Home Blog Pagina 1152

Ruspe su campi rom e centri sociali. La “cura” per l’Italia secondo Salvini

Matteo Salvini

Scontri fra polizia e centri sociali a Bologna, dove i militanti protestavano contro il comizio xenofobo di Salvini in piazza Maggiore.”Quando avremo finito con le ruspe coi campi rom, cominceremo coi centri sociali”, ha commentato il leader leghista , che ha rinunciato subito al bavaglio indossato per dimostrare il suo dissenso verso la decisione del questore che non gli aveva permesso di fare il comizio in piazza Verdi. Per sostenere la candidata leghista Lucia Borgonzoni, Salvini ha sfoderato un cartello con scritto “liberiamo Bologna”. “Sono 50 sfigati che dovrebbero essere rieducati con le buone maniere come facevano i loro amichetti in Unione Sovietica – ha detto a proposito dei militanti dei centri sociali -, la cosa indegna è l’atteggiamento del sindaco Virginio Merola, imbarazzante, vogliamo mandarlo a casa. La provocazione non è che alcuni bolognesi vogliano andare in piazza Verdi, ma che Merola tolleri e coccoli queste persone”. Questo il tenore dell’intervento bolognese che ha avuto una ulteriore escalation nel Comune di Portamaggiore.
“Vogliamo che Portomaggiore torni ai portuensi”, con questo grido dil segretario regionale Lega nord Gianluca Vinci ha introdotto il comizio di Salvini in una piazza Umberto I di curiosi e di sostenitori del candidato leghista Gianluca Lombardi, in corsa per la poltrona di sindaco di Portomaggiore. Dopo gli strali e le minacce a rom e ai centri sociali Salvini se la prende con la festa della Repubblica: “Cosa c’è da festeggiare in questa repubblica invasa e disoccupata?”. Poi l’affondo razzista parlando di centri di accoglienza con tono ringhioso: “ospitano perlopiù ventenni in salute che sanno solo lamentarsi del trattamento ricevuto”.

La ricetta di Salvini per far uscire l’Italia dalla crisi? Ha il sapore delle soluzioni ducesche, mascherate con il nuovo linguaggio del marketing: “Lo dia ai suoi figli, Renzi, l’olio della Tunisia io sarò sempre a sostegno del made in Italy. I politici del Pd sono al servizio di altri poteri, vogliono trasformare l’Italia in un grande supermarket dove si possono comprare prodotti provenienti da tutto il mondo”.
Una “rivoluzione” deve essere prevista anche per l’assegnazione delle case popolari: da privilegiare sono solo i cittadini italiani. Pacchi di pasta e case popolari in perfetto stile “novecentesco”: “Nei comuni dove c’è la Lega nord se c’è solo una casa da assegnare, questa va agli italiani che hanno contribuito da tutta la vita”. Ma non basta. Dopo la demagogia più retriva, si passa alle fantasticherie su un’Italia bucolica che non esiste, dove gli immigrati ci toglirebbero il pane della bocca pescando nei nostri fiumi (inquinati): “Non sono italiani quelli che stanno depredando i nostri fiumi, parlando della pesca di frodo. Poi i selfie egli autografi per gli acquirenti del suo suo libro “secondo Matteo”.

Il nuovo Senato in cui si votano tra loro

Lasciamo perdere Renzi, non diamogli questa soddisfazione e parliamo della riforma costituzionale. Proviamo, per oggi, anche a lasciare perdere chi l’abbia presentata (Boschi, Verdini o chi per loro) e immaginiamo che ce la stia proponendo la persona di cui ci fidiamo di più. Facciamo che il nostro collega o il nostro amico alla solita colazione insieme ogni giorno al bar ci dica che ha avuto una grande idea per superare il bicameralismo.

Immaginate che vi dica che il Senato viene abolito, anzi no, vi dice che in realtà non viene abolito ma sensibilmente ridotto e diventa molto meno influente nella tenuta del governo. Non vota la fiducia, per esempio ma si occupa comunque di questioni importanti per il funzionamento dello Stato e le regioni. Vi dice, il vostro fidato amico, che i senatori non saranno mica pagati. Anzi, meglio: otterranno certo la diaria e il rimborso e godranno comunque dell’impunità dei senatori.

