Non è una sparata. È la solita stima dell’Ocse: «Il punto vero», ha detto Boschi in aula, «è quanto crescerà in più il Pil del paese grazie alla stabilità e ai tempi certi di approvazione delle leggi e alla chiarezza su cosa fa lo Stato e cosa fanno le Regioni, limitando il contenzioso davanti alla Corte costituzionale e dando certezze alle imprese. Fmi, Ocse e Ue hanno sottolineato questi dati, l’Ocse ha detto che nei prossimi 10 anni avremo una crescita in più del Pil del 6 per cento grazie alle riforme politiche e istituzionali e alla stabilità». Il 6 per cento del Pil in dieci anni, lo 0,6 per cento ogni anno, dunque circa 10 miliardi di euro.
Non è una sparata, badate, ma una proiezione ottimistica. Cosa che capita spesso con le stime di Ocse e Fondo Monetario, che negli ultimi anni hanno stimato lasciando molto spazio alla creatività le varie riforme gradite dai mercati: non solo quelle istituzionali ma soprattutto quelle del lavoro, con più flessibilità, e le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Previsioni ottimistiche anche perché nel caso delle riforme istituzionali non è affatto detto che il processo legislativo con la riforma Boschi si snellisca: chi legge Left sa bene che Monti ci mise 16 giorni per approvare la riforma Fornero, Berlusconi in 20 giorni fece il Lodo Alfano e Renzi a colpi di fiducia ha riformato il mercato del lavoro (e fatto le unioni civili, bontà sua).
Ma l’ottimismo di Boschi non è finito qui. Intervenendo alla Camera ha anche gonfiato un po’ i risparmi diretti della riforma. Incurante del fatto che (come invece gli ricordava l’interrogazione di Sinistra Italiana a cui ha risposto) proprio il suo ministero aveva girato alla commissione Affari costituzionali della Camera, il 19 novembre 2014, una stima più prudente. Il Ragioniere Generale dello Stato si era sentito in grado di certificare solo i i risparmi derivati dal taglio delle poltrone: 49 milioni valeva la riduzione del numero di Senatori (esclusi quelli di nomina quirinalizia) da 315 a 95: 40 di questi vengono dal taglio delle indennità, e 9 da altri risparmi legati alla riduzione, come le diarie.
Boschi però si è spinta più avanti e mentre il ministero dell’Economia diceva che era impossibile stimare il risparmio ottenuto dalla riogranizzazione delle province (ancora da fare) lei conta 320 milioni. Anche sul risparmio del Cnel aggiunge un milione, che aiuta a fare cifra tonda. Lei dice «20 milioni», la ragioneria diceva l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro «produrrebbe risparmi ulteriori pari a 8,7 milioni di euro, rispetto a quelli già previsti ed indicati nella relazione tecnica del disegno di legge di stabilità del 2015 pari a euro 10.019.227 annui».
Anche per il senatore forzista Lucio Malan le cifre non tornano rispetto a quello che lo stesso governo aveva certificato. E resta così valida la domanda degli ex dem D’Attorre e Galli e di Scotto, di Sinistra Italiana: come si arriva al miliardo di euro di cui parla Renzi, e come si arriva dai 60 milioni del ministero ai quasi 500 di Boschi? Sarà merito dell’avvicinarsi del referendum.
Il governo israeliano ha sospeso i permessi d’ingresso a 83mila palestinesi per il Ramadan, dopo l’attentato che ha colpito ieri sera Tel Aviv, nel quale sono morte quattro persone, compreso uno degli attentatori. «Tutti i permessi per il Ramadan, specialmente quelli per le visite di famiglia dalla Giudea e Samaria in Israele, sono congelati», annuncia il Cogat, l’unità che gestisce gli affari civili nella Cisgiordania occupata. Il provvedimento colpisce 83mila palestinesi e 200 residenti di Gaza che avrebbero in questo modo visitare i parenti in occasione del Ramadan. Il Goverrno ha anche annunciato che Tel Aviv dispiegherà altri due battaglioni in Cisgiordania.
All’attentato, avvenuto nel mercato di Sarona, e compiuto da due palestinesi ventenni (secondo la polizia, originari di Atta, un villaggio nei pressi di Hebron, in Cisgiordania) diventa così occasione per il governo di Netanyahu per una risposta che colpisce indistamente i civili plaestinesi.
