del Fondo Monetario firmano un breve articolo dal titolo “Neolibearlism Oversold” (che potremmo tradurre “Troppe lodi per il neoliberismo”) nel quale con toni moderati e lodandone un po’ gli effetti della prima fase, si descrivono gli effetti negativi della conversione al mercato per tutto portata dal neoliberismo. Come fa notare Aditya Chakrabortty commentatore economico del Guardian, fino a qualche anno fa gli esperti del Fondo si rifiutavano di usare persino la parola neoliberismo, sostenendo che si trattasse di una definizione ideologica di chi contestava le scelte naturali, le cose giuste da fare.

Gli economisti scrivono: «La prova del danno economico delle disuguaglianze crescenti suggerisce che i politici dovrebbero essere più aperti all’idea della redistribuzione (…) Oltre a questa, politiche potrebbero essere progettate per mitigare alcuni degli effetti in anticipo (ridurla alla radice) attraverso una maggiore spesa per istruzione, formazione e pari opportunità (Le cosiddette politiche di pre-distribuzione). E le politiche di consolidamento fiscale dovrebbero essere pensate per ridurre al minimo l’impatto negativo sui gruppi a basso reddito». Tradotto rozzamente: redistribuzione, welfare e, quando necessario, politiche fiscali pensate per far quadrare i conti che non devono accanirsi sui più poveri. Peccato che il Fondo, per adesso, non segua le idee dei suoi ricercatori – sebbene sulla Grecia il braccio di ferro tra la direttrice Lagarde e la Commissione europea fosse in parte dettato dall’eccesso di richiesta fatta da Bruxelles – e che tutta la politica economica dell’Unione europea punti a implementare regole e politiche che appaiono ormai vecchie e scadute. E, a giudicare dalle previsioni dell’Ocse, anche fallimentari.

Tutti gli indicatori Ocse in una grafica interattiva 

Sulla rotta dei migranti (terza puntata)

© Antonio Fortugno per Fondazione Fotografia di Modena. Hotel captain elias, isola di Kos.

Sono 7 i fotografi italiani che Fondazione Fotografia Modena ha inviato in Grecia per documentare l’emergenza migranti. Questa è la terza tappa del  viaggio di Left con loro nella penisola ellenica: siamo stati a Leros con Filippo Luini, a Linopoti e a Kos con Antonio Fortugno e a Kalymnos con Francesco Mammarella

 

Filippo Luini, Leros: «Ieri è stato un giorno speciale per i rifugiati del centro di accoglienza “Pipka” di Leros. Per la prima volta da quando ha aperto, lo scorso 1 gennaio, i migranti hanno potuto cucinare il loro cibo. “I siriani non mangiano pasta, preferiscono il riso!” mi sono spesso sentito ripetere durante i nostri incontri. Per mia sorpresa, uno dei piatti più serviti nei campi profughi sono i maccheroni alla bolognese.

Così, nel caldo segreto di una cucina chiusa a chiave per fare una sorpresa a tutti, una mezza dozzina di donne (aiutate da due bambine e un uomo per il taglio degli ortaggi) ha spadellato tutto il giorno con energica fierezza, quasi senza scambiarsi una parola, determinate e indifferenti alla mia presenza, compiendo un vero miracolo: riso, hummus e polpette per 50 persone!».

© Filippo Luini per Fondazione Fotografia di Modena
© Filippo Luini per Fondazione Fotografia di Modena

© Filippo Luini per Fondazione Fotografia di Modena
© Filippo Luini per Fondazione Fotografia di Modena

Antonio Fortugno, Linopoti: «In questa zona c’è la via dei profughi dell’Asia minore, a ricordo di quegli ampi spostamenti di masse umane accaduti nel 1923 tra Turchia e Grecia. Poco più su, questa caserma italiana, dove nel 1943 vennero uccisi a tradimento un centinaio di ufficiali italiani per mano dei tedeschi. È qui che sarebbe dovuto sorgere l’hotspot di Kos e in questa piazza, dopo una dimostrazione di protesta organizzata da Alba Dorata, ne fu impedito l’allestimento».

