Gli ergastolani senza scampo. Fenomenologia e criticità dell’ergastolo ostativo (Editoriale Scientifica, 2015), Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto riportano un dato impressionante di fonte istituzionale: 1.174 dei 1.619 ergastolani in carcere al 12 ottobre scorso sono stati condannati per reati che impediscono il loro accesso alle alternative al carcere e, tra esse, alla liberazione condizionale, l’unico istituto che consente a chi abbia già scontato almeno 26 anni di pena detentiva di non morire in carcere. Sono, insomma “ergastolani ostativi”.
Secondo un noto sofisma, tra i più raffinati della giurisprudenza costituzionale, la pena dell’ergastolo è costituzionalmente legittima nella misura in cui non sia effettivamente scontata. È costituzionale, insomma, a patto che non sia effettivamente tale. Come dire: un nazista è persona di buon cuore nella misura in cui non sia nazista.
Ma se A per essere B non può essere A, tanto vale dire che A non può essere B, e cioè che l’ergastolo non può essere costituzionalmente legittimo. Ma questo la Corte costituzionale quarant’anni fa non ebbe il coraggio di dirlo, nonostante fossero molti i buoni argomenti. Per incominciare, la finalità rieducativa della pena. Se per “rieducazione” intendiamo (come la Corte costituzionale ha sempre affermato) un concreto processo di reinserimento sociale cui deve tendere la pena – e non una semplice emenda morale che il reo raggiunge chiuso nella sua cella al termine dei suoi giorni – è del tutto evidente che una pena senza fine (“MAI” era scritto nel fascicolo degli ergastolani alla voce “fine pena”, prima che l’automazione informatica imponesse un codice numerico: 99/99/9999) non è costituzionalmente ammissibile.
Inoltre, un’adeguata valutazione dell’altro principio costituzionale per il quale le pene non devono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, sarebbe anch’esso sufficiente a motivare l’incostituzionalità di una misura che non offre alcun fine alla vita umana se non quella di soffrire e morire per essere d’esempio negativo ad altri.
Tutti questi argomenti erano già tragicamente in campo quando il legislatore in “stato di eccezione” decise che bisognasse impedire legalmente ai condannati per delitti gravi o legati alla criminalità organizzata di accedere alle misure alternative. Ma allora valeva il vecchio sofisma della Corte costituzionale e molti credevano veramente che, siccome la legge dava in astratto questa possibilità, in Italia l’ergastolo mai si scontasse per intero. Oggi no: quella pia illusione non può più essere coltivata. Con la preclusione all’accesso alle alternative, la gran parte degli ergastolani sconta la propria pena per intero, fino al 99/99/9999.
Ma, si dirà, a queste condizioni il sofisma della Corte costituzionale non regge più, e dunque l’alto consesso avrà almeno dichiarato illegittima quella preclusione. E invece no: a sofisma 1, segue sofisma 2. La preclusione alle alternative stabilita dalla legge non è assoluta, ma può essere aggirata collaborando con la giustizia, o dimostrando di non poterlo fare, di non aver nulla da dire. E dunque, secondo la Corte costituzionale, l’ergastolano che non accede alle alternative è causa del suo stesso male.
Evidentemente ai giudici della Corte non è venuto in mente che quel modo di sfuggire alla morte civile ha qualcosa di terribilmente inquisitorio: un pubblico ministero sente che io potrei sapere qualcosa su un fatto di reato; sente, ma non sa (altrimenti non me lo chiederebbe e procederebbe altrimenti); se io gli confermo le sue sensazioni, in cambio potrò avere una prospettiva di liberazione condizionale, e magari prima qualche permesso-premio; se non gli confermo quelle sensazioni (perché non so o perché “non voglio mettere un altro al posto mio”, come dice Carmelo Musumeci) marcirò in galera per il resto della mia vita. Non chiamiamola tortura, per carità, ma libera scelta proprio no.
È così che siamo arrivati a più di 1.600 ergastolani (erano 408 quando nasceva l’ergastolo ostativo): in carcere c’è chi entra senza poterne uscire più, in barba alla Costituzione più bella del mondo.
Dall’Eros dormiente di Caravaggio ai disegni di Sharazade, una bambina del campo di Idomeni. L’arte al posto degli sbarchi di migranti disperati o, peggio, delle vittime delle stragi in mare scandite da quello che è diventato ormai un vero bollettino di guerra. Di fronte al quale spesso, troppo spesso, gli Stati europei rimangono inerti, se non complici nelle loro assenze. Non è certo rimasta inerte in tutti questi anni Lampedusa, l’isola dell’accoglienza, dell’ospitaltà, la prima terra che i barconi incontrano sulla loro rotta dall’Africa. La porta d’Europa. Ecco, oggi, per una volta Lampedusa è al centro dell’attenzione grazie a una “buona” notizia. Nell’isola fino al 3 ottobre è allestita la mostra “Verso il Museo della fiducia e del dialogo per il Mediterraneo” promossa dal Comune di Lampedusa e Linosa, dal Comitato 3 Ottobre, dall’Associazione First Social Life e dalla Rai.
Il Capo dello Stato Sergio Mattarella a Lampedusa per inaugurare il Museo della Fiducia e del Dialogo per il Mediterraneo. /Francesco Ammendola – Ansa
Nella luce abbagliante dell’isola, dentro l’edificio dalle bandiere rosso sgargiante sul tetto, al centro del paese che si affaccia sul porto testimone costante degli sbarchi, oggi si è tenuta l’inaugurazione alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il quale è stato accolto da un personaggio diventato famoso: il piccolo Samuele, protagonista insieme al generoso medico dell’isola Pietro Bartolo, di Fuocammare, film di Gianfranco Rosi Orso d’oro a Berlino (qui). L’arte e il dramma delle migrazioni, questo il filo della mostra. Ogni opera ha un suo contenuto, un senso profondo che testimonia il legame con l’oggi. Un Caravaggio, ma anche tre opere provenienti del Museo del Bardo di Tunisi, oggetto di un terribile attentato jihadista nel 2015.
