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Le guerre costano si spendono 13 miliardi di dollari. Ecco la mappa dei conflitti

L’acronimo MENA (Medio oriente e Nord Africa) nella mappa del Global Peace Index (Gpi) 2016 ha un significato sinistro. Indica infatti una delle aree al mondo dove la pace negli ultimi dieci anni è ormai scomparsa. Stiamo parlando di Stati come la Libia, Yemen, Siria, Somalia, Sudan. E più a Est in Asia spicca il color rosso di Iraq e Afghanistan.

Sono 79 i Paesi al mondo dove la pace è diminuita, mentre 81 quelli in cui la situazione è migliorata nell’ultimo anno. Si vive bene in dieci Paesi completamente privi di conflitti: Botswana, Cile, Costa Rica, Giappone, Mauritius, Panama, Qatar, Svizzera, Uruguay e Vietnam. Quest’ultimo dimostra come a distanza di 50 anni sia possibile passare da una situazione di guerra e di tragedia a una totale assenza di conflitti.

La mappa a colori che segnala in verde scuro le aree di pace e in rosso sempre scuro quelle di guerra è stata pubblicata dall’Institute for Economics ad peace di Sydney che lo redige da dieci anni. È una visione globale sui conflitti e al tempo stesso sui processi di pace in tutto il mondo. È anche una analisi dei costi delle guerre, in termini di vite umane e di risorse economiche. Per esempio dal 2011 i morti per terrorismo sono aumentati da meno di 10.000 a oltre 30.000. Nell’anno scorso i morti per terrorismo sono aumentati dell’80 per cento e solo 69 Paesi sono rimasti immuni da attentati. Ci sono Stati il cui livello di sicurezza è peggiorato e sono: Guinea-Bissau, Polonia, Burundi, Kazakistan e Brasile. Per quanto riguarda i morti in battaglia, se dal 1990 al 2014 ci sono stati più d 50mila vittime in un anno in sei occasioni, dal 1965 al 1989 la stessa cifra si era raggiunta in 24 conflitti. Questo significa che negli ultimi anni la guerra si è inasprita mietendo più vite umane. La Siria è stato il teatro di guerra più disumano. Questo Paese, insieme a Iraq e Afghanistan sono i luoghi in cui perde la vita il 75% di tutti i morti in battaglia.

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Tra le conseguenze dei conflitti, ovviamente, l’ondata migratoria. Il numero dei rifugiati e degli sfollati è aumentato e dal 2007 al 2015 è di 60 milioni di persone. Come se la popolazione dell’Italia scomparisse totalmente. Somalia e Sud Sudan hanno il 20 per cento della popolazione ormai in fuga, ma è ancora la Siria a detenere il triste record con oltre il 60 per cento di sfollati.
Si vive meglio e in pace in America Centrale e Caraibi, aree che secondo il GPI,  hanno registrato una migliore condizione di vita rispetto al passato. E Islanda, Danimarca, Austria, Nuova Zelanda e Portogallo sono i Paesi più tranquilli. Cosa che non avviene per l’Ucraina e nemmeno per uno dei Paesi trainanti dei Brics, il Brasile, che scende al 105esimo posto in classifica.
Il Gpi calcola anche il costo delle guerre in termini economici. L’impatto della guerra e dei conflitti sull’economia globale nel 2015 corrisponde a 13 miliardi e 600 milioni di dollari, il 13,3% dell’attività economica del mondo, 1,876 dollari a persona. Se solo una parte di questa ricchezza venisse convogliata in azioni di pace, che cosa potrebbe accadere? Dove c’è la pace si crea sviluppo e cultura; lo dimostrano i 70 anni che ci hanno separato dalla seconda guerra mondiale. Un progresso mai visto nella storia dell’umanità.

L’Italia post rottamata e l’umiltà che serve per ripartire

L’istantanea dell’Italia che ci consegna il voto di domenica 5 giugno è quella di un Paese con tre forze politiche: le destre costrette a convivere, il Partito di Renzi e il Movimento 5 Stelle. Al tempo stesso è un’Italia non troppo fedele alle sue appartenenze e che spesso «fa zapping» – come ha detto Renzi – in cabina elettorale. Così accade che la destra possa quasi scomparire a Torino, il M5s apparire irrilevante a Milano, il Partito di Renzi non passare il turno a Napoli.