© Antonio Fortugno per Fondazione Fotografia di Modena. Linopoti. In questa zona c'è la via dei profughi dell'Asia minore, a ricordo di quegli ampi spostamenti di masse umane accaduti nel 1923 tra Turchia e Grecia. Poco più su, questa caserma italiana, dove nel 1943 vennero uccisi a tradimento un centinaio di ufficiali italiani  per mano dei tedeschi. È qui che sarebbe dovuto sorgere L'hotspot di Kos e in questa piazza, dopo una dimostrazione di protesta organizzata da Alba Dorata, ne fu impedito l'allestimento. Antonio Fortugno
© Antonio Fortugno per Fondazione Fotografia di Modena.

Antonio Fortugno, Hotel Captain Elias, isola di Kos
«In questo hotel abbandonato sono stati ospitati i rifugiati sino a qualche mese fa. Poi, la banca proprietaria dell’immobile, ha impedito a loro di restare e a me di fotografare… Non vuole che rimangano documenti a ricordo dell’accaduto».

© Antonio Fortugno per Fondazione Fotografia di Modena. Hotel captain elias, isola di Kos In questo hotel abbandonato sono stati ospitati i rifugiati sino a qualche mese fa. Poi, la banca proprietaria dell’immobile, ha impedito a loro di restare e a me di fotografare… Non vuole che rimangano documenti a ricordo dell'accaduto Antonio Fortugno
© Antonio Fortugno per Fondazione Fotografia di Modena.

Francesco Mammarella, Kalymnos: «Dopo il nuovo accordo tra Ankara e Bruxelles, definito da Medici senza frontiere “iniquo e disumano”, il personale dell’organizzazione non governativa, dopo aver preso una decisione difficile, si presta a lasciare le isole greche in segno di protesta. Tutto il materiale che hanno raccolto dovrà essere trasferito al più presto».

© Francesco Mammarella per Fondazione Fotografia di Modena da Kalymnos - 24 maggio Dopo il nuovo accordo tra Ankara e Bruxelles, definito da Medici senza Frontiere "Iniquo e disumano" , il personale dell'organizazione non governativa, dopo aver preso una decisione difficile, si presta a lasciare le isole greche in segno di protesta. Tutto materiale che hanno raccolto dovrà essere trasferito al più presto.
© Francesco Mammarella per Fondazione Fotografia di Modena

Left è media partner ufficiale di Fondazione Fotografia Modena per questo progetto

Bankitalia, Visco assolve i banchieri e taglia i bancari

Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco durante la relazione annuale della Banca d'Italia, Roma, 31 maggio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

«Usciamo lentamente da un lungo periodo di crisi». La ripresa è ancora lenta e di questo passo «raggiungeremo i livelli pre-crisi in un tempo non breve». Per il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, che pure nelle sue considerazioni finali all’Assemblea annuale loda l’operato del governo, «si deve e si può fare di più». A partire dall’annunciata riduzione del debito pubblico nel 2016, che – spiega – non arriverà se non si mette mano a «uno stretto controllo dei conti pubblici» e alla «realizzazione del programma di privatizzazioni» dalle quali si attende attorno a 8,5 miliardi l’anno per tre anni.

A margine di una relazione che non ha scontentato nessuno ed è piaciuta ai big del capitalismo all’italiana, da De Benedetti a Montezemolo, Visco suddivide equamente i suoi pochi rimbrotti tra le banche italiane (le stesse che fino a poco tempo fa erano le più virtuose del Vecchio continente), che ora devono darsi una ripulita e lavorare per accorparsi tra loro, e l’Europa troppo rigida nei loro confronti.

Sul fronte della crisi delle banche Visco ha difeso l’azione di vigilanza e controllo esercitata dalla Banca d’Italia, spiegando di aver fatto tutto quanto in suo potere e addossando gran parte dei limiti della gestione della crisi al divieto di utilizzare il fondo salva-depositi da parte della Commissione Ue. L’Europa, ha aggiunto Visco, ha pure respinto la richiesta dell’Italia di non addossare, almeno in questa fase, su azionisti e creditori il peso del salvataggio degli istituti di credito in crisi, il cosiddetto bail-in.

A qualcuno però la relazione di Visco non è affatto piaciuta. Fuori dall’assemblea Federconsumatori e Adusbef hanno protestato contro la mancata vigilanza nel caso dei fallimenti di Banca Etruria, CariChieti, CariFerrara e Banca Marche. Denunciano che quei fallimenti hanno arricchito qualcuno e impoverito tanti, compresi i territori cui facevano riferimento le banche, chiedendo che vengano indagati e processati gli autori dei crack e chi eventualmente non ha controllato adeguatamente.