«La cultura è un’arma per combattere l’estremismo, il fanatismo», ha detto Moncef Ben Boussa, direttore del museo di Tunisi, a Lampedusa per partecipare all’inaugurazione. Una di queste opere, ha aggiunto, «ha viaggiato molto e non si sa se questo è un punto di partenza o di arrivo». Dopo un viaggio, perché trafugata negli Stati Uniti, è anche la testa di Ade. E protagonista di un viaggio è anche l’opera di Caravaggio, l’Eros dormiente, l’amorino, il bambino dal corpo rilassato e dal volto dolce e sognante. C’è chi l’ha collegato all’immagine di Aylan, il piccolo siriano di 3 anni morto sulle coste turche a settembre 2015. Un’immagine, quella, che ha avuto una eco mondiale, che ha scardinato, per un po’ di tempo – troppo breve – pregiudizi e ignoranza.
È il direttore degli Uffizi Eike Schmidt a spiegare la presenza dell’opera di Caravaggio, conservata nella Galleria Palatina e dipinta tra il 1608 e il 1609 nella vicina isola di Malta dove Caravaggio era arrivato, per così dire, come un rifugiato. «Rappresenta un messaggio positivo di speranza, di solidarietà. Raffigura il piccolo Eros, il piccolo amore addormentato che bisogna svegliare in tutti noi per dare una mano a chi ha bisogno, a chi ha bisogno vitale per sopravvivere, e che dobbiamo aiutare tutti insieme», ha detto il direttore. Figurano poi altre opere dai Musei Correr di Venezia e dal Mucem di Marsiglia: mappe, libri antichi, reperti dal Mediterraneo. Ma c’è anche il Mediterraneo di oggi, e le sue coste martoriate tra migranti e popoli in cerca di libertà. Nella mostra figura infatti anche l’ultimo libro letto da Giulio Regeni, il Siddartha di Herman Hesse e un origami a forma di cuore con la scritta in arabo di “Verità per Giulio”: lo ha inviato dal carcere Ahmed Abdallah, l’attivista egiziano consulente della famiglia del giovane ricercatore italiano morto mentre era nelle mani delle forze dell’ordine egiziane e sulla cui sorte permane ancora un enorme cono d’ombra.
E poi ci sono i disegni di Sharazade, la bambina che viveva nel campo di Idomeni, raccolti e fatti mostrati da Gazebo, la trasmissione di Diego Bianchi su Rai Tre. Ci sono anche le storie dei rifugiati come Adal, che ha disegnato per la Rai le torture inflitte a migliaia di ragazzi come lui dal regime eritreo e diventate prova nella relazione di condanna delle Nazioni Unite. E poi le testimonianze dirette da Lampedusa: gli oggetti personali di 52 persone morte soffocate nella stiva di un barcone. Uno dei tanti, come quelli che si possono vedere a poche centinaia di metri dal Museo, là sotto, vicino al campo di calcio. Infine, il docufilm di Gianfranco Rosi Fuocoammare: verrà proiettato a Lampedusa nell’ambito del Prix Italia, manifestazione che la Rai ha spostato qui dal 29 settembre al 2 ottobre.
Ancora una volta, la porta d’Europa, come spesso ha detto il sindaco Giusi Nicolini, non ci sta a diventare un cimitero, ma lancia un messaggio a tutto il continente, che non deve rimanere passivo e sordo. Del resto, sulla scogliera vicino al porto, c’è un’opera di Mimmo Paladino (qui sopra) che parla da sola. Un’enorme porta. Aperta.
Knotted EU and Polish flags at a protest against the government in Poland, by supporters of the Polish citizens' movement Committee for the Defence of Democracy (KOD Polonia) outside the Polish Institute in Berlin, Germany, 23 Janaury 2106. PHOTO: GREGOR FISCHER/DPA
La Polonia celebra il 225 anniversario della sua prima costituzione. Approvata dalla Dieta il 3 maggio del 1791, la cosiddetta “costituzione di maggio” fu la prima Carta fondamentale in Europa e la seconda al mondo, dopo quella statunitense, a introdurre il principio moderno di monarchia costituzionale fondata sulla separazione dei poteri. I polacchi continuano a celebrare l’anniversario ma intanto la costituzione è cambiata più volte. E oggi più che mai il principio di separazione dei poteri è sotto attacco.
La premier polacca Beata Szydlo
A Varsavia dunque c’è poco da festeggiare. Soprattutto con lo scontro frontale in atto tra la Commissione europea e il governo nazionalista di Beata Szydlo (del partito di destra Diritto e giustizia, Pis), che governa dallo scorso 25 ottobre grazie alla maggioranza assoluta ottenuta alle elezioni. In particolare, Bruxelles ha emesso un «monito formale» alla Polonia per la controversa riforma della Corte costituzionale, promossa dall’esecutivo e fortemente voluta dal presidente della Repubblica, Andrzej Duda, anch’egli membro del Pis, ma soprattutto dal leader storico e carismatico del partito, Jaroslaw Kaczinsky. Secondo il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, la riforma della Corte costituzionale rappresenta un «rischio sistemico» per lo Stato di diritto del Paese, in quanto limita il controllo di alcune leggi e impedisce alla Corte di operare efficacemente.
Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue
Il 1 giugno la Commissione europea ha compiuto un passo ulteriore, inviando a Varsavia un «parere sullo Stato di diritto», avviando per la prima volta in assoluto tale procedura verso uno Stato membro. È la prima volta che l’Unione Europea accusa uno dei Paesi membri di minare le fondamenta della democrazia e non rispettare lo Stato di diritto. La Polonia avrà due settimane per presentare le proprie osservazioni all’esecutivo europeo; se non venisse trovata una soluzione nel breve termine, il contenzioso potrebbe aggravarsi con l’approvazione di alcune sanzioni nei confronti di Varsavia, tra le quali la sospensione del diritto di voto all’interno del Consiglio Europeo. Il braccio di ferro tra la Commissione europea e l’esecutivo polacco dura da oramai da 5 mesi, e la possibilità di trovare un accordo è sempre più lontana.