Detta così, pensate voi davanti al cornetto e cappuccino, non sembra nemmeno troppo male. Vi verrebbe da chiedergli però come saranno scelti questi senatori che, nella storia della repubblica, per com’era pensato il senato, dovrebbero essere degli eletti di cui andar fieri. Anche perché la nuova legge elettorale (un pasticcio come tutte le mediazioni che vorrebbero mettere insieme parti che non hanno interessi convergenti, tipo Cuperlo con Formigoni, per intendersi) premia con un importante premio di maggioranza il partito vincitore e gli “eletti” in realtà sono nominati dal segretario di partito. Che poi qui da noi un segretario di partito sia anche il Presidente del Consiglio (e autore della legge elettorale e di questa deforma costituzionale) è una coincidenza particolarmente sfortunata.

Ecco, a questo punto vi si dice che i senatori non sono eletti. Si eleggono tra di loro. Cioè si eleggono tra gli eletti dei consigli regionali (che negli ultimi anni sono stati la melma dello sperpero e dell’illegalità) con una formula che a noi poco interessa. Tanto si votano tra loro. Così le mafie, per dire, si comprano un consigliere e si ritrovano un senatore, come al discount. Oppure, guarda un po’, sarà la politica a decidere chi può ambire ad essere eletto per ottenere l’impunità. Non so se vi ricorda qualcosa.

Vi verrebbe da ridere, sicuro. Si votano tra loro? Sembra una barzelletta. E invece no. È proprio così. Solo che sarà difficilissimo, credetemi, raccontarlo in giro.

Buon venerdì.

Berlino riconosce il genocidio armeno

È storia vecchia di un secolo, è storia d’oggi. L’impero ottomano tendeva a disgregarsi, un gruppo di militari e intellettuali, i giovani turchi, voleva rifondarlo su basi nazionali ed etniche. Gli imperi erano in guerra e l’ultimo sultano, Mehmet V, aveva dichiarato la jihad, contro russi e inglesi, con i tedeschi come alleati. Gli armeni furono accusati di essere, o di poter diventare, la quinta colonna del nemico russ in Turchia.

E nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1915 cominciarono gli arresti a Istanbul degli intellettuali armeni, avvocati, deputati, giornalisti, poeti. Nei mesi successivi chiunque fosse armeno fu preso, incolonnato e deportato verso il nulla. Erano le” marce della morte”, lo sterminio di un popolo, programmato dai giovani turchi e compiuto sotto la supervisione di ufficiali tedeschi.

Perciò è storicamente importante che il Bundestag abbia riconosciuto quel genocidio, che gli armeni chiamano “il grande crimine” ma che i turchi hanno sempre negato. Erdogan è andato su tutte le furie. Invitabile: egli si pretende insieme sultano, erede di quel Mehmet V, ma anche erede di Ataturk, il giovane turco che divenne capo dello stato e artefice della modernizzazione turca. Quel genocidio appare a Erdogan un atto costitutivo, non un crimine. E i curdi, che nel 1915- 16 cooperarono alle deportazione degli armeni, sono, agli occhi di Erdogan e del suo governo, i nemici di oggi. Essendo i curdi una nazione senza stato, forte minoranza in Turchia e in Iraq, presente in Siria e Iran, e ora alleati degli americani nella guerra contro Daesh. Un pericolo per chi, come Erdogan, si vorrebbe sintesi tra Mustafa Kemal (Ataturk) e Mehemed II, che prese Istanbul.

2 giugno 1946, cronaca di una giornata storica

C’era un bel sole in tutta la penisola quella domenica 2 giugno 1946, prima giornata del referendum istituzionale tra monarchia e repubblica – si votava anche il lunedì, fino alle 12 -. Tutto si svolse con tranquillità, anche se le file cominciarono fin dalla mattina di domenica. Avevano fretta i cittadini italiani, correvano alle urne. Finalmente erano protagonisti, finalmente era giunta l’ora del suffragio universale. Per la prima volta infatti si recarono al voto tutte le donne. A dire il vero, era già accaduto qualche mese prima, il 10 marzo (qui), ma erano elezioni amministrative che riguardavano 436 comuni (nei cui consigli comunali vennero però elette 2000 donne).

