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«Il caso Regeni è un complotto»: I parlamentari verdiniani che scagionano l’Egitto

A signpost against the current government in Egypt during demonstration for Giulio Regeni in Rome. The piazza Santi Apostoli demonstrate to demand justice for the death of Giulio Regeni and other victims of the Al Sisi government in Egypt. Rome, Italy, on February 13, 2016. Photo by Andrea Ronchini/Pacific Press/ABACAPRESS.COM

Prima i rapporti con l’Egitto, poi i diritti umani. Il senso dell’intervista concessa da due parlamentari italiani, uno verdiniano, l’altro di Forza Italia, alla televisione egiziana El Balad è questo. Lucio Barani (noto in questa legislatura per un gesto elegante rivolto alla grillina Barbara Lezzi) e Francesco Amoruso (ex Alleanza Nazionale poi Forza Italia), entrambi parte della maggioranza di governo in Senato, ci sono andati fino in Egitto a spiegarlo che no, siamo sicuri che con la morte di Giulio Regeni, le autorità egiziane non c’entrano.
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Parlando alla Tv i due hanno detto, come leggiamo sul sito di El Balad, che c’è un complotto internazionale di forze economiche che mirano a addossare la colpa della morte di Giulio agli apparati di sicurezza egiziani per prendere il posto dell’Italia (e dell’Eni) nei rapporti economici con il Cairo. Ma attenzione, dicono i senatori, rovinare i rapporti tra l’Egitto e l’Italia è «impossibile».
Citare qualche altro passaggio vale la pena:

«Capiamo il rifiuto dell’Egitto di fornire milioni di tabulati telefonici agli inquirenti italiani…giorni fa a Ginevra hanno quasi ucciso due italiani, ma non c’è stato tutto questo trambusto. Una prova che ci sono tentativi di provocare l’incidente…Osserviamo che c’è chi vuole rovinare le relazioni culturali, politiche e sociali e in particolare quelle economiche con l’Egitto … quanto successo a Regini è una tragedia, ma quel che succede oggi ha obiettivi politici ed economici, noi ci rendiamo perfettamente conto che il governo egiziano e il presidente Sisi non sono coinvolti in questo caso».

«Tutti noi stiamo cercando la verità, abbiamo bisogno di capire questi elementi mutevoli e aggressive contro il governo e gli alleati con le forze economiche di altri paesi egiziana, non sto dicendo che diversi paesi, ma le forze economiche che vogliono prendere il vantaggio di accordi economici e sostituire i legami economici Italia con l’Egitto».

Un’intervista incredibile e inqualificabile. Ma non solo, c’è un altro elemento importante: a fare le domande, l’ospite televisivo dei due parlamentari non è un presentatore o un giornalista, ma Mohamed Abul Enein, imprenditore della ceramica, finanziatore di grandi opere e sodale da sempre del deposto presidente Mubarak. Uno i cui operai non godono di diritti e, di quando in quando scioperano (ma i giornalisti non si possono avvicinare alle fabbriche per raccontarlo). Se leggete un legame tra le ricerche di Giulio Regeni, fate bene. Non è detto che sia un collegamento diretto, noi, a differenza dei parlamentari verdiniani, non facciamo gli inquirenti. Ma è il clima che si respira in Egitto: un grande imprenditore invita due parlamentari italiani, li porta in Tv e gli fa spiegare che no, Giulio Regeni non lo ha ucciso il governo egiziano, ma qualche malvivente.

New York, la rivincita di Clinton e Trump

epa05267915 US Democratic presidential candidate Hillary Clinton (C) addresses her supporters during a primary night event at a hotel in New York, New York, USA, 19 April 2016. According to media reports, Clinton is the projected winner of the New York State presidential primary. EPA/JUSTIN LANE

La sorprendente corsa di Bernie Sanders è quasi giunta al capolinea. E quella di Hillary Clinton è ancora tutta in salita, anche se, come ha detto dopo aver vinto, riferendosi a New York, «Nessun posto è come casa». Quanto al partito repubblicano che sta cercando in tutti i modi di intralciare il cammino di Donald Trump, beh, il gradasso miliardario newyorchese, si è preso una rivincita.

La corsa democratica

L’ex segretario di Stato e l’imprenditore del mattone avevano bisogno di una vittoria convincente, l’una, e di un trionfo l’altro e New York gli ha regalato quel che serviva. Hillary ottiene una vittoria convincente in termini di risultato (57,9% a 42,1%), interrompe la serie di Bernie e, quel che conta di più, fa un passo in avanti nella conta dei delegati. A ogni Stato che passa la matematica le sorride. Sanders aveva promesso una vittoria, aveva riempito molte piazze con folle di giovani, ottenuto sostegni di personaggi cari a New York City, ma non è riuscito a smentire i sondaggi, come aveva fatto in Michigan. Tra l’altro in una primaria che ha visto una partecipazione piuttosto alta (quasi un milione e ottocentomila persone hanno votato). Hillary stravince tra gli afroamericani, tra chi ha meno reddito, si prende la metà di chi si definisce liberal (una sorpresa, sono le persone più di sinistra) e di chi dice di essere preoccupato per il lavoro e l’economia. Sanders vince di misura tra i bianchi e tra coloro che ritengono che le diseguaglianze siano il più grande dei problemi. E, come sempre, tra i giovani under 29.

Interessante da notare: Hillary ha vinto New York City con un ampio margine. Sanders ha vinto qui e la in altre contee dello Stato, quelle più bianche e un po’ conservatrici. Ancora una volta, insomma, Bernie ha mostrato di avere un potenziale di catturare un voto che in questi anni è distante dai democratici, un voto che potrebbe anche, in minima parte, scegliere Donald Trump – ma mai Ted Cruz. Clinton resta fortissima tra le minoranze.