Timmermans ha dichiarato che il dialogo continua e si è detto soddisfatto che la premier polacca, Beata Szydlo, sia «incline al confronto». Ma ha anche sottolineato di essere «freddo e lucido nel suo lavoro», e che «garantire il funzionamento dello Stato di diritto all’interno dell’Unione sia compito delle istituzioni europee e dei Paesi membri». Anche a Varsavia non si smorzano le critiche: Kaczinsky ha recentemente sostenuto che le indagini e le procedure aperte nei confronti della Polonia «violano il principio di autodeterminazione», e che sia impossibile per Varsavia «impugnarle di fronte alla Corte di giustizia Europea».
Jaroslaw Kaczinsky, ex primo ministro polacco
La riforma. Subito dopo le elezioni dello scorso autunno il Parlamento approvò una legge che permette al governo, tra le altre cose, di cancellare le nomine dei giudici della Corte costituzionale fatte dal governo precedente («la Corte costituzionale è il bastione delle cose che non funzionano» ha detto Kaczinsky commentando la riforma). L’esecutivo licenziò i 5 giudici eletti dal precedente governo di Piattaforma civica – di cui 2 vacanti per presunta incostituzionalità – per eleggerne altrettanti vicini al partito di governo. Il presidente della Corte Costituzionale, Andrezej Rzeplinsky, si rifiutò, in contrasto con il Capo dello Stato, di approvare tre nomine su cinque, concedendo loro di occupare solo i seggi rimasti in precedenza vacanti. Inoltre, la Corte costituzionale ha emanato un verdetto in base al quale la riforma sarebbe anti-costituzionale, verdetto che il Governo si rifiuta di pubblicare in Gazzetta ufficiale. Cosa che ha provocato una grave paralisi istituzionale.
Il Pis sta assumendo posizioni estreme su molti altri fronti.In primis c’è la volontà di rendere completamente illegale l’aborto, già fortemente regolamentato. In secondo luogo, in vista del vertice Nato di luglio, che si terrà a Varsavia, il governo chiede un aumento delle truppe dell’Alleanza Atlantica al confine orientale a causa delle tensioni con Mosca. In terzo luogo, è oramai un dato di fatto l’asse Varsavia-Budapest contro il piano Ue di ripartizione delle quote di migranti. Asse già manifestatosi in occasione del braccio del ferro con Bruxelles (Budapest ha dichiarato che porrà il veto se Varsavia venisse sanzionata dalla Commissione) e che potrebbe essere destinato a rafforzarsi nei prossimi anni, visto l’exploit dei partiti della ultra-destra negli altri Paesi dell’Unione, pronti a imitare il modello polacco.
Ci risiamo. Dopo i cento morti di ieri in Libia, affogati dopo che la loro barca si è ribaltata non lontano dalle coste nei pressi di Zuwara, oggi è la volta delle isole greche. Una vasta operazione di soccorso ha raccolto circa 340 persone in mare e quattro cadaveri, ma l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ha diffuso un comunicato nel quale si legge che i migranti a bordo della nave naufragata erano 700. Se la notizia verrà confermata e non si troveranno altri superstiti, i morti sarebbero quindi centinaia.
La guardia costiera ha raccontato che la barca di 25 metri era per metà sommersa dalle acque e che non è chiaro da dove venisse o dove fosse diretta. Alcune fonti dicono fosse partita dall’Egitto – la barca è naufragata in acque territoriali egiziane, ma più vicino all’isola greca – e fosse diretta in Italia. Qualunque sia il numero dei morti, queste sono le prime persone a morire in acque greche dopo la firma dell’accordo tra Unione europea e Turchia.
l fatto che la barca sia stata individuata nei pressi di Creta, molto più a Sud rispetto alle isole dove normalmente avvenivano gli sbarchi dalla Turchia, segnala due possibilità: la barca è effettivamente partita dall’Egitto perché le rotte stanno cambiando in funzione dell’accordo; oppure gli scafisti turchi stanno cercando nuove strade e dalle coste della Turchia affrontano un viaggio molto più lungo verso l’Italia. In ogni caso più rischi per i migranti e rifugiati, che devono in entrambe le opzioni, affrontare più miglia di mare. Il portavoce dell’Oim, Joel Millman ha detto che negli ultimi giorni gli sbarchi segnalano che Creta è una nuova destinazione e che molti tra coloro approdati sull’isola dicono di essere partiti dalla Turchia. Un segnale in più.
La mappa degli sbarchi aggiornata dall’Oim con, in rosso, il numero dei morti
A proposito di Turchia, Amnesty International ha diffuso un documento nel quale si chiede all’Europa di denunciare l’accordo con le autorità di Ankara perché non garantisce il rispetto delle convenzioni internazionali in quanto alle persone non viene accordato lo status di rifugiato e non vengono garantiti in nessun modo aiuti materiali. E sempre parlando di Turchia, Medici Senza Frontiere lancia un appello per le persone intrappolate ad Azaz, tra il Califfato e il confine turco, mentre la guerra contro l’Isis si avvicina. Sono in 100mila e non hanno vie di fuga se Ankara non aprirà le frontiere.
Un'immagine della piattaforma petrolifera della BP "Deepwater Horizon" in fiamme nel Golfo del Messico, il 22 maggio 2010. Una piattaforma petrolifera al largo della costa della Louisiana si e' incendiata e successivamente è esplosa oggi nel Golfo del Messico. I tredici lavoratori della piattaforma si sono rifugiati in acqua. Elicotteri e navi della guardia costiera si stanno recando
sul luogo dell'incidente. La piattaforma, proprieta' della Mariner Energy, e' ancora in fiamme.
