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Una petizione per abbattere il Lungomuro di Ostia

«Virginia Raggi e Roberto Giachetti hanno entrambi la possibilità, nei giorni che ci separano dal ballottaggio, di fare una promessa: abbattere subito quel maledetto Lungomuro di Ostia». Comincia così l’appello del giornalista Giampiero Calapà su Change.org per chiedere ai candidati che si sfideranno il 19 giugno per la guida della Capitale, l’abbattimento del muro «che impedisce a romani e turisti di osservare l’orizzonte, di vedere il mare passeggiando, di accedere alla spiaggia senza dover passare per forza da cancelli, filo spinato, negozi e casette varie spesso abusive. Di affacciarci al Mediterraneo. Di voltare le spalle a Mafia Capitale».
«È una promessa difficile da fare – prosegue il giornalista del Fatto Quotidiano – perché quelle spiagge sono ostaggio dei potenti balneari e i voti dei potenti balneari sono voti che potrebbero risultare decisivi».

 

Sul “mare di Roma”, tra il Pontile e piazzale Cristoforo Colombo, 4 chilometri di abusi edilizi e spiagge a pagamento. Cemento e artefatti di varia natura impediscono l’accesso libero alla spiaggia. E di fronte al potere di alcuni operatori, l’amministrazione arranca. Il racconto di Left

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Otto miliardi per fermare le partenze. I dubbi sul piano migranti di Bruxelles

epa05350288 European Union Foreign Policy Chief Federica Mogherini (R) delivers a speech besides European Commission First Vice-President Frans Timmermans (L) during a debate on migration at the European Parliament in Strasbourg, France, 07 June 2016. EPA/MATHIEU CUGNOT

Entro il 2020 8 miliardi di euro saranno destinati dall’Unione europea alla conclusione di accordi bilaterali con i Paesi africani dai cui partono i migranti diretti nel Vecchio continente. È il punto centrale del piano della Commissione Ue per affrontare la cosiddetta emergenza migranti, nel quadro di una prospettiva a lungo termine e di nuovo Piano d’investimenti che, parole di Federica Mogherini, consentiranno all’Europa di «passare dalla logica degli aiuti alla logica degli investimenti».

L’alto rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza dell’Unione, che ieri ha presentato il piano all’Europarlamento con il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, parla di «una svolta rivoluzionaria, copernicana per il continente africano» e non solo nella gestione dei flussi migratori. Mezzo miliardo di euro del bilancio comunitario – gli unici fondi per ora certi – sarà ora destinato a rimpinguare l’Africa trust fund e altro mezzo miliardo potrebbe essere stanziato dai Paesi membri. Un miliardo in tutto che aggiungendosi agli altri sette disponibili a diverso titolo serviranno a promuovere le economie dei Paesi coinvolti per offrire ai potenziali emigrati ragioni in più per restare in patria.

Per ora si potranno stringere accordi bilaterali con Giordania, Libano, Tunisia, Niger, Mali, Etiopia, Senegal, Nigeria e Libia. «Ma nel tempo si aggiungeranno altri in Africa e Asia» fa sapere il commissario agli Affari interni Dimitris Avramopoulos. Il Cir, Consiglio italiano per i rifugiati, ha espresso le proprie perplessità in una nota: «L’aspetto positivo è che per la prima volta in questo documento la Commissione Europea, a differenza del Migration Compact presentato dall’Italia, include anche politiche di cooperazione con importanti Paesi di primo rifugio come il Libano e la Giordania, dove attualmente sono ospitati milioni di siriani. Purtroppo non viene però specificato il tipo di interventi che in questi Paesi potranno e dovranno essere sviluppati».

Altro punto controverso è quello degli strumenti identificati per ridurre il business dei trafficanti di esseri umani e le morti in mare. Strumenti che il Cir definisce «assolutamente inadeguati» perché il documento definisce come unica modalità d’ingresso legale in Europa il reinsediamento, «uno strumento importante ma che prevede procedure lunghe e difficoltose».