Un’Italia che sembra dividersi a seconda del luogo in cui abita: chi ha casa nel centro storico tende a ritrovarsi nelle promesse del governo, chi sta solo a pochi metri di distanza, ma fuori dalla città-vetrina, sembra più incline al malumore e più propenso alla protesta.

Un’Italia che in maggioranza va ancora a votare, ma che crede sempre meno nei partiti e nella politica. Non si appassiona alle campagne elettorali, non abbraccia una visione del futuro, forse perché nessuno gliela offre. Il sogno di Berlusconi è infatti svanito, le promesse di Renzi non riscaldano più il cuore. C’è il governo degli onesti dei 5 stelle, ma dovrebbe essere una premessa, non il contenuto della proposta.

Direi che quella odierna è un’Italia-post, post liberale, post liberista, post democristiana, post comunista. Stanca del passato, ha abbracciato la rottamazione renziana, ma ora sembra stanca anche di quella, si sente post rottamata.

Che fare? Non riproporre vecchi pezzi di identità. Non funziona. Giorgio Airaudo è stato un buon sindacalista della Fiom, ma che dice oggi la sua esperienza all’Italia dei voucher? E Stefano Fassina? Ha speso a Roma la sua faccia di deputato per bene, che ha lasciato il governo e il Pd quando non ne ha potuto più. Ma da un parlamentare, da un politico, gli elettori pretendono di più – con chi stai, che farai?- e non solo a Roma. Lo slogan di Marino «non è politica, è Roma» era sbagliato pure allora, oggi tra mille “liste civiche” e finto civiche fa dubitare anche delle migliori intenzioni.

In verità io credo che si dovrebbe partire dal dopo Renzi. La rottamazione è avvenuta, è stata un successo, nessuno di noi faccia finta di poter essere quello che era: basta guardarsi indietro.
Bisogna ripartire dalle disuguaglianze che oggi il sistema produce e accentua. Bisogna partire dalla realtà dei ragazzi che non trovano lavoro o lo trovano precario. Bisogna partire dagli immigrati che sono donne e uomini, lavoratrici e lavoratori. Dai consumi comuni, senza mitizzarli, tentando semmai un uso parziale alternativo del capitalismo che li sta trasformando in business. Dal post ecologismo, magari ammettendo che gli Ogm non sono sempre e in ogni caso crusca del diavolo o che l’allevamento intensivo dei maiali inquina più di una piattaforma che estrae gas.
Bisogna fare i conti con la reazione, con l’odio per le donne che ritorna e ci interpella tutti. E non possiamo far finta di risolvere il problema con il politicamente corretto, con la doppia verità. Quella che si predica e quella che si pratica.

Dobbiamo poi definire il campo della nostra battaglia. Qui, come ha scritto bene Iglesias in un articolo sul Pais, tre sono i momenti: le città come fabbrica delle iniziative, i parlamenti nazionali e la sovranità che devono recuperare, l’Europa come casa comune, moltiplicatore della cultura illuminista, memoria delle guerre imperialiste, genitrice dello Stato sociale.

In Francia la lotta è contro il jobs act di Hollande, in Spagna per un governo delle sinistre Podemos e Psoe.
In Italia è tempo di fare un passo indietro per poterne fare due in avanti. Rimettersi in gioco, rinunciare se occorre al proprio ruolo, per ripartire insieme.