DANIEL BELTRA / GREENPEACE HANDOUT NO SALES / EDITORIAL USE ONLY
Il più grave disastro ambientale della storia americana: 106 giorni di sversamento di petrolio al largo del Golfo del Messico. Dal 20 aprile al 4 agosto 2010, il greggio in uscita dal pozzo Macondo della piattaforma Deepwater Horizon, a 1.500 metri di profondità, ha causato la morte di 11 persone e danni difficili da dimensionare.
Oggi la britannica Bp, la compagnia responsabile dell’impianto, ha chiuso un accordo per risarcire gli investitori che avevano acquistato le azioni dopo l’incidente ma prima che ne fossero note le effettive dimensioni: tra 2016 e 2017 risarcirà 175 milioni di dollari per scongiurare l’apertura di un nuovo processo, il cui inizio era già fissato per il mese prossimo.
La richiesta degli investitori si basava sul fatto che Bp aveva pubblicamente ridimensionato la quantità di greggio fuoriuscita. A quanto pare le cifre reali erano circa dieci volte maggiori rispetto a quanto dichiarato dalla compagnia all’epoca, quando si parlava di un quantitativo tra i 1.000 e i 5.000 barili. Il greggio furiuscito, hanno poi rivelato le stime, si aggira infatti attorno ai 4,9 milioni di barili.
Finora, i vari risarcimenti, le multe e la bonifica sono costati a Bp 56,4 miliardi di dollari: 18,7 miliardi sono andati al governo Usa e ai cinque Stati colpiti dall’inquinamento, 12,9 per risarcire imprese e individui danneggiati, e 4 miliardi a seguito delle condanne. Ma lo strascico processuale del disastro non è ancora terminato.
All’incidente e le sue conseguenze è dedicato un film in uscuta nelle sale statunitensi il 30 settembre. Il titolo è Deepwater Horizon ed è diretto da Peter Berg (Lone Survivor), con Dylan O’Brein, Mark Wahlberg, Kurt Russell, John Malkovich e Kate Hudson.
La piattaforma in fiamme il 22 maggio 2010. Ansa/Daniel Beltra/Greenpeace
Proteste degli attivisti di Greenpeace. Epa/Olivier Hoslet
La decontaminazione di un mezzo intervenuto per la bonifica. Epa/Dan Anderson
Le immagini della macchia di greggio riprese il 4 maggio 2010 dal satellite Aqua della Nasa. Ansa/ Nasa/Goddard/MODIS Rapid Response Team
La Deepwater Horizon in fiamme nel Golfo del Messico, il 22 maggio 2010. Daniel Beltra/Greenpeace
Esplosione sulla piattaforma Deepwater Horizon. Ansa / Petty Officer Scott Lloyd
«La sincerità della sua scrittura è la prima cosa che mi colpito di Joyce Lussu. Mi ha affascinato il suo modo di essere e rimanere donna, l’ aver conservato la sua femminilità, anche nelle situazioni più disperate» racconta la regista Marcella Piccinini, premiata al Bellaria Film festival per il suo intenso docufilm, La mia casa e i miei coinquilini (Il lungo viaggio di Joyce Lussu), dedicato alla scrittrice, poeta e partigiana, che fu la compagna di Emilio Lussu.
«Ad affascinarmi poi è stata anche la sua indipendenza da tutto, da gruppi politici, femministi, e il suo voler cercare a tutti costi una propria identità staccata dalla figura del marito Emilio, pur amandolo molto. E ancora – aggiunge la regista – il suo mettersi in gioco seguendo degli ideali, spesso senza neppure preventivarne i rischi; essere lei artefice della sua vita non facendosi condizionare da quello che le accadeva intorno e intervenendo in molti casi anche nella vita degli altri».
Un aspetto forse meno noto del lavoro culturale di Joyce Lussu fu quello di traduttrice, sensibile e creativa, come dimostrano le sue traduzioni delle poesie di Hikmet di cui seppe cogliere il senso più profondo, ricreandolo in italiano, nonostante non avesse studiato veramente il turco. ( Da leggere in proposito Il turco in Italia di Joyce Lussu edito da l’Asino d’oro).
«Riguardo al suo lavoro di traduttrice – commenta Piccinini – mi è piaciuto il suo scoprire quelli che lei definiva “poeti rivoluzionari”: che usavano la poesia per cambiare le cose, che scrivevano una poesia sincera che arrivasse direttamente al cuore. Lei si immergeva nella vita dei poeti, nei loro mondi, nella loro cultura per capirne la profondità e poterli successivamente tradurli». Joyce Lussu lo spiegava così: «Perché io credo che tradurre un poeta non è un’operazione tecnica e filologica, non basta un dizionario e una sintassi. Hikmet mi diceva: adopera soltanto parole concrete, non ambigue, quelle che si usano tutti i giorni e capirebbe anche un contadino analfabeta».
Centrale nel film è anche e soprattutto l’opera poetica di Joyce Lussu. «Purtroppo le sue poesie non sono così conosciute come meriterebbero, io le trovo veramente incredibili, per questo ho fatto molta fatica a selezionarle per il documentario, non potendole includere tutte». Ed è stato un lavoro di elaborazione lungo e importante quello che Marcella Piccinini ha fatto prima di girare questo film a cui ha lavorato cinque anni. «Ho iniziato facendo moltissime interviste, in Italia e all’ estero. Nel frattempo pensavo continuamente alla struttura- racconta -.Essendoci poca documentazione, soprattutto visiva, poco materiale di repertorio di prima mano su Joyce, e sentendo moltissimo l’ atmosfera che circola nei suoi libri, ho iniziato a pensare per l’appunto ad una struttura che privilegiasse la ricostruzione di quell’atmosfera: la vita di ogni giorno, i sentimenti, ma anche gli oggetti».