Immaginatevi la soddisfazione, la felicità di quelle stesse madri e mogli a cui il regime fascista nei vent’anni precedenti aveva chiesto immani sacrifici: oltre all’“obbligo” di fare tanti figli “da donare al duce” (come racconta il bel libro di Piero Meldini Sposa e madre esemplare, Guaraldi), le donne italiane avevano donato le loro fedi a Mussolini. Chissà, forse quando andarono a sbarrare la croce sula scheda del referendum, il loro pensiero sarà andato a quelle cerimonie dell’“oro alla patria” – in cambio ricevettero fedi di ferro – necessario per armare il regime.
Il 2 giugno 1946 era anche l’anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi e chissà se anche questo non fosse un buon auspicio per la Repubblica. In quella stessa giornata del 2 giugno non c’era in ballo solo il referendum istituzionale, ma anche l’elezione dei rappresentanti dei partiti politici per l’Assemblea Costituente che sarebbe partita il 24 giugno 1946.
Dunque, una giornata tranquilla, con la particolarità che i bar erano chiusi per impedire disordini causati magari da ubriachi eccitati… Soltanto nella notte precedente c’era stato un episodio inquietante: il lancio di una bomba contro la tipografia milanese che stampava l’Unità e l’Avanti!.

Ma vediamo un po’ di cifre e i risultati: alla doppia tornata del 2 giugno avevano diritto al voto il 61% dei cittadini italiani (28.055.449). Si recarono alle urne in 24.947.187, una percentuale dell’89,1%. Lo storico Emilio Gentile sottolinea che quella partecipazione così alta nessuno se la sarebbe aspettata, dopo vent’anni di dittatura e lo stesso Piero Calamandrei gridò al miracolo. A favore della Repubblica si espressero in 12.717.923, per la monarchia 10.719.284, le schede nulle furono 1.498.136.

1946 REFERENDUM MONARCHIA - REPUBBLICA. GIUSEPPE ROMITA LEGGE I RISULTATI DEL VOTO.
1946 Referendum monarchia-repubblica: Giuseppe Romita legge i risultati del voto

Non fu un conteggio semplice. Nei giorni successivi alle votazioni si rincorsero, notizie, voci, articoli di giornali che davano ora la repubblica ora la monarchia per vincenti. Addirittura il 4 giugno il re Umberto I (il re di maggio, dopo l’abdicazione di Vittorio Emanuele III) era sicuro di aver vinto. Il 5 giugno alle ore 18 il ministro dell’Interno Giuseppe Romita proclama alla radio la vittoria della Repubblica. L’annuncio ufficiale, però avvenne il 18 giugno, dopo che la Corte di Cassazione aveva esaminato tutti i ricorsi presentati. Se volessimo esaminare il voto per regioni, ecco il quadro generale: la repubblica aveva vinto nel Trentino Alto Adige, nel Veneto, nel Piemonte, nella Lombardia, nell’Emilia-Romagna, nella Toscana, nell’Umbria e nelle Marche. La monarchia invece in tutte le altre regioni dal Lazio compreso fino alle isole. Il Nord e il Centro repubblicano e il Sud monarchico. Una divisione che sancisce anche quella storica vissuta durante la seconda guerra mondiale. A parte Napoli con le sue cinque giornate di rivolta ai nazifascisti, tutto il Mezzogiorno infatti era stato liberato dall’esercito alleato, non aveva quindi conosciuto né la ribellione dal basso con la guerra partigiana né tantomeno le violenze degli uomini della Repubblica di Salò.

Per tornare alle classifiche, il Comune più repubblicano, con il 91,2% dei sì, fu Ravenna, città dagli ideali mazziniani fortissimi, mentre le città più monarchiche furono Palermo e Messina con oltre l’80%.

novanta_20160601163550501

Veniamo alle elezioni per l’Assemblea Costituente. Erano 556 i seggi che furono così ripartiti: 207 alla Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi (35,2%), Il partito socialista di Pietro Nenni che allora si chiamava Psiup ne ottenne 115 (20,7%), il Partito Comunista di Palmiro Togliatti ebbe 104 costituenti con il 18,9%. Le altre forze  presenti alle urne erano l’Uomo qualunque del commediografo Guglielmo Giannini che ottenne 30 rappresentanti con il 5,3%, il Partito d’Azione che dopo poco si sarebbe sciolto (come anche l’Uomo qualunque) con l’1,5% e 7 eletti, il partito repubblicano con 23 eletti (4,4%), L’Unione democratica nazionale (6,8%) con 41 seggi e poi altre liste minori.
Il 2 giugno non provocò alcun “salto nel buio” come aveva sostenuto  la propaganda monarchica. Il buio gli italiani lo avevano lasciato alle spalle, nel vero senso della parola. Anche se la ricostruzione, non fu soltanto luce, ma si svolse tra molti coni d’ombra. Ma questa è un’altra storia.

