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Attentato a Istanbul, continua la scia di sangue in Turchia

Istanbul, 7 giugno. Il luogo dell'attentato. ANSA/SEDAT SUNA

La Turchia, dopo gli attentati nei mesi scorsi, ripiomba nel caos: 11 morti e 36 feriti dopo una violenta esplosione questa mattina nel centro di Istanbul. Mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan continua imperterrito, nonostante i richiami dell’Ue, a portare avanti la sua dura politica antiterrorismo  i terroristi seminano la morte nel Paese. L’attentato – di cui ancora non è pervenuta la rivendicazione – è avvenuto nell’ora di punta a un incrocio molto trafficato nel quartiere di Beyazit.

Il luogo dell'attentato, Istanbul, 7 giugno. ANSA/SEDAT SUNA
Il luogo dell’attentato, Istanbul, 7 giugno. ANSA/SEDAT SUNA

Una bomba dentro un’auto parcheggiata è esplosa nel momento in cui passava un autobus della polizia. Sette delle vittime sono agenti, secondo quanto riferisce il governatore di Istanbul Vasip Şahin. La zona è frequentata da turisti e il luogo dell’attentato è vicino ad un edificio dell’università di Istanbul. Le  immagini mostrano la violenza dell’esplosione: un mucchio di lamiere accartocciate e dopo l’incendio ridotte a una massa nera. L’autobus è stato ribaltato e i detriti dopo lo scoppio dell’ordigno hanno provocato danni anche a edifici vicini. Nell’area,  vi sono anche alberghi famosi frequentati da stranieri, come il Celal Aga Konagi Hotel.

ANSA/SEDAT SUNA
ANSA/SEDAT SUNA

La via vicina al luogo dell'attentato (AP Photo/Emrah Gurel)
La via vicina al luogo dell’attentato (AP Photo/Emrah Gurel)

Il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha espresso una condanna dell’attentato tra l’altro facendo notare come sia avvenuto nel secondo giorno del Ramadan.
Quello di oggi è l’ultimo di una serie di attentati che in questo 2016 ha gettato nel terrore tutta  la Turchia. La dinamica dell’esplosione di questa mattina ricorda quella dell’autobomba scoppiata ad Ankara il 14 marzo. Allora i morti furono 37, tutti passeggeri che aspettavano l’autobus. Uno dei due kamikaze era una studentessa legata al gruppo scissionista del Pkk, il Tak (Kurdistan Freedom Falcons) che rivendicò l’attentato. A Istanbul l’anno era iniziato, il 12 gennaio, con la strage di turisti (12 di cui molti tedeschi) causata da un kamikaze dell’Is che si era fatto esplodere nella piazza della Moschea Blu. Così come attribuito ai fondamentalisti jihadisti fu l’attentato più sanguinoso, quello del 10 ottobre 2015 durante una marcia della pace a cui partecipavano i partiti di opposizione: in quell’occasione i morti furono 97.

 

“It’s a girl”: Clinton ha i delegati necessari a ottenere la nomination

Lo sapevano tutti da settimane, forse mesi, oggi è successo: secondo il computo dei delegati alla convention di Philadelphia fatto da Associated Press, Hillary Clinton è la candidata presidente dei democratici. L’idea di tutti era che l’ex senatore di New York avrebbe raggiunto il numero fatidico nelle prossime ore, dopo il voto in California e New Jersey, ma la dichiarazione di voto di un nuovo drappello di superdelegati – gli eletti del partito, delegati di diritto alle convention – hanno reso il voto nei due Stati meno stringente.
La reazione della campagna Clinton è affidata a questo tweet: “Siamo lusingati, ma vediamo di vincere dove si vota oggi”.

Certo, se Bernie Sanders dovesse vincere in California, dove i sondaggi lo danno indietro di due-tre punti, potrebbe di nuovo sostenere che il vento è dalal sua parte ed è lui che a più possibilità di battere Trump, ma la matematica direbbe comunque Hillary. La assegnazione dei delegati alla convention è infatti proporzionale e Clinton al momento ne conta 1812 eletti contro i 1521 di Sanders, se in California e negli altri Stati la posta di più di 800 delegati si dividesse a metà, l’ex first lady ne conterebbe 2200 e il senatore del Vermont 1900. Nessuno dei due avrebbe ottenuto la nomination ufficialmente solo con i voti degli elettori, ma Hillary sarebbe comunque avanti. Hillary deve quindi sperare di vincere nella maggioranza degli Stati e soprattutto in California, Bernie spera anche lui di spuntarla e sta facendo una campagna intensissima nello Stato più popoloso del Paese. Questo il messaggio affidato al suo account: andate e votate, se volete un cambiamento vero. A oggi Hillary ha vinto la maggioranza degli Stati dove vivono grandi minoranze afroamericane e ispaniche e anche stavolta la campagna è molto mirata a quei gruppi: i tweet e il materiale di propaganda, in California è anche tutto in spagnolo.