Questo editoriale lo trovi sul numero 24 di Left in edicola dall’11 giugno

 

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La Francia in ginocchio che accoglie gli Europei

I tifosi rumeni o britannici o italiani che siano saranno accolti dalla puzza dell’immondizia che nessuno raccoglie da giorni nelle strade di Parigi a causa del blocco degli inceneritori. Stasera allo Stade de France, a Saint Denis, nella banlieue parigina, si apre l’Europeo di calcio e il Paese ospitante non è messo tanto bene: i servizi pubblici sono in sciopero da giorni, una parte importante dei giovani è in rivolta contro la riforma del codice del lavoro e il presidente socialista è impopolare almeno quanto lo era Bush alla fine del secondo mandato. E in strada ci sono 3mila tonnellate di rifiuti da raccogliere. Gli stessi tifosi, stasera, torneranno allo Stade De France dopo gli attacchi terroristici del 13 novembre. Le ultime immagini dello stadio dove gioca la nazionale francese sono quelle del campo pieno di gente spaventata che scappa mentre fuori si sentono delle esplosioni.

13 NOVEMBRE 2015 ATTACCO ALLA FRANCIA
Per cercare di non trasformare gli Europei nell’ennesimo disastro politico e di immagine, il presidente Hollande si è appellato ai sindacati, fondamentalmente alla CGT, che è alla guida degli scioperi di queste settimane: «Mi appello al senso di responsabilità di tutti – ha detto il presidente – affinché questo evento sia una festa condivisa». A lui ha fatto eco il ministro dello sport Braillard: «Ci sono momenti in cui fare sciopero è lecito, ma in questo caso, scioperando, impediranno a tanti sostenitori delle squadre di arrivare agli stadi»· Per evitare che gli 80mila che hanno un biglietto per la partita inaugurale tra la nazionale transalpina e la Romania non riescano ad arrivare allo stadio a causa degli scioperi della SNCF (la compagnia delle ferrovie), è previsto un servizio di navette.

Più politico e meno istituzionale il premier Manuel Valls, che in un comizio a Parigi ha difeso la legge El Khomri, dal nome della ministra del lavoro, e attaccato il modello sociale della destra «regressiva» che quando è stata al potere ha fatto solo tagli «e oggi, nelle figure dei candidati alle primarie de Les Republicains (Sarkozy e l’ex premier Alain Juppé) propone altri tagli per 100 miliardi». Valls è, come da par suo, molto duro anche con la sinistra «che vuole l’immobilismo e si auto marginalizza» e la attacca: «La democrazia è il voto, non le piazze». Per il governo lo scontro è sia a destra che a sinistra, dunque.

A sinistra c’è la CGT che risponde agli appelli del governo per bocca di Berenger Cernon, capo dei ferrovieri alla Gare de Lyon a Parigi: «Non siamo noi a fare il calendario: c’è un grande evento e c’è un movimento sociale in campo. Noi vogliamo un negoziato sugli accordi collettivi aperto a tutti e quindi, certo, disturberemo gli Europei». Anche nel Partito socialista è in corso una rivolta guidata da Martin Aubry, che ha scritto un documento che verrà diffuso il prossimo 18 giugno e che è stato firmato anche da ambientalisti – tra cui Daniel Cohn Bendit – ricercatori, intellettuali. Forse lo potrebbe firmare anche l’ex ministra Taubira, uscita dal governo dopo la proposta di riforma costituzionale che prevede di togliere la cittadinanza alle persone coinvolte in qualche forma in atti di terrorismo islamico.

A proposito di terrorismo, oltre all’immondizia e ai trasporti, la Francia è anche in grande allerta: a Parigi sanno di essere un obbiettivo e sanno che i grandi eventi sono il luogo perfetto nel quale colpire per seminare terrore. Del resto la notte degli attacchi del Bataclan, i primi kamikaze si fecero esplodere proprio allo Stade de France. In queste settimane 90mila poliziotti e militari saranno di pattuglia per sorvegliare le aree a rischio. Solo a Parigi saranno in 13mila. Le autorità hanno negato che il prefetto di Parigi abbia suggerito di chiudere la Torre Eiffel. In effetti organizzare un evento internazionale che attira turisti per poi chiudere uno dei monumenti più visitati di Francia sarebbe un disastro di immagine. Tra le misure messe in campo per garantire la sicurezza Saip una app del governo che segnala allarmi terrorismo e da informazioni nel caso di attacchi. Non rassicurante.

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La polizia francese avrà anche a che fare con i fans organizzati: a Marsiglia, che ospita la nazionale d’Inghilterra che sabato giocherà contro la Russia, ci sono stati scontri e incidenti tra tifosi francesi e britannici.