Nel discorso di ringraziamento ai sostenitori Sanders ha detto: «Tre milioni di indipendenti non hanno potuto votare, non è giusto». È vero che se gli indipendenti avessero potuto partecipare al voto, Bernie avrebbe avuto più chance, ma è altrettanto vero che le regole non sono cambiate, si è sempre fatto così e che registrare le persone come democratiche è un lavoro che le campagne devono fare quando le regole lo impongono (negli Usa ci si registra al voto dichiarando la propria appartenenza a un partito o come indipendenti, ogni sttao ha regole diverse per quanto riguarda le primarie, a volte possono votare tutti, a volte solo i registrati per il partito per il quale si vota). Insomma, per la prima volta Sanders se la prende con le regole come se fossero sate volute da Clinton o dai poteri forti contro di lui, è il primo segnale di un comportamento da sconfitto. Bernie continuerà a vincere Stati, ma la settimana prossima è destinato a perdere in almeno tre o quattro. Certo è che alla convention lui e i suoi alleati si faranno sentire, condizionando l’agenda del partito.

Clinton resta la persona da battere, anche per la sfida vera, ma ha un disperato bisogno di un colpo di scena, qualcosa che ne migliori l’immagine, un’idea di campagna nuova. Hillary ha la fortuna di avere contro Trump o Cruz (a meno di enormi colpi di scena alla convention), ma se contro avesse un candidato moderato e capace, con le idee e il modo di presentarle avuto fino a oggi, sarebbe molto dura per lei vincere. La sua forza è essere donna ed esperta, la sua debolezza quella di essere vista come cinica, affamata di potere e troppo vicina ai poteri forti. Nessuno si sente in sintonia con lei, mentre la forza di Sanders è stata proprio quella di generare simpatia, di essere visto come uno che sente i tuoi bisogni e vuole battersi per te. Quando la corsa è cominciata il vantaggio di Clinton su Bernie era immenso, oggi è di due-quattro punti a livello nazionale: segno di una campagna sbagliata e di un candidato che al momento è debole. Deve trovare una strada. Intanto la settimana prossima si avvicinerà talmente al numero di delegati necesario per ottenere la nomination che avrà modo di pensare, senza avere più l’ansia di essere raggiunta da Sanders.

Le reazioni dei candidati

La corsa repubblicana

Per ottenere molti delegati Trump doveva vincere con più del 50% per ottenere una maggioranza dei delegati in palio. Ha preso il 60% e il suo avversario Ted Cruz è arrivato terzo con il 14,5%. Trump si prende 95 delegati, Kasich 3 e Cruz 0.

Nelle ultime settimane la campagna del miliardario newyorchese ha moderato leggermente i toni, licenziato un paio di figure controverse e assuno professionisti del mestiere e i risultati si sono visti. Certo, New York è casa per Trump e qui ci sono repubblicani che non vogliono tasse ma che non hanno l’ossessione di vietare l’aborto o vietare il matrimonio alle persone dello stesso sesso. I “valori di New York” contro i quali Ted Cruz si è scagliato in passato sono vivi e vegeti, anche per le persone di destra. In un discorso della vittoria pacato, Trump ha detto: «Abbiamo 300 delegati più di Cruz, è bello vincere delegati con i voti, nessuno dovrebbe ottenere delegati con i voti, serve tornare al sistema si vota e chi vince ha vinto».

La polemica con il partito repubblicano, che si prepara a tentare di eliminarlo in una convention nelal quale trump non abbia il 50% più uno dei delegati è chiara, ma pacata. Trump non urla ma spiega: sto vincendo io (e la settimana prossima vincerà ancora, si vota in Stati simili a New York in termini di elettorato repubblicano) e fareste meglio ad allinearvi invece che continuare questo gioco al massacro. Vedremo se i repubblicani decideranno di dare l’immagine di partito diviso o si accoderanno. Cruz ha detto, facendo già campagna in Pennsylvania, «è l’anno degi outsider», mentre il moderato Kasich torna a ripetere l’argomento più serio che ha: «A novembre sono la fugira più adatta a vincere contro i democratici». Peccato per lui che la base del partito repubblicano non la pensi come lui.

Il peggior Presidente nella storia della Repubblica

L'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante le celebrazioni per la Festa della Donna al Quirinale, Roma, 08 marzo 2016. ANSA / ETTORE FERRARI

Ha cercato di intralciare in tutti i modi l’indagine del processo sulla trattativa Stato-Mafia. Non ne ha contestato il merito o messo in dubbio la consistenza: no, ha rilasciato una testimonianza che rasenta l’omertà ed è riuscito a non dire mai una parola una su Di Matteo. Mica parole di vicinanza, no, una a caso: stronzo, poveretto, mitomane, falso, eccentrico, autoreferenziale. Niente.

Ha fatto da garante a quei pasticci di governi voluti dall’Europa in un Paese come il nostro dove ormai il muscolo del voto sta diventando un vecchio tendine sclerotizzato. È amico di tutti e di nessuno: crede per questo di essere un mediatore invece rischia di passare per un insulso.

Era il «comunista perfetto» per Henry Kissinger quando il PCI nel 1978 scelse lui come primo membro del Comitato Centrale a compiere un viaggio ufficiale negli Usa. Fu il primo passo verso un silenzioso asservimento di una parte della sinistra italiana alle privatizzazioni e alcuni poteri ottenendo in cambio un legittimazione politica. Napolitano ha avuto una lunga carriera da “stringitore di patti”. Con chi sarà la storia a dircelo.

Ma venendo a tempi più recenti Napolitano è quel Presidente della Repubblica (ex) che è riuscito ad invitare i cittadini all’astensione infilandosi in un referendum in cui nessuno aveva richiesto il suo parere. Napolitano è così, come i pacchetti degli anni passati, quelli che gli chiedi quanto costa la paccottiglia che ti stanno vendendo e loro ti spiegano quanto in realtà ti costerebbe lasciartela sfuggire. Oppure il gioco delle tre carte. Quel tipo di gente lì.

