Home Blog Pagina 1150

Votare per il voto. Anche.

Al di là delle analisi da cui oggi saremo ricoperti, l’intervista più politica di queste ore è quella ad Antonio Tassora. No, nessun candidato particolare e nemmeno un analista: Antonio ha 104 anni e ha votato alle elezioni amministrative del suo paese, Beverino, in provincia de La Spezia.

Una storia minima in un paese microscopico che contiene però tutto il cuore che sembra andato perso nelle metropoli italiane: dice Antonio che ha voluto votare perché «70 anni fa ho votato per la Repubblica e il voto è un diritto-dovere che io intendo esercitare fino a quando ne avrò le facoltà». E così, in un colpo solo, il vecchietto dà una lezione di democrazia a tutti quelli che hanno bisogno di nemici o rottamazioni per sentirsi vivi.

Antonio invece ha il sacro fuoco del voto che non dovrebbe certo invecchiare ma piuttosto rinnovarsi e crescere. E Antonio (che fino a due anni fa coltivava ancora la sua terra, contadino centenario) è uno di quelli che crede che il voto davvero serva a cambiare le cose: «Ci sono troppi giovani senza lavoro e non potendoli aiutare concretamente spero di dare loro una mano con la mia scelta, spero che serva ad eleggere un sindaco che sappia trovare il modo per risolvere i problemi di tanti ragazzi».

Nelle elezioni della bile e dell’astensionismo ci voleva un ultracentenario per riportarci alla bellezza del voto così semplicemente, senza tifo e senza propaganda, ma per tutta la storia che il gesto del voto si porta dietro. Sarebbe da portare in tutte le scuole, uno così.

Il silenzio del Pd, i sorrisi di Raggi. I risultati del voto di domenica

La candidata sindaco di Roma del M5s Virginia Raggi prima di entrare nella sede dell'Anac per incontrare il commissario dell'Autorita' Anticorruzione Raffaele Cantone. Roma, 21 marzo 2016. ANSA/MASSIMOPERCOSSI

È andato bene questo primo turno delle amministrative 2016 per il Movimento 5 stelle. Questo è certo. I dati di Roma e Torino rendono assolutamente marginale il fatto che complessivamente la performance sia poco omogenea e che a Napoli, ad esempio, Luigi de Magistris svuoti completamente il Movimento, lasciandolo sotto il 10 per cento, più alto dell’1,7 delle comunali del 2011, sì, ma lontanissimo dal 24,85 per cento delle regionali 2015 e dal 24,07 delle europee del 2014, registrato sul territorio comunale. A Roma Raggi stacca di dieci punti Giachetti; a Torino Chiara Appendino porta al ballottaggio Fassino, che dovrà ora blindare il voto moderato, sperando che sulla 5 stelle non si inneschi un voto politico, antirenziano.

Va meno bene invece – e anche questo è certo – per il Partito democratico di Matteo Renzi. Che per troppe ore, per dire, pensa di lisciare addirittura il ballottaggio a Roma, superato in alcune proiezioni da Giorgia Meloni. Sono le 3 passate quando Luciano Nobili, uomo macchina del candidato renziano, può uscire un po’ più rilassato e lanciare la sfida per il secondo turno: «Si riparte da zero», dice. C’è poi Sala a Milano che pareggia nei fatti e anzi si fa superare, a tratti, con il candidato fotocopia Parisi: sono entrambi poco sopra il 41 per cento. A Bologna poi Virginio Merola dovrà affrontare il ballottaggio, contro la Lega e con i 5 stelle quasi al 20 per cento. E non va benissimo neanche Piero Fassino, che si pensava potesse addirittura vincere al primo turno e invece dovrà affrontare una Chiara Appendino a pochi punti di distanza. Di Napoli è meglio non parlare, Valeria Valente arriva terza e lei, come tutti i dem escluso Fassino, sceglie la via del silenzio.

Complessa è invece la situazione nel centrodestra. Forza Italia a Roma ha fatto un risultato disastroso, meritandosi le accuse dei sostenitori di Giorgia Meloni, secondo cui la candidatura di Marchini sarebbe stata un assist a Giachetti: Marchini prende meno voti rispetto al 2013, ed è incredibile se si pensa che l’altra volta era veramente «libero dai partiti». Forza Italia a Roma vale ormai meno della sinistra radicale, dunque. Però poi a Milano, invece, la Lega di Salvini senza Forza Italia (che aumenta a Milano di 8 punti) non va da nessuna parte.