Intanto i feriti salgono a nove e la polizia presidia in forza tutta la zona, molto frequentata, del mercato che si trova melle vicinanze del ministero della difesa e molte strade sono state chiuse.
Di questo clima di coprifuoco e di permanente allerta che vivono gli abitanti di Tel Aviv ha parlato lo scrittore Egdar Keret a Firenze ospite del festival degli scrittori Premio von Rezzori, esprimendo preoccupazione, ma anche un netto rifiuto delle risposte di governo che criminalizzano l’intero popolo palestinese.
Dopo l’attentato a Tel Aviv nel gennaio scorso, ricorda lo scrittore «c’è stata una polemica feroce. In tv, in uno dei talk show più seguiti, qualcuno disse che se l’attacco si fosse svolto a Gerusalemme i cittadini avrebbero fermato il killer. Secondo i conservatori gli abitanti di Tel Aviv sarebbero molli, perché di sinistra e pacifisti».
Sulla vita quotidiana a Tel Aviv con un figlio piccolo, Keret ha scritto la raccolta di raccontiSette anni di felicità(Feltrinelli). «Se un razzo ci può cascare in testa in qualsiasi momento che senso ha mettersi a lavare i piatti?» è la domanda, dolorosa e feroce, che si fa il narratore nel libro, che non accetta di rispondere alla violenza con la violenza. «Sono cresciuto in una società più solidale di quella in cui sta crescendo mio figlio. C’era già l’ombra del terrorismo, ma anche un desiderio condiviso di democrazia e diritti. Oggi manca quel senso di fratellanza», ha detto lo scrittore che nella sua lectio magistralis a Firenze ha rievocato le storie che gli raccontavano i suoi genitori, scampati l’Olocausto, parlando poi dell’importanza che la narrazione ha avuto nella sua vita. «La passione per le storie e la narrazione mi ha anche salvato dal servizio obbligatorio militare», ammette l’autore de La notte in cui morirono gli autobus e di Pizzeria Kamikaze, entrambi pubblicati dalle Edizioni e/o. Oggi, dice Keret, «mi colpiscono certe parole del governo nei confronti degli arabi-israeliani. Non ricordo simile durezza sugli ebrei ultra-ortodossi dopo il rogo della casa dei palestinesi. Addirittura c’è chi è arrivato a sostenere che un ebreo non può mai essere definito terrorista, a differenza degli arabi. In Israele ormai c’è una spaccatura profonda tra chi sostiene che la pace possa arrivare dalla soluzione dei due Stati e chi si oppone esasperando il fondamentalismo religioso anche a dispetto della democrazia». E l’attentato dell’8 giugno non fa che rendere ancora più esplosiva questa situazione.
Il presidente del consiglio regionale della Toscana, Giani
Il Consiglio regionale della Toscana dice no al crocifisso in Aula. La Lega Nord aveva fatto una mozione per apporre il crocifisso nell’aula del Consiglio Regionale, perché secondo i leghisti un uomo ucciso così barbaramente sarebbe un “simbolo universale dei valori di libertà, uguaglianza e tolleranza”. La proposta è stata respinta da parte di una maggioranza di centro sinistra. Anche se la decisione arriva dopo molte concessioni insolite per la tradizione laica del governo regionale toscano. A cominciare dall concessione di un contributo di 200mila euro per la visita del Pontefice a Firenze. Ma c’è stata anche la mozione a sostegno del ruolo sociale e educativo che avrebbero gli oratori e la concessione dei tirocini scolastici, progetti di alternanza scuola/lavoro, nelle parrocchie e nei campeggi estivi religiosi.
Quanto all’attualità la mozione avanzata da Casucci della Lega Nord ha ricevuto il voto contrario di Sì Toscana a Sinistra, con questa motivazione: “solo la laicità delle istituzioni garantisce la tutela e il rispetto delle varie religioni”. E il no della maggioranza PD. “Sorprendente” l’intervento del presidente della giunta Eugenio Giani che si è detto a favore “con il cuore”, anche considerando che personalmente ha provveduto a mettere un crocifisso nei suoi uffici, optando poi l’astensione “per rispetto della presa di posizione del gruppo”. Il risultato fineale? Solo 24 consiglieri su 33 hanno votato. 9 si sono astenuti e 7 hanno votato a favore. Da registrare anche l’astensione dei Cinque Stelle.
