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Referendum, quanto sperare nella rabbia di Bersani

Nella lunghissima corsa verso il referendum di ottobre, ci accompagneranno i dubbi della minoranza dem, gli appelli di Bersani&co alla dirigenza del partito affinché abbassi i toni, non cerchi la rissa quotidiana, non confermi l’intenzione di voler trasformare il quesito da battaglia nel merito a plebiscito sul premier.

Sappiamo già che gli appelli però cadranno nel vuoto, come dimostra l’ultimo carico messo sulla vicenda da Matteo Orfini. Il presidente del partito, con estrema nonchalance, dicendosi impegnato nella campagna elettorale per le amministrative (e dicendo che Boschi e Renzi sbagliano a dire che se dovessero perdere lasceranno la politica), ha distrattamente detto all’Huffington Post che «se vince il No si vota». In barba alle prerogative del presidente della Repubblica, in barba alla possibilità che in parlamento, se Renzi dovesse lasciare, possano sempre crearsi nuovi governi – con questa o altre maggioranze – Orfini ha deciso: se il Pd di Renzi perde il referendum, si sciolgono le camere.

Che margini possa avere così la minoranza dem di farsi veramente tentare dal votare no (dopo che in Parlamento ha peraltro votato sì, salvo rarissime eccezioni), è abbastanza chiaro. Solo Walter Tocci e pochi altri, eletti comunque di seconda fila, potrebbero sfilarsi. Bersani sembra più difficile, anche se continua a censurare l’uscita sui partigiani, il continuo ricorso ai padri nobili, persino la strumentalizzazione del programma di Occhetto del 1994, che era in effetti monocameralista ma che come spiega bene Fabio Mussi, poi ministro, «era più equilibrato», meno maggioritario, con più potere al parlamento, e una legge elettorale simile a quella dei sindaci, che elegge il sindaco sì ma non distorce molto la rappresentanza in consiglio rispetto alle preferenze espresse nel primo turno. Dice così, Bersani, ma a palazzo Chigi scommettono che tutto rientrerà e che non servirà, in realtà, neanche fare la legge che dovrebbe normare l’elezione dei senatori, che al momento, nel vuoto, saranno nominati dai colleghi consiglieri regionali. Maria Teresa Meli, giornalista ben informata da palazzo Chigi, racconta di un Renzi tranquillo (di un Renzi, quindi, che vuole apparire tranquillo): «Ho chiesto una moratoria e Roberto Speranza si è candidato alla segreteria, Pier Luigi Bersani ha deciso di attaccarci ogni giorno e così via», gli fa dire, «Che possiamo farci? Sono gli ultimi colpi prima del referendum». Però, aggiunge il Renzi di Meli, «alla fine io credo che la minoranza opterà per il Sì, adesso è chiaro che devono tenere il punto, ma li voglio vedere a dire No, sarebbe come negare l’impostazione riformista del Pd. Dopodiché, chi insiste non verrà cacciato, perché io non ho mai cacciato nessuno. Ma sono convinto che il dissenso dentro il partito sarà molto circoscritto».

«Se cambiano le carte, io mi sento libero», ripete però Bersani, «stufo della demagogia con cui Renzi rischia di spaccare il campo democratico». Ma la demagogia è un tratto quasi caratteriale del premier. E sembra così più vera la dichiarazione di Roberto Speranza: «La sinistra non cerca scuse», dice l’ex capogruppo e probabile candidato al prossimo congresso dem, «non c’è nessuna escalation verso il no. Ma questo clima da scontro di civiltà non aiuta a decidere i tanti che hanno dubbi. Invece di intercettare gli indecisi, sembra che Renzi voglia spingerli verso il no». Gli indecisi, dunque. Non chi la riforma l’ha già votata in aula. Tutto questo, ovviamente, salvo graditissime sorprese.