Concedendoci infine un primo focus sulla sinistra, le notizie non sono così buone. E diremmo dunque le solite. Salvo Napoli (con il citato fenomeno De Magistris) e Bologna (con Martelloni che più modestamente oscilla tutta notte tra il sette e l’otto per cento), il risultato è magro. Fassina a Roma, Airaudo a Torino (soprattutto, lui che era convinto di toccare l’8 per cento, ed è a meno della metà), e Rizzo a Milano sono tutti sotto il 5 per cento. Loro e le liste collegate. Interessante per Left è però il dato di Cagliari. L’uscente Massimo Zedda vince infatti al primo turno, lui e il centrosinistra vecchia alleanza. Vecchia alleanza e vecchio candidato, senza deriva manager, senza Sala insomma. Ma anche senza Renzi né eccessi antirenziani.

Anudo, quando l’elettronica è made in Italy

Gli Anudo fanno elettronica, uno fra i generi musicali più in voga del momento, ma se gli chiedi a cosa si ispirano e quali sono stati i loro punti di riferimento musicali ti parlano di Stravinskij e di Stockhausen.
E in effetti tutto torna quando si va a sbirciare nelle vite parallele ma convergenti di questi tre ragazzi piemontesi: Daniele Sciolla, è laureato in Matematica, ha studiato flauto traverso e composizione al conservatorio ed è appassionato di fisica acustica, Federico Chiapello è un cantante rubato al rock, e Giacomo Oro è un pianista classico dall’animo punk. Per gli Anudo, nati come band solo nel 2014, il 2016 è un anno importante perché ad aprile hanno dato alle stampe Zeen, loro disco d’esordio, e adesso sono (felicemente) in tour nel Belpaese immersi in un viaggio da Sud a Nord. Un viaggio “un po’ al contrario” per loro che sono della provincia di Cuneo. Chi li ha ascoltati, e se ne intende, assicura che sono the next big thing della musica elettronica made in Italy. E in effetti il disco suona bene, è omogeneo, equilibrato, scivola sotto pelle fin dal primo ascolto. Abbiamo fatto due chiacchiere con Daniele Sciolla, per cercare di capire meglio chi sono questi tre ragazzi che promettono scintille e ottima musica.

Quanto possiamo essere fieri dell’elettronica made in Italy?
Berlino e Londra ospitano sicuramente un maggior numero di artisti, ma spesso ci si dimentica che anche in Italia c’è un sacco di roba buona e non da poco! Per esempio Berio e Pratella, uno dei padri della musica futurista, sono dei compositori che hanno importato l’elettronica nella classica, veri e propri pionieri. E poi c’è l’elettronica dance, quella di Giorgio Morder, tanto per fare un nome, uno dei musicisti più innovativi e delle voci più influenti in questo settore. Oggi abbiamo tanti artisti italiani che, in Italia e all’estero, riscuotono un buon successo. Insomma, siamo molto meno in ritardo di quanto si creda.

Noi italiani siamo bravi insomma…
Sì, abbiamo sicuramente dei limiti, ma ci sono anche grandi potenzialità. Dobbiamo sfruttarle bene.
Torino è la città italiana che sembra aver intuito di più queste potenzialità.
Sicuramente a Torino la musica elettronica è molto apprezzata, ma non meno di altre città come Milano, Roma, Napoli o Palermo. Torino spicca di più perché c’è il Club to Club conosciuto in tutto il mondo. Ma ti assicuro che questo genere, da Nord a Sud, sta prendendo sempre più piede, c’è una bella spinta nel nostro Paese per la musica underground ed elettronica.

Parliamo di Zeen. Perché questo nome?
Abbiamo registrato l’album a Londra e incontrato tanta gente che diceva “Zeen”, una parola che noi potremmo tradurre con “figata!”. Poi Zeen è anche il soprannome del nostro manager, quindi, alla fine, in qualche modo, è diventato il suono che abbiamo più ascoltato perciò abbiao deciso di chiamare così l’album.

