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Migranti, due naufragi in ventiquattro ore

epa04712791 A handout picture made available by German shipping company Opielok Offshore Carriers (OOC) on 20 April 2015 shows a boat with refugees close to the cargo ship 'OOC Jaguar' in the Mediterranean sea on 12 April 2015. The ships of the German shipping company Opielok Offshore Carriers have rescued more than 1,500 people in the Mediterranean sea since December 2014. EPA/Opielok Offshore Carriers Mandatory Credit: Opielok Offshore Carriers HANDOUT EDITORIAL USE ONLY

Quattromila migranti recuperati in mare in una sola giornata. La centrale operativa della Guardia Costiera ha coordinato 22 interventi di soccorso, che si sono tutti conclusi. Complessivamente sono stati recuperati dai mezzi della Guardia Costiera, della Marina Militare, di Frontex e Eunavformed, e da rimorchiatori e mercantili dirottati in zona circa 4.100 migranti. Segno di soccorsi più efficienti, dicono alcuni giornali, ma viene da chiedersi anche quante siano invece le persone annegate e disperse. Ciò che è certo è che c’è stata una forte ripresa delle migrazioni via mare con l’arrivo della bella stagione. Con un grande assalto al Canale di Sicilia. Ma da dove arrivano questi fragili barconi? I cinesi ne producono a basso costo e ad altissimo rischio.
Alcune delle gang attive al confine del Messico operano nell’ambito criminale del traffico degli esseri umani, avendo esteso la propria area di influenza fino al Mediterraneo. Secondo un’indagine di Europol, il business è ormai un affare multinazionale, che ha toccato punte di 5/ 6 miliardi nel 2015. Documentati sono ben 250 centri di smistamento. Mentre si comincia a parlare di una rete transatlantica. L’Unione Europea al G7  ha lanciato un appello: è necessario un impegno in soldi e accoglienza. Che incontra molti ostacoli, anche da parte della Turchia che lancia una nuova minaccia come carta di contrattazione assai significativa con l’Europa: se non ci saranno progressi sulla liberalizzazione dei visti, la Turchia non continuerà nell’attuazione dell’accordo sui migranti.

Intanto le drammatiche foto dei migranti i mare fanno il giro del mondo. In particolare ieri una foto, riporta l’Ansa, in cui si vede un barcone semiaffondato ed una cinquantina di migranti,alcuni ancora appoggiati al barcone altri già in acqua. Virale in rete è diventata la toccante della bambina di otto mesi salvata dal medico di Fuocammare, Francesco Rosi. Segno di una forte onda di commozione che circola in rete e che speriamo si traduca in mobilitazione per l’accoglienza. La situazione  nel Mediterraneo, ogni giorno si fa più tesa, come  racconta la mappa pubblicata in questa pagina.

I 31 siti Unesco minacciati dal riscaldamento globale

Sono almeno 31 i siti Patrimonio Unesco nel mondo minacciati dai cambiamenti climatici: dalla Laguna di Venezia alle Isole Galapagos passando per la Statua della Libertà. L’allarme giunge da un rapporto congiunto dell’Unesco, dell’Unep (il programma ambientale Onu) e della Union of concerned scientists (Ucs): World Heritage and Tourism in a Changing Climate.

Sono numerose le tipologie di evento legate al surriscaldamento globale che mettono a rischio il nostro patrimonio ambientale e culturale, ma la specificità di questo report sta proprio nell’aver individuato 31 casi in cui i danni sono già riscontrabili e tangibili. Adam Markham, coautore del rapporto e vicedirettore clima ed energia di Ucs, ha ribadito: «Fin qui abbiamo parlato soprattutto dei potenziali effetti dei cambiamenti climatici sui siti del Patrimonio mondiale. Oggi, la maggior parte delle problematiche che vi presentiamo sono già arrivate. A riprova che il climate change già fa sentire i propri effetti».

Il bilancio dell’impatto climatico su gioielli planetari come il Parco nazionale di Yellowstone negli Stati Uniti o la foresta impenetrabile di Bwindi, in Uganda, non esaurisce i beni della lista del World heritage a rischio. Gli autori dello studio spiegano che la selezione è stata fatta per avere una rassegna completa delle diverse tipologie di pericoli legati ai cambiamenti climatici cui sono sottoposti i siti Unesco.

I fattori di pericolo sono molti: l’aumento delle temperature nell’atmosfera e negli oceani, eventi meteorologici estremi, inondazioni, innalzamento del livello del mare. In Mali, la Grande Moschea di Djenné è particolarmente sensibile a temperature e umidità. Venezia e la sua laguna sono minacciate dall’acqua alta, la vecchia città costiera di Hoi An in Vietnam, già soggetta a inondazioni durante la stagione delle piogge, è minacciata da tempeste sempre più frequenti, erosione costiera e innalzamento dei mari.

Perfino l’Isola di Pasqua, a più di 3.500 km dalla costa cilena, ha i sui problemi. Le statue Moai, erette tra il 1250 e il 1500, girando le spalle al Pacifico meridionale potrebbero finire sommerse causa erosione e innalzamento delle acque. L’aumento della temperatura dell’acqua e l’acidificazione degli oceani sono poi le più grandi minacce per le barriere coralline di tutto il mondo.