Obama a Hiroshima, l’eredità mediocre del Nobel per la pace

Due storiche visite in pochi giorni, destinate a riaprire qualche vecchia ferita e a cementare le alleanze degli Stati Uniti in Asia. Una fissazione di politica estera di Obama, che dopo essere stato in Vietnam ed avere posto fine all’embargo della vendita di armi (e fatto il giro del web per la sua cena con la star Tv del cibo Anthony Bourdain), visita il Giappone e il 27 maggio, prima assoluta per un presidente Usa, Hiroshima, città distrutta dalla prima bomba atomica della storia.

La visita ha alto valore simbolico ed è stata annunciata qualche settimana fa da Ben Rhodes, consigliere e “comunicatore” della politica estera di Obama, con un post su Medium. E già in quell’occasione si mettevano le mani avanti: niente scuse ufficiali Usa per aver usato la bomba H. «Nel suo discorso il presidente non tornerà sulla decisione di utilizzare la bomba atomica», scrive Rhodes aggiungendo che il Paese resta fiero degli eroi che hanno combattuto per una giusta causa durante la Seconda Guerra mondiale e che Obama onorerà le vittime civili del conflitto. Stessa cosa ha detto Obama durante un’intervista con la Tv nipponica NHK sostenendo che «in guerra i leader sono chiamati a fare scelte difficili, sono gli storici a doverli giudicare. È una cosa che posso dire dopo sette anni e mezzo nella mia posizione».

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La visita ha un suo significato aggiuntivo: il presidente Usa ha vinto il premio Nobel per la pace molto criticato, soprattutto per l’impegno relativo al disarmo nucleare. A Hiroshima Obama farà un discorso dei suoi, alto e ispirato nel quale ribadirà la necessità di andare verso un mondo senza armi atomiche. Un discorso sensato, ma difficile da applicare se non con passi concreti e il concorso di un partner, la Russia, con il quale in questi ultimi anni  non corre proprio buon sangue. Sembrano lontani gli anni in cui si visse un periodo di buon vicinato che portò al nuovo Start, il trattato di non proliferazione firmato assieme a Medvedev a Praga nel 2010, dove l’anno prima il presidente Usa aveva parlato della speranza di un mondo senza atomica, impegnandosi a non sviluppare nuovi sistemi d’arma. E poi il famoso bottone con sopra scritto Reset, regalato dall’allora Segretario di Stato Clinton, al suo collega russo Lavrov.  In verità, in questi anni gli Usa hanno rinnovato il proprio arsenale nucleare impegnando una valanga di soldi. L’arsenale viene riammodernato e leggermente ridimensionato – armi più precise, più piccole e meno distruttive – per uno scambio con i repubblicani. Obama, insomma, non ha mantenuto la parola data, deludendo anche diverse figure di primo piano dello staff dei primi anni di presidenza. Certo, nei primi anni Duemila, le atomiche americane erano più del doppio di quanto non siano oggi e nel 1967 erano più di 30mila, ma il dato resta. Così come resta lo sforzo fatto per evitare che l’Iran entrasse a far parte del club dei Paesi atomici. Ci saranno proposte a Hiroshima? Idee? Azioni unilaterali? Improbabile. La visita sarà comunque l’occasione per rimettere il tema del disarmo nucleare al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale e l’arresto al processo di disarmo non si può imputare solo al presidente Usa.

Quanto alle scuse, in Giappone c’è e ci sarà gran dibattito: il Paese ha digerito la sconfitta ed è divenuto, nonostante le tensioni che da decenni circondano la base militare americana di Hokinawa, un partner strategico di Washington, che, dopo la guerra, ha saputo costruire grandi amicizie con i Paesi sconfitti. Come ha detto a The Guardian il novantenne Tsunai Suboi, un sopravvissuto: «L’America ha la responsabilità di aver sganciato la bomba per prima, ma era solo una questione di tempo… il problema non è il passato ma dove e come lavoriamo assieme per eliminare le armi… l’uso dell’atomica arriva perché qualcosa era andato storto, non in America, ma nel genere umano». Ma c’è anche chi ritiene che senza scuse, o almeno senza riconoscere l’errore e l’orrore di aver sganciato la bomba, la visita sia inutile. I giapponesi pacifisti, che sanno che una parte delle responsabilità per la bomba risiede anche nelle scelte fatte dai loro leader dell’epoca, vorrebbero un atto coraggioso di Obama. Vedremo. Certo è che giapponesi e americani non possono vederla allo stesso modo. E che entrambi i Paesi hanno e mantengono una visione distorta della storia di quegli anni – la maggioranza degli americani ritiene che fu giusto sganciare la bomba, scelta che non aveva veri obbiettivi militari, e le atrocità commesse dai giapponesi sono un tabù in patria e oggetto di scontro perenne con coreani e cinesi. In questo senso, gli unici ad aver fatto i conti con la storia sono i tedeschi.