Questo articolo continua sul numero 23 di Left in edicola dal 4 giugno

 

SOMMARIO ACQUISTA

Ecco perché continua il declino dell’industria

Guardiamo il lato positivo: gli ultimi dati Istat sulla produzione industriale ci hanno almeno risparmiato dai tweet sull’Italia-che-cresce-ma-bisogna-fare- di-più. Dal 2008 è andato perso un quarto della produzione, ma al governo sarebbe bastato il solito “zero virgola” di incremento per schierare il plotone dell’ottimismo. Attendibile come i dispacci di gloriose avanzate sul fronte russo. Invece diminuiscono sia il fatturato sia le commesse per il futuro.
«Lo dico senza problemi e lo dico in base ai numeri. L’Italia ha svoltato. Punto». Lo assicurava Matteo Renzi pochi mesi fa nell’intervista al Foglio dal titolo “Sveglia, la crisi è finita”. I numeri, testardi, continuano a raccontare altro: il fatturato dell’industria è oggi inferiore al 2010, era berlusconiana, ma anche rispetto a febbraio 2014, quando si è insediato l’attuale governo. Che certo ha trovato in dote i frutti avvelenati dell’austerity di Monti, ma ha diligentemente perpetuato le stesse politiche per ridurre i salari e la spesa pubblica. Così – prescrive l’ortodossia europea – aumenteranno le esportazioni e migliorerà il saldo commerciale con l’estero. È vero: rispetto al 2010 l’industria esporta il 19% in più, peccato che nel frattempo sia crollata la domanda nazionale (-13%), che in valore assoluto è molto più consistente. Ma anche la domanda estera è da tempo stabile o in lieve declino, con un calo fragoroso degli ordinativi nell’ultimo mese (-6%).

Le interpretazioni più consolatorie attribuiscono il rallentamento alla stagnazione internazionale, ma purtroppo ci sono ragioni ben più gravi, che chiamano in causa non solo la quantità, ma soprattutto la qualità del sistema produttivo italiano. L’industria nazionale si sta de-specializzando, non migliora i prodotti, deposita il 2% dei brevetti internazionali a fronte dell’ 11% della Germania e della Cina, rimane assente o marginale in molti settori ad alto valore aggiunto (si pensi a biotecnologie e high-tech). Così perde quote di mercato non solo a favore dei Paesi avanzati, ma anche di molti emergenti, che al costo del lavoro ridotto abbinano ormai un rapido sviluppo tecnologico.

“Bisogna investire di più” – si dice – giacché gli investimenti sono crollati del 30% dall’inizio della recessione. Tuttavia, l’economista Roberto Romano documenta su Sbilanciamoci.info come anche questo sia un problema qualitativo più che quantitativo. A mancare sono soprattutto gli investimenti ad alta tecnologia; inoltre i beni capitali sofisticati (macchinari, brevetti, licenze) devono essere in gran parte importati dall’estero, per l’assenza di una valida offerta nazionale. Non serve nemmeno – dice Romano – invocare più ricerca e sviluppo: è vero che il nostro Paese vi impiega poche risorse, ma è una coerente conseguenza di ciò che produce, beni e servizi di complessità limitata. Ben venga la promozione del buon cibo italiano, ma il packaging del Parmigiano richiede certo meno ricerca delle sonde di Stephen Hawking per Alpha Centauri.
Ecco il punto. In Italia manca una politica industriale..

Questo articolo continua sul numero 23 di Left in edicola dal 4 giugno

 

SOMMARIO ACQUISTA

La battaglia di Falluja e gli sbarchi in Libia: le foto della settimana

(Foto AP / Rafiq Maqbool)

29 Maggio 2016. Falluja, in Iraq. Le forze di sicurezza irachene, con il sostegno delle forze alleate americane, sono entrate nella città roccaforte dello Stato islamico. (Foto AP / Anmar Khalil)
29 Maggio 2016. Falluja. Le forze di sicurezza irachene, con il sostegno americano, sono entrate nella città roccaforte dello Stato islamico. (Foto AP / Anmar Khalil)