Ora, ieri, Napolitano ci ha detto che è ora di mettere un limite alle intercettazioni. Un limite che in realtà già c’è, a dire la verità, ma che risulta inadatto a chi al telefono parla con mafiosi, minorenni, conviventi servi delle cricche, colleghi ministri con il tono di due comari, oppure petrolieri abituati ad oliare le persone oltre che gli ingranaggi. Del resto la sua telefonata Giorgio Napolitano (quella che Di Matteo avrebbe voluto utilizzare come prova) se l’è ingoiata come fanno i ragazzetti scoperti dalla professoressa. Ed è riuscito a far intendere che proprio le intercettazioni abbiano ucciso il suo segretario D’Ambrosio. Come Salvini con i negri, ecco: l’ex presidente con le intercettazioni. Tirate voi le somme.

Buon mercoledì.

L’Amleto rock di Cumberbatch al cinema. E gli eventi per i 400 anni dalla morte di Shakespeare

La Danimarca è una prigione per Amleto che a un certo punto dello spettacolo vediamo essere trascinato via in manette. Una prigione è la casa reale funestata, più che dal fantasma del padre, il re ucciso, dalla coppia diabolica composta dalla madre di Amleto, Gertrude (Anastasia Hille) e dal tirannico Claudio (Ciarán Hinds). A renderla opprimente è una vuota ritualità fatta di banchetti, di giochi sadici, fatui, violenti che alla fine riducono i commensali a delle stolide e inerti presenze. l’attore inglese Benedict Cumberbatch (noto anche comeSherlock Holmes in Sherlock.) in questo spettacolo diretto da Lyndsey Turner si presenta come un principe di Danimarca dotato di una buona dose di auto ironia, prigioniero sì, ma non di stesso e delle proprie nevrosi. Nella scena iniziale lo vediamo solo, mentre ascolta vecchie musiche da un grammofono, sfogliando l’album di famiglia. Per poi gettarsi sul cappotto del padre, finendo così per indossare un destino che non è il suo. Ma in questo spettacolo, che ha debuttato con molto clamore l’estate scorsa al Barbican di Londra (e che il 19 e il 20 aprile approda nelle sale cinematografiche italiane grazie a Nexo Digital), Cumberbatch riesce a mostrarci molteplici facce di Amleto nella cui testa rimbombano molte voci, ma che nella sua bella interpretazione lotta per non impazzire, ribellandosi alla madre fredda e anaffettiva che piange lacrime di vetro. Un Amleto quello di Cumberbatch, sensibile, introverso, ma niente affatto tremebondo, anzi energico e deciso della scena in cui la affronta davanti al cadavere di Polonio, ucciso per sbaglio pensando che fosse Claudio, lo zio usurpatore del trono che Gertrude ha sposato dopo un solo mese in gramaglie. È una delle scene più forti e riuscite di questo allestimento che la stampa inglese ha criticato per la spettacolarità di alcuni effetti visivi e soluzioni che strizzano l’occhio al pubblico più giovane. E che tuttavia, a nostro avviso, non risultano mai eccessive o dissonanti, semmai aggiungono una nota rock, come quando sotto la redingotte Amleto spunta una maglietta con stampato il ritratto di Ziggy David Bowie. Mentre sulla schiena ha scritto a lettere cubitali “The King”. Magro allampanato, con un volto pensoso e una voce limpida, Benedict Cumberbatch è un Amleto introspettivo, senza manierismi e dalla forte presenza scenica. Lo spettacolo trasmesso in diretta a settembre dal National Theatre e che ha già raggiunto un pubblico straordinariamente ampio in Europa è aiutato anche dalla efficace scenografia di Es Devlin: la reggia di Claudio e Gertrude evoca l’opulenza tetra di una dittatura in declino, fa pensare ai fasti del regime di Ceausescu o alla caduta dei dei negli ultimi festini dei gerarchi nazisti. Nel secondo tempo le scene di interni si riempiono di terra scura, tutto ad un tratto sembra cadere a pezzi, le foglie hanno invaso il salone dei banchetti, le sedie sono rovesciate e il pianoforte è scordato ma Ofelia (Sian Brooke) si ostina a suonare, anche se ormai pare del tutto disturbata e fuori di sé. Quasi per magia in questa casa coloniale con righiere di ferro e soloni immensi compaiono castelli di carta e teatri nel teatro che aprono sipari inaspettati e spostati a vista dagli stessi attori. Soluzioni non nuovissime, si dirà, ma che fanno immediatamente apparire la reggia del re come un inquietante teatro di marionette, in cui Amleto con tutti i suoi dubbi, appare come l’unica presenza viva e reale.

L’appuntamento rientra nella campagna Shakespeare Lives, un programma internazionale che, nel 2016, celebra il lavoro di Shakespeare e il segno che ha lasciato sulla cultura. E’ promosso dal British Council, l’ente culturale britannico, per i 400 anni della morte del Bardo che ricorrono il 23 aprile