Da più parti, poi, si evidenzia il rischio che questi accordi – la cui definizione non sarà semplice, come dimostra il caso della Turchia – finiscano per finanziare potentati locali, spesso corrotti e violenti, e non raggiungano i risultati promessi. «L’investimento deve essere fatto non per tenere i rifugiati lontani dall’Europa ma per dare ai rifugiati una opzione e una reale protezione anche in questi Paesi» aggiunge il portavoce del Cir Christopher Hein, «permettere loro di rimanere vicini alle loro case, qualora questo sia il loro desiderio, in piena sicurezza e con possibilità di integrazione. Un discorso di potenziamento del sistema di protezione per rifugiati che crediamo dovrebbe essere fatto anche per Etiopia e Niger».

La Commissione ha anche annunciato un Piano d’investimenti estero con 3,1 miliardi di bilancio iniziale e la prospettiva di raddoppiare la cifra se i 28 Paesi membri accetteranno di contribuire. Così, dicono i commissari di Bruxelles, si darebbe vita a investimenti per 62 miliardi. Con i fondi in mano agli investitori soprattutto privati e il rischio – da scongiurare ad ogni costo – che finiscano, come è già accaduto, per arricchire pochi e costringere gli altri a scappare.

Il rock senza fronzoli di Daniele Celona in anteprima e free download su Left

Oggi e domani su Left è possibile scaricare gratuitamente Dalla guerra alla luna (Noeve Records, 2016), l’ultimo lavoro di Daniele Celona. È un ep di cinque brani live, estratti dall’ultima data dell’Atlantide Tour, con un videoclip a corredo (qui sopra, per guardarlo cliccate il tasto play) che documenta l’intera giornata del 15 aprile 2016. Insieme alla voce e alla chitarra di Celona, i musicisti Marco Di Brino, Davide Invena, Mario Rossi, Anthony Sasso e Bea Zanin.

clicca qui per scaricare gratuitamente Dalla guerra alla luna di Daniele Celona

«Vi invito ad ascoltare i miei brani perché di questo parlano, del quotidiano: dalla metafora del grottesco alla fine c’è sempre la figura dell’Uomo immerso nell’oggi con tutti gli ostacoli che questa società impone». Torinese dalle origini sarde e siciliane, Daniele Celona è cantautore, è compositore, è produttore artistico. E, soprattutto, Daniele Celona è rock. Struggente e liberatorio. E, se è il caso, anche feroce. Rock d’amore e di politica. Celona canta e suona senza fronzoli. Mentre prepara il tour estivo – ad agosto sarà sul palco dell’Indiegeno Fest di Tindari – gli abbiamo fatto qualche domanda.

Daniele, sai che Left non è una rivista di settore, perché i nostri lettori dovrebbero scaricare e ascoltare il tuo disco?
Innanzitutto perché dò al termine “politica” un senso e un significato molto più nobile di quello a cui siamo abituati da italioti. C’è un’alta sfiducia nella politica, però etimologicamente il termine riguarda il nostro vivere quotidiano, sarebbe una delle missioni più nobili che un uomo potrebbe imporsi: quella di mettersi al servizio degli altri e fare il bene del proprio vicino, del proprio prossimo, del proprio Paese. E non quella di scaldare una poltrona… Quindi vi invito ad ascoltare i miei brani perché di questo parlano, del quotidiano: dalla metafora del grottesco alla fine c’è sempre la figura dell’Uomo immerso nell’oggi con tutti gli ostacoli che questa società impone. È proprio lì che pongo la lente d’ingrandimento.

Daniele-Celona

Il video di Luna è un live interamente girato al Diavolo Rosso, chiesa sconsacrata di Asti che per sedici anni ha ospitato la cultura alternativa, e che adesso ha chiuso. Perché questa location?
La mia rischia di essere l’ultima data di alternative italiano al Diavolo Rosso. In questo momento in cui chiudono molti locali storici, quella sera è stata un’emozione particolare sentire che quella poteva essere l’ultima data in un luogo così suggestivo. Il video è più un report della giornata, una narrazione che riassume quello che abbiamo fatto in un anno e mezzo di live in Italia.
Il Diavolo Rosso chiude perché la proprietà ha deciso di vendere e non più di affittare all’associazione che l’ha gestito in questi sedici anni, ma deriva anche un po’ dal momento di stanchezza nel Paese. Un momento che è allargabile a tutta la nazione, la musica dal vivo non sta premiando, sta diventando di nicchia. E c’è una forbice che si allarga tra chi fa anche 200 km per andare a vedere un concerto e chi anche se ha un evento sotto casa non si muove. Noi musicisti che giriamo in lungo e largo per l’Italia lottiamo quotidianamente contro questo aspetto, siamo lusingati da chi fa 200 km per venirci a sentire ma una massa critica maggiore garantirebbe una longevità maggiore a noi e ai locali che fanno musica e cultura.