Che giornata. Di quelle da leccarsi i baffi: tutta senso della misura e bullismo lessicale. Politica? Niente. Al massimo qualche sede aperta per un controllo delle forze dell’ordine, come succede a Napoli dove, leggendo le accuse, sembra che il PD riesca a perdere nonostante gli illeciti.
Matteo Renzi chiude il mercoledì 8 giugno 2016 con un frase sfortunata (una cazzata, si direbbe in termini tecnici) e un’inchiesta su Napoli che riporta agli anni ’80, ai Lauro che regalavano la scarpa destra solo dopo il voto. E in tutto questo Renzi in differita con Lilli Gruber a “Otto e mezzo” riesce in una sola intervista a negare l’alleanza con Verdini, a simulare ancora che questo voto delle amministrative non sia un anche un giudizio sul governo per poi finire promettendo di entrare “con il lanciafiamme” nel partito dopo i ballottaggi.
Il paninaro precipita e intanto chiede che l’orchestrina continui a suonare, inconsapevole di una reazione alla sconfitta che rischia di essere il viatico peggiore per i ballottaggi. Non sa, Renzi, che la superbia è un vizio perdonabile ad un eroe letterario o cinematografico ma risulta indigesta a chi decide i prelievi e la drammaturgia del nostro quotidiano. E non sa, Renzi, o finge di non capirlo, che nel momento in cui ti accorgi di non avere classe dirigente per quell’antico vezzo di circondarti di nani, timoroso dell’ombra, ormai stai camminando sulle macerie; ogni sforzo è solo l’accanimento terapeutico di un’agonia consapevole di non avere cura.
Per questo ormai si è fuori tempo massimo anche solo per le scuse: Renzi che dice di “avere sbagliato” è lo stesso inoculatore della velocità a tutti i costi e quindi risulta essere il peggior gufo di se stesso. Non basta nemmeno indicare i fallimenti degli altri (a proposito: grazie alla sinistra che riesce a svilirsi anche ad urne chiuse con questa goffa soddisfazione simulata) poiché Milano ci insegna chiaramente come il necrofilo Salvini risulta simpatico al massimo per un aperitivo con il sorriso ma mai per la gestione di qualcosa di complicato dal condominio in su.
Il “metodo Renzi” (l’onanista che ha fatto del suo partito il personale sex toy) va bene quando va funziona ma va sfacelamente male quando le cose si mettono male e adesso siamo nella fase sfacelo. Esagerato in tutto. E chissà come reagisce il vincitore per vocazione di fronte all’inciampo più lungo su cui sia mai incespicato. Intanto, sotto, a guardare, c’è un Paese. Intanto.
Come (e quando) verrà recepita in Italia la Direttiva europea in materia di gestione collettiva dei diritti d’autore? A questa e altre domande in tema di proprietà intellettuale hanno cercato di rispondere durante la conferenza organizzata oggi alla Luiss “Guido Carli” dall’avvocato Maria Francesca Quattrone dello Studio Legale Dike.
Libertà, trasparenza e tecnologia: queste le parole chiave per il futuro di una materia controversa come questa, soprattutto nel nostro Paese dove il monopolio del copyright è ancora gestito dalla Siae. Ma adesso sul mercato italiano si è affacciata la collective Soundreef, alla quale hanno già aderito artisti come Fedez, Gigi D’Alessio e Kento. «Esistono le condizioni per liberalizzare il mercato anche da noi», ha dichiarato Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità Antitrust: «La legge delega che dovrebbe recepire la direttiva è in Parlamento, speriamo che i lavori procedano velocemente perché l’apertura rende il mercato trasparente e crea pressione competitiva».
Il dibattito, in Italia, è aperto e si concentra in particolare sul ruolo della Siae e sulla sua reale capacità di affrontare le nuove sfide di efficienza e trasparenza richieste dal mercato. Secondo Davide D’atri, ad di Soundreef, i tempi sono maturi e ci troviamo di fronte a un «processo di liberalizzazione inarrestabile, che necessita di regole comuni».