Gli eventi e le pubblicazioni per i 400 anni dalla morte di Shakespeare
Anche in Italia sono numerosi gli spettacoli e le pubblicazioni per ricordare quel 23 aprile 1616 quando a Stratford-on-Avon, (dove era nato nel 1564) moriva il grande poeta e drammaturgo inglese, ma soprattutto per celebrare la strordinaria vitalità della sua opera e dei suoi personaggi. Il 21 aprile alle 21 al Teatro Argentina l’anglista e scrittrice Nadia Fusini presenta il suo nuovo libro Vivere nella tempesta ( Einaudi) in cui rilegge il significato di questa commedia con cui Shakespeare prese idealmente condedo dal pubblico, rappresentando la scoperta del nuovo mondo come apertura e ampliamento di uno spazio interiore che diventa teatro dell’immaginazione.(Leggi l’intervista a Nadia Fusini su Left del 9 aprile intitolata Shakespeare sulle rotte dei migranti). Un altro importante studioso italiano del Bardo, Paolo Bertinetti pubblica una nuova edizione di Macbeth, nella collana teatro di Einaudi, sottolineando nell’introduzione come il genio di Shakespeare si manifesti soprattutto come capacità di indagare la psiche umana e la pazzia. «La forza delle immaginiscrive Bertinetti – discende e fa tutt’uno con la densità del verso di Shakespeare. Con l’intensità della sua dizione poetica».
Non moltissimo si sa della vita di Shakespeare e molte sono state le leggende che si sono diffuse sul suo conto. Perfino dubitando dei suoi autografi e arrivando a congetturare che fosse un umanista italiano o un autore collettivo. Per sfatare le leggende Laurie Maguire e Emma Smith dell’università di Oxford hanno scritto il libro Trenta grandi miti su Shakespeare, pubblicato in Italia da O barra O in cui si sfata l’idea che Shakespeare non fosse istruito e che fosse sempre rimasto nel suo Paese, che il Bardo fosse un plagiario, che i ruoli femminili fossero interpretati da ragazzi-attori e molto altro.

A riprova di quanto la figura di Shakespeare nei secoli abbia colpito la fantasia, non solo del pubblico, ma anche di grandi scrittori Castelvecchi, per l’occasione, pubblica la biografia del Bardo scritta da Victor Hugo. Tante anche le opere ispirate a Shakespeare o che gli rendono omaggio. Fra queste suggeriamo La tempesta di Sasà (Chiarelettere) in cui l’attore Salvatore Striano racconta come sia stato proprio l’incontro con il teatro shakespeariano a salvargli la vita, offrendogli la possibilità di ricominciare dopo un’adolescenza difficile nei quartieri più duri di Napoli e l’esperienza del carcere a Rebibbia. L’attore e scrittore prenta il libro il 23 aprile alla Libreria Pallotta a Roma. E ancora: numerosi incontri sono dedicati ai 400 anni dalla morte di Shakespeare e di Cervantes nella rassegna Maggio dei libri, che si dipana in varie città italiane dal 23 aprile al 31 maggio. L’Università di Roma e Roma Capitale nel programma Shakespeare 2016 promuovono una serie di iniziative dedicate alla pervasiva presenza di Roma antica nell’opera del grande drammaturgo, in una rassegna che si svolge fino al 20 april tra cinema e teatro, concerti e mostre accompagnano il convegno internazionale dedicato ai suoi drammi romani, coinvolgendo diversi luoghi della Capitale.

L’indagato è un loro assessore, i 5 stelle cambiano idea sulle dimissioni

«Non sono a favore della presunzione d’innocenza per i politici. Se uno è indagato, deve lasciare, lo chiedono gli elettori». Così diceva Luigi Di Maio, a dicembre, intervistato da Libero. L’intransigenza è d’altronde da sempre uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 stelle, pronto a sacrificare il principio di diritto, dell’innocenza fino a condanna definitiva, nel nome di una politica rinnovata. Ora che però raggiunto da un avviso di garanzia è l’assessore al bilancio e alle partecipate di Livorno, Gianni Lemmetti, la linea è un po’ cambiata.

Lo notano nel Pd, ovviamente polemici, con la senatrice Giuseppina Maturani, ad esempio, che cita proprio l’intervista di Di Maio. La linea è cambiata e pare più morbida, «se non più ragionevole», dicono dal Pd. Le indagini e gli avvisi di garanzia, tanto per cominciare, non sono tutti uguali. Questo almeno è quello che sembra dire Virginia Raggi, candidata a sindaco di Roma dei 5 stelle: «Se capitasse a me un assessore con un avviso di garanzia? Valutiamo», dice a L’aria che tira, su La7, «se l’avviso di garanzia è pesante, se c’è qualcosa di grave… valutiamo caso per caso». Comunque: «È una domanda mi sembra un po’ generica», dice, e «su Livorno non mi esprimo».

A Livorno i reati ipotizzati dalla procura nell’inchiesta sulla azienda che gestisce i rifiuti, l’Aamps, in forte crisi, sono la bancarotta fraudolenta, il falso in bilancio e l’abuso d’ufficio. L’inchiesta è seria, anche se non investe tutta la gestione Nogarin, ovviamente. Forse per questo anche Danilo Toninelli, deputato e uomo delle riforme dei 5 stelle, conferma la nuova linea improntata alla prudenza: «Chi è indagato non deve per forza essere espulso», dice, «oggi ascoltiamo il nostro sindaco Nogarin e l’assessore». E dal direttorio del Movimento, per ora, arriva dunque solo silenzio.

Nel sollevare la polemica, il Pd sorvola ovviamente sul fatto che l’inchiesta sia partita da tempo, e che riguardi anche la gestione dei democratici, con un avviso di garanzia che ha raggiunto anche l’ex sindaco del Pd. È per questo che Lemmetti dice di non volersi dimettere. Nogarin dice che su Aamps la sua giunta ha fatto il possibile, dall’assunzione dei precari, contestata, al bilancio. Per i 5 stelle la colpa è dunque del Pd. La colpa di tutto, dei problemi avuti con la raccolta dei rifiuti alla fine del 2015, e pure della crisi di maggioranza che si è aperta, in città, sulla scelta di ricorrere al concordato preventivo per l’azienda comunale, e che ha prodotto una vera faida interna al Movimento, con l’espulsione di tre consiglieri.

L’arco di Palmira distrutto da Isis ricostruito in Trafalgar Square a Londra

The triumphal arch of Septimius Severus, Palmyra (Unesco World Heritage List, 1980), Syria. Roman civilisation, 1st-2nd century AD. [95021510]

L’arco di trionfo, fra le rovine dell’antica città di Palmira in Siria rase al suolo lo scorso ottobre dalle milizie di Daesh, è stato ricreato in Trafalgar Square a Londra. L’opera è una riproduzione dell’originale risalente a circa 2000 anni fa e andato perduto dopo la conquista da parte dell’esercito del califfo al-Baghdadi del sito archeologico. Il modello, realizzato per ovvie ragioni in scala e più piccolo di circa un terzo dell’originale, è stato realizzato a partire dalle foto del monumento rese tridimensionali grazie all’utilizzo della tecnologia 3d.