L’intimo e il politico, il privato e l’universale. Spesso parti piano per poi stenderci con un rock quasi violento nei toni e nell’energia. E viceversa. Con chi ce l’hai?
Sì, questo tipo di escursione e contraddizione c’è, e non solo nella dinamica ma anche nei registri vocali e nel linguaggio. Deriva dai miei studi di pianoforte classico, avendo studiato quel tipo di cambio tra il lento e l’allegretto e via dicendo… quando ho iniziato a scrivere, rispetto alla canzone tradizionale italiana, mi è sempre mancato quel tipo di escursione. Alla fine il modo che ho trovato per riproporla è questo, negli anni poi ho imparato a gestire la voce in modo, con questi cambi feroci, da turbare l’ascoltatore. È un corollario, non lo vado a cercare a tavolino ma mi gratifica.

Daniele_Celona_2014_BW_2-e1420581618576Ancora una domanda. Nell’epoca dei synth tu usi chitarre, basso e batteria. Eppure sei un pianista, e vieni dall’elettronica. È una scelta di gusto o cosa?
Mi sono spostato su chitarra e voce perché non ne avevo una visione dall’alto, mi sono buttato. È stato come un salto nel buio in qualcosa che non riuscivo a gestire bene. Sai, un brano assume un vestito diverso a seconda di cosa hai sotto le mani, quello che scrivi con un pianoforte avrà un certo gusto, quello che scrivi con un pedale o un fuzz molto distorto ne avrà un altro. Avevo voglia di innescare distorti e schiacciare pedali, ma non è detto che non torni a usare tastiere e synth. Ho scelto egoisticamente senza pensare a mode o effetti collaterali, è una fase creativa, non vado per forza controcorrente. Un vestito non deve diventare una prigione. Seguo quello che mi dice il cuore.

L’antimafia gentile di Pina Maisano Grassi

Pina Maisano Grassi morta

Era la “nonna” dei ragazzi di Addio Pizzo. Pina non è stata semplicemente la vedova di Libero Grassi (vittima di mafia e di uno Stato che non riesce troppo spesso a proteggere i suoi uomini) ma era la prosecuzione dello stesso impegno. Pina è Libero Grassi: lo stesso impegno contro il pizzo, lo stesso ostinato ottimismo e la stessa voglia costante di costruire (oltre che credere) a un Paese migliore.

La morte di Pina è una notizia che scuote perché noi avevamo bisogno di lei. Ne avevamo bisogno proprio ora che il movimento antimafia sembra essersi incastrato nelle sue mille invidie e incapace di riacquistare il sorriso. Ecco, il sorriso, di Pina, il sorriso che riusciva a mantenere mentre raccontava di suo marito lasciato solo dai colleghi, il sorriso di quel loro ribellarsi al pizzo per rispetto a sé stessi oltre che per passione delle regole, la gentilezza con cui ripercorreva le fasi di una tragedia diventata un racconto d’amore erano per molti l’antidoto all’imbruttimento è il lascito della famiglia Grassi.

Chi l’ascoltava rimaneva colpito dall’antimafia gentile di lei che raccontava, con gli occhi di un’adolescente dentro quel corpo minuto e consunto, dei suoi “tanti nipoti” (chiamava così i fondatori di Addio Pizzo) e di come ne sarebbe stato orgoglioso Libero. Non c’era mai un’ombra di vendetta e nemmeno un goccio di rivalsa cattiva nel suo comportamento: Pina preferiva usare le parole per il bello, coltivava speranza. Anche l’omicidio di Libero, detto tra lei, non aveva nemmeno l’odore rancido del sangue o della polvere da sparo.

Buon viaggio, Pina.