30 maggio 2016. Schoenefeld, Germania. Un padiglione di vetro al ILA Berlin Air Show, il tema di quest'anno è sulla sostenibilità dell’innovazione e della tecnologia. EPA / WOLFGANG KUMM
30 maggio 2016. Schoenefeld, Germania. Un padiglione di vetro al ILA Berlin Air Show, il tema di quest’anno è la sostenibilità EPA / WOLFGANG KUMM

31 maggio 2016. Minsk, Bielorussia. Prove per la parata militare del Giorno dell'Indipendenza (AP Photo / Sergei Grits)
31 maggio 2016. Minsk, Bielorussia. Prove per la parata militare (AP Photo / Sergei Grits)

1 giugno 2016. Uhuru Park, Nairobi, Kenya. Un sostenitore dell'opposizione indossa una maschera bianca duranta una manifestazione in favore del leader dell'opposizione Raila Odinga per commemorare il giorno di Madaraka, quando il Kenya, nel 1963, ottenne l’autogoverno interno. (Foto AP / Ben Curtis)
1 giugno 2016. Nairobi, Kenya. Manifestazione in favore del leader dell’opposizione Raila Odinga (Foto AP / Ben Curtis)

2 giugno 2016. Rio de Janeiro, Brasile. Un attivista per i diritti umani pone delle luci che rappresentano le migliaia di persone uccise dalla polizia da quando Rio ha vinto la gara per ospitare i Giochi Olimpici. Gli attivisti per i diritti umani di Amnesty International hanno esortato il governo a prendere misure urgenti per porre fine a quello che definisce un uso sistematico della forza eccessiva nelle baraccopoli e nelle aree periferiche in vista dei Giochi Olimpici. (Foto AP / Felipe Dana)
2 giugno 2016. Rio de Janeiro, Brasile. Un attivista per i diritti umani pone delle luci che rappresentano le migliaia di persone uccise dalla polizia da quando Rio ha vinto la gara per ospitare i Giochi Olimpici. (Foto AP / Felipe Dana)

2 giugno 2016. Mumbai, India. Un denso fumo esce da un edificio in fiamme. Non sono note le cause dell’incendio. (Foto AP / Rafiq Maqbool)
Mumbai, India. Un denso fumo esce da un edificio in fiamme. (Foto AP / Rafiq Maqbool)

2 giugno 2016. Tokyo, in Giappone. Una donna cammina davanti a un muro di elefoni cellulari esposti all'esterno di un negozio di elettronica nel centro di Tokyo. (Foto AP / Shuji Kajiyama)
Tokyo, in Giappone. Una donna cammina davanti a un muro di telefoni cellulari esposti all’esterno di un negozio di elettronica nel centro di Tokyo. (Foto AP / Shuji Kajiyama)

2 giugno 2016. Parigi. Una donna in una strada allagata del centro Longjumeau, a sud di Parigi. In questi giorni sia parte della francia che della Germania sono teatro di preoccupanti inondazioni. (Foto AP / Francois Mori)
Parigi. Una donna in una strada allagata del centro Longjumeau, a sud di Parigi. In questi giorni sia parte della Francia che della Germania sono teatro di inondazioni. (Foto AP / Francois Mori)

2 giugno 2016. Caracas, Venezuela. Un ufficiale della polizia Nazionale Bolivariana salva un uomo che era stato attaccato dai manifestanti nel corso di una protesta per la mancanza di cibo a pochi isolati dal palazzo presidenziale di Miraflores. (Foto AP / Ariana Cubillos)
Caracas, Venezuela. Un ufficiale di polizia soccorre un uomo che era stato attaccato dai manifestanti nel corso di una protesta per la mancanza di cibo (Foto AP / Ariana Cubillos)

2 giugno 2016. Bogotà, Colombia. Un agente di polizia porta un cane che è stato salvato da El Bronx, un quartiere di tossicodipendenti e prostituzione, nel centro della città. Giorni prima la polizia aveva fatto irruzione per le strade del quartire conosciuto come il grande mercato della droga a cielo aperto della Colombia. (Foto AP / Fernando Vergara)
Bogotà, Colombia. Un agente porta un cane che è stato salvato da El Bronx, un quartiere di tossicodipendenti e prostituzione, nel centro della città. (Foto AP / Fernando Vergara)