Cosa rimane a Hollande? La speranza che la squadra di Didier Dechamps, dopo diversi anni disastrosi – come del resto altri giganti del calcio europeo, Italia compresa – faccia bella figura o, magari, vinca la coppa. Dechamps ha una squadra nella quale alcune grandi stelle calcistiche, primo tra tutti l’attaccante del Bayern Monaco Ribery. La sua è una squadra che gioca un calcio all’attacco. In questi mesi Hollande ha sempre provato a giocare all’attacco per poi ritrovarsi in ritirata: i toni duri e definitivi dopo gli attentati a Parigi, la legge sul lavoro. Dechamps deve sperare di non fare la stessa fine. Ci spera anche Hollande, che di un successo di qualsiasi tipo, per il suo Paese, avrebbe bisogno.

Two women sit with their babies in front of a Uefa Euro 2016 installation, in Bordeaux, France, Thursday, June 9, 2016. The Euro 2016 Soccer Championship starts with the opening match on Friday, June10, 2016 in Paris. (AP Photo/Andrew Medichini)
Bordeaux (AP Photo/Andrew Medichini)

 

La dinastia De Luca. A proposito di meritocrazia

Basta scorrere l’elenco dei nomi della nuova giunta della città di Salerno per rendersi conto che c’è qualcosa che non torna: il neosindaco Vincenzo Napoli ha ritenuto opportuno continuare l’opera di Vincenzo De Luca (ex sindaco e oggi presidente della Regione Campania) infarcendosi di tutti i vicini dell’ex governatore. «Continuità politica» potrebbe dire qualcuno ma ciò che non torna (come anche nella classe dirigente nazionale) è che non si tratti tanto di una “squadra” di collaboratori politici che viene promossa ma banalmente di vicini.

Vicini, sì, come può essere vicino Angelo Caramanno, oggi assessore allo sport della città campana e qualche mese fa avvocato difensore dello stesso De Luca in merito all’incompatibilità del suo ruolo di viceministro nel governo Letta. “Ci siamo ispirati ai criteri della competenza e della professionalità per la creazione di una squadra che realizzerà tutti gli impegni presi con i cittadini, in continuità con il progetto di città che stiamo portando avanti” ha detto il neosindaco.

Benissimo. Allora qualcuno ci spieghi (in termini convincenti) se davvero a Salerno la delega al Bilancio e allo Sviluppo (un assessorato pesante) sia normale che venga affidata a Roberto De Luca, commercialista trentaduenne, figlio di cotanto Vincenzo. Davvero l’uomo che ha tenuto “in mano” la città ha avuto la sfortuna (o la fortuna) di riconoscere solo nel proprio figlio le capacità politiche per ricoprire quel delicato ruolo e raccogliere l’eredità politica? Davvero ancora siamo convinti che un ruolo politico che passi da padre in figlio sia indicativo di un buon stato di salute della democrazia?

Ma soprattutto: ma davvero la meritocrazia così tanto decantata da Renzi e i suoi in questi ultimi anni può ridursi a questo? Ecco, qualcuno ci dica, per favore che ci stiamo sbagliando.

Buon venerdì.

«Uccidete pure me. L’idea che è in me non l’ucciderete mai». 10 giugno 1924, Matteotti e l’inizio del regime

10 giugno 1924, ore 16.15 circa. Giacomo Matteotti esce di casa per recarsi a Montecitorio. Percorre il lungotevere Arnaldo da Brescia per poi tagliare verso Montecitorio. Giunto agli archi di Porta del Popolo, ad attenderlo, c’è un’auto con a bordo Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo: agenti della polizia politica. Lo aggrediscono, Matteotti si divincola buttandone uno a terra. Arriva un terzo che lo colpisce al volto con un pugno. E intanto gli altri due lo caricano in auto. La rissa prosegue, Matteotti lancia dal finestrino il suo tesserino da parlamentare. Matteotti non si ferma. Uno degli agenti, Giuseppe Viola, estrae un coltello e lo colpisce sotto l’ascella, poi al torace, fino a ucciderlo dopo ore di agonia.
Il corpo seppellito e piegato in due di Giacomo Matteotti viene ritrovato due mesi dopo alla Macchia della Quartarella, un bosco nel comune di Riano a 25 km dalla Capitale.