È tutto sommato un momento storico: per la prima volta gli americani si troveranno a decidere se eleggere una donna presidente. Nella notte vedremo se Bernie ha ancora la capacità di vincere dopo l’annuncio di Associated press. Dalla sua ha l’argomento che Clinton vince grazie ai superdelegati, l’establishment del partito. Contro ha la matematica – e il fatto che Hillary ha comunque preso tre milioni di voti in più di lui fino a oggi. Difficile prevedere se e quando Sanders deciderà di concedere la vittoria a Hillary. In fondo l’ex first lady sconfitta da Obama nel 2008 lo fece qualche giorno dopo la California, anche se da settimane era evidente che a raccogliere più voti era stato Obama. E anche a quella convention nessuno dei candidati aveva la maggioranza assoluta. Le prossime settimane saranno all’insegna di due cose: le trattative tra la campagna Sanders e quella Clinton sullo spazio ai temi proposti dal senatore del Vermont alla convention e l’inizio di una escalation di attacchi di Trump contro l’ex first lady. Nelle prossime settimane scenderà in campo anche il presidente Obama, che non vede l’ora, dicono dallo staff, di tornare a fare comizi contro Trump. Il candidato repubblicano nei mesi scorsi ha scherzato sull'”africano americano” e ha detto più volte che forse Obama non è nato in America, sposando la teoria del complotto per cui non potrebbe essere presidente. Obama se l’è legata al dito e vuole dare una mano a sconfiggerlo. Anche perché è convinto che senza un nuovo presidente democratico, molto dle lavoro da lui fatto, a cominciare dalla riforma sanitaria, sarebbe a rischio. La corsa che ci dirà chi a novembre diventerà il presidente eletto più potente del mondo comincia domani.

Que se vayan a la mierda

Alla fine si è riusciti a fare peggio di Renzi. Dico il giorno dopo, ieri, quando davvero a sinistra abbiamo dovuto ascoltare le voci di chi vorrebbe convincerci che non sia andata così male, che è un buon inizio, e addirittura che a sinistra le cose sono andate così così per colpa del PD. Incredibile: i democratici perdono voti che la sinistra non riesce a raccogliere e nemmeno così è colpa loro. Così ieri Matteo Renzi che gigioneggiava riconoscendo l’insoddisfazione per il risultato (pur scansandolo) è apparso più autentico della sinistra soddisfazione simulata di chi esulta per percentuali da prefisso telefonico. Renzi più innovativo anche nella sconfitta, pensa te.

Ma ci deve essere qualcosa di oscuro in questo magma che riesce ad avere dinamiche solo endogamiche a sinistra del Pd. Perché se è vero che la sinistra (ed esiste, eccome, pur disordinatamente diffusa)  è una speranza accesa (e una storia prorompente, non dimentichiamolo) ad oggi mancano gli eletti e gli elettori. Perché? Eccola l’annosa domanda che si ripete ogni volta. Ed ogni volta è un profluvio di risposte infiorettate e all’uncinetto. Sbagliate, evidentemente.

E così ieri si è alzato il venticello della sinistra che deve tornare unita. «Ripartire tutti insieme» si legge da qualche parte, come se la somma dei fallimenti possa essere la soluzione. Tutti che invocano un cambio di paradigma ma non sono nemmeno disposti a mettersi in discussione davanti alle macerie. Anzi la novità dell’ultima ora è quella di ripartire da De Magistris, fingendo di non sapere che la sua vittoria ha provocato lancinanti mal di pancia proprio tra i maggiorenti della Sinistra. Il nocciolo forse sta proprio tutto qui: nella mancanza di coraggio fingendosi uguali e in dirittura di accorpamento. Qui, a sinistra, c’è un popolino di dirigenti che si accontentano di sentirsi capi anche senza elettori.

E allora se è vero che in molti invocano un commissariamento del PD non si vede perché a sinistra non se ne debbano andare anche questi, di dirigenti. Questi che da dieci anni incarnano una speranza che non è mai stata capace di uscire dal cancello del proprio cortile, gli stessi che cambiano sigla per incipriare la solita faccia, quelli che invocano il nuovo a patto che possano farne parte.

Se la sinistra non cresce con il PD che svolta a destra, esattamente, cosa c’è da capire per parlare di sconfitta?