A compiere l’impresa sono stati gli esperti dell’Istituto di Archeologia Digitale (Ida) che, dopo aver riprodotto i pezzi, li hanno trasportati nella capitale inglese e li hanno montati, rimettendo in piedi l’arco di trionfo. L’opera, inaugurata questo pomeriggio, dal sindaco di Londra, Boris Johnson, rimarrà esposta nella piazza per tre giorni, per poi ripartire alla volta di altre città come New York e Dubai e approdare alla fine del suo viaggio a Palmira a ricordare l’originale distrutto dalla barbarie del sedicente Stato Islamico.

La replica alta circa 4,5 metri e realizzata con marmo di Carrara non sarà solo un simbolo di solidarietà nei confronti del popolo siriano, ma anche un modo per diffondere tra le persone maggiore consapevolezza su quello che sta accadendo e sul fatto che ad essere in pericolo sono dei patrimoni culturali che appartengono all’intera umanità. «Abbiamo un’eredità comune e la nostra eredità è universale, non appartiene solo al popolo siriano» ha detto Maamoun Abdulkarim il direttore siriano responsabile dei reperti antichi nel Paese.

Durante le ultime settimane, a Palmira, riconquistata dall’esercito regolare di Bashar al-Assad alla fine di marzo, sono giunti i primi archeologi che stanno valutando i danni ai monumenti di epoca romana e non solo e il numero di reperti andati perduti a causa di Isis nel museo della città.

«Stiamo cercando di raccogliere il più possibile, i frammenti delle statue distrutte sono stati sparsi per tutto il museo fra vetrate rotte e mobili sfasciati. È una vera e propria catastrofe» ha dichiarato Bartosz Markowski professore di Archeologia all’Università di Varsavia fra gli studiosi accorsi sul posto per cercare di stilare una stima dei pezzi andati perduti o trafugati dai miliziani di Is per essere venduti nel mercato nero dell’arte e finanziare così il terrore.

In Siria aumentano le violazioni della tregua da parte di Assad. Medici senza frontiere: «100mila intrappolati al confine turco»

In this picture taken Thursday, April 14, 2016, Syrian soldiers walk through a devastated part of the town of Palmyra as families load their belongings onto a bus in the central Homs province, Syria. Thousands of residents of this ancient town who fled Islamic State rule are returning briefly to check on their homes and salvage what they can _ some carpets, blankets, a fridge or a few family mementos. (AP Photo/Hassan Ammar)

In Siria sono ripresi i combattimenti. O meglio, ci sono aree in cui le armi non hanno mai cessato di sparare, gli assedi non sono mai stati allentati per far passare convogli umanitari e i civili, intrappolati nelle loro case, non hanno ricevuto né cibo, né medicine. Nei giorni scorsi gli scontri attorno ad Aleppo e in altre aree del Paese si sono intensificati, l’aviazione di Assad ha ripreso a bombardare con maggiore insistenza e i ribelli hanno conquistato delle posizioni a Latakia e Hama.

La scelta di Damasco di premere sull’acceleratore ha prodotto la causato l’abbandono dei colloqui di pace in corso a Ginevra da parte delle opposizioni moderate: «I colloqui dipendono dalla situazione sul terreno e da quando sono cominciati, Assad la situazione è peggiorata per decisione di Assad» ha detto il portavoce delle opposizioni nella città svizzera. Per cercare di salvare il salvabile, il presidente Obama ha chiesto al suo omologo Putin di premere su Assad, una telefonata non tranquilla e interlocutoria, sembra di capire dai commenti di Casa Bianca e Cremlino: «Continuiamo a osservare violazioni di un già fragile cessate-il-fuoco» dicono a Washington, mentre il Cremlino ribadisce l’impegno per lo stop alle ostilità e annuncia «ulteriori misure per rispondere rapidamente alle violazioni», che tradotto vuol dire che gli aerei russi colpiranno non appena ne avranno l’occasione. Dal canto suo, Obama visiterà l’Arabia Saudita dove chiederà impegno ai sauditi per combattere i loro amici dell’Isis e cercherà di convincerli a cambiare atteggiamento in una serie di conflitti mediorientali. Opera difficile con quello che un tempo era il migliore alleato americano e oggi è un parente scomodo di cui è pericoloso fare a meno.

A Ginevra, intanto, proseguono dei colloqui tecnici, anche se le opposizioni hanno rigettato l’ipotesi di transizione avanzata dall’inviato Onu Staffan De Mistura, che proponeva una presidenza Assad con tre vice per, appunto, guidare il passaggio a nuove elezioni.

È in questo contesto complicato che arrivano i comunicati di Medici Senza Frontiere e Amnesty International sulla Siria. L’organizzazione che gestisce diversi ospedali nel Paese racconta di «più di 100.000 persone intrappolate nel distretto di Azaz, nel governatorato di Aleppo, che si trovano bloccate tra la linea del fronte del gruppo dello Stato Islamico, i territori controllati dai curdi e la frontiera turca (…) Il riaccendersi di violenti combattimenti nell’ultima settimana ha portato più di 35.000 persone a fuggire dai campi sfollati presi dal gruppo dello Stato islamico o troppo vicini alle linee del fronte. Ora più di 100.000 persone sono radunate nelle zone al confine con la Turchia, con combattimenti in corso a soli sette chilometri di distanza. I combattimenti hanno inoltre portato alla chiusura di diverse strutture sanitarie perché l’avvicinarsi del fronte ha spinto il personale medico a fuggire. L’ospedale di MSF, 52 posti letto nell’area settentrionale di Azaz, è ancora in funzione e sta dando priorità alle cure di emergenza.
«Le nostre équipe mediche stanno lavorando in condizioni incredibilmente difficili e data la gravità della crisi abbiamo deciso di concentrarci sugli interventi salva-vita di emergenza. Nell’ultima settimana abbiamo visto circa 700 pazienti nel pronto soccorso, tra cui 24 feriti di guerra» ha detto Muskilda Zancada, capo missione di MSF in Siria.