Il governatore ha poi evocato la necessità di rivedere la quantità degli organici degli istituti di credito. E questo è bastato per provocare la levata di scudi dei sindacati, compatti nel sostenere che la razionalizzazione di filiali e dipendenti è già avvenuta e che il rapporto dipendenti-clienti in Italia è più bassa che in Francia e Germania. Insomma, a quanto pare lo scenario è quello di una riduzione dei bancari in un quadro di impunità dei banchieri.

Qualcuno protesta contro il Jobs act, anche in Italia

Oggi, mercoledì primo giugno, – mentre in Francia la settimana di «scioperi illimitati» è appena cominciata – a piazza Farnese, proprio sotto l’ambasciata francese a Roma, si scende in piazza. Per sostenere la lotta dei lavoratori francesi sì, ma anche per protestare contro il Jobs act del governo Renzi: «Mentre in Italia Cgil, Cisl e Uil hanno fatto passare Jobs act, licenziamenti e controriforma delle pensioni senza un’ora di sciopero e oggi sono soddisfatte degli inutili incontri con il ministro Poletti, in Francia si continua a scioperare, a lottare e combattere contro la “Loi travail”, le misure sul lavoro che il governo francese vuole imporre, costi quel che costi» recita l’appello di Usb che ha indetto la manifestazione dalle 17 alle 21.


Grève : la semaine s’annonce difficile
La riforma del lavoro, equivalente francese del Jobs act, sta scatenando proteste contro Hollande e il suo governo. La reazione dei lavoratori e della Confédération générale du travail (il sindacato francese, Cgt), può contare sull’appoggio di gran parte dell’opinione pubblica. «La legge El Khomri», scrive Léon Cremieux, «s’è trasformata in un detonatore sociale».
Dai lavoratori Air France alle Nuit Debout, ai blocchi delle raffinerie. E, ancora, fabbriche e trasporti. Ogni settore della produzione e dei servizi è, in questi giorni, oggetto della protesta. Una protesta che non andava in scena – soprattutto sulle pagine e sugli schermi mainstream – da molto tempi, tanto in Italia, quanto in Europa.

«Lavoreremo e stiamo lavorando per costruire anche in Italia un percorso di mobilitazione che porti allo sciopero generale», annunciano gli organizzatori del sit-in a piazza Farnese. E attraccano i sindacati confederali: «Cgil, Cisl e Uil hanno di fatto condiviso le politiche di austerità e abdicato definitivamente al loro ruolo sindacale», recita l’appello, che si conclude con l’invito alla partecipazione «a lavoratrici e lavoratori, studenti e pensionati, disoccupati e precari, migranti e senza casa». Proprio come in Francia.

L'Orchestra Nuit Debout
L’Orchestra Nuit Debout

Per cantare “Bella ciao“ in lingua italiana i francesi hanno dovuto leggere gli spartiti. Gli italiani la ricorderanno ancora?

Emozione di soccorso

La barca è una nave mercantile, sulla fiancata porta il nome AHTS Vos Thalassa scritto con vernice bianca. Tutto in maiuscolo. Il suo lavoro è pattugliare in acque libiche lo spazio tra due piattaforme petrolifere: un avanti e indietro tra salsedine, ferro e caldo.

Finché il 26 maggio alle 8 e 35 del mattino il comandante Cosimo de Candia (sì, italiano) riceve una telefonata dalla centrale operativa di Roma: ci sono due imbarcazioni piene di migranti da soccorrere. Non bisogna avere troppa fantasia per immaginare il battito del cuore di una nave chiamata a ripescare persone in mezzo al mare, gli undici uomini dell’equipaggio abbandonano la rotta consueta per raggiungere i bisognosi. Sì, bisognosi. Perché sarebbe bello ricominciare a dirle e scriverle, certe parole.

Alle tre del pomeriggio, come racconta Cosimo, ritrovano le carrette del mare con sopra la paura a forma di persone. Alcune sono state già salvate da un piccolo rimorchiatore che porta il nome di Ringhio, come nella drammaturgia perfetta di un’epopea. Ma qui senza luci, pellicola ed effetti speciali. Fame vera. Paura stanca. Altro che i film.

Racconta l’equipaggio della AHTS Vos Thalassa che appena si sono affiancati a quel rimasuglio di barche hanno cominciato ad uscire persone come formiche, fuori da ogni angolo in cui ci si rintana per avere almeno il sollievo di credersi al sicuro e non vedere. Centinaia di persone. Alla fine del carico sono 650 persone e le 11 di equipaggio. La barca che diventa piazza dei popoli. In mezzo al mare.