Buon martedì.

(ah, il titolo è una citazione)

 

Dal selfie con la scheda elettorale all’attesa dei risultati, le amministrative 2016 sui social

amministrative 2016 selfie in cabina

Dai retroscena negli studi tv intenti a seguire i risultati delle #Amministrative2016 a quelle del seggio elettorale, fra impegno civico, ironia e rassegnazione ecco gli scatti che i cittadini hanno postato sui social network.

Attese elettorali #amministrative2016 #brianza

Una foto pubblicata da @favoeva in data:

Mandiamolo a dormire un po’! Buongiorno a tutti gli altri #maratonaelettorale #buongiorno

Una foto pubblicata da Nicola Franceschini (@nickfran912) in data:

#amministrative2016 #elezioni2016 #ballottaggio

Una foto pubblicata da Riccardo Zambon (@ricczambon) in data:

#amministrative2016 la conta di una lunga notte @battiato.stefano @altralentini

Una foto pubblicata da Rosaria (@r.priviterasaggio) in data:

Oggi in regia superlavoro per @malabruzzi! #agorarai #elezioni #elezioni2016 #amministrative2016 #ballottaggio

Una foto pubblicata da Riccardo Zambon (@ricczambon) in data:

Sala stampa della Prefettura di Napoli #salastampa #prefettura #napoli #stampa #giornalista #giornalismo #amministrative2016 #sindaco #stampa

Una foto pubblicata da Claudia Annunziata (@diannuu) in data:

#working#bologna #amministrative2016#rai

Una foto pubblicata da Francesca (@francesca.c89) in data:

#bolognaèunaregola… e piccola: guarda chi incontro al mio seggio #lucacarboni #amministrative2016 #Bologna

Una foto pubblicata da Massimo Paolone (@massimo.paolone) in data:

5.6.2016 bassa affluenza, ridateci i nostri maRho. #voto di scambio, a #ghost #checkpoint in #rho, #amministrative2016 #elezioni

Una foto pubblicata da Pierluigi Anselmo Anselmi (@pierrluigi) in data:

Siete andati a votare si ?? Forza e coraggio #elezioni2016#comunediroma#sindacodiroma#votate#amministrative2016

Una foto pubblicata da Francesca (@fra_smoke) in data:

E ora via!! Tutti a #VOTARE!! #Elezioni #Amministrative2016 …Si ma PER CHI??

Una foto pubblicata da Roberta Cirillo (AppleCaffè) (@lorenmerlin) in data:

Andiam, andiam, andiamo a votar! #amministrative2016 #Alatri

Una foto pubblicata da Giulia Giustiniani (@instagiulsofficial) in data:

Fino all’ultimo voto! #melonisindaco

Una foto pubblicata da Colle Oppio (@colleoppio) in data:

#amministrative2016 #Roma

Una foto pubblicata da Olivier Tosseri (@ressoti) in data:

I bambini fuggiti dalla Siria schiavi in fabbrica e senza scuola in Turchia

Donne siriane rifugiate in Turchia
HATAY, TURKEY - JUNE 01: 20-years-old Syrian refugee woman Fida El Hasan (C), fled from Syria due to ongoing civil-war, is seen at a house, hosting 11 refugee woman, in Turkey's Syrian border city Hatay's Reyhanli District on June 01, 2016. Hasan, lost her two siblings and her father by the Assad Regime's barrel bomb attack as well as she lost his right leg. Turkey spent over US$ 8 Billion and hosts over 2 million refugees. Cem Genco / Anadolu Agency

Sono migliaia, e sono costretti a lavorare all’interno di fabbriche tessili umide e malsane, oppure a passare ore e ore nei campi di mele o frumento senza alcuna tutela. Guadagnano in media 250 dollari al mese. Non potendo permettersi una sistemazione dignitosa, dormono all’interno delle fabbriche, sotto i banchi d lavoro, in letti improvvisati costituiti da una singola coperta e da scarti di materiale tessile.

Questa è la storia comune di molti bambini siriani che scappano dalla guerra e dal terrorismo, e che giungono in Turchia per cercare un futuro migliore. Che purtroppo spesso non trovano: secondo un’inchiesta dell’International New York Times, ben 400mila bambini siriani, su oltre un milione presente in Turchia, non possono permettersi di frequentare la scuola dell’obbligo. La causa principale è la condizione di marginalità sociale e di estrema povertà in cui vivono le famiglie di profughi, costretti a mandare i figli a lavorare per poter acquistare beni di prima necessità, cibo, acqua e vestiario. Beni che gli vengono negati nonostante ne abbiano il pieno diritto. E nonostante l’Unione europea abbia avviato l’erogazione dei tre miliardi di euro previsti dall’accordo Ue-Turchia del marzo scorso, per contenere l’immigrazione «illegale» e tutelare i migranti dalle insidie del Mediterraneo. Risorse che si suppone dovrebbero anche essere utilizzate a sostegno dell’educazione dei più giovani.