Così Giacomo Matteotti, giornalista, antifascista, segretario del Partito Socialista Unitario, viene ucciso quando ha appena compiuto 39 anni. Dagli scranni del Parlamento, una decina di giorni prima – il 30 maggio – aveva denunciato alla Camera le violenze che avevano segnato la campagna elettorale di aprile, durante le elezioni politiche che avevano visto la forte affermazione del partito fascista (6 aprile 1924). E da tempo, Matteotti, denunciava la corruzione del governo nella vicenda delle tangenti della concessione petrolifera alla Sinclair Oil. Proprio il 10 giugno, il giorno del suo assassinio, Matteotti avrebbe dovuto rivelare le sue scoperte sullo scandalo finanziario che avrebbe coinvolto anche Arnaldo Mussolini, fratello del duce.

Il Parlamento, dapprima, non nota nemmeno l’assenza di Matteotti. E la notizia della sua scompardsa appare sui giornali solo il giorno dopo. Il 12 giugno, all’interrogazione parlamentare di Enrico Gonzales, Benito Mussolini risponde: «Credo che la Camera sia ansiosa di avere notizie sulla sorte dell’onorevole Matteotti, scomparso improvvisamente nel pomeriggio di martedì scorso in circostanze di tempo e di luogo non ancora ben precisate, ma comunque tali da legittimare l’ipotesi di un delitto, che, se compiuto, non potrebbe non suscitare lo sdegno e la commozione del governo e del parlamento». Per protesta tutta l’opposizione parlamentare si ritira nel cosiddetto Aventino. Seguono mesi di braccio di ferro, in cui il governo fascista sembra quasi capitolare. Finché il 3 gennaio 1925 Mussolini si assume la responsabilità politica del delitto Matteotti: «Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi». E con il sangue di Matteotti, ha ufficialmente inizio il Ventennio.

Buon compleanno Joan Baez, doppio album e tour in Italia

Joan Baez 75th Birthday Celebration The Beacon Theater, 2124 Broadway, New York, NY January 27, 2016

È festa grande per i cinquant’anni in musica di Joan Baez, che lo scorso gennaio ha festeggiato 75 anni con un grande spettacolo al Beacon Theater di New York, con il meglio della scena rock folk americana: da Jackson Browne a Emmylou Harris fino a Judy Collins, Mary Chapin Carpenter, Damien Rice, Nano Stern, David Bromberg e molti altri. Non una carrellata di star scelte dalla  casa discografica (come di solito accade negli ” album tributo”)  ma artisti con i quali Joan Baez ha lavorato nel corso degli anni e ha stretto rapporto anche fuori dal palco.

Da quando era ragazzina alla fine degli anni Cinquanta, Joan Baez non ha mai smesso di cantare, raccontando il mondo con una voce straordinaria e una semplice chitarra; sempre in prima linea per far circolare valori collettivi, in contro tendenza con il sogno a stelle e strisce che insegue il successo personale e il consumismo. Anche per questo è diventata un punto di rifermo culturale e un personaggio simbolo della musica a livello internazionale.

La sua musica è ancora oggi percorsa da quel vitale e gentile “We shall overcome” che lei anni fa seppe trasformare in un hit, in un successo contagioso: un inno che incoraggiava ad alzarsi in piedi e a lottare per una società più giusta. Un incitamento alla partecipazione che oggi prosegue cercando di sensibilizzare gli americani ad andare a votare alle elezioni presidenziali. E continua nell’impegno con Amnesty International, di cui  nel 2015 è stata nominata ambasciatrice.