Il rapporto avrebbe anche fatto registrare un caso di “censura” da parte del governo australiano, preoccupato per le conseguenze sul turismo delle schede riguardanti i propri siti. In particolare, ha rivelato Guardian Australia, venute a conoscenza delle schede contenute nelle bozze del rapporto e riguardanti la Grande barriera corallina, Kakadu e le foreste della Tasmania, il dipartimento per l’Ambiente australiano hanno chiesto di non pubblicarle, suscitando l’irritazione degli autori.
«La minaccia per i siti del patrimonio mondiale è imminente, non c’è più tempo da perdere – riassume Adam Markham – Dobbiamo continuare gli sforzi avviati con la Cop21 di Parigi. Dobbiamo ridurre le emissioni di gas serra e sviluppare una strategia globale per la protezione dei siti Unesco». Da qui la scelta di luoghi di fama mondiale, per favorire una nuova consapevolezza delle popolazioni e dei governi.

Per Mechtild Rössler, direttrice della divisione Patrimonio culturale dell’Unesco, l’industria del turismo è parte del problema ma anche della soluzione. «Vogliamo educare tutti i soggetti coinvolti: i governi, i responsabili dei siti e il mondo del turismo. Insieme, siamo in grado di gestirli in modo diverso, per proteggerli meglio». Un avvertimento che arriva poco prima del 40esimo Comitato del Patrimonio Mondiale, che si riunirà a Istanbul dal 10 al 20 luglio. L’Unesco imporrà agli Stati di adottare misure per la loro conservazione, e deciderà, se necessario, l’esclusione dei siti “inadempienti” dalla lista. L’ultimo a essere rimosso, nel 2009, è la Valle dell’Elba a Dresda, in Germania, a seguito della costruzione di un ponte a quattro corsie nel cuore di un paesaggio unico.

 

LA LISTA DEI SITI MINACCIATI

Africa
• Bwindi Impenetrable National Park, Uganda
• Le rovine di Kilwa Kisiwani e Songo Mnara, Tanzania
• Aree protette della Regione di Cape Floral, Sud Africa
• Parco nazionale del Lago Malawi, Malawi

Mondo arabo
• Ouadi Qadisha (La Valle sacra) e la foresta dei Cedri di dio (Horsh Arz el-Rab), Libano
• Area protetta di Wadi Rum, Giordania
• Antichi Ksour di Ouadane, Chinguetti, Tichitt and Oualata, Mauritania

Asia e Oceano Pacifico
• Rock Islands Southern Lagoon, Palau
• Antica cittadina di Hoi An, Vietnam
• Shiretoko, Giappone
• Parco nazionale di Komodo, Indonesia
• Parco nazionale di Sagarmatha, Nepal
• Lagune della Nuova Caledonia: Barriera corallina ed ecosistemi associati, Francia
• Terrazzamenti di riso della Cordigliera filippina, Filippine
• Montagne d’Oro dell’Altai, Russia
• East Rennell, Isole Solomon

Nord America
• Parco nazionale dello Yellowstone, Stati Uniti
• Statua della Libertà, Stati Uniti
• Antica città di Lunenburg, Canada
• Parco nazionale del Mesa Verde, Stati Uniti

Sud America
• Porto Fortificazioni e Monumenti a Cartagena, Colombia
• Coro e il suo porto, Venezuela
• Isole Galápagos, Ecuador
• Parco nazionale di Huascarán, Perù
• Riserve delle Foreste atlantiche del Sud-est, Brasile
• Rapa Nui (Isola di Pasqua), Cile

Europa
• Il Fiordo ghiacciato di Ilulissat (Groenlandia), Danimarca
• Cuore del Neolitico di Orkney (Scozia); Stonehenge, Avebury e siti associati, Regno Unito
• Mare dei Wadden, Olanda, Germania e Danimarca
• Venezia e la sua Laguna, Italia

Che vergogna il silenzio sulla Capacchione e Saviano

Italian writer Roberto Saviano gives an interview on March 17, 2010 in Rome. Saviano, 29, whose book "Gomorrah" has been translated into 42 languages, has lived under police protection for two years. The screen version of "Gomorrah," directed by Matteo Garrone, won second prize at the 2008 Cannes film festival and was in the running for an Oscar. His book, exposes the workings of the powerful Naples mafia, the Camorra. AFP PHOTO / CHRISTOPHE SIMON (Photo credit should read CHRISTOPHE SIMON/AFP/Getty Images)

Ho pensato che forse sarebbe stato il caso di aspettare almeno un giorno per giudicare, così dopo i deliri del senatore D’Anna (ALA, la misconosciuta schiera di servetti al comando di Verdini e quindi nuova maggioranza di governo) che ha insistito in un’intervista per dirci che Saviano è “un’icona farlocca” e che lui e la Capacchione (giornalista sotto scorta e parlamentare PD) “vivono di rendita”.

Ho aspettato per sentire almeno un cenno minimo di solidarietà, un segnale di disgusto e, perché no, una censura vera contro chi si permette di pensare che la tranquillità della propria vita si un dazio ragionevole da pagare in cambio del successo. Poi ho ascoltato Verdini scusarsi (per quanto possano valere le scuse di un bugiardo naturale come stabilito dalle Procure) e ho scorto la Valente prendere le distanze dalle affermazioni di D’Anna.