Dice il comandante che la cucina e la distribuzione di coperte e medicinali hanno lavorato a pieno ritmo giorno e notte. Il bisogno del resto è così: non ha turni e solo nei casi migliori riesce ad avere almeno una fine. Durante il viaggio verso il porto di Catania si caricano anche i recuperati dalla petroliera Minerva Zen e i salvati ora sono 900.

40 ore di viaggio di 11 uomini che salvano 900 persone. «Ballavano dalla felicità, alla vista del porto» raccontano. E i numeri, quegli stessi numeri che la politica maneggia come reliquie per cercare di affermarsi, lì sul mercantile diventano moltiplicazione di salvezza. Senza bisogno di comizi, studi, consulenti, assemblee o trattative. Se nel cuore di undici persone ci stanno novecento salvati, viene chiedersi davvero cosa sarebbe possibile. Nei giorni dell’omissione di soccorso c’è anche l’emozione. Del soccorso. Per fortuna. Restiamo umani.

Buon mercoledì.

I Berberi potrebbero salvare la Libia. Ecco perché

In Libia c’è una popolazione che vuole la pace e che potrebbe dare veramente una mano per la ricostruzione in senso federalista dello Stato. Sono le comunità berbere, quelle stesse che erano in prima linea nella rivolta a Gheddafi nel 2011. Quelle stesse che hanno applicato nei secoli la democrazia di villaggio e che adesso sarebbero pronte a dare il proprio contributo alla rinascita della Libia. Di questo impegno civile e dei possibili scenari politici in Libia si parlerà stasera alle 21, alla Casa della Cultura di Milano. È il primo appuntamento del Festival berbero di Milano, giunto alla sesta edizione (il programma qui) e che si concluderà il 5 giugno.

A promuoverlo è l’Associazione culturale berbera di Milano, l’unica in Italia, presieduta da Vermondo Brugnatelli, linguista, docente dell’Università Milano Bicocca e tra i massimi studiosi di lingua berbera. Come a dire, un mondo culturale antichissimo del Nordafrica ben prima dell’avvento degli Arabi, con una lingua, il Tamazight, di antiche origini camitiche. I berberi attualmente si trovano perlopiù in Marocco, Algeria, Tunisia, e Libia appunto.
Il festival,  si snoda tra cinema, e tanta musica, culminando nel concerto finale di domenica con musicisti che arrivano dal Marocco e dall’Algeria. Qui nel video alcuni artisti di un’edizione passata e presenti anche quest’anno: Kiki Ensemble e Malika Ferhat.

«Quest’anno ci saranno anche musicisti brasiliani», dice Brugnatelli che spiega come l’Associazione berbera faccia parte di una rete multiculturale del comune, Città mondo, che raggruppa tutte le associazioni delle comunità straniere di Milano. «Speriamo che continui anche sotto la prossima giunta», dice il professore.
L’incontro di stasera porta in primo piano la situazione ancora incandescente della Libia e del Nordafrica in generale. Dopo il 2011 le cosiddette primavere arabe la situazione non è affatto pacificata, anche per le infiltrazioni dell’Isis, gli attentati e l’anarchia che regna in Libia. Stasera ne parleranno Fathi Khalifa (Libia – ex presidente del Congresso Mondiale Amazigh), Marisa Fois (ricercatrice italiana esperta di geopolitica nordafricana) e appunto Vermondo Brugnatelli. È possibile seguire l’incontro in diretta streaming (qui)