Prima del conflitto, oltre il 99% dei bambini siriani aveva frequentato la scuola primaria, e l‘82% circa aveva accesso a quella secondaria. Ora invece circa tre milioni di loro sono a rischio analfabetismo. Sopratutto quelli che vivono in Turchia: il loro numero è destinato a crescere, e il problema potrebbe diventare strutturale visto il consistente aumento di profughi. Secondo Selin Unal, portavoce di Unhcr in Turchia, tra i fattori che impediscono ai bambini di frequentare la scuola ci sono anche le difficoltà linguistiche, procedure di iscrizione lunghe e cavillose e i problemi legati al poco efficiente trasporto pubblico.

«Vorrei mandare Ahmad a scuola. Non sa né leggere né scrivere,e non sa nemmeno comprendere i segnali stradali», racconta Zainab Suleiman, 33 anni, madre di Ahmad, «Ma non ho scelta. Per sopravvivere mio figlio deve lavorare». Quattro anni fa Ahmad vide suo padre morire in Siria per una ferita da arma da fuoco. Ora il ragazzo ha 13 anni, vive ad Istanbul e passa 12 ore al giorno in una fabbrica tessile,con turni massacranti: sveglia alle otto, una pausa pranzo di mezz’ora e due brevi pause in cui mangia biscotti e beve tè.

Racconta che lo fa per assicurare una vita dignitosa a sua madre, di recente cacciata da un ristorante e picchiata dal titolare dopo essersi lamentata per il ritardo con cui le era stato corrisposto il suo salario di 90 dollari a settimana. Il figlio invece guadagna 60 dollari a settimana, e con la maggior parte dello stipendio paga l’affitto della stanza in cui vive con la madre e le tre sorelle. Il padrone della fabbrica tessile ha detto di sapere che Ahmad non può lavorare perché troppo giovane, ma che lo ha assunto per aiutarlo e non per la paga bassa che gli offre.

Nel quartiere di Zeytinburnu, dove si trova la fabbrica di Ahmad, il lavoro minorile è una pratica molto diffusa. C’è Abdul Rahman, 15 anni, che usa una macchina da cucire. Sostiene di non sapere a quanto ammonti il suo salario, che viene invitato direttamente alla famiglia. Due fratelli di 16 e 15 anni, Mohammed e Basar Nour, sono addetti alla pulizia dello stabilimento e sono arrivati in Turchia direttamente da Aleppo, per sostenere economicamente la loro famiglia rimasta in Siria.

A inizio anno il governo turco ha introdotto dei permessi speciali per permettere ai siriani di lavorare in un quadro di legalità, così da fermare lo sfruttamento e assicurare il diritto all’istruzione dei loro figli. Ma sono poco più di 10mila i siriani che hanno potuto beneficiare delle nuove norme, soprattutto a causa della dura opposizione degli imprenditori turchi, riluttanti a concedere tutele contrattuali che implicherebbero garanzie come il salario minimo. Il governo aveva promesso che avrebbe affrontato la questione e aumentato il numero di permessi, ma la sostituzione dell’ex primo ministro Ahmet Davutoglu con Binali Yildirim ha reso tutto più difficile.

Nel frattempo ci si arrangia come si può. Come fa la madre di Ahmet, che per permettere alla figlia Ayla (15 anni) di studiare, l’ha promessa in sposa a un ragazzo curdo di 22 anni, la cui famiglia si è dichiarata disposta a sostenere le spese per mandarla a scuola. «Sono felice di questo, se potrà essere d’aiuto alla famiglia» ha sostenuto la ragazza. E la storia della famiglia Suleiman non è l’unica.

Sono circa tre milioni i cittadini siriani emigrati in Turchia dopo l’inizio delle ostilità, e molti di loro, circa un milione, sono costretti a rimanervi, non avendo la possibilità di raggiungere l’Europa. Intanto sopravvivono come possono, spogliati dei diritti che gli spetterebbero in virtù del loro status, tutelato dalla Convenzione di Ginevra.

La legge nazionale turca vieta il lavoro minorile fino ai 15 anni, ma ci sono alcune eccezioni che non vengono espresse con chiarezza. Inoltre la Turchia è firmataria di alcuni accordi internazionali che vietano espressamente il lavoro minorile, come la Convenzione sui diritti del fanciullo e le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro n.138 (sull’età minima) e n.182 (contro l’uso del lavoro minorile). Ma per Ahmad e gli altri leggi e convenzioni non valgono.