Per metà messicana e per metà scozzese, la sua carriera, “figlia” delle canzoni di protesta di Pete Seeger, Joan Baez è stata anche al fianco di Bob Dylan, traendone ispirazione in modo femminile, tracciando un percorso parallelo, ma in modo del tutto originale . Come ci ricorda ora l’importante’album doppio Joan Baez 75th Birthday Celebration che esce il 10 giugno, pubblicato da Razor&Tie (in cd, dvd e digital download) e distribuito in Italia da Egea. In attesa di ascoltarla dal vivo in Italia, il 13 e il 14 luglio al Ravenna Festival (Pala De Andre), il 14 luglio al Vittoriale festival per concludere poi a Roma il 18 luglio nella Cavea dell’Auditorium a Roma e il 19 luglio a Villa Arconati, Stra, avendo toccato nel frattempo anche altre date ( qui il calendario completo del tour)

Carlo Conti direttore artistico di Radio Rai. Interverrà sui palinsesti?

«La televisione è come una moglie ma la radio è la fidanzatina». Si è presentato così, oggi alla conferenza stampa a Viale Mazzini, Carlo Conti, appena nominato direttore artistico di Radio Rai. Un ruolo che non è solo “onorifico” ma che presuppone, alla luce della nuova riforma Rai, un’assunzione di maggiore responsabilità, anche in merito alle linee editoriali delle varie testate. Con a fianco il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto, Conti non è entrato nel merito di quello che andrà a fare a Radio Rai, ma ha annunciato che in televisione si occuperà solo degli eventi, come il Festival di Sanremo o Miss Italia, i programmi popolari che lo vedono sempre sul palco come presentatore.

È probabile invece una riduzione della sua presenza nelle trasmissioni quotidiane – tra questi Tale e quale show su Rai 1.  Ancora non è chiaro chi lo affiancherà nella nuova conduzione di Radio Rai, così come non si sa se verranno confermati o meno i direttori delle tre testate. Marino Sinibaldi, direttore di Radio Tre, è “in corsa” per diventare assessore alla Cultura a Roma con Roberto Giachetti, ma è tutto rimandato al ballottaggio del 19 giugno.

Il perenne abbronzato conduttore televisivo toscano, nato a Firenze nel 1961, comincia la sua carriera alla fine degli anni 70. È il periodo d’oro delle emittenti private, le radio soprattutto. E Conti infatti lavora a Lady Radio, poi Radio Firenze Nova, e Radio Diffusione Firenze. Tra i suoi collaboratori incontriamo personaggi che in seguito sono diventati molto noti sia nella radio (Marco Baldini, il partner di Fiorello) che a teatro e in televisione come Giorgio Panariello. Con quest’ultimo, suo compagno di scuola, negli anni 80 lavorerà spesso (anche con Leonardo Pieraccioni), non solo in televisioni private che a quei tempi erano molto in auge (come Teleregione Toscana) ma in seguito anche alla televisione con Su le mani e Aria Fresca.

Carlo Conti negli anni è diventato molto popolare anche grazie alla trasmissione di fine pomeriggio L’Eredità, con audience molto alti. Ora il nuovo direttore artistico forse dovrà dire la sua sui palinsensti e questo un po’ preoccupa chi lavora a Radio Rai. Soprattutto c’è chi storce il naso temendo ripercussioni rispetto alla vocazione culturale, per esempio, di una testata come Radio Tre. Vedremo se saranno timori giustificati o una percezione sbagliata del “nuovo che avanza”. Certo è che Carlo Conti, se si guard al suo curriculum, non si può proprio definire “nuovo”.

I volti degli atleti rifugiati che gareggeranno alle olimpiadi di Rio 2016

La nuotatrice siriana Yusra Mardini ©Ansa

Il Comitato olimpico internazionale ha annunciato ufficialmente che alle Olimpiadi di Rio 2016 gareggerà, per la prima volta nella storia, anche una squadra composta da 10 rifugiati tra i quali uomini e donne di nazionalità siriana, sudanese, etiope e keniota.