E poi il silenzio. Buio. Netto. Perché? Perché Saviano (e la Capacchione e tutti quelli che sono stati cannibalizzati per una minaccia di una mafia a caso) sono allo stesso tempo i simboli della delega vigliacca di chi pensa che non sia affar suo e allo stesso tempo la dimostrazione dell’inerzia di tutti gli altri. Può un libro smuovere le coscienze? In un Paese di membri del governo corrotti e classe dirigente svenduta alla mafia certo che sì, eccome. Può Saviano avere sbagliato qualcosa? Certo, sicuro, probabilmente moltissimo ma ogni suo errore riconosciuto rischia di essere una tacca di vigliaccheria in più a tutti quelli che stanno zitti.

Il problema non è che un senatore in cerca d’autore sganci la bomba radiofonica per avere un giorno di titoli sui giornali: il problema vero è questa sensazione che Verdini (e chi per lui) sia diventato il portavoce del percolato che il governo vorrebbe dire ma non può. Basterebbe poco, davvero: un “sì scusate abbiamo esagerato ma Saviano ci sta sul cazzo e cercavamo un imbecille che si facesse sintesi della nostra antipatia”. Sarebbe bastato anche così. Pace con tutti. E va bene comunque.

Invece niente. Scuse raffazzonate e qualche piccolo bisbiglio solidale: oggi ancora una volta è il silenzio dei codardi che stupisce. O forse davvero non stupisce più. Così anche chi (secondo le proprie ragioni) è critico con Saviano decide di salire in groppa dell’asino di turno.

Buon venerdì.

Sulla strada per Garissa, al confine poroso tra Kenya e Somalia

A Dujis: cento chilometri a nord ovest da Garissa, strada pessima, circa due ore e mezzo per arrivare. Tre cantieri stradali cinesi in mezzo al nulla: cammelli, capre, qualche vacca ma anche giraffe, dik dik, antilopi e appunto cinesi, col berretto a falde larghe e tendine laterali, treppiede e misuratori, con scorta armata. Nelle loro mani il futuro infrastrutturale del nord est del Kenya. Anche chi, come noi, è qui per filmare, deve viaggiare sotto scorta: 4 militari, giusto quelli che entravano in una seconda macchina. Cifra tonda: 5000 scellini. Mille al capo rimasto in caserma e il resto agli altri. E così si fa giornata.
Dujis, fino a qualche giorno fa, 4000 abitanti, oggi 40. Gli altri sono scappati tutti. Non è stata Al Shabaab a far scappare tutti questa volta, ma un clan rivale, per questioni di acqua e altro in sospeso da sempre. Il risultato è impressionante, tutte le case in muratura bruciate e quelle di fango rase al suolo. Cenere ovunque e in mezzo suppellettili, piatti di alluminio, brocche, una bilancia, una macchina per cucire. Una fuga precipitosa. Bashey, che ci accompagna, dice che c’era un ottimo ristorante a Dujis. Nello spaccio semidistrutto gli asini mangiano il riso sparso per terra tra le scansie per la mercanzia. Secuola e centro sanitario sono intatti ma chiusi e saccheggiati. Rimangono solo le reti dei letti a castello del dormitorio degli studenti qualche quaderno abbandonato in fretta. Una postazione dell’esercito con due mezzi blindati. Militari sparpagliati per il paese e qualche abitante che ancora raccoglie le ultime cose e si allontana tra i cespugli col fagotto. Di qui a poco si aspettano ritorsioni. Al Shabaab strumentalizza gli scontri interclanici per reclutare giovani vendicativi.

Il giorno dopo a Fafi, verso il confine con la Somalia. La strada di terra è meno rovinata della prima, dev’essere passata una ruspa dopo la stagione delle piogge. Quattro case e una moschea nel nulla a 40 gradi. Qui Al Shabaab ha colpito due volte, l’ultima delle quali uccidendo un soldato e facendo esplodere la residenza della pattuglia. Risultato: gli insegnanti della scuola locale (tranne uno) e il personale sanitario, tutti scappati a gambe levate. Molti studenti non sono tornati a scuola. È rimasto solo il maestro di Eldoret a stipendio di una Ong keniota. Si chiama Eliud Ktoo ed è un eroe. Oo qualcuno che davvero non ha alternative. Al presidio medico un giovane del posto cerca di darsi da fare con le conoscenze che ha acquisito come assistente del personale sanitario prima che scappasse. Naturalmente niente medicine. Niente vaccini da un anno. Completamente abbandonati e alla mercé delle milizie. Incazzati, forse più col governo che con i terroristi. In pericoloso allineamento con la strategia di Al Shabaab.
Eppure Farah Alì mi guarda sorridente con l’occhio opaco dalla cataratta e dice, in perfetto inglese, che la comunità è unita e i miliziani non l’avranno vinta. In nessun modo acconsentiranno a un reclutamento. Con loro, dice, non ci sediamo, e non si dialoga.
I miliziani sono arrivati in 30 nel tardo pomeriggio. Volevano bruciare anche il centro sanitario ma gli uomini sono usciti dalla moschea e hanno cominciato a urlargli contro. Naturalmente gli studenti del convitto, gli insegnanti e il personale medico se ne sono andati il giorno dopo.
Il vecchio mi chiede cosa vogliamo come “ricompensa” nel caso il filmato produca dei benefici al villaggio. Gli rispondo in maniera politicamente corretta, del tipo servizio pubblico, lo facciamo per la gente ecc. ecc., e dentro di me penso che quella domanda è già una ricompensa.