02 giugno 2016. Priferia di Mafraq, Giordania. Due bambini siriani giocano tra le tende di un campo profughi vicino al confine siriano (AP Photo / Muhammed Muheisen)
Periferia di Mafraq, Giordania. Due bambini siriani giocano tra le tende di un campo profughi vicino al confine (AP Photo / Muhammed Muheisen)

02 giugno 2016. Zuwarah, Tripoli, Libia. Resti di salvagente su una spiaggia ad ovest di Tripoli. la spiaggia si è ricoperta di corpi di migranti lungo ben 25 chilometri. Secondo la Mezzaluna Rossa locale e l'ong Migrant Report sono almeno 117 i corpi ritrovati. ANSA / mohame Ben Khalifa
2 giugno 2016. Zuwarah, Tripoli, Libia. Resti di salvagente su una spiaggia ad ovest di Tripoli. la spiaggia si è ricoperta di corpi di migranti lungo ben 25 chilometri. Almeno 117 i corpi ritrovati. ANSA / mohame Ben Khalifa

(gallery a cura di Monica Di Brigida)

A Ostia il lungomare nasconde il mare

A Ostia il mare c’è ma non si vede. Dal porto turistico fino a Capocotta, i diciotto chilometri lungo i quali si sviluppa il litorale contano ben 71 tra stabilimenti e spiagge libere o attrezzate. Il problema però nasce nel cuore di Ostia, tra il pontile e piazzale Cristoforo Colombo: quattro chilometri disseminati di abusi edilizi e spiagge a pagamento su otto totali di per sé problematici. Lo chiamano il Lungomuro: un mare di cemento e artefatti di varia natura che delimita i feudi del “potere balneare” costruito a suon di cabine innalzate, mura di cinta e, se va bene. cespugli e alberi che impediscono di vedere la spiaggia.

Nel X municipio di Roma, quello commissariato per la pervasività del crimine organizzato, chi combatte per la legalità è ripagato con minacce di morte: cuore e fegato di animale sull’uscio di casa. È successo all’esponente dei Verdi Angelo Bonelli: «Sabato 28 maggio alle 3,20 di notte suona il citofono di casa: “Ammerda c’è un pacco pe’ tè”. Affacciandomi ho visto uno scooter andare via. Davanti alla porta di casa, al quarto piano, ho trovato un pacco e un biglietto: “Perché il prossimo sarà il tuo?”», ci racconta Bonelli, che nelle scorse settimane ha presentato un esposto alla Procura di Roma e ha scritto al ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti per chiedere il loro intervento contro la costruzione in corso d’opera del resort Capitol, in piena area protetta a Castel Fusano. E soprattutto ha fatto molte denunce contro la “spiaggiopoli” di Ostia.

DSC_0054

Per troppi anni nessuno è stato capace di fermare gli abusi edilizi commessi da alcuni beneficiari delle concessioni demaniali. Lo scorso anno l’amministrazione capitolina di Ignazio Marino, provò a intervenire calando l’asso: Alfonso Sabella. Il magistrato, dopo aver cercato un accordo con i gestori degli stabilimenti, era pronto ad azionare le ruspe non solo a Castelporziano, dove è intervenuto per sanare gli abusi, ma anche nel cuore di Ostia. Oggi, decaduta la giunta Marino, la patata bollente è passata in mano a un altro pezzo delle istituzioni, il prefetto Domenico Vulpiani che da mesi cerca una sintesi pacifica con i gestori degli stabilimenti. Metodi diversi ma un obiettivo comune. Ad oggi però, dei dodici varchi di pubblico accesso alla battigia voluti dalla giunta Marino, soltanto due sono stati aperti: in uno il cartello di segnalazione è privo del logo comunale e la passerella di accesso è rotta, l’altro è senza insegna, stretto, raffazzonato e la sera simile ad un orinatoio.