Davide D’Atri di Soundreef spiega cosa dice la Direttiva Barnier sul diritto d’autore
La sfida è aperta, e chiama in causa anche il ministro Dario Franceschini che ancora latita nel chiarire la sua posizione. «La posizione del ministro – ha detto D’Atri ad Ansa – è sbagliata dal punto di vista legale perché non si può impedire a un soggetto straniero di operare in Italia, la direttiva europea è chiarissima. Soundreef ha ottenuto un consenso trasversale da tutti i partiti incluso il Pd, ma Franceschini è in silenzio da settimane. Tutte le posizioni sono accettabili ma in un Paese moderno e civile il confronto è necessario. Servono regole comuni per autori, editori e utilizzatori, la liberalizzazione non va lasciata al caso o all’aula di un tribunale».
Dopo un afroamericano, una donna. I democratici americani scelgono di nuovo di rompere con i tabù della loro storia– e di quella di molti altri Paesi – e candidano Hillary Clinton alla presidenza. Nell’anno di grazia 2016 un tabù si sarebbe rotto comunque: l’alternativa a una donna, di potere, era infatti un socialista senza amici potenti. Bernie non ce l’ha fatta ma è destinato a influenzare la piattaforma del partito e, sebbene abbia promesso di continuare a lavorare alla sua campagna, a dare una mano fondamentale alla sua avversaria di ieri.
Nonostante si tratti di un animale politico al 100%, di una figura controversa, criticata per avere un attaccamento “maschile” al potere per il potere, l’idea che una donna possa diventare la persona più potente del mondo è comunque dirompente. Sono passati 32 anni da quando Geraldine Ferraro corse come vicepresidente di Mondale e venne travolta assieme a lui dalla seconda campagna di Ronald Reagan. Dopo di allora ruoli e figure importanti, dalla stessa Hillary a Condoleezza Rice, Agnes Yellen, presidente della Fed, il giudice Sotomayor, ma niente soffitto di vetro infranto. Oggi è diverso.
Non è stato facile, ma stavolta, a differenza del 2008, quando di fronte aveva un campaigner formidabile, con alleati e una macchina elettorale straordinaria, Clinton non ha perso la pazienza, non ha rivoluzionato lo staff a ogni passo falso, ha affrontato quella che si è rivelata una lunga battaglia con pazienza. È stata brava e tatticamente saggia.
La salita è stata difficile per un altro motivo: se le millennials hanno scelto Sanders, infischiandosene del sesso del candidato e scegliendo gli ideali, un pezzo dei maschi bianchi e lavoratori che hanno votato Bernie lo ha fatto (anche, non solo) in antipatia a questa figura di donna potente. Non a caso Trump si è immediatamente lanciato a corteggiare quel voto: il discredito nei confronti di Hillary è perché è una ammanicata con il potere. E si sa, una donna ammaliata dal potere, nell’immaginario collettivo è più sporca, sordida e macchinatrice di un uomo con le stesse ambizioni.
Arrivare fino in fondo a primarie che sono state entusiasmanti soprattutto grazie alla ventata di aria fresca portata da Bernie Sanders, è stato difficile. Ma ora comincia la scalata vera. Per sfondare il soffitto di vetro Clinton avrà bisogno di Obama, già arruolato, e anche del voto dei millennials che in questi mesi hanno “felt the Bern”. Il presidente ha invitato Bernie alla Casa Bianca domani ed è possibile che, nonostante la promessa di andare avanti fino alla convention, Sanders decida di ritirarsi dopo le primarie di Washington – in queste ore molte persone dello staff sono state mandate a casa. Diverse figure, da Elizabeth Warren, al vicepresidente Biden, in ottimi rapporti con Bernie, stanno lavorando per ritessere i fili. Hillary dovrà metterci del suo, regalando spazio a Sanders alla convention e parlando ai giovani prendendo in prestito idee e formule che non sono quelle della sua storia: l’America è cambiata e sta cambiando e se non ne terrà conto non saprà mobilitare i giovani.