2016 Nuclear Security Summit
Obama al vertice sulla sicurezza nucleare a Praga nel 2009 (Ansa)

La visita, come quella in Vietnam, ha sullo sfondo un altro grande tema: la Cina di Xi e dei rapporti non particolarmente fluidi. Obama si è trovato invischiato – ed ha reagito con parecchi sbagli o omissioni – in Medio Oriente, ma fin dal primo giorno del suo mandato è convinto che la sfida degli Usa sia quella di contenere e convivere con la superpotenza economica cinese. Il primo segretario al Commercio della amministrazione del presidente in carica fu Gary Locke, nato in Cina e fluente in mandarino e molte scelte iniziali furono rivolte a quel Paese. Poi l’avvento di Xi e la ricerca del Trattato di commercio nel Pacifico (Ttp), che coinvolge tutta la cintura di Paesi attorno alla Cina, hanno raffreddato il clima.

La scelta di vendere le armi al Vietnam e il rinnovo dell’amicizia con Tokyo, con il premier Abe che è più apertamente nazionalista che in passato (che ha proposto di riformare la costituzione pacifista), sono tutte forme di contenimento della Cina che anche gli amici asiatici vedono di buon occhio: a loro fa più spavento, forse, essere il cortile di casa di Pechino, come ai brasiliani o ad altri latinoamericani fa più piacere avere a che fare con i cinesi che non con gli americani.

Ancora armi vendute all’Egitto: l’Italia non è la sola. La denuncia di Amnesty

L’Italia ha violato la sospensione dei trasferimenti di armi all’Egitto decisa dall’Unione Europea. Amnesty International denuncia che il nostro Paese non ha rispettato la decisione presa nell’estate del 2013 dopo il Massacro di Rabaa, perpetrato dal governo militare di Al-Sisi – appena insediatosi dopo un colpo di Stato – contro alcuni manifestanti vicini ai Fratelli musulmani, che protestavano contro la deposizione dell’allora Presidente Mohamed Morsi. Il bilancio della repressione fu pesantissimo: tra i 600 e i 700 morti e oltre 2.000 feriti.

Sono 12 su 28 i Paesi membri che hanno inviato, direttamente o tramite intermediazione, armamenti in Egitto sfidando i divieti imposti dalle istituzioni comunitarie. Oltre all’Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Polonia, Cipro, Bulgaria, Repubblica Ceca, Spagna, Slovacchia, Ungheria e Romania. Nel solo 2014 gli Stati dell’Ue hanno esportato forniture militari all’Egitto (piccole armi, munizioni, veicoli blindati, armi pesanti, elicotteri) per un valore totale di 6 miliardi di euro. Sono all’incirca 290 le autorizzazioni all’esportazione e inoltre alcune aziende europee avrebbero inviato all’Egitto tecnologia sofisticata per svolgere attività di sorveglianza.

Secondo il diciasettesimo rapporto annuale dell’Ue l’Italia nel solo 2014 ha esportato verso l’Egitto armi per un valore totale di 33,9 milioni di euro. Nel 2015 invece la cifra è scesa a 4 milioni. Inoltre secondo Privacy International, l’azienda milanese Hacking Team, leader nel settore dell’information technology, ha fornito ai servizi segreti egiziani avanzate tecnologie di sorveglianza. La società aveva ottenuto nell’aprile 2015 l’appalto per la commercializzazione del sistema «Galileo», che consente di monitorare a distanza i dati contenuti all’interno di smartphone e computer. Lo scorso marzo il Ministero dello Sviluppo Economico ha ritirato l’autorizzazione alla società ben due anni prima della scadenza fissata, a causa delle «mutate condizioni politiche» dell’Egitto, in riferimento sopratutto al recente caso di omicidio del ricercatore Giulio Regeni.