La strada di Garissa

La strada che attraversa Garissa collega Nairobi al porto somalo di Kisimayo. Lasciato alle spalle il caos della capitale del Kenya, la strada è tutta una frenesia di attività kikuyu, da Thika in poi, dagli inumani latifondi a caffè e ananas, alle torrette di avvistamento per ladri di frutta, all’agave e al banano; il monte Kilimambogo che annuncia la fine della regione centrale. Si comincia a scendere: la silenziosa terra dei Kamba, l’arancione dei grandi massi levigati, le colline e il baobab. E ancora più giù, fino ai 40 gradi del grande Nord Est, una regione circa metà dell’Italia che nasconde un milione e mezzo di pastori nomadi. A Garissa, la capitale del regno, si arriva attraversando il ponte sul fiume Tana: ci si lascia alle spalle il Kenya e si entra in Somalia, anche se nominalmente il confine è a 140 chilometri più a nord – confine da squadra, in stile congresso di Berlino – mentre è il fiume Tana a dividere da sempre gli africani bantu cristiani dai somali nilotici musulmani. Più avanti, verso il confine, l’enorme campo profughi di Daadab, 500 mila persone senza identità né prospettiva.
È domenica, a Garissa. I cristiani col vestito da festa in due sulle motorette, e molto colore, gli arancioni, i rossi e i blu degli hijab creano un elegante movimento in mezzo alla polvere. Ma anche scuri niqab, e burqa, a testimoniare il cambiamento delle tradizioni.


A Garissa si arriva attraversando il ponte sul fiume Tana: ci si lascia alle spalle il Kenya e si entra in Somalia, il confine è a 140 chilometri più a nord ma è il fiume a dividere da sempre gli africani bantu cristiani dai somali nilotici musulmani. Più avanti l’enorme campo profughi di Daadab, 500 mila persone senza identità né prospettiva


 

 

Negli anni della guerra civile in Somalia, e oltre, dopo la fuga degli americani e più in generale dell’Occidente, l’essenziale alla popolazione è stato – ed è – garantito dall’assistenzialismo religioso. Maggiore l’impegno delle organizzazioni religiose musulmane, maggiore e più rigida la loro influenza sui costumi. Come le epidemie che scoppiano in Somalia e il giorno dopo arrivano a Garissa, così, anche se più lentamente, arrivano le nuove regole. Si sfuma al nero, virano i colori. Il confine è nominale, di fatto divide ma non separa clan e famiglie. Un confine poroso, come lo definisce Ahmed Daud, capo progetto di Amref per il Nord Est, che rende difficile all’organizzazione riuscire a inseguire e a garantire il minimo di assistenza sanitaria ai suoi nomadici assistiti. Soprattutto dopo che, a seguito degli attentati, hanno dovuto evacuare quasi il 70% del proprio personale medico. Ossia i cristiani.

La strage del 2015

Il2 aprile del 2015 quattro appartenenti ad Al Shabaab entrano nell’università di Garissa, prendono 700 studenti in ostaggio e, poi, fanno una strage: 148 morti e 79 feriti. Dopo una giornata di assedio, i quattro verranno uccisi – uno si farà saltare in aria. Un anno dopo la commemorazione della strage. La lapide fa il suo effetto; a parte il macabro dorato dell’arte funeraria, la lista dei nomi restituisce parte dell’orrore. L’ultimo, il 148esimo ha solo un nome (o un cognome), ed è stato aggiunto dopo. Lo si capisce dal diverso font con cui è scritto e l’incertezza nel seguire una linea retta. Scritto a mano, si direbbe: “148 – Masinde”. Una vaghezza e un mistero molto africano. Viene voglia di indagare la sua storia.
Leggo i nomi sulla lapide come mi capita spesso con i monumenti ai caduti dei nostri paesi. L’analogia è piuttosto impressionante perché la lista è lunga come può esserla quella di un nostro centro urbano. La maggior parte ragazze. Il Daily Nation lancia già i suoi articoli on line in cui parla di centinaia di partecipanti alla maratona e di mille persone venute da tutto il Kenya. Al massimo correvano in cento e che in tutto eravamo in 500, in maggioranza di etnia somala. Ma tant’è, bisogna dare un messaggio alla città e alla nazione, il paese è unito, solidale, non abbiamo paura, e così via. Era molto bello veder correre le ragazze in ciabatte sorridenti con l’hijab svolazzante.
Poi i discorsi e i convenevoli di alcuni politici locali e quello commosso del rettore dell’università: “Buio a mezzogiorno”, cita, ricordando quella mattina, i suoi studenti e le sue studentesse. Lui, Ahmed Osman, aveva scritto sei lettere per raccomandare alle istituzioni la presenza di una postazione militare nel campus, l’ultima scritta una settimana prima dell’attacco. Poi parlano preti e imam. Decisamente più convincenti i secondi, discorsi a braccio, molto comunicativi e sentiti rispetto ai primi, letti da magrissimi sacerdoti che scambiavano l’ordine dei fogli. Nessuna testimonianza di studenti sopravvissuti ma quella di un militare che descrive nel dettaglio il lavoro micidiale del cecchino appostato sul tetto dei dormitori. Lui è riuscito a togliersi dalla linea di fuoco ma ha dovuto assistere impotente all’agonia di un ragazzo inerme esposto al tiro.