Il film è composto in parte da filmati d’epoca, per scovarle Marcella Piccinini ha fatto lunghissime ricerche in Italia e all’estero, soprattutto in Francia. «Ho aggiunto anche mie ricostruzioni tramite fotografie (il periodo parigino) o in pellicola in vari formati, per ridare il senso dell’ epoca anche attraverso i materiali e le tecniche usate. I formati sono il super otto, l’ otto millimetri , il 35mm, il 16mm. Credo che la pellicola mi abbia aiutato moltissimo anche mentalmente a organizzare il film, anche se girare in pellicola è stato molto faticoso, oltre che costoso». La regista è riuscita a raccontare qualcosa di molto intimo e personale di Joyce anche filmando le sue case in Sardegna e nelle Marche. «Mi hanno molto aiutato – dice – sono case vive che rispecchiano la sua personalità, i famigliari mi hanno dato l’ opportunità di abitarle per dei periodi, di mangiare con loro e quindi viverle e respirarle. Mi sono sentita a casa e si è stabilito un legame molto forte, che mi ha permesso poi di fare questo film, di immaginare per esempio gli ultimi anni di Joyce nella casa delle Marche».
Altrettanto importante è stato seguire le tracce di Joyce nei suoi viaggi, «ripercorrere i suoi stessi tragitti, usare nei limiti del possibile gli stessi mezzi che lei probabilmente usò. In Turchia ho ripreso il viaggio in autobus in super otto, poi con il direttore della fotografia abbiamo ripreso le coste turche da un caicco». E ora ci auguriamo da spettatori che il premio a Bellaria dia visibilità a questa strardinaria opera. Perché« il film non può ancora circolare ovunque perché mancano ancora dei soldi per poter pagare completamente i diritti dei video degli archivi. Questo vuol dire – conclude la regista – che può essere proiettato solo nei festival, purtroppo».
Mission to Greece per Fondazione Fotografia Modena
Facciamo il punto sulla missione fotografica dei 7 fotografi inviati in Grecia da Fondazione Fotografia di Modena. In questo momento Simone Mizzotti, Angelo Iannone, Francesco Radino, Filippo Luini, Francesco Mammarella e Antonio Fortugno sono rientrati in Italia, mentre Antonio Biasiucci si accinge a partire questa settimana per #Chios.
Vediamo chi sono:
Simone Mizzotti – destinazione: Idomeni/Atene
Il primo a partire il 9 maggio, cremonese, classe 1983, tra i più giovani del gruppo assieme ad Angelo Iannone e Filippo Luini. Tutti e tre hanno acquisito una formazione autoriale e di ricerca frequentando il master di Alta formazione sull’immagine contemporanea promosso da Fondazione Fotografia di Modena. Poi, al termine del master, Mizzotti è entrato a far parte della collezione della Fondazione con il lavoro Rifrazioni.
Come lui stesso dichiara, Simone non è un fotoreporter, il suo interesse si concentra principalmente sull’aspetto sociale del transito dei migranti in quelle aree: «Mi interessano soprattutto gli spazi e come le persone li occupano, per questo a Idomeni oltre al campo ho fotografato alcune stazioni di servizio occupate da tende». Dopo Idomeni, dove è rimasto una decina di giorni, si è spostato tra Salonicco, il porto del Pireo e Atene.
Foto di Simone Mizzotti #onassignment per Fondazione Fotografia Modena – Un bambino siriano si affaccia alla finestra di un’abitazione occupata presso la stazione di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, dove centinaia di profughi arrivano tutti i giorni dopo viaggi al limite della sopportazione umana.
Foto di Simone Mizzotti #onassignment per Fondazione Fotografia Modena
Foto di Simone Mizzotti #onassignment per Fondazione Fotografia Modena – Scontri nel campo di Idomeni, 18 maggio.
Foto di Simone Mizzotti #onassignment per Fondazione Fotografia Modena
Angelo Iannone – destinazione: Samos
Piacentino, classe 1982. I primi approcci li ha con la fotografia di reportage naturalistico, fa parte del Collettivo ViaGiardini. Anche lui, come Mizzotti, in seguito al master, è entrato a far parte della collezione della Fondazione che ha acquisito il suo progetto Dentro siamo bui.
Per la missione Greece prende in esame lo stretto di mare che divide Samos dalla Turchia, cogliendo le tempistiche dell’accoglienza e il loro racconto sui media del mondo. È stato a Samos fino al 28 maggio.
Foto di Angelo Iannone #onassignment per Fondazione Fotografia Modena – L’ingresso di una discoteca a Samos. Un tempo mete turistiche per eccellenza, le isole greche sono diventate l’emblema del divario tra un mondo occidentale sempre più ripiegato su se stesso e attento a preservare le proprie certezze, e un mondo ‘altro’, ma a noi vicino, lacerato da guerre civili e di religione.
Foto di Angelo Iannone #onassignment per Fondazione Fotografia Modena – A Psili Ammos, su Samos, l’occhio della macchina fotografica misura i 1000 metri di mare che separano la Grecia dalla Turchia .
Foto di Angelo Iannone #onassignment per Fondazione Fotografia Modena – “A Vathy ho incontrato due preti ortodossi. Li ho fermati per strada per chiedere delle informazioni sul santo patrono della città e sulla bandiere esposte fuori dai luoghi di culto. Mi hanno accompagnato in un negozio per mostrarmi alcune icone e oggetti sacri. Il tutto, ovviamente, rigorosamente in greco” .