Non solo l’Italia. Tra gli stati più «attivi» nel commercio di armi con l’Egitto figurano in primis la Francia, che nel 2014 ha emesso autorizzazioni per il valore di 100 milioni di euro riguardanti «bombe siluri, missili, e altri ordigni esplosivi», seguita da Bulgaria (51 milioni di euro) e Repubblica Ceca (20 milioni di euro).

Dopo la caduta del presidente Morsi, nel luglio del 2013, il ricorso all’uso eccessivo della forza è divenuto il modus operandi delle autorità egiziane, sostiene Amnesty. Che ha denunciato arresti arbitrari di massa, processi sommari, maltrattamenti e torture inflitte dalla Polizia e dall’Esercito ai detenuti. L’episodio più grave avvenne il 29 gennaio del 2015: in occasione dell’anniversario della caduta dell’ex Presidente Hosni Mu-Barak l’esercito represse un corteo formatosi spontaneamente, uccidendo 27 persone, tra cui Shaimaa al-Sabbagh, attivista del partito di sinistra Alleanza popolare socialista. Le immagini dell’uccisione della giovane donna, madre di un bambino di 5 anni, hanno fatto commuovere il mondo intero.

la sagoma ritrae il momento dell'uccisione di Shaimaa al-Sabbaghtrattenuta dal marito dopo essere stata colpita dal proiettile.
La sagoma ritrae il momento dell’uccisione di Shaimaa al-Sabbagh, trattenuta dal marito dopo essere stata colpita dal proiettile.

Inoltre una legge del 2013 (conosciuta anche come Legge anti-proteste) ha di fatto limitato gli spazi di protesta e affidato ampi margini di manovra alle forze di sicurezza. Lo scorso febbraio la legge è stata in parte «violata» da un corteo di medici che chiedevano giustizia per due colleghi picchiati dalla polizia per essersi rifiutati di redigere un referto falso.

«Quasi dopo tre anni il massacro che spinse l’Ue a sospendere i trasferimenti di armi all’Egitto, la situazione dei diritti umani è peggiorata» ha sostenuto Magdalena Mughrabi, responsabile del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. «Gli stati membri dell’Unione europea che trasferiscono armi ed equipaggiamento di polizia alle forze egiziane, responsabili di sparizioni forzate, torture e arresti arbitrari di massa, rischiano di rendersi complici di queste gravi violazioni dei diritti umani», ha concluso Mughrabi.

Montanari si dimette in un Paese senza intellettuali

Montanari fotografato al Festival del mondo antico di Rimini

Sarebbe bello che qualcuno trovasse il coraggio di scriverlo che si incrociano nomi altisonanti che sottovoce confessano di non essere nella condizione di poter contraddire il potere. Sarebbe bello ricordarsi che gli intellettuali (o accontentandosi: gli operatori culturali) anticipano la Storia, ne prevedono le nefandezze, ne annusano profeticamente i bisogni e non sono i leccapiedi ludici del potere. Sarebbe bello, insomma, riconoscere che i forbiti allineati sono portavoce. Tutt’altra cosa.

Per questo anche il piccolo gesto di Tomaso Montanari merita di essere sottolineato: lo storico dell’arte ha deciso di dimettersi dal proprio ruolo di membro di commissione del Ministero dei Beni Culturali con una lettera indirizzata direttamente al ministro Franceschini.