Hillary Clinton è la prima donna a correre per la Casa Bianca

epa05351006 US presumptive Democratic Party Presidential nominee and former Secretary of State Hillary Clinton (C) addresses her supporters during a Primary Night campaign event at the Brooklyn Navy Yard in Brooklyn, New York, USA, 07 June 2016. On Monday Mrs. Clinton exceeded the delegate threshold to become the presumptive Democratic Party nominee for the President of the United States. EPA/PETER FOLEY

Sono arrivate anche le congratulazioni di Barack Obama. Hillary Clinton rivendica la conquista della nomination per le presidenziali Usa – ed è la prima volta per una donna – dopo le vittorie decisive in New Jersey e New Mexico. Salita sul palco a Brooklyn per ringraziare i suoi supporter, Clinton ha sottolineato il “momento storico” di cui è protagonista e ha fatto immediatamente appello ai sostenitori di Bernie Sanders, che ha ringraziato per il dibattito vigoroso, a unirsi con lei contro il candidato repubblicano Donald J. Trump. Quest’ultimo ha subito strizzato l’occhio ai sostenitori di Bernie dicendo che in queste primarie il candidato “socialista” «è stato lasciato fuori al freddo con un sistema truccato».

Bruciate perché non volevano essere sabaya. La vita delle schiave sessuali di Isis

La loro colpa? Essersi rifiutate di diventare delle schiave sessuali. Per questo, a quanto riferisce l’agenzia di stampa Ara – Kurdish News Agency, a Mosul 19 ragazze curde sarebbero state bruciate vive e sulla pubblica piazza da miliziani di Daesh, dopo essere rinchiuse in gabbie di ferro.
Le 19 donne trucidate facevano parte di un gruppo più ampio di rapite da Isis nell’agosto del 2014 non lontano da Mosul. Le stime dell’Onu parlano di 3.500 donne yazide nelle mani degli uomini del califfato di Abu Bakr al Baghdadi.
Degli stupri e della schiavitù della donne yazide si parla da tempo, fece molto scalpore un articolo del giornalista del New York Times Rukmini Callimachi, esperto di terrorismo, uscito la scorsa estate dove veniva spiegata come mai prima la “teologia dello stupro” fosse stata messa in pratica dal sedicente stato islamico ai danni di questa minoranza che vive fra Iraq e Siria.
Callimachi raccontava attraverso una serie di testimonianze dirette di ragazze vittime degli abusi dei miliziani di al Baghdadi e spesso quasi bambine o minorenni, riuscite a fuggire per miracolo dalla prigionia, come si perpetrano le violenze e perché queste siano considerate eticamente e religiosamente appropriate dai seguaci dello Stato islamico.
«Prima di stuprare una bambina di appena 12 anni il combattente dello Stato Islamico, prende del tempo per spiegare che quello che sta per commettere non è un peccato, anzi. Dato che la ragazzina professava una religione diversa dall’Islam, il Corano – nella lettura estrema dei miliziani di Daesh – non solo gli da il diritto di abusare di lei, ma addirittura lo incoraggia a farlo» si legge nell’articolo del quotidiano newyorchese.
La dinamica è a dir poco agghiacciante: l’uomo la lega e la imbavaglia. Prima di saltarle addosso e iniziare la sua aggressione, si inginocchia a fianco al letto e prega. Dopo esegue lo stesso rituale per offrire ad Allah la sua macabra, orribile devozione. A lei che urla e grida per il dolore supplicandolo di fermarsi dice che secondo quanto stabiliva la sua fede gli era concesso stuprare un infedele, che quell’atto lo «avvicina a Dio».