 

Storie di donne che fecero la Repubblica

Grande preparazione e una «oratoria stringata ed efficace», così Patrizia Gabrielli nel libro Il primo voto, elettrici ed elette, appena uscito per Castelvecchi, racconta le 556 componenti della Assemblea costituente. Erano le prime presentanti elette dal suffragio popolare. «Laureate o lavoratrici, tutte avevano cooperato con slancio al movimento femminile, alla resistenza e alla lotta clandestina, e arrivarono in Parlamento con una esperienza dei problemi sociali che renderà particolarmente interessante la loro attività alla Costituente».

Interessante è anche l’indagine che l’autrice offre sulla quantità di pregiudizi che ancora pesavano addosso alle donne, guardate con diffidenza ai seggi, ma anche in Aula. Nei dirigenti dei partiti cattolici e conservatori ( e non solo) c’era la radicata idea che l’elettorato femminile avrebbe portato alla distruzione della famiglia e al rovesciamento dei ruoli, che avrebbe messo a soqquadro «l’ordine sociale» e della morale. Cartina di tornasole ne era già stata “la svista” per cui in un primo momento per le donne era stato ipotizzato solo il voto attivo e non quello passivo per essere elette.

Nelle liste elettorali, ricorda Gabrielli, figuravano 226 candidate, «il Partito comunista italiano ne presentò 68, la Democrazia cristiana 29, il Partito socialista italiano 16, il Partito d’azione 14, l’Unione democratica nazionale 8, la Concentrazione democratica repubblicana 8, l’Uomo qualunque 7, altre nelle liste minori. Ne furono elette ventuno. Percentuale non alta constatarono con un po’ di amarezza le dirigenti politiche di allora. Eppure , ricorda la scrittrice Dacia Maraini furono proprio quelle donne a cambiare il volto de Paese, aprendolo alla modernità, allo sviluppo, nei più svariati settori.

«Ricordiamoci che la storia la raccontano sempre i vincitori. Ed è quella che rimane a testimonianza del passato. Vogliamo farci anche noi narratrici della nostra storia, per ricordare che oltre ai molti coraggiosi e valenti uomini italiani, ci sono state tante donne che hanno contribuito profondamente ai migliori cambiamenti del nostro Paese?» con questa domanda, che è anche una esortazione Maraini apre La Repubblica delle donne (Il Mulino), un volume a più mani, in cui sono tratteggiati quattordici profili di donne eccellenti, da Camilla Ravera, a Teresa Noce e Lina Merlin, passando per le donne della resistenza, Tina Anselmi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Marisa Ombra, Ada Gobetti, ma anche ricordando scrittrici come Alba de Céspedes, Fausta Cialente, Renata Viganò e l’attrice come Anna Magnani, la famosa sarta Biki, e la leggendaria Dama Bianca compagna di Fausto Coppi. Tante le storie affascinanti  e che meritano di essere più conosciute come quella di Giuliana Saladino, coraggiosa giornalista e scrittrice palermitana che, negli annidifficili del dopoguerra, ha contribuito alla ricostruzione della Sicilia. Mentre di storie più conosciute come quella di Camilla Ravera  della quale si tende di solito a ricordare solo la parte più “glamour” della sua vicenda di giornalista e scrittrice,  qui vengono ricordati i suoi cinque anni di carcere per aver partecipato alla Resistenza, con lunghi periodi di totale isolamento, quando poi fu trasferita al confino con Terracini e quando criticò aspramente nel 1939 il patto di non aggressione Russia-Germania, venendo così espulsa dal partito.
«Questo libro  – racconta Maraini  – è nato per festeggiare i settant’anni dalla nascita della Repubblica Italiana sancita dal referendum del 2 giugno 1946, giorno in cui le italiane hanno esercitato per la prima volta il diritto di voto e per la prima volta hanno ottenuto il diritto di rappresentanza. Ma anche e soprattutto per cominciare ascrivere la storia della Repubblica anche da un punto di vista femminile».