«Abbiamo esaminato e chiuso ventiquattro complesse pratiche. – scrive Montanari nella sua lettere – Abbiamo deciso di accettare 11 proposte di cessione di beni culturali come pagamento delle imposte, per un valore totale di 2.055.396,31 euro: ma il ministero dell’Economia ci ha comunicato che il relativo capitolo dello stato di previsione della spesa prevede solo la ridicola cifra di 31.809 euro». In queste condizioni, secondo Montanari «il lavoro della commissione è del tutto inutile: o, meglio, è utile solo all’accanita propaganda che si sforza di rappresentare agli occhi degli italiani la falsa immagine di un governo sollecito verso il bene del patrimonio culturale. Poiché io, al contrario, ritengo che alcune leggi e ‘riforme’ promosse dall’attuale Governo (..) e da Lei (…) siano una grave minaccia per la ‘tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione’, non ho alcuna intenzione di prestare il mio lavoro e la mia competenza a quella propaganda».

Ecco, io, non so voi, quando l’ho letta ho pensato che ce ne vorrebbero, forse, di Montanari.

Buon giovedì.

Barcone affondato, 5 migranti morti. Il naufragio per immagini

Un'immagine del nuovo naufragio avvenuto nel Canale di Sicilia e la Marina Militare precisa che sono cinque e non sette, come in un primo momento era stato comunicato, i morti recuperati a bordo di un barcone carico di oltre 500 migranti che si è capovolto a circa venti miglia al largo delle coste libiche. Roma, 25 maggio 2016. ANSA/ UFFICIO STAMPA MARINA MILITARE +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Ecco le immagini dei soccorsi della Marina militare italiana al barcone che si è capovolto al largo della Libia a causa del sovraffollamento. L’intervento dell’equipaggio ha permesso di salvare oltre 500 migranti, ma si contano almeno cinque morti. A Palermo sono sbarcati 250 bambini, a Lampedusa una bimba di circa 9 mesi è arrivata con altri migranti e non si hanno notizie della madre. Nelle ultime 24 ore sono stati salvati circa 3.000 migranti nel corso di 23 distinte operazioni di soccorso, coordinate dalla Centrale operativa della Guardia costiera.

Un'immagine del nuovo naufragio avvenuto nel Canale di Sicilia e la Marina Militare precisa che sono cinque e non sette, come in un primo momento era stato comunicato, i morti recuperati a bordo di un barcone carico di oltre 500 migranti che si è capovolto a circa venti miglia al largo delle coste libiche. Roma, 25 maggio 2016. ANSA/ UFFICIO STAMPA MARINA MILITARE +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

 

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Un'immagine del nuovo naufragio avvenuto nel Canale di Sicilia e la Marina Militare precisa che sono cinque e non sette, come in un primo momento era stato comunicato, i morti recuperati a bordo di un barcone carico di oltre 500 migranti che si è capovolto a circa venti miglia al largo delle coste libiche. Roma, 25 maggio 2016. ANSA/ UFFICIO STAMPA MARINA MILITARE +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Antibiotici come caramelle, ecco chi ne usa di più

Superbatteri resistenti anche agli antibiotici più potenti, in grado tra trent’anni – se non si interverrà adeguatamente – di uccidere una persona ogni tre secondi, mietendo più vittime del terorrismo. Lo scenario apocalittico tracciato dal recente report della britannica Review on antimicrobial resistence, intitolato “Tackling Drug-Resistant Infections Globally: final report and recommendations ha riaperto il dibattito sul loro uso eccessivo, dovuto a un mix di cattive abitudini di chi si cura (e cura gli animali) e di pressioni improprie dei produttori. E l’allarme non riguarda soltanto il futuro: dal 2014, quando l’indagine è partita, sono già un milione i casi di decessi legati ai batteri resistenti, un numero che potrebbe moltiplicarsi per dieci ogni anno a partire dal 2050.

 

MORTI ANNUALI ATTRIBUIBILI ALLA RESISTENZA AGLI ANTIBIOTICI (AMR)

Antibiotici

 

Per sperare di fronteggiare con efficacia l’emergenza, conclude ancora l’indagine, serviranno 100mila miliardi di dollari e da subito va attivato un fondo da almeno due miliardi per far partire la ricerca – rallentata in virtù di un incauto ottimismo negli ultimi anni – e mettere in campo nuove strategie di prevenzione e contrasto.