Amministrative: i numeri non mentono. Quanti voti veri ha preso chi e come era andata la volta scorsa

ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

I numeri contano e quando si vota, con pazienza, dovremmo passare del tempo ad analizzarli, leggerli, provare a interpretarli. Ce ne sono di numeri della scorsa notte che hanno il loro interesse generale. A una prima lettura immediata troviamo conferma del pessimo risultato Pd, segnaliamo il mediocre andamento della Lega e il balzo in avanti a 5 Stelle. I numeri sono anche un buono strumento di fact-check: si possono interpretare finché si vuole, ma rendono più complicato stravolgere completamente i risultati.

Roma
La bassa partecipazione – era già stato così con Marino – determina un crollo del numero necessario ai candidati ad andare al ballottaggio. Nel 2006 Veltroni prese più del doppio dei voti di Raggi ieri e tre volte i numeri di Giachetti. I numeri del Pd: nel 2006 il 17% dei DS equivaleva a 40mila voti in più di quelli del Pd ieri. Nel 2008, quando il candidato del centrosinistra Rutelli perse da Gianni Alemanno, il Pd ottenne 520mila voti, 267mila con Marino, 196mila ieri. Ovvero 320mila voti persi in 8 anni – il tweet di Alessandro Lanni qui sotto è una sintesi perfetta. Certo, cala la partecipazione al voto. Ma il dato resta impressionante. Da quella tornata, chi sta alla sinistra del Pd si muove poco: 25mila voti in meno, ma quasi identica percentuale di elettori. Chi raddoppia i voti rispetto alle ultime elezioni è Casa Pound (oggi 14mila elettori), a cui vanno sommati i 30mila voti per la lista di Salvini. Ovvero 44mila romani hanno votato la destra estrema (aggiungete Fratelli d’Italia al 12%). M5S quasi quadruplica i voti.

Napoli
Nel capoluogo partenopeo il Pd perde 28mila voti rispetto al già pessimo risultato del 2011, in termini percentuali si passa dal 16,5% all’11%.Qui, inutile sottolinearlo, il successo è tutto per De Magistris: le due liste a lui collegate in senso stretto, De Magistris sindaco e DeMa raccolgono 72mila voti, la metà del totale dei voti del sindaco uscente. La sinistra, che nel 2011 correva divisa e oggi è sostanzialmente aggregata (Possibile, Sel, Rifondazione in una lista unica, non i fassiniani) perde 10mila voti, nel 2006 c’erano due partiti comunisti e assieme presero 47mila voti. Oggi quella parte dello schieramento ne prende 20.800.

Milano
Il dato forte di Milano è il crollo della partecipazione al voto. Quella che era stata una stagione avvincente di partecipazione si trasforma in un aumento dell’astensione del 13%. E così il candidato del centrosinistra passa dai 315mila voti di Pisapia al primo turno ai 224mila di Sala. Sommate 20mila voti presi da Basilio Rizzo, candidato di sinistra, e il pessimo risultato non cambia di molto. A Milano c’è una sinistra tradizionalmente molto di sinistra che un po’ non vota e un po’ sì. Con Pisapia si era mobilitata. Ieri no. Milano segna un bel successo per Parisi e Forza Italia (forse l’unico di rilievo per il partito di Berlusconi), che pure perde 70mila voti rispetto alla tornata perdente del 2011 e 90mila rispetto al 2006 (all’epoca c’era Alleanza Nazionale che ne prese circa 50mila: i voti persi cono dunque di più, anche sommando il 12mila di Fratelli d’Italia).

Bologna
Nel 2004 il Pd (o meglio la somma di DS e Margherita) pesavano 95mila voti e Cofferati 140mila, Merola ne aveva già persi 34mila nel 2011. Oggi il sindaco uscente prende 68mila voti: 40mila in meno che nel 2011. Merola quattro anni fa correva con la sinistra, oggi il candidato di sinistra Federico Martelloni ne prende 12mila: al netto sono 28mila voti persi. La destra bolognese rimane quasi intatta: quattro anni fa aveva un candidato e 63mila voti, oggi ne ha due e 56mila voti (un balzo percentuale, visto il crollo della partecipazione). Da segnalare che a Bologna la Lega – che correva con il centrodestra ma con l’ex candidato del 2011 Bernardini che correva da solo – prende gli stessi voti, ai quali si sommano almeno una parte dei 18mila presi da Bernardini. I voti del centrosinistra sono andati in parte al Movimento 5 Stelle: Massimo Bugani prende 10mila voti in più di quattro anni fa. Gli altri sono gli astenuti.