Alla fine delle celebrazioni della strage un tappeto di bottiglie di plastica vuote che si sciolgono al sole; un cameraman mezzo svenuto, soldati appisolati qua e là. Quelli impeccabili dell’esercito regolare e le reclute della polizia, sbottonate, con la camicia fuori dai pantaloni di colore diverso da quello delle braghe, il fucile usato per sostenersi nella calura


 

Alla fine dei giochi, un tappeto di bottiglie di plastica vuote che si sciolgono sotto un sole impossibile; un cameraman mezzo svenuto, soldati appisolati qua e là. Quelli impeccabili dell’esercito regolare, con elmetto e giubbotto antiproiettile, e le reclute della polizia amministrativa, sbottonati, con la camicia fuori dai pantaloni e di un colore leggermente diverso da quello delle braghe, come spaiata, il fucile usato per sostenersi nella calura. E soprattutto l’infaticabile “big man” Hassan Sheik Ali, primo rettore e cofondatore dell’università. Magro, in bianco, profumatissimo, che mi scruta attraverso un paio di occhiali bifocali. Le sopracciglia tinte con l’henné si riflettono sulle lenti. Sbobinare la sua intervista è scrivere un trattato sulla politica del governo centrale in questa zona dimenticata del Paese. Volutamente dimenticata. Che ricorda qualcosa di noi.

La moschea, il luogo sicuro in città

All’una abbiamo finito, giusto in tempo per i ragazzi di andare in moschea, dove andiamo pure noi, e dove mi trovo improvvisamente circondato dai fedeli con l’imam che mi punta, ha fretta di dire qualcosa, che i musulmani di Garissa hanno donato il sangue per salvare i superstiti degli attacchi e che la loro comunità non può vivere senza i cristiani, gli uni sono parte della vita degli altri. Certo è che, al momento, almeno fino a quando Al Shabaab non abbraccerà l’ideologia dell’ISIS – e non comincerà ad ammazzare altri musulmani – ho l’inevitabile e scomoda sensazione che il cortile della moschea sia l’unico posto sicuro della zona, e infatti i suoi cancelli sono aperti alla strada, e non ci sono guardie armate di fronte all’ingresso. Il custode della moschea ha una frusta in mano ma serve solo per cacciare i questuanti troppo insistenti. Anche lui vuole parlarmi ma è difficile capire quello che dice perché ha perso troppi denti, e per di più in maniera asimmetrica: sembra lamentarsi del fatto che i militari kenyoti picchiano i somali e ne violentano le donne. Viene subito in mente il modo – un misto di autoritarismo e arrapamento- con cui il laido caporale di stanza a Dujis guardava insistentemente Dinah, la giovane contrattista dell’ufficio di comunicazione di Amref che ci sta aiutando in questo viaggio. Il caporale fa parte di un esercito di occupazione, con tutto lo schifo che ne deriva.

Al contrario, cancelli chiusi e militari vigili davanti alla cattedrale di Garissa e all’African Inland Church, dove il primo luglio del 2012 i miliziani hanno ucciso due militari, quattro uomini, nove donne e due bambini. Il Kenya è un paese in guerra, lo capisci facilmente dalla lista degli attacchi di Al Shabaab riportata da Wikipedia. Quasi 900 morti in quattro anni. Senza contare le vittime indirette di uno stato di guerra: i sospetti, le vendette personali, gli scomodi…

La sera disobbediamo alle raccomandazioni del responsabile della sicurezza e ceniamo fuori dall’albergo. Niente di eccessivo, attraversiamo la strada ed entriamo nello spaccio della polizia: carne arrosto e birra. Solitamente posti molto squallidi: prostitute e poliziotti ubriachi, musica troppo forte e attese inverosimili per mangiare. Ma qui siamo a Garissa, guardie armate e sobrie all’ingresso, motivi lingala di sottofondo e un ampio spazio ventilato, dove persone nere discutono nell’anonimato del buio. Respiriamo un attimo, parlando poco e guardando distratti un lontano schermo televisivo. E davanti a noi si materializza un prete, il reverendo che dava messa la mattina nella cattedrale, anche lui vuole parlare, e allora ricomincia la descrizione dell’orrore. I primi spari prima dell’alba, e poi sempre peggio fino alle sei di sera, con i suoi giovani fedeli che gli mandavano su whatsapp l’invito a pregare per le loro anime. Qualche messaggio ancora alle undici, l’ultimo verso l’una. Poi silenzio. Sulla strada principale la corsa disperata dei fuggitivi, coperti di sangue, altri mezzi nudi. Mi chiedo come mai anche lui qui, non sembra un posto adatto a un prelato. Mi rispondo subito: anche lui forse viene a prendere un “po’ d’aria”, prima di tornarsene in canonica, dove ogni rumore sottolinea il fatto che la sua vita non vale niente. Father Nicholas non ha più un coro, quasi tutte le ragazze che cantavano erano studentesse dell’università di Garissa. Quelle che non sono morte, sono scappate.