Gli yazidi sono una popolazione di lingua curda che vivono per la maggior parte nel nord dell’Iraq, la loro religione è una summa dei vari credi che si sono diffusi in Medio Oriente: islam, cristianesimo, ebraismo e zoroastrismo. E proprio per questo sono considerati i più infedeli fra gli infedeli. Se infatti ebrei e cristiani dei territori conquistati teoricamente possono salvarsi pagando una consistente tassa a Daesh, per gli Yazidi, impuri fra gli impuri, non c’è alcuna possibilità di salvezza e vengono automaticamente declassati a un rango di non umanità. Per le donne in genere però è tutta un’altra storia: anche ebree e cristiane di territori conquistati possono essere stuprate, ma comunque la schiavitù sessuale è destinata solo alle yazide.
Le aggressioni contro questa minoranza iniziarono nell’estate del 2014, con l’attacco al monte Sinjar, e poco dopo, il 3 agosto dello stesso anno, lo Stato Islamico annunciò l’istituzione della schiavitù sessuale. Addiruttura il dipartimento della ricerca e della fatwa dell’ISIS diffuse un vero e proprio manuale di 34 pagine, nel quale indicava le regole per la corretta “gestione” delle schiave sessuali, o meglio delle “sabaya”, come le chiamano i combattenti di al Baghdadi.
L’istituzionalizzazione della tratta ha creato una vera e propria infrastruttura per la gestione delle yazide che dopo essere state rapite e catturate vengono in genere trasportate e stipate in dei magazzini, come fossero una merce, controllate e marchiate. Il male e la violenza vengono burocratizzati con procedure che vengono seguite nei minimi dettagli. Razionalizzati fino a cancellare ogni briciolo di umanità nelle vittime e di colpa negli aggressori che, per lo Stato Islamico, diventano semplicemente i legittimi possessori di un bene di cui possono disporre a loro piacimento. Un bene che può essere legalmente ceduto o venduto tramite un contratto ritenuto legittimo dai tribunali islamici. Non esiste un limite a quello che può essere fatto alle schiave, tutto è permesso, anche stuprare delle bambine se sono delle “sabaya”.
La burocratizzazione della violenza si spinge oltre quando per rendere le schiave più efficienti e utilizzabili a proprio piacimento vengono loro somministrati forzatamente anticoncezionali, ogni donna viene venduta e passata di proprietario in proprietario con la sua scatola di pillole. Secondo un’antica legge islamica infatti un uomo deve assicurarsi che la sua schiava non sia incinta prima di abusare di lei, è così che gli anticoncezionali della “peccaminoso” Occidente vengono in soccorso ai fanatici di Is che possono così portare avanti violenze e brutalità proprie di un mondo arretrato e retrogrado. Preziose in questi termini anche le testimonianze pubblicate recentemente sul blog, sempre del New York Times, “Women in the world”. L’articolo infatti spiega come più di 30 delle Yazide che recentemente sono riuscite a sfuggire a Is hanno raccontato le loro esperienze e descritto l’utilizzo di svariate forme di contraccezione, sia orali che iniettabili. Secondo una clinica delle Nazioni Unite inoltre solo il 5% per cento delle 700 donne yazide ritornate a casa dopo aver subito stupri da parte di Isis erano rimaste incinta.
«Ogni giorno – racconta una delle ragazze – dovevo ingoiare la pillola davanti a lui. Mi dava una scatola al mese. Quando mi ha venduto a un altro uomo, la scatola è venuta con me».
E l’incubo è continuato.

Make America Rage Again, il supergruppo Morello-Chuck D-B Real lancia la sfida a Trump

Alzi la mano chi non vorrebbe essere al concerto dei Prophets of Rage a Cleveland il 19 luglio. Non che debba per forza piacere la musica del supergruppo per averne voglia. I “Profeti della rabbia” sono una band composta dai tre Rage Against the Machine del chitarrista/attivista Tom Morello con alla voce i rapper Chuck D e B Real, rispettivamente frontman di Public Enemy e Cypress Hill. Nella città dell’Ohio, invece, il 18 luglio comincia la convention repubblicana e i Prophets hanno intenzione di disturbarla più che possono: «Abbiamo una sala prenotata, ma ci potrebbero essere dei palchi volanti in giro per la città, chissà».

No Sleep ‘til Brooklyn dei Beastie Boys, mashed up con Fight the Power dei Public Enemy

«Non possiamo stare a guardare. Tempi pericolosi chiedono canzoni pericolose. E ora di riprenderci il potere», sul sito dei Prophets c’è scritto così e il supergruppo ha intenzione di girare l’America (25 le date previste) facendo campagna attiva contro Trump. Il tour ha un nome che prende in giro lo slogan della campagna Trump: «Make America Rage Again» – la campagna del miliardario è Make America Great Again – e prevede materiale originale, cover e molte cose dei tre gruppi risuonate e ripensate, come la cover dei Beastie Boys del video qui sopra. Del resto Chuck D e Tom Morello sono tra le figure chiave della militanza musicale americana capace di riempire stadi negli anni 90 e sono stati molto impegnati ovunque e comunque ci sia una mano da dare (qui sotto Morello fotografato alla manifestazione per un anno di Occupy Wall Street a New York nel 2012). E, come hanno detto in diverse interviste: «Siamo in una fase in cui c’è un delirio elettorale qui in America e la follia dal punto di vista ambientale nel pianeta. E non c’è nessuna musica capace di parlare forte e chiaro di questi temi…Martin Luther King diceva che c’è un posto speciale all’inferno per coloro che decidono di rimanere neutrali in tempi di battaglie morali epocali. Questo è uno di quei tempi e noi sfuggiamo alle fiamme dell’inferno portando in giro rock duro e hip-hop».