La Lega
Di Milano si è detto. Facciamo due esempi minori: Novara e Varese, con due candidati sindaci leghisti. Nel comune lombardo la lista leghista collegata al candidato Paolo Orrigoni perde 3mila voti e otto punti percentuali rispetto a quattro anni fa. A Novara la Lega con Alessandro Canelli perde circa 2mila voti rispetto alla tornata precedente. A Novara i voti in più li ha presi probabilmente il Movimento 5 Stelle. A Torino la Lega perde 7mila voti, un quarto del totale. L’effetto Le Pen/Salvini/Trump, insomma, non sembra proprio esserci. E questo è un bene.

Il Movimento 5 Stelle
I vincitori della tornata elettorale nazionale. C’è poco da fare. Oltre al trionfo romano, prende 30mila voti in più (più del doppio) a Milano, quintuplica i voti a Torino (da 20mila a 107mila) e prende un sacco di voti in molti, molti comuni minori. Magari non eleggerà sindaci, ma entra ovunque e con forza nei consigli comunali. Qualche esempio da varie regioni: a Brindisi quattro anni fa il M5S non c’era, oggi prende il 18,8%; a Marino, grosso comune laziale, raddoppia i voti, a Savona passa da 3mila a 7500 voti, a Cagliari da meno di 2mila a circa 10mila. Nonostante qui il candidato del centrosinistra abbia vinto al primo turno, l’unico nei grandi comuni. Interessante per la Sinistra: dove i sindaci non Pd hanno governato e si ricandidano ottengono ottimi risultati, a Latina, una Lista Bene Comune sopravanza il Pd e va al ballottaggio (difficilmente vincerà), in assenza di un candidato a 5 Stelle.

 

Il Pd si lecca le ferite, i 5 stelle devono accontentarsi. Chi vince e chi perde a Napoli

Il comitato elettorale del candidato sindaco Luigi de Magistris, Napoli, 05 giugno 2016. ANSA/CIRO FUSCO

Un ballottaggio con gli stessi candidati del 2011 ma a parti invertite. Questa volta è il sindaco uscente Luigi de Magistris a condurre con il 42,45% dei voti raccolti, contro il 24,04 del candidato di centrodestra Gianni Lettieri. Lo scrutinio del voto per le municipalità potrà offrire ulteriori elementi di valutazione sullo stato di salute di partiti e schieramenti e sulle prospettive del ballottaggio, ma intanto si possono già evidenziare alcuni punti fermi sul voto nel capoluogo partenopeo.

De Magistris raccoglie la maggioranza relativa dei voti senza il sostegno di grandi partiti, ma con le sue civiche assieme alle liste di sinistra che provano a non andare in ordine sparso (sarà interessante il dettaglio dei voti di lista). Gli avversari si affrettano a evidenziare che per la prima volta il sindaco uscente non viene riconfermato al primo turno, ma dall’entourage di de Magistris replicano che questo dato ha diverse spiegazioni: non c’erano truppe cammellate né grandi partiti ma si è trattato, dicono, di un voto libero.

Un voto meno “controllato” sarebbe anche tra le ragioni dell’elevato astensionismo: ieri ha votato il 50,1% degli aventi diritto contro il 60,3 del 2011. Un segnale forte che nessuno dei candidati, tanto meno quelli esclusi dal secondo turno, potrà ignorare. In particolare, una riflessione dovranno farla i 5stelle, con Brambilla fermo al 9,74% – lontano anni luce dal risultato di Virginia Raggi nella Capitale – al termine di una campagna elettorale nata male (gli scontri interni e i tempi lunghi) e condotta forse peggio (troppo sottotono per temi e impostazione di fondo).

Troppo tenero con il sindaco “zapatista” e inutilmente (hanno confermato le urne) accanito contro il Partito democratico di Valeria Valente, o meglio di Matteo Renzi, è stato Brambilla. E non appaiono convintissime le dichiarazioni di soddisfazione giunte dal direttorio, con Roberto Fico che sembra piuttosto buttare la palla in angolo: «Entriamo in Consiglio a testa alta: proporremo e vigileremo ed il prossimo giro l’amministrazione sarà del M5S, ne sono sicuro».