Da Amnesty, invece arriva una denuncia contro l’uso di barili bomba da parte del regime di Assad. Le immagini sono girate a Daraya, dove dall’inizio del cessate-il-fuoco non piovono più barili bomba ma “solo” colpi di artiglieria. Nella città si trovano circa 8mila persone. «È del tutto oltraggioso, anche se non sorprendente, che il governo siriano continui a bombardare e affamare i suoi cittadini. Ed è inaccettabile che le Nazioni Unite e altri influenti attori internazionali non stiano facendo di più per risolvere la situazione critica di Daraya e degli altri centri sotto assedio» – ha dichiarato la responsabile per il Medio Oriente di Amnesty Magdalena Mughrabi. Il tema posto è, appunto, quello delle città assediate e isolate dove non arrivano neppure i convogli umanitari.
Nel corso di oltre tre anni di assedio da parte delle forze governative siriane, su Daraya sono stati sganciati migliaia di barili bomba: circa 6800, secondo i dati raccolti dal Consiglio locale della città, dal gennaio 2014 al 26 febbraio 2016 e almeno 42 civili, tra cui 17 bambini, sono morti e altri 1200 civili sono rimasti feriti. Gli attivisti locali ritengono che il numero delle vittime sarebbe stato assai più alto se la popolazione non avesse imparato a correre verso i rifugi non appena viene visto in lontananza un elicottero. A Daraya non è entrato nessun convoglio umanitario.

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Il video di Amnesty International sulle bombe a barile su Daraya


Nelle immagini vedete un padre parlare della figlia morta, si vedono barili bomba cadere ed esplodere all’interno della città e civili, bambini e anziani compresi, descrivere il terrore di vivere sotto questi incessanti attacchi in una città sotto assedio. «Questi vogliono uccidermi» – risponde la bambina con gli occhiali quando le viene chiesto di parlare delle bombe. In un’altra terribile immagine, un giovane ferito accanto al corpo del fratello ucciso da un barile bomba lo supplica: “Fratello, ti prego, non lasciarmi”.

Primarie Usa: New York è il centro della politica americana, non capita spesso

Democratic presidential candidate Bernie Sanders, I-Vt., speaks during a campaign rally at Hunters Point park, Monday, April 18, 2016, in the Queens borough of New York. (AP Photo/Mary Altaffer)

Ventimila persone a Prospect Park contro un tour fatto di appuntamenti di media grandezza: il senatore del Vermont che richiama le folle contro l’ex senatore di New York che cerca in ogni modo di ricordare ai suoi elettori che lei è stata a Washington a «difendere i valori di New York».

Si vota nello Stato di New York e a nessuno viene in mente una volta in cui le primarie locali abbiano avuto tanto interesse: per una volta, la città che si sente l’ombelico del mondo, lo è anche nel processo delle primarie. I sondaggi regalano a Clinton un vantaggio decente, tra i sei e i dieci punti, ma un mese fa quei punti erano venti: come è già successo in passato quando si entra nel vivo, la campagna di bernie Sanders sa fare la differenza. Se Hillary Clinton dovesse vincere, come appare probabile a giudicare da tutti i sondaggi, potrebbe una volta ancora sostenere che la partita per la nomination è chiusa. Viceversa se il risultato sorridesse a Bernie Sanders – o fosse un pareggio – per l’ex first lady sarebbero guai: non vincere in casa, con il sostegno del sindaco De Blasio e del governatore Cuomo è come dire che il messaggio, per quanto solido, non contiene pathos, non scalda i cuori, non mobilita. Tanto più che nel 2008, quando le cose erano in salita e un altro candidato mobilitava masse popolari, Hillary vinse a New York con più di un milione di voti – contro 750mila di Obama. Entrambi hanno fatto campagna in maniera ossessiva, incontri, infermiere, gelati, birre, panini, vigili del fuoco, poliziotti, afroamericani, ebrei, il sostegno del New York Times per Hillary e quello di Danny Glover per Bernie.

Lo spot di Hillary: io sono una newyorchese!


Per Sanders queste primarie newyorchesi sono la battaglia fine di mondo: o rilancia la sua candidatura con una vittoria o il suo svantaggio in termini di delegati diverrà tale da essere incolmabile, a prescindere dalle polemiche sui superdelegati – la settimana prossima si vota in diversi piccoli Stati nei quali Hillary è in grande vantaggio, senza una sorpresa a New York, il vantaggio rimarrà tale. Clinton ha dalla sua il vantaggio che le primarie di New York sono chiuse, il che significa che non votano gli indipendenti e che occorreva registrarsi, e che, quindi, una folata di entusiasmo dell’ultima ora non pagherà nell’urna. È altrettanto vero che in Michigan, Bernie ha vinto a scapito di sondaggi e analisi e che, quindi, una sorpresa è sempre possibile. Interessante da notare come un sondaggio Gallup sui candidati e l’economia rilevi che i due di cui gli elettori americani si fidano di più nel saper gestire le cose siano Kasich e lo stesso Bernie. Non male per un socialista.