 

In queste settimane i nostri, ovvero la band di Rage Against the Machine con i due rapper tra i migliori in circolazione di sempre, hanno fatto qualche concerto di allenamento prima del tour. In un caso, quello di Brooklyn da cui sono tratti i video qui sotto, il biglietto era 10 e 20 dollari e l’incasso andava a un’organizzazione che aiuta gli homeless. Per queste ragioni e, per coloro a cui piace, per la potenza della base e quella delle parole, chi sarà a Cleveland il 19 luglio si divertirà.

 

L’innocenza perduta di Istanbul. Al cinema il film sul museo di Pamuk

Pamuk, Museo dell'Innocenza

Arriva al cinema in Italia  Istanbul e il Museo dell’Innocenza di Pamuk. Quando l’immaginazione diventa realtà, il film di Grant Gee dedicato al Museo dell’Innocenza fondato dal premio Nobel Orhan Pamuk nella sua città Istanbul. In un momento drammatico per questa straordinaria città cosmopolita, che per millenni ha ospitato cittadini e viaggiatori da ogni parte del mondo. E ora di nuovo colpita al cuore dal terrorismo.  Che uccide civili per le strade e allontana i turisti da questa metropoli che fa da straordinaro ponte fra Oriente e Occidente.

Proprio di turismo vive il museo concepito dal grande romanziere turco, aitore di Il mio nome è rosso.  Che oggi non ha più bisogno degli investimenti del suo fondatore ed è arrivato ad auto sostenersi, grazie ai biglietti venduti. Un fatto che sembrava impensabile quando Pamuk concepì l’idea di questo museo (nato dal suo omonimo romanzo pubblicato in Italia da Einaudi) che racconta una Istanbul che non c’è più  o forse non è mai esistita se non nell’immaginazione dello lo scrittore.

Il merito maggiore del film di Gee presentato in anteprima all’ultimo festival del cinema di Venezia e nelle sale italiane il 7 e l’8 giugno distribuito da Nexo Digital è riuscire a combinare il racconto dell’attualità – la stretta autoritaria che la città sta vivendo, la crescita continua e smisurata della città, la cementificazione e la perdita della memoria – con l’aspetto poetico, letterario, del museo, l’atmosfera affascinante, fuori dal tempo eppura viva, che si repira nelle sue sale ovattate, che accolgono lo spettatore come una casa di amici.

coverlg_homeIl museo dell’Innocenza sorge  nel cuore antico di Istanbul. Dopo  la caduta di Costantinopoli (la presa di Costantinopoli dal punto di vista ottomano) nel 1453 questa era la parte della città abitata da minoranze non musulmane a cui il governo guardava con sospetto, ma anche la zona «delle migliori bettole dell’epoca ottomana» come scrive lo stesso Orhan Pamuk. Parliamo del quartiere di çukurcuma.

Qui, prima dei progrom ordinati dal governo turco (l’ultimo avvenne ne 1955), greci, armeni ed ebrei gestivano panetterie, negozi di rigattieri, drogherie, botteghe artigiane e altri piccoli commerci.

Di quell’epoca sopravvivono ancora alcune belle palazzine, fra scheletri di più antiche abitazioni ottomane in legno, andate a fuoco. Oggi svettano cieche e abbandonate fra gallerie d’arte, negozi vintage e nuovi bistrot frequentati da studenti e scrittori. L’università intitolata a Sinan, il grande architetto del Rinascimento ottomano, non è lontana. Certi angoli ricordano i poetici scatti in bianco e nero del fotografo turco Ara Güler, il cantore di Istanbul in fotografie di struggente bellezza.