«Con l’incontro cerchiamo di far circolare delle notizie sulla Libia. Di Libia  adesso si parla molto in Italia, anche se si scivola in discorsi “muscolosi” sulle armi e sui soldati da inviare», continua Brugnatelli. E invece è importante ascoltare chi la Libia la conosce e chi, come i Berberi, hanno un’idea di partecipazione democratica che li distingue  nel tormentato Nordafrica.
«I Berberi fin qui sono stati lasciati ai margini. In Libia tendono a prevalere forze esterne, sia le potenze occidentali che quelle del Golfo, pochi ascoltano le voci dei Berberi che peraltro sono abbastanza agguerriti non nel senso militare ma nel senso della partecipazione alla vita pubblica», spiega Brugnatelli. Il timore dei Berberi libici è quello di fare la fine degli algerini. Cioè di rimanere emarginati pur avendo contribuito (soprattutto dalla regione della Cabilia) alla lotta di liberazione contro i francesi. In Libia geograficamente i Berberi sono ben visibili, soprattutto nella regione vicina a Tripoli. Nella manifestazione seguita alla caduta di Gheddafi, racconta Brugnatelli che era presente, la piazza di Tripoli era piena di bandiere berbere. In alcune città  le comunità berbere hanno dato vita a esperienze di autogoverno. Come Zuara, (in berbero Tamurt n wat Willul) una città che si affaccia sul Mediterraneo e da cui partono i famigerati barconi con i migranti in fuga verso le coste italiane. «Lì, a Zuara, le autorità stanno creando istituzioni locali per fermare il fenomeno degli scafisti, visto che a livello nazionale la legge è molto blanda, loro tentano di combatterli a livello locale», racconta Brugnatelli. «Zuara è la stessa città in cui, quando ancora si combatteva Gheddafi, gli abitanti si mettevano in fila per andare a votar. Una volta liberati, si sono subito autorganizzati, hanno una grande sensibilità democratica», sottolinea il professore che ricorda un’anteprima delle primavere arabe passata sotto silenzio, ben dieci anni prima del 2011. «Era il 2001, e sempre in Cabilia, la gente si ribellò, chiedendo più democrazia. Ci furono scontri con la polizia, morirono un centinaio di persone, ma nessuno ne parlò, l’opinione pubblica europea è molto distratta», aggiunge.
Un mondo, quello berbero, che andrebbe riscoperto, proprio per creare dei ponti con l’altra sponda del Mediterraneo in nome dei diritti e della cultura. Seguendo, per esempio, il filo delle parole di Una canzone berbera di Zuara. Si intitola Talest, Umanità.
e alcuni versi dicono: Orsù, riuniamoci, orsù andiamo avanti/ Mano nella mano con tanto amore / abbiamo chiavi per tutte le porte / la porta della cultura, la porta dell’umanità / la porta della vita in cui tutti faremo festa.

La Nato aumenta le truppe al confine orientale. E la Polonia la spesa militare

Jens Stoltenberg

I Paesi europei membri della Nato aumenteranno, quest’anno, il budget militare. In primis quelli confinanti con la Russia – Polonia e i Paesi baltici – investiti dalle crescenti tensioni dovute al timore di un attacco militare da parte della potente nazione guidata da Vladimir Putin.
L’ha annunciato il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, il norvegese Jens Stoltenberg, in un’intervista al Financial Times, aggiungendo che il prossimo 8 e 9 luglio, in occasione del vertice Nato di Varsavia, sarà deciso, insieme alle istituzioni polacche, un aumento della presenza delle truppe al confine orientale, «per inviare un chiaro segnale che un attacco contro la Polonia sarà un attacco contro l’intera Alleanza». «Le previsioni per il 2016 ci dimostrano che ci sarà, per la prima volta da dieci anni, un aumento delle spese tra i Paesi europei» ha poi concluso Stoltenberg.
Il caso polacco. «Vogliamo fare in modo che la Polonia non sia solo un membro della Nato, ma vogliamo avere la Nato qui in casa» ha sostenuto in maniera entusiasta il Presidente polacco Andrej Duda, del partito euroscettico e nazionalista Libertà e Giustizia, al potere dal 2015. E il governo del premier Beata Szydlo ha previsto un aumento delle spese militari del 9% nel 2016.
Le tensioni tra tra i due Paesi sono aumentate nella primavera del 2014, in seguito all’invasione russa della Crimea, ma il timore polacco di un’invasione da parte di Mosca affonda le proprie radici nel lontano XVII secolo – quando la Polonia fu spartita dalle potenze continentali – e venne rafforzato durante gli anni della Guerra Fredda e del blocco sovietico, di cui Varsavia faceva parte. La Polonia è membro della nato dal 1999, e da anni chiede all’Alleanza Atlantica uno scudo missilistico in grado di proteggere il paese da eventuali attacchi Russi.
Lettonia, Estonia, Lituania. Ma l’aumento più considerevole della spesa militare lo hanno deciso i Paesi baltici: in particolare la Lettonia incrementerà il budget del 60%, la Lituania del 35% e l’Estonia del 9%. I tre paesi nei mesi scorsi hanno ospitato nel loro territorio truppe Nato per esercitazioni congiunte, e negli ultimi mesi l’Alleanza ha aumentato la propria presenza nella regione dopo le tensioni dovute alla crisi ucraina, dispiegamento che è stato definito «il maggiore rafforzamento della nostra difesa collettiva dalla fine della guerra fredda».
Brexit. Stoltenberg si è poi detto preoccupato per il referendum che si terrà il prossimo 22 giugno nel Regno Unito sull’uscita dall’Europa: «Abbiamo bisogno di unità e stabilità: il Regno Unito è il primo Paese europeo per potenza militare e principale finanziatore dell’Alleanza. Per noi un Regno unito forte in un’Europa forte è molto importante».
«2%». Gli Stati europei devono aumentare la spesa militare di 100 miliardi (di dollari) per rispettare l’accordo che prevede un budget minimo del 2% del Pil, contro la media attuale dell’1,43% – negli anni 80 superava il 3% a causa della Guerra fredda. Nel 2008 la spesa (dell’1,7%) cominciò a calare sensibilmente: 288 miliardi di dollari contro i 255 del 2015.
La ricerca di soluzioni diplomatiche. L’Assemblea parlamentare della Nato, guidata da Michael Turner, riunitasi a Tirana, ha redatto un comunicato nel quale si legge che vi è la necessità di «adottare risposte adeguate e proporzionare» alla possibilità di «azioni aggressive della Russia contro un membro dell’Alleanza». Nonostante le tensioni si cerca di sfruttare anche le possbilità diplomatiche: il Segretario Stoltenberg ha definito «fruttuosi» i colloqui tenutisi al vertice del Consiglio Nato – Russia dello scorso aprile, il primo dopo l’invasione dell’Ucraina. Ha poi specificato che vi saranno degli incontri con Mosca prima del summit del prossimo luglio.