Le “single ladies” metropolitane di cui parla il libro blockbuster di Rebecca Traister hanno bisogno di politiche innovative, pensate per la modernità di donne che lavorano, che non hanno necessariamente un marito, hanno votato Sanders in maggioranza, e Hillary dovrà ispirarle nominando ideali e cambiamento. A oggi non lo ha fatto abbastanza. Certo, il confronto con il bulletto Trump aiuterà a ricordare anche alle giovani qual è la differenza tra una donna, anche di potere, e il prototipo volgare del maschio alfa.
Resta un fatto, che non riguarda le millennials: nel suo discorso notturno Clinton ha parlato di sua madre e della dura vita che ha fatto, fin da bambina, abbandonata dai genitori e vissuta con nonni che non erano entusiasti di tenerla. La sua durezza probabilmente viene anche dall’educazione ricevuta e dallo spirito di rivalsa, oltre che dalla difficoltà di aver convissuto con il potere in un ambiente maschile che resta saldo al suo posto.
Ieri notte in California due donne si sono contese la candidatura per il seggio senatoriale dello Stato. Puntavano a sostituire Barbara Boxer, un’altra donna. Si tratta di figure importanti – Kamala Harris, il procuratore generale dello Stato è probabilmente destinata a diventare la prima senatrice afroamericana dal 1999 – ma restano mosche bianche. Le elette in Congresso sono il 20 per cento e a livello statale un terzo del totale. Anche per questo ci sono milioni di donne, oggi, che la storia di Dorothy Rodham la conoscono direttamente: è quella delle loro madri. Le donne delle minoranze che non sono trentenni l’hanno vissuta in prima persona. E non vedono loro di mettere una croce sul nome di una donna a novembre. Quel giorno, auguriamocelo, vinceranno anche loro.
Heinz-Christian Strache bei einer Wahlkampfveranstaltung der FPÖ am 18. September 2008 in Sankt Pölten.
L’ultradestra austriaca contesta il risultato delle ultime elezioni presidenziali, vinte con un margine molto ridotto dal verde Alexander Van der Bellen. Il candidato ecologista ha sconfitto lo sfidante Norbert Hofer del Partito delle libertà austriaco (Fpoe) con un margine molto ristretto di consensi: 50,35% contro 49,65%, pari circa a 31mila voti. Secondo quando annunciato dal portavoce della Corte costituzionale, il leader dell’Fpoe, Heinz Christian-Strache, ha depositato un ricorso per avviare una contestazione formale dei risultati del voto nell’ultimo giorno possibile. Già nei giorni successivi al voto Strache aveva contestato su facebook l’esito delle votazioni per «presunte irregolarità», nonostante Hofer avesse subito ammesso la sconfitta. Nell’occhio del ciclone vi sono quegli 800mila voti per corrispondenza decisivi per l’elezione di Van der Bellen. Il primo turno aveva visto il trionfo del candidato nazionalista con oltre il 35% dei consensi, mentre il verde Van der Bellen era arrivato secondo con il 21% delle preferenze. Completamente esclusi dalla competizione i partiti tradizionali, popolari e socialdemocratici.
Norbert Hofer, candidato dell’Fpoe alla Presidenza della Repubblica austriaca
L’evento è stato seguito con molta attenzione in tutta Europa: grande era la preoccupazione che, per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, un partito di estrema destra arrivasse a occupare la più alta carica di uno Stato europeo. Soprattutto l’Italia sarebbe stata investita dalla vittoria dell’Fpoe, che avrebbe ulteriormente aggravato le tensioni tra i due paesi al confine del Brennero («Il muro al Brennero è inevitabile» fu uno degli slogan di Hofer durante la campagna elettorale).
Il pericolo è stato di poco sventato ma l’estrema destra europea non sembra voler mollare la presa sul continente. Soprattutto facendo leva sui sentimenti xenofobi e strumentalizzando la questione dell’accoglienza ai migranti. E con la crisi dei partiti tradizionali ed un’Unione europea sempre più assente, il ritorno ad un continente frammentato e in preda ai nazionalismi, simile a quello degli anni 30, non è più così impossibile.