Più dei confinanti quartieri di cihangir e beyoglu, çukurcuma, del resto, è il quartiere dei contrasti, della modernità più trendy e cosmopolita che vive accanto ai resti del passato, evocando i fantasmi di uno splendore ottomano irrimediabilmente perduto.

Insieme le due anime della città – moderna e antica, occidentale ed asiatica – contribuiscono a creare quella atmosfera che rende speciale Istanbul. Un sentimento poetico «per molti versi simile a quello che gli artisti occidentali hanno sempre chiamato malinconia», nota Pamuk e il film ricrea nelle immagini, «che qui si chiama hüzün ed è una forma di tristezza, non individuale e privata, ma collettiva e condivisa. Per uno splendore passato che è svanito e che ha lasciato un vuoto incolmabile».

Con152250Segretamente questa vaga malinconia appare come il genius loci, la malta invisibile che tiene insieme questa immensa città di 11 milioni di abitanti, che si stende lungo le due ali del Corno d’oro.

L’hüzün pervade la letteratura e la musica turca, ma è anche un modo di affrontare la vita. E mentre riflettiamo su come le strade di çukurcuma paiano addirittura plasmate da questo sentimento, d’un tratto,  mimetizzato tra altre palazzine, appare il Museo dell’Innocenza. Così successe quando alcuni anni fa ci andai di persona, con  amici particolarmente cari.

Il colore rosso amaranto e l’insegna dal gusto retrò lo segnalano al passante come un museo piuttosto insolito, all’interno di una affascinate casa torre a più piani. Il portone era chiuso, nessuno all’ingresso. Ma poi dal seminterrato spuntò il sorriso dell’addetto alla biglietteria e un gigante in divisa ci fece entrare raccomandandosi di non fare rumore: l’effetto, straniante,  fu quello di entrare in casa di qualcuno mentre lui non c’è.

Davanti agli occhi di noi allora e degli spettaori del film c’è una scala a chiocciola, e una lunga teoria di bacheche piene zeppe di cimeli, di oggetti, di ricordi, di ritagli di giornale, di giochi, di reclame. Un pullulare di «buone cose di pessimo gusto» avrebbe forse detto Guido Gozzano. Che a guardare meglio si rivelano essere i tristi souvenir di un amore a cui il giovane Kemal, per ossequio alle regole di una alta borghesia turca, occidentalizzata e fortemente classista, ha voluto-dovuto rinunciare. Lei, bellissima, si chiamava Füsun e faceva la commessa. Lui era il rampollo di una famiglia bene nella Istanbul degli anni Settanta, già destinato a una fanciulla del suo rango.

Ecco_of_Memories_1Kemal e Füsun sono i protagonisti del romanzo Il Museo dell’innocenza (Einaudi, 2009) che Pamuk ha scritto e pubblicato nel 2008 prima di realizzare questo museo: uno dei più insoliti e bizzarri fra quanti possa capitare di vedere.  Come mostra il regista Grant Gee, sbirciando attraverso i vetri delle teche d’antan ai lettori più attenti di Pamuk, nel frattempo non sarà certo sfuggito l’orecchino che Füsun perse quella volta facendo l’amore con Kemal e i tanti mozziconi, con le tracce del rossetto della ragazza, che punteggiano quella passione che a Kemal è fuggita fra le dita. Il romanzo di Pamuk danza intorno alle memorie di questo amore. Precipitate fisicamente in oggetti. Che Pamuk ha recuperato dai robivecchi, nei bric a brac, in casa di amici e parenti oppure si è fatto costruire ad hoc dagli artigiani del quartiere.

«Vedi, in questi silenzi in cui le cose s’abbandonano e sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto», recitano i versi di Eugenio Montale che Pamuk a scelto come esergo de L’innocenza degli oggetti, il libro catalogo del museo uscito in Italia per Einaudi e che racconta la lunga gestazione di questa esposizione di oggetti reali di una storia immaginata, ma che «non vuole essere in nessun modo un’illustrazione  grafica del romanzo».