Filippo Luini – destinazione: Leros/Kalymnos
Anche lui poco più che trentenne, vive e lavora a Milano. Una laurea in Teorie della comunicazione alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Statale di Milano con tesi in Storia del cinema, sta girando tra le isole di Kalymnos, «ho avuto una conversazione con un volontario greco, studente di filosofia, che mi ha fatto pensare. Mi ha fatto conoscere le pagine Facebook usate dagli scafisti per pubblicizzare i viaggi di attraversata via mare tra la Turchia e la Grecia. Mostrano false immagini di navi sicure e confortevoli, attraccate in porti tranquilli. L’opposto dei pericolosissimi gommoni che hanno causato troppe vittime in mare. Il ragazzo ha riscontrato un’analogia con il proliferare in Europa di muri e filo spinato, che non serviranno ad arrestare il flusso dei migranti.» Il lavoro di Luini guarda al tema delle partenze e degli arrivi, di albe e tramonti e si è concentrato sul tema dell’attesa. Si concluderà al suo rientro con un’installazione fotografica. Anche lui è rientrato in Italia.
Foto di Filippo Luini # onassignment per Fondazione Fotografia Modena – Il porto turistico di Pothia, nell’isola di Kalymnos. Ai caratteristici colori delle case sulla collina si è aggiunto il bianco asettico delle tende del campo profughi UNHCR, che ora costituiscono un nuovo elemento del paesaggio. È questa la prima cosa che vedono i turisti, appena mettono piede sull’isola.
Foto di Filippo Luini #onassignment per Fondazione Fotografia Modena – “Sull’isola di Lero passato e presente si incontrano: una ex caserma costruita negli anni 20′ dall’esercito italiano durante l’occupazione nel Dodecaneso ora è diventata un centro di accoglienza. Qui vivono più di cento rifugiati provenienti da Siria, Iraq, Afghanistan e Pakistan. L’edificio si chiama ‘Pipka’ ed è gestito da alcune ONG locali e straniere. É operativo dal 1 gennaio ed è un esempio virtuoso di accoglienza. Durante il giorno i rifugiati sono liberi di uscire e possono decidere di passeggiare nelle strade della città, svolgere attività sportive o passare qualche ora in riva al mare. L’anima del progetto è una greca di nome Mattina, che tutti chiamano ‘Mamma Mattina’”.
Foto di Filippo Luini #onassignment per Fondazione Fotografia Modena – un cartello greco di ‘Attenti al cane’.
Francesco Mammarella – destinazione: Leros/Kalymnos
Il più giovane della spedizione. Abruzzese, classe 1984, si forma a Bologna dove consegue la laurea in Storia dell’arte. La sua missione tra le isole di Agathonisi, Leros, Pserimos e Kalymnos si concentra sullo stravolgimento del panorama di queste isole dopo l’arrivo dei profughi, che nell’ultimo anno hanno superato, per numero, quello degli abitanti. «Tornato dalla missione in Grecia. Ho visto tanti uomini liberi vivere come prigionieri. Poi ho visto anche tanti rifugiati» Rientrato in Italia il 28 maggio.
Foto di Francesco Mammarella # onassignment per Fondazione Fotografia Modena
Foto di Francesco Mammarella # onassignment per Fondazione Fotografia Modena – “Oggi abbiamo visitato il centro di accoglienza dei rifugiati di Leros, che ospita circa cento persone, molte delle quali sono bambini ed adolescenti. Avremmo potuto scattare centinaia di fotografie emozionanti, ma non ne abbiamo realizzato neppure una. Abbiamo preferito fare qualcosa per loro: cinque intense ore di gioco, tra cui una combattutissima partita a calcio tra i team Siria-Iraq-Afghanistan-Italia contro Siria-Iraq-Pakistan finita, forse, con la vittoria di quest’ultima”.
Foto di Francesco Mammarella # onassignment per Fondazione Fotografia Modena – «A metà del nostro viaggio, dopo aver girato per diverse isole e parlato con numerose persone tra le centinaia di rifugiati che abbiamo incontrato, possiamo benissimo dire che ci sono almeno altri centinaia di motivi al mondo per mettere fine alle guerre in Medio Oriente. Purtroppo ci siamo resi conto che talvolta le divergenze culturali che si trovano in determinati Paesi tendono a ripetersi anche all’interno dei campi profughi».
Gli altri tre inviati in Grecia sono fotografi di lunga carriera, e conosciuti nel panorama internazionale.
Francesco Radino – destinazione: Lesbos
Nato a Firenze nel 1947 da genitori entrambi pittori. Dopo studi di Sociologia, nel 1970 diventa fotografo professionista e sceglie di operare in vari ambiti: dalla fotografia industriale al design, dall’architettura al paesaggio. A partire dagli anni Ottanta partecipa a progetti di carattere pubblico di ricerca sul territorio. Ha esposto il suo lavoro in gallerie e musei italiani, europei, giapponesi e statunitensi e le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private internazionali. Con Radino, da sempre, lavoro professionale e ricerca artistica si intrecciano. Ad oggi è considerato uno degli autori più influenti nel panorama della fotografia contemporanea in Italia.
Dall’isola di Lesbos, dove è rientrato il 28 maggio, le sue immagini ci restituiscono il fascino dei luoghi della Grecia paradisiaca, storica e leggendaria, intrecciate con l’attualità.
Foto di Andrea Cossu che ritrae Francesco Radino al lavoro – “Dal 18 marzo 2016, data in cui è stato firmato un accordo tra UE e Turchia, il numero di sbarchi a Lesbo è enormemente diminuito. Tuttavia sull’isola sono ancora presenti migliaia di profughi, in attesa di saper quale sarà il loro destino. Nel solo campo di Moria sono ad oggi presenti 4 mila migranti, costretti a vivere in pessime condizioni e impossibilitati a lasciare l’isola”
Foto di Francesco Radino # onassignment per Fondazione Fotografia Modena – “L’isola di Lesbos è bella e verdeggiante: distese di ulivi a perdita d’occhio si alternano a folti boschi di pini e macchia mediterranea; tutt’intorno, un vasto mare a separare nazioni e destini. Nelle cale a nord e ad est dell’isola i poveri resti di sbarchi più o meno recenti: salvagenti, indumenti, scarpe, qualche giocattolo, resti di barche e gommoni, a testimoniare un dramma che si è consumato sotto gli occhi di un’Europa cieca e sorda, che cerca disperatamente di volgere il suo sguardo altrove“.