Orchestra Nuit Debout: così la protesta diventa musica

Nuit Debout non è solo il movimento di protesta contro la “loi travail” che dal 31 marzo sta agitando la Francia. È anche musica, perché un movimento «deve farsi sentire in musica». Così anche a Place de la République a Parigi va in scena l’ultimo caso di musica legata alla rivolta, alle lotte sociali. Di esempi è piena la storia. Da Bella ciao ai canti di lavoro degli schiavi negri, dall’ideale di fraternità della Nona di Beethoven deluso da Napoleone fino all’Internazionale cantata durante la rivoluzione d’ottobre.
Anche Nuit Debout ha la sua musica. È quella dell’orchestra formata da musicisti, professionisti e non, che è nata in rete il 14 aprile. Sono 350 musicisti che dialogano attraverso una piattaforma (qui). A ogni nome corrisponde uno strumento. Democraticamente la rete vota il brano più adatto alle competenze di ogni musicista. Così il 20 aprile è stato eseguita la Sinfonia n.9 di Dvorak detta anche Sinfonia dal nuovo mondo. Ecco come i musicisti dell’Orchestra Debout hanno spiegato la scelta del brano: «Noi abbiamo il diritto e anche il dovere di ribellarci perché vogliamo un mondo nuovo, o semplicemente migliore, in cui la giustizia e la cultura siano alla base della società».
Ma non poteva mancare Bella ciao, in Place de la République. Il 15 maggio scorso, con la musica eseguita da una vera orchestra, i cittadini francesi con il testo in italiano alla mano, hanno cantato lo storico canto della nostra Resistenza  che Oltralpe è particolarmente conosciuto anche perché uno dei  primi a cantarlo fu un mito della canzone francese, Yves Montand.
Ma non è finita qui. Il 4 giugno è in programma un altro concerto di cui la piattaforma di musicisti sta decidendo il programma. Ognuno, come al solito, può votare e dire la sua nello spazio commenti. Per il momento le proposte sono: una canzone brasiliana «per sostenere la lotta contro il governo Temer», da scegliere tra “Calice” di Cico Buarque, «che è molto poetica e lancia un grido di speranza contro una società oppressiva, corrotta e criminale», oppure “Apesar de voce”, “malore toi”, sempre di Chico Buarque, «un inno contro la dittatura militare in Brasile dal 1964 al 1985». E ancora altre canzoni di cui vengono “raccontati” i contenuti.
Ancora per il 4 giugno: un’altra canzone tra “Paris Mai” che ci riporta al maggio del 68 o “El pueblo unico”, celebre brano cult degli Inti Illimani dei tempi del Cile di Allende soffocato dalla dittatura militare. Ma i musicisti ripropongono di nuovo Dvorak o il primo movimento della Sinfonia n.5 di Beethoven «perché Beethoven era un appassionato di libertà e questo brano è un invito alla rivoluzione!”». E poi «la Sinfonia n. 10 di Shostakovich, perché era russo e ha fatto un sacco di musica antisovietica». Infine, si legge nella piattaforma, una scelta di cori dal Trovatore di Verdi, da Le nozze di Figaro di Mozart. Leggere i commenti sui brani è molto interessante. Per esempio, rispetto al suggerimento di eseguire i Carmina Burana, si fa notare come alcuni musicisti si siano opposti per il passato di Carl Orff che ha lavorato «senza soluzione di continuità anche sotto il regime nazista».
L’orchestra Debout non tollera compromessi: tutto deve essere coerente con il momento storico che è il fatto di ribellarsi  a una ingiustizia come è considerata quella della “loti travail”. L’«opposizione deve essere radicale», dicono i musicisti. Non solo scioperi e manifestazioni politiche, il NO in Francia si dice anche con la musica. 

Quanti sono i morti sulle rotte dei migranti? 6 al giorno da inizio secolo. La mappa

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Sei vite stroncate ogni giorno. Dall’inizio del secolo al 25 maggio 2016, 32.040 persone sono morte attraversando il Mar Mediterraneo. Il consorzio di giornalisti europei The Migrants Files insieme all’agenzia Journalism++ si è «impegnata a raccogliere e analizzare tutti i dati sulla morte delle persone migranti in Europa».

Articoli, comunicazioni governative e di organizzazioni non governative. Fortress Europe, l’osservatorio di Gabriele Del Grande, e United for Intercultural Action hanno raccolto ogni dato pubblicato. Per ogni incidente: il numero di uomini, di donne e di bambini morti e dispersi; le cause e la posizione esatta di ogni incidente.

Solo in questi primi cinque mesi del 2016, se ne contano 1.370 annegati nel Mediterraneo cercando di raggiungere l’Europa su imbarcazioni di fortuna (dati dell’Osservatorio internazionale per le migrazioni). La figura mostra una diminuzione del 24% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, dice l’organizzazione.
L’ultimo naufragio avviene mentre scriviamo, nel Canale di Sicilia. A 35 miglia dalle coste libiche si è rovesciato l’ennesimo barcone sulle coste libiche. Si temono almeno altri 30 morti. L’ultimo naufragio, fino al prossimo. Intanto, rimane inascoltato ogni appello per l’apertura di Canali umanitari.

La Biennale architettura apre ai migranti e al sociale. La rivoluzione di Aravena

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L’architettura ha a a che fare con la politica, intesa come dialettica, come tentativo di costruire una convivenza senza discriminazioni.  «Ha lo scopo di migliorare la qualità della vita». Ne è convinto l’architetto Alejandro Aravena direttore della Biennale di architettura 2016, che si apre ufficialmente a Venezia il 28 maggio, mentre i vernissage per gli addetti ai lavori sono già cominciati.