Antibiotici

L’utilizzo di antibiotici nel mondo è aumentato negli ultimi anni soprattutto in virtù dell’incremento di domanda nei Paesi a reddito medio-basso. A guidare la classifica della dozzina dei maggiori consumatori – stilata dall’Ocse e ripresa in questa infografica di Forbes – è la Turchia, seguita da Grecia, Francia e, al quarto posto, Italia. L’Olanda, il Paese dove se ne consumano meno tra i 12, utilizza circa un quarto degli antibiotici della Turchia. Un recente studio statunitense ha provato a determinare quando la loro prescrizione si può definire inappropriata, concludendo che nel caso degli antibiotici per via orale il 30% delle volte se ne poteva fare a meno.

Da Hiroshima agli anni 80. Lo scatti di Domon Ken

Domon Ken all'Ara pacis

E’ uno dei più grandi maestri della fotografia giapponese, con oltre 70mila scatti realizzati dagli anni Venti agli Ottanta, Domon Ken. Dal 27 Maggio al 18 Settembre 150 suoi lavori sono esposti all’Ara Pacis di Roma , in una mostra monografica che ne ripercorre il lavoro artistico e di ricerca in cui realismo sociale e poesia trovano un’inedita fusione. “Sono immerso nella realtà sociale di oggi ma allo stesso tempo vivo le tradizioni e la cultura classica di Nara e Kyoto – diceva -, il duplice coinvolgimento ha come denominatore comune la ricerca del punto in cui le due realtà sono legate ai destini della gente, la rabbia, la tristezza, la gioia del popolo giapponese”.

04.-DOMON-KENNella mostra romana curata dalla professoressa Rossella Menegazzo, docente di Storia dell’Arte dell’Asia Orientale all’Università degli Studi di Milano e dal Maestro Takeshi Fujimori, direttore artistico del Ken Domon Museum of Photography ci sono i primi scatti, realizzati prima e durante la seconda guerra mondiale, in cui Domon Ken cercava di destreggiarsi fra foto giornalismo e propaganda. Poi l’immane tragedia di Hiroshima e il suo lavoro diventa coraggioso, intenso, altamente drammatico sotto l’eleganza e il pudore, mai formale, che si coglie al primo sguardo. 05.-DOMON-KENIn mostra c’è Hiroshima (1958)  foto che ha fatto la storia e che uno scrittore come il Nobel Kenzaburo Oe ha giudicato come più importante di un libro di storia.  E poi ecco i Bambini di Chikuho, scatti realizzati nei villaggi di minatori, con ritratti indimenticabili di bambini di strada.  Ma affascinanti sono anche le foto che raccontano un Giappone  di signorine eleganti in cerca di amore. Con lo splendido doppio ritratto di profilo che ricorda Hiroshima mon amour di Resnais. Una certa allure francese di alcune di queste immagini ha fatto scrivere ad alcuni critici che  Domon Ken è il Cartier- Bresson giapponese.  La mostra all’Ara pacis presenta anche la parte dell’opera di Domon Ken dedicata alla tradizione  culturale giapponese, quella del teatro No, in primis, con le sue splendide maschere astratte e quella buddista, con una serie di lussureggianti fotografie rosse e oro, scattate all’interno di templi.

 

15.-DOMON-KEN

Accompagnata da un catalogo edito da Skira, la mostra è promossa da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con il supporto del Bunkacho, l’Agenzia per gli Affari Culturali del Giappone, e della Japan Foundation. Organizzata da MondoMostre Skira con Zètema Progetto Cultura.

Domon Ken
Domon Ken

Pegida contro i bimbi immigrati sulle barrette Kinder. Ma sono i calciatori della nazionale

Alcuni sostenitori di Pegida, la formazione xenofoba della destra tedesca, hanno espresso indignazione sui social network perché Kinder ha sostituito il “classico” bimbo biondo sulla scatola delle sue barrette di cioccolato. Al suo posto, bambini dai tratti africani e mediorientali. Probabilmente i militanti anti-immigrati non sapevano che su quelle confezioni sono ritratti il centrocampista Ilkay Gündogan, nato a Gelsenkirchen, e il difensore berlinese Jérôme Boateng, entrambi nella nazionale di calcio tedesca.