«Ci sono volute tre ordinanze del Consiglio di Stato per stabilire l’accesso libero e gratuito al mare anche per i cittadini romani, la legittimità dei varchi e l’obbligo dei gestori degli stabilimenti di far passare chiunque a qualunque ora», racconta Sabella a Left. A Ostia Lido, ovvero tra il pontile e via Cristoforo Colombo, «la presenza del Lungomuro impedisce ai cittadini di accedere al mare senza dover pagare: possono farlo quasi esclusivamente attraverso gli stabilimenti e quasi per gentile concessione. Di conseguenza i varchi a mare servono a ben poco, perché i padroni degli stabilimenti sono attentissimi a far rispettare una sola norma di legge: quella che prescrive che la fascia di cinque metri della battigia deve essere lasciata libera da persone e cose per consentire l’accesso dei mezzi di salvataggio. Per cui, anche riuscendo ad accedere alla spiaggia, le persone possono solo fare il bagno e andar via, senza poter sostare o appoggiare un asciugamano». Sabella aveva avviato una trattativa con i gestori degli stabilimenti per arrivare ad un abbattimento condiviso del Lungomuro, ma «l’accordo è stato violato da parte loro un quarto d’ora dopo con il sostegno dalla stampa locale e di due soggetti politici presenti sul territorio, Casapound e il Movimento cinque stelle». Per non compromettere la stagione balneare Sabella decise quindi di far passare l’estate: «A ottobre ero pronto a intervenire con la forza e fare la guerra perché decadessero le concessioni di chi aveva violato la legge. Avevo promesso ai romani che nel 2016 non avrebbero avuto il Lungomuro, ma non sono stato in grado di farlo perché, decaduta la giunta, si è conclusa anche la mia esperienza. Il resto è spiegato nel libro Capitale infetta».

DSC_0012

Con l’estate alle porte i cittadini sono esausti. «Da anni siamo in una situazione di illegalità a cielo aperto. Vogliamo una soluzione», dice il vicepresidente dell’Unione dei comitati di Ostia, Ciro Orsi. Oggi con la nuova amministrazione guidata dal prefetto Vulpiani il problema è monitorato e sono stati fatti dei sequestri in alcuni stabilimenti non a norma, ma la strada è ancora impervia. «A Castelporziano e Capocotta c’erano alcuni abusi che si stanno mettendo a posto e laddove le concessioni degli stabilimenti sono scadute, il nuovo bando per l’assegnazione delle spiagge verrà fatto quando saranno risanati gli illeciti», spiega a Left Vulpiani. Per quanto riguarda il Lungomuro «abbiamo cercato un punto di incontro con i balneari, che invece hanno allungato i tempi per arrivare all’apertura della stagione estiva. Di mezzo ci sono molti contenziosi aperti dai gestori degli stabilimenti, legittimi, ma finalizzati a prender tempo e a far valere i propri interessi. Con l’estate alle porte, chi non si adegua a mettersi in regola sarà soggetto a controlli ed eventualmente a sanzioni amministrative. Agiremo sempre cercando di dare meno disagi possibile agli utenti, ma facendo rispettare le regole ed eliminando gli abusi». Se non dovesse bastare, conclude il prefetto commissario, «come estrema ratio l’esercito è pronto ad intervenire e demolire laddove è necessario. Certo, questo comporterebbe disagi e grosse spese per i contribuenti». Ma il lungomare “privato” rappresenta un disagio e un costo altrettanto grande per la collettività.

Se la fotografia si sveste delle sue regole

© David Alan Harvey, Tell It Like It Is

«C’è voglia di contaminazione», dice nell’intervista sul prossimo numero di Left Emilio D’Itri, direttore artistico per l’edizione 2016 di Fotoleggendo e presidente di Officine Fotografiche, che da sempre organizza la kermesse a Roma. La 13esima edizione del Festival di Fotografia, dal 10 giugno sarà itinerante, aperta ad altre forme d’arte e in connessione con la street art capitolina e non solo. Nei tre giorni di inaugurazione, oltre all’apertura delle mostre, si terranno incontri, presentazioni di libri, proiezioni, premiazioni ed eventi speciali. Gli spazi che accoglieranno le mostre fotografiche e le opere di street art sono Officine Fotografiche, Circolo degli Illuminati, Loft, Rashomon Club.