Foto di Francesco Radino # onassignment per Fondazione Fotografia Modena
Foto di Francesco Radino #onassignment for Fondazione Fotografia Modena – Lesbo, una visione del campo di Moria durante gli scontri scoppiati il 16 maggio
Antonio Fortugno – destinazione: Kos
Classe 1963, vive e lavora a Como. Architetto e fotografo ha lavorato per riviste quali Domus, Interni e Area. Nel 1997, insieme a Luca Andreoni, prende parte al progetto della Provincia di Milano “Archivio dello Spazio”: un’ampia indagine fotografica sul paesaggio contemporaneo. Con Andreoni dà vita a un solido e duraturo duo artistico (Andreoni_Fortugno) che prosegue attivamente fino al 2006, portando alla realizzazione di importanti lavori e ricerche che ancora oggi sono al centro del suo interesse. A Kos, dove è stato fino al 28 maggio, si interessa ai tempi dello spostamento collegati alla memoria delle persone. «L’isola di Kos è stata, tra tutte, quella che meno ha accettato la crisi umanitaria dei migranti, nel corso dell’ultimo anno. L’hotspot presente sull’isola è stato inaugurato solo qualche giorno fa, e prima i profughi erano accampati all’interno di uno stadio da calcio» Sull’isola ha affrontato tema degli ‘spostamenti’ dei migranti, lavorando in due modi: creando un video che racconta la memoria e allo stesso tempo i cambiamenti e le modifiche fisiche del territorio
Foto di Antonio Fortugno #onassigment per Fondazione Fotografia Modena”Ieri siamo riusciti a entrare nel campo rifugiati di Kos. La struttura, aperta da soli dieci giorni, ospita oltre 200 migranti. All’improvviso, una donna di origini siriane si è affacciata a una finestra. Il suo sguardo, pacato e calmo, ha attirato subito il mio. Incontrarlo in un momento così drammatico mi ha profondamente colpito: i suoi occhi sembravano molto più rassicuranti di quanto credo potessero essere i miei”.
Foto di Antonio Fortugno #onassigment per Fondazione Fotografia Modena – L’isola di Kos è stata, tra tutte, quella che meno ha accettato la crisi umanitaria dei migranti, nel corso dell’ultimo anno. L’hotspot presente sull’isola è stato inaugurato solo qualche giorno fa, e prima i profughi erano accampati all’interno di uno stadio da calcio. Antonio Fortugno racconta, attraverso due scatti in netto contrasto tra loro, il forte ossimoro che emerge respirando l’atmosfera del luogo. Campi da calcio che diventano prigioni, gabbie per uccelli; grigi che smorzano i colori
Foto di Antonio Fortugno #onassigment per Fondazione Fotografia Modena – L’isola di Kos è stata, tra tutte, quella che meno ha accettato la crisi umanitaria dei migranti, nel corso dell’ultimo anno. L’hotspot presente sull’isola è stato inaugurato solo qualche giorno fa, e prima i profughi erano accampati all’interno di uno stadio da calcio. Antonio Fortugno racconta, attraverso due scatti in netto contrasto tra loro, il forte ossimoro che emerge respirando l’atmosfera del luogo. Campi da calcio che diventano prigioni, gabbie per uccelli; grigi che smorzano i colori
Antonio Biasiucci – destinazione: Chios
Nato nel Casertano nel 1961, l’ultimo a partire e a rientrare in Italia, sarà a Chios dal 3 al 15 giugno. Numerosissime sono le mostre personali e le partecipazioni a mostre collettive, festival e rassegne nazionali e internazionali. Molte sue opere fanno parte della collezione permanente di musei e istituzioni, in Italia e all’estero. A Chios lavorerà sul tema della prima accoglienza dei migranti: donne, uomini, bambini che devono mostrare di non essere portatori di malattie in Europa.
Le statue dei re di Napoli stanno in ordine di apparizione storica sulla facciata di Palazzo Reale. L’ultimo, Vittorio Emanuele II re d’Italia, è stato il meno residente e il meno alfabetizzato.
Le loro stature sono di taglia superiore a quella naturale, come per parodia del loro titolo di Altezze Reali. Sono al contrario irreali. Napoli non è rappresentata da questa specie di ingrandimenti, ma meglio identificata dalle sue miniature. La sua immagine più amata, dal residente e dal forestiero, è il presepe. In esso il popolo riconosce le sue molteplici fattezze, dall’acquaiolo allo zampognaro, con l’immancabile osteria, i suoi bevitori, il pozzo, il pastore meravigliato, il defecatore all’aria aperta, perché sempre si deve mescolare il sacro col profano. Lo stupefacente scultore del Cristo Velato (Giuseppe Sanmartino, 1720-1793) modellava statuine di presepe. Di anno in anno si aggiungono figure prese dall’attualità, anche loro ammesse alla taglia minuscola di tutti gli altri. Al contrario, i carri allegorici del Carnevale di altre città innalzano a monumento le caricature delle celebrità del momento. Napoli si fa rappresentare da chi non ingombra, da chi svolge la sua opera in mezzo alla folla, senza esibire fasto. Lo ha dimostrato cinque anni fa con l’elezione di un magistrato, Luigi de Magistris, alla carica di sindaco. Contro i candidati dei partiti maggiori s’impose allora un uomo la cui competenza è la legge.
Davvero non avete almeno un amico che vi abbia rimproverato per essere stati troppo duri con la povera Maria Elena Boschi e la sua sortita suipartigiani “veri” e su quelli che, di conseguenza, veri non sarebbero? Lei si riferiva – vi avrebbe detto quell’amico – ai tanti giovani, nati molto, molto tempo dopo la Liberazione e che oggi riempiono le fila dell’Anpi, accanto ai vecchi combattenti, ormai tutti oltre gli 80.