Nigel Farage, segretario dell’Ukip
Innanzitutto c’è la Brexit. Il prossimo 23 giugno i cittadini del Regno Unito saranno chiamati a esprimersi sulla permanenza all’interno dell’Unione Europea. Inizialmente i sondaggi davano il fronte del «No» in netto vantaggio rispetto a quello del «Si», ma secondo le ultime rilevazioni la distanza tra i due schieramenti si sarebbe accorciata di molto. Anzi, secondo due recenti sondaggi del Guardian i pro-Brexit sarebbero pin vantaggio con il 52% contro il 48%, capovolgendo la situazione di sole due settimane prima. Favorevoli a rimanere nell’Unione sono i partiti della sinistra (Labour, indipendentisti scozzesi e liberali), mentre il Partito Conservatore è frammentato e diviso al suo interno – il premierDavid Cameron ha definito l’uscita dall’Ue una «bomba economica», ma non mancano voci favorevoli al leave, tra cui spicca l’ex sindaco di Londra Boris Johnson. Tra i partiti euroscettici spiccano l’ultra liberista Partito Indipendentista del Regno Unito (Ukip) di Nigel Farage (26,8% alle ultime elezioni europee) e altre piccole formazioni della destra radicale. L’uscita dall’Ue del Regno Unito sarebbe, secondo alcuni commentatori, una bomba a orologeria per il settore finanziario inglese e per la sterlina. E penalizzerebbe l’economia europea e quella globale. Ma sopratutto costituirebbe un pericoloso precedente e potrebbe causare un effetto domino che porterebbe alla dissoluzione dell’unione Europea.
Marine Le Pen, del Front National
Francia. Nel giugno del 2017 si terranno le elezioni in Francia, un paese impaurito dal terrorismo islamico, guidato da un Presidente della Repubblica – il socialista Francoise Hollande – tra i più impopolari della storia. Nelle elezioni regionali dello scorso inverno la formazione populista di Marine Le Pen, il Front national, ha conquistato al primo turno oltre il 27% dei consensi, arrivando a superare il 40% in due delle 13 regioni in cui si è votato (Nord-Passo di Calais-Piccardia, dove si è candidata la stessa le Pen, e Provenza-Alpi-Costa Azzurra, in cui la giovane nipote Marion era aspirante Presidente). Solo un «patto di convergenza» tra repubblicani e socialisti ha scongiurato il pericolo, facendo il modo che il Front national non ottenesse nessuna regione. Secondo un recente sondaggio di Le Monde la votazione avvenisse in questa settimana, la Le Pen otterrebbe il 28% delle preferenze contro il 14% di Hollande, arrivando a doppiarlo. Rimane l’incognita sulle mosse del centrodestra gollista e sul suo candidato, ma molto probabilmente si ripeterà lo schema delle Presidenziali del 2002, in cui l’ultra destra di Jean Marie Le Pen sfidò al ballottaggio il centrodestra di Jaques Chirac.
Frauke Petry, leader dell’Alternative Fur Deutschland
Germania. In Germania la Grosse-koalition (un patto di governo tra cristiano democratici e socialdemocratici) ha governato saldamente il paese negli ultimi anni. Alle scorse elezioni regionali di marzo la Cdu della cancelliera Angela Merkel ha perso molti voti pagando la politica di accoglienza verso i profughi siriani. Voti che molto probabilmente hanno rafforzato il partito islamofobo Alternative fur Deutchland (Afd) di Frauke Petry, nato da una scissione della stessa Cdu inizialmente come formazione euroscettica. L’Afd ha ottenuto il 15% dei consensi ed è riuscita a eleggere rappresentanti in tutti e tre i lander in cui si sono tenuti le elezioni, Baden Wurttemberg, Renania-Palatinato e Sassonia-Anhalt (in cui ha ottenuto il 24% dei voti). Un recente sondaggio Insa ha inoltre rivelato che la Grosse Koalition alle prossime elezioni non supererebbe il 50% dei consensi.