Una Biennale in cui si parla molto di vecchie e nuove periferie e dei modi per trasformare il fermento e il malcontento che le caratterizzano in forza positiva, per curare il degrado ed uscire dall’isolamento . In laguna si parla molto delle frontiere e dei confini come tracce desuete di un passato novecentesco legato allo Stato nazione . A Venezia si parla molto anche di accoglienza dei migranti, di cohousing, di architettura sostenibile e di interventi in zone di guerra e di crisi. La ventata di rinnovamento che ha partato Aravena in Laguna, ha l’aria di una vera e propria rivoluzione. Via le archistar e spazio a progetti creativi, funzionali e a basso costo. La sua mostra Reporting from the front guarda molto agli autori giovani, impegnati, emergenti. «Il mestiere dell’architetto ha una precisa responsabilità sociale, svolge un servizio», dichiara l’architetto cileno, che al contempo rivendica un proprio stile «come personale è per ciascuno di noi la calligrafia, pur seguendo le regole ufficiali dell’ortografia e della grammatica».

Classe 1967, pur avendo ricevuto molti riconoscimenti, Aravena si differenzia nettamente dal modello di moda per tutti gli anni Ottanta e Novanta. Passione civile e concretezza connotano il suo lavoro basato su architettura rigorosa, essenziale, quasi austera. Perché sono le caratteristiche che permettono agli edifici di affrontare la sfida del tempo, senza diventare obsoleti, come capita alle costruzioni che guardano soprattutto al glamour.

Queste solide convinzioni in lui si mescolano a un pizzico di follia latina nel fare finestre sghembe e linee curve, in mezzo a un susseguirsi di linee parallele (nelle sue Torri siamesi, per esempio). Un mix di pragmatismo e inventiva si ritrova anche nel suo progetto di architettura sociale più noto: la costruzione di cento case per famiglie povere a Iquique, nel nord del Cile. Invece di fare appartamenti da 40 mq, come prevedeva il budget pubblico, costruì lo scheletro di case ampie il doppio, completandone solo una parte, autosufficiente e gradevole, facendo in modo che gli abitanti potessero completare il progetto negli anni a venire.

Sulla stessa si linea si muove il Padiglione Italia curato da Tam associati,  il team di architetti che ha realizzato ospediali  per Emergency, con gli stessi standard di ospedali europei, in zone di guerra.  Nella loro mostra Taking care, ( suddiva in tre sezioni: Agire, Incontrare e Pensare), oltre a progetti di qualità, funzionali, che contengono i costi, c’è spazio anche per altri linguaggi artistici, come la street art e il graphic novel. È questo linguaggio per immagini, infatti, ad aiutare nella presentazione dei progetti nel catalogo edito da Becco giallo che accompagna l’esposizione, la casa editrice specializzata con cui già in passato Tam associati aveva pubblicato libri di divulgazione sull’architettura e sull’importanza dell’urbanistica, come rispetto del territorio e disegno della città.

Interviste e approfondimenti sulla Biennale su Left 22 in edicola dal 28 maggio

 

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Ventimiglia, sindaco e consiglieri Pd autosospesi: «Governo ignora emergenza»

Una bimba francese gioca con uno dei migranti che occuopa pacificamente la scogliera al confine di Ventimiglia (Imola), 22 Giugno 2015. ANSA/ CHIARA CARENINI

Il sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano e gli undici consiglieri Pd della sua maggioranza si sono sospesi dal partito per protesta contro il disinteresse del governo sulla situazione dei migranti nella città di frontiera tra Italia e Francia. L’esecutivo e gli organi centrali e regionali del partito, spiegano gli amministratori locali che si sono autosospesi, non hanno assunto una «posizione a livello politico» dopo che è stato chiuso il centro di accoglienza diventato un importante punto di riferimento per le migliaia di persone dirette Oltralpe.

Questo ha provocato il proliferare di accampamenti improvvisati tra la stazione e i giardini pubblici di Ventimiglia. «Ci troviamo di fronte a un’emergenza di tipo umanitario» ha commentato il sindaco Ioculano, denunciando la «totale assenza» e il «silenzio assoluto» dei livelli superiori del Partito democratico. Il primo cittadino ligure ha spiegato che il ministro dell’Interno Angelino Alfano non ha mentenuto l’impegno, assunto contestualmente alla chiusura del centro d’accoglinza, di far identificare e trasferire i migranti, evitando che di fermino attorno alla stazione di Ventimiglia.

 

«Non avendo mai avuto nessun riscontro di queste istanze, si è deciso all’unanimità con il sindaco l’autosospensione fino a quando non avremo riscontri chiari di quello che avverrà a Ventimiglia nei prossimi giorni» ha spiegato il segretario locale dei Dem Domenico Casile. «Non esiste una strategia» lamentano i consiglieri autosospesi.

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano a Ventimiglia (Imperia) con il sindaco della città, Enrico Ioculano, 7 maggio 2016. ANSA/Fabrizio Tenerelli
Il ministro dell’Interno Angelino Alfano a Ventimiglia (Imperia) con il sindaco della città, Enrico Ioculano, 7 maggio 2016. ANSA/Fabrizio Tenerelli

Critiche sono rivolte anche al governatore della Liguria Giovanni Toti, che non è intervenuto e «ha considerato il Piano Alfano una vittoria ma in realtà si tratta di una sconfitta» dal momento che la chiusura del centro si è rivelata inefficace. «Noi non possiamo pensare che laggiù non ci siano delle persone. Affianco a queste persone ci sono anche dei residenti che hanno diritto di vivere bene sotto il profilo igienico sanitario». Un allarme da non sottovalutare, dal momento che si avvicina un’estate che si annuncia torrida.