A scardinare i consensi potenziali del Movimento è stata soprattutto una riuscitissima operazione (targata Claudio de Magistris, il criticatissimo e capace fratello del sindaco) di attivazione di energie “civiche”: la lista DeMA nata dall’omonima associazione molto attiva in città nel corso degli ultimi due anni. Non a caso, a guidarla era Alessandra Clemente, assessore uscente alle Politiche giovanili molto attenta ai temi sociali e alla lotta alla camorra (sua mamma è Silvia Ruotolo, uccisa nel 1997 mentre rientrava a casa con il figlioletto più piccolo, finita per caso nel bel mezzo di un agguato).

Ma a leccarsi le ferite, oggi, sono soprattutto i dirigenti locali e nazionali del Partito democratico. La candidatura – e il 21,34% di voti raccolti – di Valeria Valente, area giovani turchi, è frutto di un accordo in virtù del quale il premier segretario si impegnava a darle man forte in cambio del sostegno ai candidati renziani in altri capoluoghi. È finita con i renziani in vantaggio ma senza risultati entusiasmanti altrove, e la Valente – protagonista suo malgrado dei noti episodi che hanno gettato ombre sulle primarie – fuori dal ballottaggio. A nulla sono serviti gli incontri in prefettura (con presidente del Consiglio e prefetto c’era la candidata sindaco del Pd e non il sindaco de Magistris, che ha avuto buon gioco a fare il “Davide contro Golia”) e la chiusura della campagna elettorale con Matteo Renzi in persona.

Ora Gianni Lettieri farà appello alla candidata esclusa e agli elettori del Pd per ottenere l’appoggio al secondo turno. Valente ha già gestito con disinvoltura l’appoggio dei verdiniani di Ala, che però ha fruttato un misero 1,47%. Presto capiremo se la disinvoltura, dalle parti del Partito della Nazione, può arrivare a diventare spregiudicatezza.

L’Italia che cambia in mostra al MAXXI

Extraordinary visione MAXXI

Viaggio in Italia in MAXXI. Intitolata Extraordinary visions. L’Italia ci guarda.  La mostra romana inaugurata il 2 giugno presenta centocinquanta immagini e 40 fotografi, italiani e stranieri,  che ripercorrono i luoghi e i personaggi della storia italiana più recente. Nelle sale del museo progettato da Zaha Hadid si alternano  paesaggi mozzafiato, città ideali, segno di un Rinascimento a misura d’uomo, ma anche periferie abbandonate, abusi edilizi e periferie anonime.

Alcuni dei più importanti fotografi raccontano come cambia il Bel Paese, contraddizioni e pluralità negli obiettivi di Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Franco Fontana, Giovanni Gastel, Luigi Ghirri, Mimmo Jodice, Armin Linke, Ugo Mulas, Ferdinando Scianna, Hiroshi Sugimoto, Massimo Vitali. E molti altri.

Fontana, Basilicata
Fontana, Basilicata

“Extraordinary visions è un viaggio visivo che restituisce un’immagine ben lontana dagli stereotipi, e un viaggio anche nei linguaggi e nelle sperimentazioni più avanzate della fotografia contemporanea”, dice la curatrice Margherita Guccione. Divisa in quattro sezioni: arte cultura e architettura, res publica, paesaggi contemporanei, città comunità e lavoro, la mostra romana offre uno sguardo a tutto tondo. E se gli scatti di Ugo Mulas e quelli di Massimo Piersanti dell’archivio Graziella Lonardi Buontempo raccontano la buona architettura, Luigi Ghirri è presente con l’immagine di uno stabilimento balneare di Riccione. Giovanni Gastel combina bellezza paesaggistica e moda, insieme alle immagini di Ferdinando Scianna, realizzate per la prima campagna pubblicitaria di Dolce&Gabbana, cercando di far incontrare indagine antropologica e fotografia di moda. Ma certamente non c’è solo il glamour.

Ghirri Sabbioneta 1989
Ghirri Sabbioneta 1989

Alessandro Imbriaco e Tommaso Bonaventura hanno fotografato i luoghi del maxi processo contro Cosa nostra e gli scaffali che ne contengono i faldoni: 2.665 anni di carcere, 360 condannati, più di seimila pagine di fascicoli. Massimo Vitali rimane in Sicilia ma sceglie un paesaggio completamente diverso, l’affollata spiaggia di Mondello. Michele Borzoni, invece, ha fotografato un concorso pubblico che si è tenuto a Firenze nel 2007, 2.174 candidati per nove posti disponibili come assistenti in un asilo nido. E ancora: Gianni Cipriano scatta invece una panoramica sulle poltrone vuote al Quirinale poco prima del giuramento di Enrico Letta nel 2013.