Il premier ungherese Viktor Orban
Senza trascurare Polonia e Ungheria. Nei due ex Paesi socialisti sono al potere due formazioni populiste, xenofobe e fortemente anti-europeiste. In Polonia il Partito Diritto e Giustizia (Pis) del «gemello superstite» Jaroslav Kaczynski al governo ha recentemente licenziato una legge che limita i poteri della corte costituzionale, aumentando i poteri dei giudici vicino al governo. Senza contare la costante censura verso i mezzi di informazione. In Ungheria invece il premierViktor Orbàn, del partito di destra Fidesz, che controlla la maggioranza assoluta del Parlamento, sta portando avanti le stesse politiche del Pis in Polonia, e ha parlato della «volontà di costruire uno stato volutamente illiberale». Un’asse, quello tra Polonia e Ungheria, che si manifesta per respingere i piani di spartizione dei profughi dell’Unione europea. E che, molto probabilmente, potrebbe essere destinato ad ingrandirsi.
Clinton ha vinto questa notte con gli ultimi delegati conquistati in California la nomination alla Casa Bianca. È la prima volta, in 240 anni, che una donna arriva a questo risultato storico. Hillary prima di essere Segretario del Dipartimento di Stato ha mostrato la sua influenza e la sua intelligenza come First Lady al fianco del marito Bill, e diciamocelo riuscire a uscire a testa alta da una cosa come l’affaire Lewinsky e vincere la nomination alla Casa Bianca rende l’impresa ancora più un’impresa. Perché Hillary potrà anche risultare rigida e poco “likeble” ma decisamente è una che sa affrontare le cose a testa alta e che ha avuto il coraggio di sbiadire quanto basta dalla mente degli americani l’idea di quel famoso vestito blu di Monica.
Ecco altre donne che come Hillary, da First Lady, hanno iniziato ad aprire la strada perché una di loro potesse pensare di sedere un giorno nello studio ovale della Casa Bianca.
Eleanor Roosevelt
«Nessuno può obbligarvi a sentirvi inferiori, senza il vostro consenso»
Moglie di Franklin Delano Roosevelt, per la sua influenza e il suo attivismo fu considerata First Lady del mondo. Eleanor infatti non solo sostenne fermamente la politica del New Deal messa in atto dal marito, ma lavorò anche moltissimo per sostenere il movimento americano per i diritti civili e in particolare per quelli degli afroamericani. Durante la presidenza del marito, Eleanor inoltre tenne numerose conferenze stampa e scrisse in una rubrica di giornale. Alla morte di Roosvelt si impegnò con le Nazioni Unite nella lotta per i diritti umani e la parità di genere.
Jacqueline Kennedy Onassis
«Non credo che ci siano uomini fedeli alla loro moglie»
Moglie di John Fitzgerald Kennedy, il Presidente che fra tutti è più entrato nel mito e nella leggenda (anche grazie alla sua relazione con Marilyn Monroe), Jacqueline diventa presto un’icona glamour, simbolo di eleganza e bon ton in tutto il mondo, ma spesso criticata in territorio americano per il suo essere troppo sofisticata, troppo “europea”, tanto da scegliere per esempio menù francesi per i ricevimenti alla Casa Bianca. Fu una fra le più giovani donne a diventare First lady (qualifica che non gradiva in quanto le ricordava l’appellativo che si sarebbe potuto dare più a un cavallo che alla moglie del POTUS), frequentò stilisti e condusse, suo malgrado, una vita sotto i riflettori dei media. Famosa per il suo charme riusciva ad ammaliare con il suo savoir faire ospiti e capi di stato come il generale Charles DeGaulle e il premier sovietico Nikita Kruscev. Altra immagine che fece il giro del mondo è la terribile scena dell’assassinio del marito a Dallas. Diventata vedova sposerà anni dopo l’armatore greco Aristotele Onassis guadagnandosi il soprannome di Jackie O.
Nancy Reagan
Nancy Reagan alla Casa Bianca insieme a Barack Obama
Da attrice di b-movies a moglie di Ronald Reagan, anche lui attore, e successivamente presidente repubblicano. Nancy ebbe un ruolo decisivo nell’ascesa del marito alla Casa Bianca, era consigliera e amica fidata di Reagan: lo sosteneva e cercava di non farne trapelare le debolezze. I due furono, in un momento particolare della storia americana, protagonisti assieme a Michail Gorbaciov e Margaret Thatcher, della quale divenne anche amica. Nancy Reagan era famigerata anche per i suoi gusti estetici costosi e per la sua personalità forte e decisa. Si impegnò moltissimo per la lotta alla droga e l’informazione sulle conseguenze dell’abuso di sostanze.