L’Antimafia avverte: “Occhio alle liste civiche”

Tredici comuni, 3.275 candidati. Roma (con oltre 2.000 candidati), Battipaglia, e poi Badolato, San Luca, Platì, Scalea, Ricadi, San Sostene in Calabria; Sant’Oreste e Morlupo nel Lazio; Trentola Ducenta e Villa di Briano in Campania. Questi sono i comuni nelle cui liste elettorale ha ritenuto di dover mettere il naso la Commissione Antimafia. Il risultato è meno eclatante dell’ultima volta, e così minore sarà anche la polemica che con il caso De Luca investì invece Rosy Bindi, accusata di usare il suo ruolo per le eterne beghe interne al Pd. Proprio per il precedente scivoloso, questa volta si è abbondato in prudenza, e in mediazioni, con l’ufficio di presidenza slittato più volte. Ma la relazione è comunque interessante.

Gli impresentabili sono quattordici e nessun è un volto noto. Alcune cose colpiscono, sì, come ad esempio la situazione del VI municipio di Roma dove scorrendo le liste si trovano protagonisti di processi per ricettazione, detenzione di armi, tentata estorsione. Ma appunto, parliamo di un municipio, neanche del Comune, e non c’è nessun big. Tra i candidati al Comune, «non si registrano discostamenti dalla legge Severino né dal codice di autoregolamentazione», dice Bindi, «ed è un dato consolante». La commissione però chiede di mantenere l’allarme: «Nonostante l’esiguo numero, rispetto ai duemila candidati, di soggetti riconducibili alla fattispecie della legge Severino e del codice di autoregolamentazione», scrive, «deve però segnalarsi che il quadro generale non appare ugualmente rassicurante». Anche perché è la stessa legge Severino che «avrebbe bisogno di un tagliando». E poi perché, come precisa la deputata Celeste Costantino, di Sinistra Italiana, bisogna di ricordare che la commissione non rilascia certo «bollini antimafia» alle liste che passano indenni, e che «la Severino e il codice di autoregolamentazione non assicurano affatto che non possano esserci casi di infiltrazione». «Il lavoro della Commissione», insomma, «è prezioso ma non mette al riparo».

Non mette al riparo perché la commissione dovrebbe avere più poteri, dice, e magari anche una funzione legislativa, potendo cioè instradare le leggi in parlamento e non solo proporle assegnandole poi alle diverse commissioni. E non mette al riparo anche perché le cose cambiano. E infatti se prima le mafie scalavano i partiti, oggi il vestito giusto è quello delle liste civiche, dove sono tutti i casi segnalati dalla Commissione: «Che le liste civiche siano un varco per le mafie è indubbio», dice Rosy Bindi che racconta il caso del comune dove  le tre famiglie hanno seminato parenti in tutte le liste.