Per festeggiare i 70 anni della Reppublica che coincidono con i 70 anni di vita dell’Udi, la gloriosa associazione di donne  (che è andata a congresso l’8 maggio) pubblica un volume in cui si ricordano le conquiste di allora con contributi di Lidia Menapace  e riprendendo pagine di Marisa Ombra e di altre partigiane. Senza fermarsi  solo al passato . L’obiettivo è anche cercare di tracciare un quadro di qanto è cambiato per le donne italiane nel frattempo. E ciò che emerge, purtroppo, non è entusiasmante.  La ricerca dell’Udi  prende in esame il lavoro,  i tassi di integrazione e i casi di femminicidio.

«Dalle donne partigiane alla generazione 2.0, i dati indicano ancora oggi mancanza di attenzione e disparità sociale». Nel lavoro ancora moltissime sono le disparità di genere. Anche  nel trattamento pensionistico: le donne, infatti, sono la maggioranza dei pensionati (53%) ma assorbono solo il 44% dei 275.079 milioni di euro di spesa.  In cauda venenum : La violenza sulle donne è una piaga sociale enorme. Sono quasi 7 milioni le vittime che in Italia hanno subìto qualche forma di abuso nel corso della propria vita. Secondo i dati dell’Istat, ricorda  la ricerca dell’Usi,  sono 6 milioni e 788mila le donne che hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni.

Intervista doppia: la partigiana vera e il “falso partigiano”

Cosa significa essere partigiani oggi e cosa ha significato? Lo abbiamo chiesto a una partigiana vera, la staffetta Tina Costa, oggi 91enne, che partecipò alla Resistenza giovanissima nelle colline dell’entroterra riminese, dove attraversava la linea Gotica per portare borse ai partigiani, e ad Adriano Manna, 30enne “falso partigiano” iscritto all’Anpi.

Riprese e montaggio di Daniele Carlevari – Mawivideo

«Scuole a colori contro l’indifferenza»

FOTO DI ALESSANDRO PONTILLO

 

Sono i giorni dell’indifferenza, di una società che sembra non riconoscere più l’altro. Ma a Napoli sono anche i giorni della comunità che si ritrova attorno al fare insieme. L’Istituto Serria-Monti, due scuole nel quartiere periferico di San Giovanni a Teduccio, a est della città, è stato il centro di un intervento di “restyling” collettivo promosso dall’associazione Alveare per il sociale. SOS Scuola, si chiama il progetto: dopo analoghi interventi a Palermo, Roma e L’Aquila, nel capoluogo campano per nove giorni scolari, famiglie, abitanti del posto e personale della scuola sono stati coinvolti in una serie di laboratori permanenti di creatività, innovazione e integrazione.

Paolo Bianchini, regista e fondatore dell’associazione Alveare per il sociale, traccia con Left un bilancio appassionato di questa esperienza. «Ci siamo detti: “Insegniamo ai ragazzi a raccontare se stessi, la vita che li circonda agli altri”. E abbiamo cominciato a sperimentare una piccola radio-tv sul web. Ogni momento era una sorpresa straordinaria» racconta il regista. «Abbiamo scoperto, e in un certo senso tirato fuori, la vera faccia della cultura di questa città: quella della capacità di guardarsi negli occhi, di una comunità che sa che cosa vuol dire la convivenza».

5MM_6573

Per oltre una settimana, poi, armati di pennelli, bombolette, palette e martelli, tutti hanno contribuito alla riqualificazione dell’istituto, dipingendo muri interni ed esterni insieme alla Facoltà di Architettura della Federico II. Oggi su quelle pareti prima grigie ci sono i murales del più noto street artista napoletano, Gianluca Raro, assieme a giochi a terra, sedute, fiori, cespugli e orti realizzati con materiali di recupero. «Ora quest’istituto sembra un grande giocattolo» riprende il presidente dell’associazione Alveare per il sociale. «Prima di questo intervento che li ha visti protagonisti, in questo grande cortile i bambini non immaginavano nemmeno di poter giocare».
Al terzo piano del plesso “Monti” è sorto “Spassatiempo”, un ampio atrio dedicato ad attività sociali e ricreative, tra cui la web radio. Obiettivo del progetto non è infatti solo ridisegnare fisicamente gli ambienti scolastici, ma anche consegnare agli studenti degli spazi stimolanti e confortevoli per favorire la socializzazione.