Michelle Obama
Moglie di Barack Obama, primo presidente afroamericano, nella storia degli Stati Uniti è stata spesso associata per stile e charme a Jackie Kennedy, è impegnata sul fronte dell’istruzione per le ragazze, soprattutto nelle aree del terzo mondo, per la parità di genere e ovviamente per i diritti degli afroamericani.
Claire Underwood
Attualmente è la First Lady di fantasia più famosa. Moglie del fittizio presidente Usa Francis J. Underwood della serie tv House of Cards, Claire è bella ambiziosa e spietata a modo suo quanto il marito che ha supportato nella sua scalata al potere sacrificando spesso la sua carriera personale (comunque brillante). Ha fascino e charme e, probabilmente in una citazione di Jaqueline Kennedy, sembra affascinare molto il premier russo Petrov in visita alla Casa Bianca, tanto da avvicinarlo al marito nelle varie trattative diplomatiche. Nel corso della 4 serie la figura di Claire diventa sempre più autonoma e indipendente e chissà forse gli autori, ispirati da quanto accaduto con Clinton, potrebbero decidere un domani di farla correre per la Presidenza.
Anziani e giovani accomunati dallo stesso destino: non possono permettersi le cure né gli uni, 2,4 milioni, né gli altri, 2,2 milioni. E un totale di 11 milioni di persone in Italia – solo quattro anni fa erano 9 milioni – non hanno potuto occuparsi come avrebbero dovuto della propria salute. Lo stato dell’arte della sanità pubblica lo descrive la ricerca Censis-Rbm Assicurazione Salute, presentata a Roma in occasione del Welfare Day.
I soldi non bastano e si rinviano, a volte sine die, visite specialistiche e analisi cliniche. Dati che fanno il paio con quelli sulla flessione dell’attesa di vita e sull’aumento della mortalità per tumore legato a crisi economica e tagli. Chi può si rivolge, invece, ai privati e 7,1 milioni di italiani lo scorso anno hanno fatto ricorso all’intra moenia, soprattutto per non sottostare ai tempi impossibili delle liste d’attesa (nel 66,4% dei casi) ma anche (un altro 30,2%) per comodità di orario.
La quota di ticket, registra il Censis, che ogni persona paga in più al Servizio sanitario nazionale per avere delle prestazioni è di 84 euro arrivando a 569 euro pro capite l’anno contro i 485 del 2013. Aumenta anche – del 3,2% – la spesa sanitaria privata, arrivando a 34,5 miliardi di euro nel 2015. «Sono 10,2 milioni gli italiani che fanno un maggiore ricorso alla sanità privata rispetto al passato, e di questi il 72,6% a causa delle liste d’attesa che nel servizio sanitario pubblico si allungano», ha detto Marco Vecchietti, Amministratore Delegato di Rbm Assicurazione Salute.
Il 52% degli italiani considera inadeguato il servizio sanitario della regione. Per il 45,1% la qualità nella propria regione è peggiorata: lo pensa il 39,4% dei residenti nel Nord-Ovest, il 35,4% nel Nord-Est, il 49% al Centro, il 52,8% al Sud. Per il 41,4% è rimasta inalterata e solo per il 13,5% è migliorata.
5,4 milioni di italiani nell’ultimo anno hanno ricevuto prescrizioni di farmaci, visite o accertamenti diagnostici definiti “inutili”. Ma ciò nonostante la maggioranza (il 51,3%) è contraria a sanzionare i medici per questo motivo e non ha apprezzato (il 64%) il decreto sull’appropriatezza emanato lo scorso anno dal ministro Lorenzin.
Ai dati del Censis si aggiungono le stime, presentate ieri al Senato, della Fondazione Gimbe, che promuove le cure appropriate a fondate sull’evidenza scientifica. Gli sprechi del nostro Servizio sanitario ammonterebbero a 24 miliardi e il sistema non regge, dice il rapporto. Se la spesa continua a questi livelli, il sistema crolla entro dieci anni e, complice l’invecchiamento della popolazione, serviranno 200 miliardi contro i poco più di cento spesi attualmente ogni anno.