Il video di Danny Glover per Bernie Sanders, che ha enorme bisogno del voto afroamericano

 

 

epa05264737 A Sanders supporter sits up in a tree hoping to see Democratic presidential candidate Sen. Bernie Sanders during a campaign rally in Prospect Park in Brooklyn, New York, USA, on 17 April 2016. New York will hold its primary election on 19 April 2016. EPA/JUSTIN LANE

Per provare a colmare il divario Bernie ha puntato sull’entusiasmo dei giovani con i grandi comizi del Bronx, del Greenwich Village e di Brooklyn, sull’incontro con Bergoglio e, infine, alzando i toni della sua comunicazione. Spot e discorsi sono molto più duri nei confronti della sua avversaria di quanto non fossero due-tre mesi fa: i soldi presi per i discorsi pagati dalle banche, la legge sulla criminalità degli anni 90 che ha portato migliaia di giovani neri in carcere (per la quale Bill si è dovuto difendere in più di un’occasione). Sul fronte opposto, Clinton dirige i suoi attacchi soprattutto contro Trump e Cruz, ma in ogni discorso tenuto in giro per lo Stato ricorda il peso della lobby delle armi – che non finanzia Bernie Sanders, che però ha sempre evitato di votare a favore di controlli più stringenti. Nel suo tour elettorale Hillary ha cercato di colmare il gap della piacevolezza parlando in ogni angolo, ballando il merengue, parlando ai neri del Bronx e ai bianchi – piuttosto conservatori – di Staten Island. Se Sanders punta sulla città piena di università e giovani, Clinton punta molto sulle minoranze e i bianchi dell’upstate New York, che probabilmente hanno amato e votato suo marito.
I toni si sono fatti più aspri e il rischio è che, come per lo scontro repubblicano, portino profonde divisioni nell’elettorato democratico. Un rischio in una corsa che, per come si è messa, sembra favorire molto chiunque dei due è destinato a diventare il candidato democratico.

A New York, in campo repubblicano non c’è storia: vince Trump e di tanto. Qualsiasi siano gli sforzi del partito per bloccarne la candidatura, non passeranno per lo Stato in cui il miliardario ha fatto le sue fortune. Non solo Trump è, a modo suo, un prototipo di un certo newyorchese, ma in generale, i repubblicani di New York sono dei moderati, quando si parla di etica e valori. E siccome l’unico antagonista di Trump rimasto in piedi è l’ultraconservatore Ted Cruz, oggi, i repubblicani sceglieranno the Donald. Unico dubbio serio: se Trump passasse il 50% dei consensi si aggiudicherebbe più della metà dei delegati, il che lo aiuterebbe a raggiungere la quota di delegati necessaria ad evitare una convention dove, pur avendo più voti e più delegati, si troverebbe tutti coalizzati contro la sua candidatura. Trump accusa il partito di tramare contro di lui e oggi il capo dell’organizzazione, Priebus, ha ricordato che per essere nominati servono 1237 delegati: un modo per dire al miliardario che se non li ottiene, è possibile che, anche fosse il primo tra i candidati, dovrà trovarli alla convention. O anche un modo indiretto per dire che si sta lavorando ad un’alternativa. In molti si aspettoano che alla prima votazione non venga eletto nessuno e che, quindi, si passi al mercato dei delegati, dalla seconda votazione in poi.

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I numeri

Primarie democratiche

New York assegna 291 delegati, in parte al vincitore, in parte al vincitore dei singoli distretti (ne servono 2383 per vincere, ancora 1931 da assegnare)

Clinton 1307 (più 469 super-delegati)

Sanders 1094 (più 31 super-delegati)

Primarie repubblicane

New York assegna 95 delegati (ne servono 1237 per vincere, ancora 838 da assegnare)

Trump 743

Cruz 543

Kasich 144

Rubio 171 (ritirato, i suoi delegati si schiereranno contro Trump)

Migranti, i superstiti del naufragio destinati ad essere espulsi dalla Grecia?

I 108 migranti sbarcati con la nave 'Aquarius' al porto di Lampedusa, 18 aprile 2016. Raccontano di essere partiti dalla Libia su un gommone in 130-140. Ne sono stati salvati 108 dalla nave Aquarius dell'Associazione SOS Mediterranee, due risultano annegati, 6 giacevano cadaveri nel fondo dell'imbarcazione: tutti gli altri risultano dispersi. ANSA/ELIO DESIDERIO

Non abbiamo ancora chiaro cosa, quando e come sia successo, ma la strage in mare annunciata ieri sembra essere reale: la Bbc ha parlato con diversi sopravvissuti, oggi detenuti in un centro di riconoscimento nella città greca di Kalamata.

Le persone che sono riuscite a salvarsi sono 41, vengono da Somalia, Eritrea, Sudan, Egitto ed Etiopia ed erano partite da Tobruk (non dall’Egitto come si era detto in un primo momento, ma non c’è certezza nemmeno che si tratti di quella località libica) e parlano di centinaia di morti. Non abbiamo certezze sui numeri, ma le voci riportate da Bbc sono drammatiche, come sempre in queste occasioni. Non sappiamo quasi nulla e non abbiamo conferme perché il naufragio è avvenuto nella notte e in una zona di mare lontana dalle coste, spiega il media pubblico britannico.

«Mia moglie e il mio bambino annegati davanti a me, sono uno dei pochi che è riuscito a nuotare verso la barca più piccola», racconta un testimone. Ci sono almeno tre donne e un bambino di tre anni con una zia a Kalamata – racconta Bbc. Lo scafista avrebbe bloccato la barca e sarebbe ripartito verso la Libia con un barchino più piccolo dopo aver fatto una telefonata chiedendo soccorsi. Un gruppo di circa 200 persone sarebbe salito sul barcone già carico di gente, dicono altri.

A soccorrerli un cargo battente bandiera filippina, che li ha portati in Grecia. I migranti, che speravano di arrivare in Italia – in Grecia, lo sanno bene anche loro, le frontiere sono chiuse – si sono rifiutati di scendere dalla nave fino all’intervento della polizia ellenica. Il loro destino? «Non sono siriani, verranno espulsi», spiega un poliziotto.