E se anche così fosse, se quelle fossero state le intenzioni della ministra, non di offendere Lidia Menapace ma di dire “voi ragazzi allora non c’eravate”? Credo – e mi dispiace – che Maria Elena Boschi abbia mostrato la stessa arroganza superficiale che caratterizza il suo mentore, Matteo Renzi, quando straparla e dice che addirittura da 70 anni si vorrebbe cambiare una costituzione che ha ancora meno di 70 anni.
Né l’uno né l’altra intendono che la Resistenza, come la Costituzione, o è una cosa viva o non è. Subito dopo la sua promulgazione nel 1948 – è vero – lo spirito della Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza, unitaria, nazionale e antifascista, fu in parte tradito. Col governo De Gasperi che scelse il suo campo nella Guerra fredda. Con la scomunica papale dei sindacalisti comunisti che riempì di voti la Democrazia cristiana. Con una ricostruzione che non fondò la Repubblica sul Lavoro, ma sui vecchi monopoli – Agnelli, Pirelli – che avevano fatto le loro prove sotto il fascismo e le guerre coloniali.
Ma fino a un certo punto. Perché la Resistenza continuò a vivere nei cortei, tra i lavoratori della Fiat relegati nelle officine Stella Rossa, tra i braccianti che non si levavano il cappello come gli aveva insegnato Di Vittorio. E – bisogna ammettere – il potere di allora, democristiano e atlantico, seppe far tesoro di questa Resistenza viva, per darsi dei limiti, per restare comunque nell’alveo della Costituzione.
Negli anni 60, i primi segni della crisi del regime – o se volete dell’anomalia italiana – la nascita di un centrosinistra partorito e poi allattato mentre si faceva udire “rumor di sciabole” golpiste. Ecco che la Resistenza saragattiana tracima nella retorica, e ne spunta un’altra che non indossa il fazzoletto tricolore ma quello “che è soltanto rosso”. Tempi difficili, nei quali però la Resistenza seppe vivere e affrontare sfide nuove. Seppe gridare nelle piazze che Valpreda era un capro espiatorio, che i fascisti e i servizi segreti, non gli anarchici di Pinelli, facevano esplodere bombe e provocavano stragi. E dall’altra parte Moro seppe intendere, nel nome della Resistenza e della Costituzione, preparando nuovi equilibri.
La Resistenza perfetta – leggete il bel libro di Giovanni De Luna – visse nella battaglia per le regioni, contro le gabbie salariali e per l’uguaglianza del Nord e del Sud, per lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Ma anche per il divorzio e per l’interruzione di gravidanza, affermando l’idea di uno Stato, laico e democratico, che non tollera ingerenze di un altro, confessionale.
Sono giusto ricordi, memoria ingannatrice?Davvero l’esito odierno della crisi italiana non ha più bisogno di giovani resistenti? Io non credo. Penso che nessun Paese possa costruire il futuro se chi l’ha costruito non passa il testimone ai figli dei figli. La rottamazione mi pare una rozza interruzione di questa catena. E invece a me par bello che fra le partigiane e i partigiani, membri a pieno titolo dell’Anpi, ci siano ragazzi di 30 e 20 anni. Mi sembrano autentici partigiani. Come i ragazzi che applaudivano l’altro giorno in 15mila Sanders a Sacramento mi sembrano i soli eredi possibili della nuova frontiera. Per questo la Boschi ha sbagliato. Rifiutando quei giovani ha mostrato di non capire la Resistenza né lo spirito della Costituzione che pretende di cambiare.
È quasi ironico, se non fosse drammatico, che le foto che in questi giorni hanno fatto il giro del mondo mostrando una città sommersa dall’acqua a fine primavera vengano da Parigi, dove pochi mesi fa si è tenuto il vertice mondiale sul clima. I musei sono chiusi, una decina di persone morte tra la Francia e la Germania e in diverse città, in Baviera e nel centro nord francese, sono allagate. Oggi è il giorno in cui, in teoria, la Senna raggiungerà il punto più alto. Precipitazioni sono previste in tutto il centro Europa.
Non che ciascun fenomeno metereologico estremo sia diretta conseguenza dell’aumento delle temperature, ma tutti i segnali, da qualsiasi angolo del mondo provengano, da qualsiasi misurazione o rapporto scientifico, ci parlano di un clima che cambia più in fretta di quanto gli scienziati avessero previsto. Hollande, che è in difficoltà su tutti i fronti interni, ha associato i fenomeni di questi giorni ai cambiamenti climatici. Il prossimo novembre a Marrakech si terrà un nuovo vertice mondiale per proseguire il lavoro di COP21. Allora vedremo se gli accordi di Parigi sono davvero un passo in avanti nella presa d’atto Le foto qui sotto ci ricordano, assieme a tutti i record di temperature battuti nel corso dei mesi, quanto sia urgente agire per fermare il riscaldamento globale.
La Senna all’altezza del ponte Alexandre III (EPA/YOAN VALAT)
Simbach sull’Inn, in Germania , una casa di legno distrutta dalle esondazioni del fiume (AP Photo/Matthias Schrader)
Ancora Simbach sull’Inn, si teme un nuovo peggioramento delle condizioni del tempo (AP Photo/Matthias Schrader)
Simbach sull’Inn, dall’alto. ( Tobias Hase/dpa via AP)
Triftern , si contano i danni e si ripulisce ( Armin Weigel/dpa via AP)
Il lungo Senna allagato, sullo sfondo la Torre Eiffel (AP Photo/Thibault Camus)
Sullo sfondo il Museo d’Orsay, chiuso per timore di danneggiamenti (AP Photo/Markus Schreiber)
Souppes Sur Loing, 80 chilometir a sud di Parigi. (AP Photo/Francois Mori)
Ancora la Senna a Parigi (AP Photo/Markus Schreiber)