© Andrea Campesi, Rome a Room
© Andrea Campesi, Rome a Room

#1415 Iran
#1415 Iran

© Miki Nitadori, Odyssey
© Miki Nitadori, Odyssey

© Andrea Roversi, Dauðalogn
© Andrea Roversi, Dauðalogn

© David Alan Harvey, Tell It Like It Is
© David Alan Harvey,
Tell It Like It Is

Dal 13 giugno (e fino al 2 luglio) il festival si allargherà al resto della città: la stazione ferroviaria di Porta San Paolo, l’adiacente Polo Museale Atac e la rete di gallerie che comprende Isfc, Interzone Galleria, 001, Wsp Photography, Microprisma, Officinenove. In tutta la manifestazione saranno esposti più di 30 lavori fotografici. Altri punti di riferimento per mostre e iniziative saranno l’Istituto di istruzione Superiore Statale Cine tv Roberto Rossellini, il Dams Roma Tre.

«Per questa edizione sono partito da un concetto:» – Spiega a Left Emilio D’Itri – “Dall’immagine su negativo all’immagine su file di oggi cosa è cambiato? E quale pubblico oggi viene a visitare le mostre fotografiche?». Da qui ha preso il via un percorso insieme alla commissione (Annalisa D’Angelo, Tiziana Faraoni, Lina Pallotta e Marco Pinna, ndr): abbiamo esaminato quello che a nostro parere c’era di nuovo nelle immagini e nel linguaggio, senza tralasciare la storia di FotoLeggendo legata ai grandi racconti. Infine, la connessione con gli artisti di street art: a loro abbiamo chiesto di confrontarsi con un Festival di fotografia».

Monica Di Brigida

 

Questo articolo continua sul numero 23 di Left in edicola dal 4 giugno

 

SOMMARIO ACQUISTA

Il comunista che siede alla sinistra di Podemos

Quattro mesi fa, Izquierda unida ha ottenuto quasi un milione di voti, ma solo due seggi. Un brutto colpo per gli eredi del partito comunista spagnolo e di altre forze , arrivato tra l’altro mentre l’organizzazione doveva fare i conti con i suoi bilanci in rosso. E allo stesso tempo una nuova forza politica straripava nel Paese, Podemos. Sembrava finita per i comunisti di Spagna. Ma adesso, la nuova alleanza con il partito di Pablo Iglesias già vola in alto nei sondaggi con il 23,2%, 3 punti sopra il Psoe, fermo al 20,2%. Al grande appuntamento del 26 giugno, quando la Spagna tornerà al voto, le due forze politiche si presenteranno strette in un’alleanza, su cui fino a poco tempo fa nessuno avrebbe scommesso. Unidos Podemos, uniti possiamo.

E, a scanso di equivoci, per sugellare l’accordo, i due leader si sono stretti in un abbraccio a Puerta del Sol, la piazza di Madrid che fu scenario della nascita del movimento degli “indignados” nel 2011. Alberto Garzón di anni ne ha trenta, e di dubbi nessuno: «Non è il sorpasso sui socialisti l’obiettivo, ma vincere le elezioni». Dice così a Left il leader di Izquierda unida, mentre si concede per un’intervista fatta a colpi di messaggi vocali tra una riunione e un comizio di piazza.

Alberto Garzon, Unidos Podemos è un’alleanza elettorale, con le idee chiare: vincere per governare. Conosciamo ormai le parole d’ordine di Podemos: la contrapposizione tra alto e basso, ha preso il posto di sinistra-destra. Al leader della “Sinistra unita” è d’obbligo chiedere: con questa coalizione anche voi ve la lasciate alle spalle?
Qui non si tratta di sostenere un dibattito scolastico, ma sui contenuti politici. In qualunque modo ognuno scelga di definirsi, qualunque nome dia alla sua identità, l’importante è che ci si confronti sul terreno della politica concreta. In questa alleanza noi di Izquierda unida siamo senz’altro la sinistra della coalizione, poi c’è gente che si definisce in altro modo: come il “basso” o come “il 99%”, ma cosa importa? Non sono queste etichette che ci interessano, ma, ribadisco, è il contenuto politico che importa.

Questo articolo continua sul numero 23 di Left in edicola dal 4 giugno

 

SOMMARIO ACQUISTA