Trump può o non vincere le elezioni? Su Left in edicola abbiamo fatto un esercizio: due articoli a fronte che provano a disegnare due scenari opposti
Sono passati dieci giorni da quando Ruth Guerra, responsabile per il dialogo con i media ispanici del Republican National Committee si è dimessa: era a disagio per i toni usati da Donald Trump e faceva fatica a difendere la figura del candidato repubblicano alla presidenza con i giornalisti. A sostituirla è stata chiamata Helen Aguirre Ferre, che prima di assumere l’incarico ha cancellato diversi tweet critici nei confronti del candidato miliardario. Un esempio come un altro dei guai nei quali si trovano il partito repubblicano e la campagna presidenziale di TheDonald. Trump non ha possibilità di vincere le elezioni a novembre per varie ragioni e a prescindere dai sondaggi nazionali che lo danno, al momento, non lontano da Clinton. Le ragioni non sono solo numeriche, ma cominciamo da quelle.
Nei sondaggi importanti Hillary Clinton ha un vantaggio che oscilla tra il 4,8% e l’1,5%. Ma quel che conta è il vantaggio a livello locale: e la media dei dati di Florida, Virginia, Ohio e Pennsylvania dicono che in quegli Stati, che sono la chiave per vincere, Trump insegue. (…)
Gli americani bianchi sono scontenti. Più scontenti di tutti gli altri americani. Se sono poveri, sono doppiamente scontenti. E arrabbiati. E alle elezioni di novembre voteranno Donald Trump come se non ci fosse un domani. Tutti i sondaggi sull’ottimismo e sul futuro ci parlano di un’America bianca e non scolarizzata che si sente scoraggiata e abbandonata e più preoccupata dei rapporti razziali che in passato. Neri e ispanici sono più fiduciosi, anche se più poveri e peggio messi: i bianchi hanno perso peso, centralità, potere d’acquisto e la certezza del sogno americano di una casa, un buon lavoro e figli al college. E vogliono cambiare.
I sondaggi? Dimenticateli. Oppure ricordate che tutti, compreso chi scrive, erano certi che nonostante i successi e qualche sondaggio a favore, The Donald, con la sua aria improbabile, la sua somma impreparazione, l’assenza di alleati e di una strategia non avrebbe mai potuto raggiungere la nomination. Vogliamo commettere lo stesso errore oggi?

Entrambi gli articoli continuano sul numero 24 di Left in edicola dall’11 giugno






Nella foto sopra: l’interno di un asilo nido nel quartiere di Jobar, nella parte est di Damasco in Siria. Jobar è tra le zone della città che sono nelle mani dei ribelli del Free Syrian Army che stanno combattendo la dittatura di Bashar al-Assad, come si può vedere dalle foto l’intero quartiere è distrutto.
I brandelli di qualche muro, rimasto in piedi nonostante i bombardamenti che, soprattutto negli ultimi tre anni, hanno colpito a ritmo costante la città. Il graffito che si vede nella foto dice: «Qui disponibili biscotti».
Un uomo raccoglie pezzi di rame e ferro da alcuni edifici distrutti e abbandonati nel quartiere di Jobar, nella zona Est di Damasco.
Una vecchia signora chiacchiera con un solvate dell’esercito libero siriano.
Lo scheletro di un auto andata distrutta durante uno dei tanti bombardamenti giace abbandonato per le strade di una Damasco che ha tutte le sembianze di una città fantasma.
Un uomo dà da mangiare a un gatto.
Alcuni membri del libero esercito siriano.