Brazil Olympic Refugees Photo Gallery

In this May 28, 2016 photo, the judo gi of Yolande Mabika, a refugee from the Democratic Republic of Congo, sits on her bed after she cleaned it at her newly rented apartment in Rio de Janeiro, Brazil. Mabika is hopeful that she will be part of the first ever team competing in the Olympic Games under the Olympic flag, instead of any one country. This week, the two hopefuls will find out whether they made the cut. (AP Photo/Felipe Dana)

Un primo annuncio in merito era stato fatto già a marzo da Thomas Bach, presidente del Comitato Olimpico (Cio): «Vogliamo dare un messaggio di speranza – aveva detto Bach– per tutti i rifugiati del mondo. Questi rifugiati non hanno una nazionale con la quale gareggiare, non hanno una bandiera né un inno nazionale con i quali sfilare all’apertura dei giochi. È per questo che abbiamo deciso di dare il benvenuto a questi atleti rifugiati per farli partecipare alle Olimpiadi con la bandiera delle Olimpiadi e accompagnati dall’inno ufficiale dei Giochi Olimpici»».

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La nuotatrice siriana Yusra Mardini
La nuotatrice siriana Yusra Mardini

A portare la bandiera sarà la giovane Yusra Mardini, nuotatrice siriana di appena 18 anni, che, dopo essere fuggita dalle bombe che stavano distruggendo Damasco ha portato in salvo il barcone con il quale tentava, assieme a altre 20 persone, di arrivare in Europa. L’imbarcazione infatti era troppo carica per galleggiare e così Yusra si è tuffata in mare insieme alla sorella con la quale ha nuotato per oltre tre ore spingendo il gommone fino sulle coste dell’isola di Lesbo.

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In queste foto il suo volto e quello degli altri compagni che la seguiranno in questa impresa a Rio 2016, tra di loro ci saranno anche Popole Misenga e Yolande Mabika, due judoka di 24 e 28 anni provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo (Rdc) che hanno trovato asilo in Brasile già da diversi anni.

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Spagna, Unidos Podemos supera i socialisti. E il programma di Iglesias è un catalogo Ikea

I popolari di Mariano Rajoy sarebbero il primo partito ma Unidos Podemos conquisterebbe più voti e seggi del Psoe di Pedro Sánchez: tra gli 88 e i 92 contro i 78-80 dei socialisti, che diventerebbero così la terza forza di Spagna. Alla vigilia dell’apertura ufficiale della campagna elettorale, i sondaggi danno ragione alle previsioni di Pablo Iglesias e premiano la sua alleanza con Izquierda Unida di Alberto Garzón. Il sondaggio del Centro per la ricerca sociologica pubblicato oggi dal Paìs è stato condotto tra il 4 e il 22 maggio.

Ciudadanos, in lieve incremento di consensi, è attestato sui 38-39 seggi in Parlamento (ne perderebbe uno o due rispetto alle scorse elezioni), che sommati ai 118-121 del Pp arriverebbero nella migliore delle ipotesi a 160, mentre l’eventuale alleanza “a sinistra” oscilla tra i 165 e i 172 seggi. La legge stabilisce che il candidato premier proposto dal re sarà nominato se otterrà la maggioranza assoluta dei deputati alla prima votazione, ossia 176 su 350, o la maggioranza semplice in seconda convocazione, 48 ore dopo la prima.

 

 

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Ora gli ultimi 15 giorni di campagna – si vota il 26 giugno – potrebbero cambiare ulteriormente le carte in tavola ma intanto le forze politiche scaldano i motori per il rush finale. Podemos affida ad esempio la presentazione dei suoi candidati e del suo programma a un finto catalogo Ikea: stessa grafica e stesse dimensioni ma volti e progetti al posto di prezzi e descrizioni dei mobili.

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La versione cartacea del programma, presentata ieri a Madrid, costa 1,80 euro. Pagina dopo pagina, diversi attivisti del movimento politico spagnolo in diverse parti della casa presentano le loro proposte, a cominciare dall’aumento delle tasse per i super ricchi. “Abandono de la politica di devaluaciòn salarial” si legge ad esempio accanto a una foto di Pablo Iglesias che innaffia una pianta, e accanto l’impegno a trattare assieme a Grecia e Italia la cessazione delle misure di austerity imposte dall’Europa.

SCARICA IL PROGRAMMA DI PODEMOS IN PDF
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