Massimo Vitali, palermo
Massimo Vitali, palermo

Letizia Battaglia, sulla costa della bandiera
Letizia Battaglia, sulla costa della bandiera

Fascicoli del maxiprocesso 1986-1987, Corleone, Palermo, 2012 Tenutosi tra il 10 febbraio 1986 e il 16 dicembre 1987 nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone di Palermo, il maxiprocesso contro Cosa Nostra istruito dal pool antimafia fondato da Antonino Caponnetto ha visto 474 imputati rinviati a giudizio, 119 processati in contumacia, 2665 anni di carcere per 360 condannati, oltre a 19 ergastoli comminati a diversi boss tra cui Michele Greco e i latitanti Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Il processo di primo grado ha richiesto 349 udienze nell’arco di 22 mesi, 35 giorni di camera di consiglio e 6901 pagine per la stesura delle motivazioni della sentenza. I gradi successivi di giudizio si sono protratti fino al 1992. I fascicoli del processo sono conservati presso il Centro Internazionale di Documentazione sulla Mafia e il movimento Antimafia (CIDMA), a Corleone. Files of the Maxi Trial 1986–87. Corleone, Palermo, 2012 Held between 10 February 1986 and 16 December 1987 in the bunker courthouse of the Ucciardone Prison in Palermo, the Maxi Trial against Cosa Nostra prepared by the anti-Mafia pool founded by Antonino Caponnetto saw 474 defendants charged, 119 tried in absentia, 2,665 years of imprisonment for the 360 convictions, as well as 19 life sentences given to several bosses, including Michele Greco and the fugitive Salvatore Riina and Bernardo Provenzano. The first-instance trial required 349 hearings over a period of 22 months, 35 days of in camera hearings and 6,901 pages for the formulation of the reasons for the verdict. The successive instances of judgement continued until 1992. The files of the trial are housed in the International Centre for Documentation on the Mafia and the Anti-Mafia Movement (CIDMA), in Corleone.
Fascicoli del maxiprocesso 1986-1987, Corleone, Palermo, 2012

Quirinale, elezione di Letta 2013
Quirinale, elezione di Letta 2013

Cara Sinistra, “hai giocato vecchio”.

Sui grandi giochi si scriverà. Scriveranno tutti. Su chi ha vinto pure. Sul fenomeno M5s che costringe al ballottaggio un Pd brutto leggeremo i pezzi migliori. Io mi fermo solo per scrivere un pensiero veloce sulla Sinistra a cui avrei tenuto. L’ho osservata in silenzio, da febbraio. Dal congresso fondativo di Sì, alla candidatura “sciolta” di Fassina, ai veleni, ai doppi giochi di Sel, a nessun gioco in generale.
Ho un amico che quando perdo, o mi incastro in situazioni ferme, mi sfotte dicendomi «Hai giocato vecchio». È l’unica cosa che riesco a dire oggi di quella che dovrebbe essere la mia parte. «Avete giocato vecchio». E in quel vecchio c’è tutto. C’è non vedere, non riconoscere, non cercare, non andare al di là di quello che avete già visto, cercato, riconosciuto. Siete rimasti là.

Facciamo l’esempio di Roma, uno per tutti: Fassina scarta e si presenta contro tutto e tutti. Contro una Sel che gioca a briscola col Pd, pochi fuoriusciti malmentati da Renzi, un Possibile che non riesce ad essere alternativo, a unire, a forzare, ad allargare. Niente. Che si mette in scia silenzioso e forse consapevole del futuro massacro. La Sinistra non c’è. Non nella politica, non siamo “pochi ma belli”, siamo pochi e malmessi (neanche il 5%).

Sarebbe bastato poco, che è molto moltissimo. Sarebbe bastato non ripetersi. Non riproporre sacrosante tematiche sociali senza mai far volare. Senza mai far capire cosa avrebbe fatto stare bene le persone se ci avessero votato. Perché la Sinistra è lì. Deve capire e dire cosa fa stare bene le persone. In piena trasparenza, con grande coerenza. Senza fare appelli a papi o ad antenati senza più carne né ossa. Al contrario dovrebbe trasmettere un hic et nunc forte come una casa. Imperdibile. Un “qui ed ora” senza macchie. Perché poi bastava poco che è tantissimo, mi ripeto.

Io la Raggi l’ho ascoltata. Bastava parlare di collettività, di trasparenza, magari anche di far pagare le tasse alla Chiesa invece di nicchiare ancora sulla dottrina sociale di qualcun altro. Bastava far sentire l’odore del rifiuto e della rivolta. Della svolta. Qui ed ora. Né domani né ieri né forse. Un po’ alla De Magistris, quella roba estrema, a tratti anche apparentemente sguaiata, ma che restituisce il senso di una “reazione” di Sinistra.