Una valanga di No per respingere questa “deforma” della Costituzione

Essendo io nata molto e molto tempo fa, praticamente poco dopo la fine delle guerre puniche, tutto ciò che mi riguarda ha precedenti lunghi. Anche la questione del prossimo referendum, che mi impegno perché sia sconfermativo, inizia per me al 15° Congresso ANPI cinque anni fa.
Mi ero iscritta a parlare e mi toccò la parola poco dopo che il Presidente Napolitano dal Quirinale aveva detto che l’Italia avrebbe dovuto partecipare alla spedizione Nato in Libia. Mi pareva una cosa incredibile e decisi di dirlo; sapevo bene che non si può attaccare “leggermente” il Presidente della Repubblica profittando del congresso ANPI, soprattutto quando il Presidente in carica è considerato per la sua storia uomo di sinistra e quindi con molti preamboli prudenziali e quasi vergognandomi, dissi che NON ero d’accordo con ciò che il Presidente consigliava e anzi che non sarei stata d’accordo nemmeno se avesse detto – come io ritenevo fosse giusto – che NON dovevamo andare in Libia, perché non compete al Presidente dirigere la politica nazionale. Applausi, ma nel libro degli atti il pezzo – ovviamente – essendo del tutto fuori tema con il congresso stesso, non c’è.

Da allora sono stata molto attenta alle esternazioni di Giorgio Napolitano e mi accorsi presto che interveniva spesso, tanto da far pensare che stesse facendo una campagna per la Repubblica presidenziale invece che parlamentare. Il che non è un reato, ma deve essere fatto con le procedure previste e non per “costituzione materiale”, come si dice per dire una modifica della Costituzione ripetuta e tacitamente accettata per inerzia, accettando molte piccole modifiche. Non ho bisogno di dire altro, ma potrei fare il seguente ragionamento che dirò ampiamente dopo che avremo respinto con una valanga di NO il pacchetto deformante del Governo.
Intendo aprire subito una campagna per l’abrogazione dell’art.7, quello del Concordato, perché già alla Costituente passò male e con fatica: ora dopo il Concilio Vaticano II non ha proprio più ragion d’essere: l’idea che i cattolici in Italia per fruire di libertà religiosa abbiano bisogno della tutela di uno Stato estero, fa ridere i polli arrosto. E senza Patti Lateranensi, non solo finalmente capiremo perché Gasparri è senatore e potremo correggere un atto di nepotismo (esiste una ragione qualsiasi perché Gasparri sia senatore, se non che deve essere il pronipote del Cardinal Gasparri che firmò per il Vaticano appunto il trattato concordatario?). Dunque senza articolo7 il nostro appoggio a papa Francesco contro la ricchezza della Chiesa diventerà molto più agevole, con vantaggio delle nostre malmesse finanze nazionali.
E i papi, non avendo più potere temporale potranno essere davvero pastori e non – come oggi – sovrani di uno Stato assoluto, come appunto è anche papa Francesco, che sembra alquanto neotemporalista.

Quanto alla campagna di Renzi si deve dire prima di tutto che essa è non corretta dal punto di vista costituzionale: mi ricordo il dibattito che accompagnò la stesura del testo poi approvato dal popolo e delle discussioni, e come la stampa le riportava e come si discuteva di tutto, il popolo seguiva con passione il lavoro della Costituent. Invece questa “deforma” è tutta fatta di gioco parlamentaristico, di voti di fiducia, di dibattito strozzato, di alleanze che cambiano e di giochi poco chiari. Davvero è giusto fermarla, respingerla, recuperare attraverso una campagna che spinga al voto un maggiore spazio di democrazia e di antifascismo.

Questo articolo lo trovi su Left n. 22 in edicola il 28 maggio e in digitale da venerdì

 

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L’involuzione dell’antipolitica. Tutto quello che trovate su Left #22

Uno spettro si aggira per l’Europa. Non temete, non è il comunismo. Purtroppo. Lo chiamano antipolitica ma è solo un alibi dell’establishment, secondo Lucia Annunziata. Per esorcizzare quello che non si sa inglobare. E tuttavia, quando serve, l’establishiment usa l’antipolitica. Lo spiega bene Nadia Urbinati, a proposito di certe assonanze tra Pd e 5 stelle.
La storia di copertina riguarda proprio questo, l’antipolitica, che tutti temono ma cosa sia nessun lo dice. Quella di Pannella, che si imbavagliava, che usava il corpo con i digiuni contro il potere, era antipolitica? Anche se poi Marco tesseva accordi e alleanze, accoglieva profughi e reietti: faceva, eccome, politica. E la fenomenologia dei 5 stelle? Movimento della rivolta senza se e senza ma o partito opportunista che spera di ereditare tutto il potere, magari grazie alle riforme di Renzi e al doppio turno dell’Italicum?
Trovate tutto in Copertina, ma anche in Cultura: con l’intervista a Emilio Gentile, a pagina 44. Poi Left vi racconta un Grand Hotel di Atene, diventato rifugio per migranti. E accende i riflettori sulla Sicilia che si prepara a sostenere gli arrivi dopo che è stata sigillata la rotta dei Balcani. E con le regole nuove deve identificare uomini, donne e bambini per smistarli non si sa verso dove e quando.
Ancora Michela AG Iaccarino, protagonista e testimone, racconta poi la caccia alle streghe nell’Ucraina “democratica”, che considera i giornalisti tutti spie di Putin e compila lugubri liste di proscrizione. A pagina 40.

Scopri cosa c’è sul numero di Left in edicola dal 28 maggio

 

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