Strade-of-Memory-26-©G.Gee_Semmai un proseguimento del romanzo su un altro piano creativo, stabilendo nessi inediti fra letteratura e arti visivi, ma anche sollecitando il pubblico ad interrogarsi sulle tragiche amnesie che attraversano la storia turca. L’apertura del Museo dell’innocenza era già annunciata per il 2009, l’anno di Istanbul città europea della cultura. Ma fu Pamuk stesso a voler rimandare l’inaugurazione per non portare acqua a quel governo turco, che nel 2005 lo aveva incriminato per insulto all’identità nazionale a seguito di alcune dichiarazioni che lo scrittore aveva fatto ad una rivista svizzera sul massacro da parte dei turchi di un milione di armeni e 30mila curdi in Anatolia durante la prima guerra mondiale.

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Ondata di Piena

Sì, lo so, stiamo tutti guardando la piena della Senna, le sue acque scure e limacciose che hanno lambito i fianchi dello zuavo, la statua del ponte dell’Alma che misura il crescere del fiume. Piove a Parigi da giorni e queste piogge straordinarie sono un altro dei segni del cambiamento climatico che ci ostiniamo a non prendere sul serio. Come spesso accade, il nostro sguardo si ferma alla punta dell’iceberg, incapaci come siamo di comprendere le complessità di un mondo che sta cambiando più velocemente di quanto non ci venga raccontato. Tutto è così drammaticamente collegato che sbrogliare la matassa diventa un compito sempre più difficile, eppure proprio per questo irrinunciabile.
Il governo francese spera che la catastrofe naturale (la pioggia cade dal cielo dopotutto, che ci possiamo fare?) e il campionato di calcio (anche il calcio è una sorta di entità superiore) plachino il clima di crescente tensione, talvolta violenza, che scuote il paese da mesi. – Guardate la punta dell’iceberg, al resto pensiamo noi – sembrano dire (con l’aiuto della polizia e delle sue maniere assai discutibili) . Il sindacato si è rifiutato di sospendere gli scioperi per rispetto alle vittime delle alluvioni e alcune azioni di disturbo sono previste per il giorno di inaugurazione del Campionato Europeo 2016. “On lâche rien”, non molliamo niente, è uno degli slogan che si ritrova in tutte le manifestazioni e nelle piazze.

Nuit Debout in Paris

Sabato quattro giugno, 96 marzo per il calendario Nuit Debout, place de la République è tutta avviluppata in un nastro bianco con su scritto “Zone hors TAFTA”, zona fuori TTIP, il trattato di scambio transatlantico che viene negoziato da mesi senza alcuna trasparenza. L’enorme cavallo di troia gonfiabile che troneggia in mezzo alla piazza spiega meglio di molte parole a quale rischi l’Europa stia andando incontro. Anche l’orchestre debout, che si riunisce oggi per il quarto concerto, dedica il suo repertorio all’Europa, alla difesa dei suoi valori e al Brasile che attraversa una fase difficile della sua storia. E allora tatatata, ecco il primo movimento della Quinta Sinfonia di Beethoven, seguito dal Coro dei Gitani dal Trovatore di Verdi, Paris-mai la canzone del ‘68 di Claude Nougaro e per finire Apesa Você di Chico Buarque. L’acustica è pessima perché in piazza ci sono altri dibattiti, i musicisti hanno avuto soltanto un’ora per provare eppure seduti qui per terra, ci vengono i brividi. Anche l’arte è diventata un bene di consumo, un bene di lusso misurato esclusivamente sul suo valore economico.

Nuit Debout in Paris

È importante che la gente rimanga in piazza per dare tempo al movimento di organizzarsi, di diventare un soggetto politico dotato di una strategia, capace di darsi degli obiettivi a lungo termine, di coinvolgere parti sempre più ampie e trasversali della società. Per organizzarsi servono tempo e fatica, non basta una sollevazione spontanea, l’azione di pochi individui isolati. E servono delle buone idee, delle invenzioni nuove, anche lo sciopero tradizionale come strumento di lotta mostra i suoi limiti: per chi è uscito dal mondo del lavoro, per chi non ci è mai entrato, per è chi precarizzato, perduto, disperato, che senso può avere scioperare? I diritti sociali dovrebbero essere legati all’individuo non al suo status socio-professionale. Mi domando se queste piazze francesi serviranno davvero a incubare qualcosa. A dare il coraggio alla gente di andare a guardare cosa si nasconde sotto la punta dell’iceberg. E a manifestarsi come un’ondata di piena.