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«Cercano di farci accettare ogni tipo di spazzatura come normale, povera Germania», recita uno dei commenti ripresi dai media. Altri parlano di gladiatori e quindi schiavi che militano nelal squadra di calcio solo per soldi. E c’è anche chi ha proposto di boicottare le tavolette prodotte per celebrare i prossimi Europei di calcio dall’italiana Ferrero, che ha emanato una nota sulla vicenda prendendo le distanze «da tutti i tipi di xenofobia e di discriminazione».

Arriva Corrado Guzzanti. Tremate, intellettuali di sinistra

Scritto così sembra quasi vero: «Siamo dunque così, invariabilmente certi, così geo politicamente polarizzati, ora che il mondo ideale di riferimento è esso stesso in uno stato di crescente mercificazione che se non è ideologia così poco (tempo e volontà), ci manca?». Ma chi sarà mai questo intellettuale, naturalmente di sinistra ? Cacciari? Flores D’Arcais? Di sinistra, certo – e anche “non piddina” –  perché “mercificazione” è una parola a cui i renziani sono allergici, e poi, insomma, è sufficientemente “vetera”, per essere di sinistra… Ma poi, come continua il nostro intellettuale? Parla di «doppio perno seicentesco della bicamere», – oh oh, attenzione – e ancora: «la santa icona di ciò che di più europeo c’è stato e non come sogno onanistico, cioè e dunque l’euro», e qualche dubbio viene anche se il senso di tutto il discorso ha una sua logica… ehm… ferrea e mica c’è tanto da ridere…. Poi però si tradisce come un bambino preso con le mani nel barattolo di marmellata: «Feticcio di ottone e sangue. Di pomi d’oro e manici di scopa che qui nessuno vuole più ricordare».

Il testo che avete letto è solo l’incipit esilarante di un “editoriale supercazzola” uscito in prima pagina di Repubblica firmato da Mario Bambea, ovvero il nuovo Corrado Guzzanti che stasera su Sky Atlantic Hd (ore 21.10) inizia la nuova serie, una vera e propria fiction comica, dal titolo, appunto: Dov’è Mario?
Stavolta il geniale inventore di Lorenzo, il protagonista di Aniene il feroce critico di certi leader della sinistra (ricordate Bertinotti e le divisioni in atomi della sinistra?) si cimenta in una serie di quattro puntate dirette da Edoardo Gabbriellini, mentre il testo è scritto dallo stesso Guzzanti con Mattia Torre.
La storia è questa: Mario Bambea è il classico intellettuale radical chic alla Micromega, suggerisce Guzzanti in un intervista a Il Fatto, che  dopo un incidente subisce un trauma e diventa un altro. In un gioco alla Jekyll-Hyde Bambea si trasforma in Bizio, greve personaggio che parla un linguaggio triviale. Uno sdoppiamento che richiama quello, altrettanto geniale del film Viva la libertà di Roberto Andò in cui un segretario del partito di sinistra in crisi veniva sostituito dal fratello, un filosofo ricoverato in una clinica psichiatrica. Sarà quest’ultimo a risollevare le sorti del partito e a riconquistare le folle….
Lo sdoppiamento per raccontare la sinistra di oggi? Vedremo, Dov’è Mario? è tutto da scoprire. Ma di sicuro Guzzanti dirà la sua sulla realtà che lo circonda. La realtà di una sinistra che non si può più prendere in giro con la satira “tradizionale”. La realtà è “oltre” la satira, anzi, talvolta, ahimè, è satira essa stessa. Ma Corrado Guzzanti è pronto, e dopo qualche anno di silenzio si reinventa. Peccato, invece, che la sinistra, quella no, ancora non si sia reinventata.