5MM_6313

«Voglio chiamare quest’esperienza “le sette giornate di Napoli”» conclude Paolo Bianchini. «Le tante madri coraggio e i loro figli scugnizzi che ora hanno qualche possibilità in più di sottrarsi ai pericoli della strada, sono i veri protagonisti del processo di riappropriazione di uno spazio e di una modalità positiva di relazionarsi che rappresenta un antidoto all’indifferenza. Coinvolgendo studenti e famiglie nel restyling del Sarria-Monti e consegnandogli una scuola finalmente all’altezza dei loro sogni, speriamo di far recuperare anche la qualità della partecipazione alle attività scolastiche».

5MM_0521

5MM_0465

5MM_0452

5MM_0432

5MM_0050

gianluca raro

5MM_8518

5MM_8513

5MM_8469

5MM_8467

5MM_8416

5MM_7527

5MM_7512

5MM_7469

5MM_7341

5MM_7227

5MM_6922

5MM_6581[huge_it_gallery id=”66″]

Per la stretta sui voucher c’è tempo. Il decreto slitta

Slitta al prossimo Consiglio dei ministri il decreto correttivo del Jobs Act per la parte relativa ai voucher, metodo di pagamento per lavori occasionali e discontinui, gli ormai noti buoni di lavoro accessorio che vengono erogati dall’Istituto nazionale di previdenza sociale (l’Inps).

Per limitarne l’uso disinvolto, il Governo – che pure si rifiuta di limitarne l’uso, ormai smodato – aveva deciso di introdurne la tracciabilità: l’impresa che acquista un voucher – che è utilizzabile entro 30 giorni – dovrebbe comunicare all’Inps, via sms o mail, nome e codice fiscale del lavoratore, il luogo della prestazione e la sua durata, un’ora prima che cominci l’attività lavorativa. Se l’azienda si esime da tale obbligo, la pena pecuniaria prevista varia da 400 a 2400 euro. L’obiettivo è presto detto: se devi attivare prima il voucher non puoi, ad esempio, attivarlo dopo – magari dopo un controllo o dopo un incidente.

E perché il Cdm ha scelto di rinviare la discussione? Ufficialmente per ragioni tecniche, limature. Sarebbe però stato proprio il premier Matteo Renzi, secondo quanto scritto dal Corriere della Sera e dal Sole 24 ore, a prendere la decisione. Anche per una questione politica, con l’occhio alle amministrative: per evitare possibili attacchi da parte del Movimento 5 Stelle, dalla minoranza dem, dalla sinistra e dai sindacati che considerano il testo troppo soft. A loro certo non sarebbe sfuggito che, per quanto riguarda il settore agricolo, la tracciabilità è peraltro più permissiva e blanda. Qualcuno avrebbe sicuramente rievocato gli ultimi scandali avvenuti soprattutto nel sud Italia – ma anche in Veneto, che è il primo utilizzatore di voucher – che hanno visto consumarsi gravi episodi di sfruttamento e caporalato – contro cui l’esecutivo ha appena firmato un protocollo.

Attendendo dunque questo minimo intervento di modifica, ricordiamo un po’ cosa sono i voucher.

Inizialmente strumento per il solo lavoro occasionale (fu il ministro Damiano, con Prodi, a vararli per i pensionati e gli studenti e per rispondere a una richiesta di manodopera per la raccolte in agricoltura), i voucher dovrebbero – nelle intenzioni del governo, che ne ha molto esteso l’utilizzo – mettere un freno al lavoro nero e rendere, situazioni lavorative difficilmente inquadrabili a livello contrattuale, «legali». Così non è, almeno non sempre. E proprio il numero uno dell’Inps, Tito Boeri ha messo in guardia il governo: i voucher di lavoro accessorio vengono spesso utilizzati per lavori continuativi e per nulla discontinui, che necessitano di altre tipologie contrattuali, e molte volte a fronte di pochi voucher viene pagata in maniera illecita la maggior parte delle ore lavorate.

Un po’ di numeri. Il 2015 ha visto un boom dell’uso dei voucher: 1.392.900 contro i soli 24437 del 2008. Uno su tre è andato ad un under 25. Lo sostiene il rapporto annuale dell’Inps. Circa il 10% dei precettori di tali buoni ha avuto un rapporto subordinato o autonomo con l’azienda. Inoltre solo lo 0,4% ha incassato un valore annuale di oltre 5000 euro, mentre il 64,8% ha incassato meno di 500 euro, mentre il 20% ha superato i 1000. La media di incasso per i percettori è di 633 euro.