Passiamo alle valutazioni. La prima è semplice, dopo l’accordo con la Turchia, le barche potrebbero aver cambiato rotta, si torna a partire dalla Libia per sbarcare in Italia. Lo avevano detto tutti quelli che avevano criticato l’accordo e probabilmente avevano ragione.

La seconda: queste persone verranno espulse anche se hanno diritto a chiedere asilo perché non sono siriane. Che l’Eritrea venga definita la “Corea del Nord d’Africa” non conta, che in Egitto si muoia senza sapere perché anche se si è uno studente italiano, non conta. Che in Somalia imperversino gli al Shabaab, non conta. I terroristi sono pericolosi qui, se stanno a casa loro e ammazzano i loro, non sono più terroristi.

Della terza abbiamo parlato ieri, ricordiamolo: nel rapporto di Forsenic Architecture Death by rescue leggiamo:

Sezionando i verbali delle riunioni politiche e documenti operativi inediti, il testo ricostruisce il processo istituzionale che si è svolto dopo l’annuncio dell’intenzione del governo italiano di sospendere l’operazione militare-umanitaria Mare Nostrum. che aveva suscitato critiche crescenti con l’accusa di costituire un “fattore di attrazione” per i migranti e, quindi, causando più morti in mare. Il 1 ° novembre 2014, le istituzioni dell’Ue hanno risposto avviando l’operazione Triton guidata da Frontex, l’agenzia europea delle frontiere, che schierato un minor numero di navi in una zona più distante dalla costa libica.

In sostanza la scelta è stata tra vite dei migranti e disincentivo, si è scelto di disincentivare.

Infine il tema dello scontro tra governo Renzi e Germania, gli eurobond per finanziare investimenti in Africa. L’idea non è sbagliata e l’opposizione tedesca è legata all’ossessione di non fare deficit e non spendere soldi, non al tema dei migranti. L’obbiettivo finale degli investimenti appare però poco chiaro, o meglio, è sbagliato. Gli investimenti in infrastrutture, infatti, non cambiano la dinamica migratoria se non negli anni e lo scambio tra Europa e Paesi africani sarebbe chiaramente: risorse in cambio di politiche di controllo più rigorose nei confronti dei migranti che partono e disponibilità a riaccoglierli.

Che vuol dire? Che se uno scappa dall’Eritrea potrebbe ritrovarsi in Nigeria o, peggio, nella stessa Eritrea, con la quale i rapporti restano ottimi. Si tratta insomma di una versione allargata dell’accordo con la Turchia, che ha un fondamento, ma solo se si escludono dall’accordo i Paesi nei quali i governi hanno una parvenza democratica e non si violano i diritti umani. In altre parole, le persone sbarcate del barcone naufragato, che non sono migranti economici, o almeno non lo sono tutti, non dovrebbero essere rispediti indietro. Così non  oggi in Grecia, figuriamoci come sarebbe nel caso di sbarchi nei quali la maggioranza non viene dalla Siria.

L’Europa del mondo di sotto. Al mare.

Un momento del tragico salvataggio operato ieri dalla nave privata SOS Mediterranée, Lampedusa, 17 aprile 2016. Raccontano di essere partiti dalla Libia su un gommone in 130-140. Ne sono stati salvati 108 dalla nave Aquarius dell'Associazione SOS Mediterranee, due risultano annegati, 6 giacevano cadaveri nel fondo dell'imbarcazione: tutti gli altri risultano dispersi. ANSA/UFFICIO STAMPA ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Se avesse dovuto essere Europa unita allora alziamo le mani, siamo quasi arresi: questa che abbiamo sotto agli occhi è una comunità frantumata in cento rivoli, suturata con fili spinati e sigillata tra muri più o meno immaginari, un’Europa che conta i morti con il piglio burocratico di un boia e usa un cordoglio preparati, ricaricabile prima del prossimo lutto.

Nell’Europa di sopra c’è un accordo meschino con la Turchia che la Cancelliera Merkel (amorevole secondo i sondaggi) protegge anche dalle battute di un comico in tivù. Un’Europa che ratifica accordi sapendo già che non saranno rispettati, un’Europa che considera i Paesi sul mare semplicemente “bordi” e che intasa la Grecia e l’Italia mentre Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Belgio, Croazia e altri Paesi continuano a non accogliere. Solidali nella finanza e disuniti sui bisogni: questa Europa è uno strozzino travestito da consulente, il capo di un’usura morale che ha coniato una solidarietà gonfiabile sempre pronta per le telecamere, usa e getta. Nell’Europa di sopra c’è un’Italia che propone soluzioni e viene trattata come la petulante della compagnia: il piano presentato da Renzi (il cosiddetto ‘Migration Compact’) per la gestione dei flussi migratori può essere condivisibile o meno ma è un tentativo di soluzione e bene ha fatto il Presidente del Consiglio a ripetere che il tema è europeo ed è l’Europa a doversene fare carico. Ogni giorno di indecisione è solo un regalo alla pancia nera delle destre.

Poi ci sono i morti. L’Europa di sotto è un olocausto sott’acqua, un’Atlantide moderna a forma di cimitero che sputa al massimo un cencio di maglietta o qualche scarpina. Nel giorno dell’anniversario dei quasi 800 morti dell’anno scorso quest’anno si è festeggiato con 400 che forse sono dispersi – sembra di capire che, per fortuna, potrebbero essere meno, ma non fa gran differenza: ce ne sono ogni giorno. Sono i lembi di un anno di Mediterraneo come moderna camera a gas. Nell’Europa del mondo di sotto le lacrime si sciolgono subito con il resto delle onde, i cadaveri tanto non si possono sentire con la bocca piena d’acqua e il dolore è solo un prurito passeggero se arriva da così lontano. Nell’Europa di sotto gli sciacalli frugano i cadaveri per cercare perle e grufolano tra la paura.

Poi c’è l’Europa di mezzo. Quella dei cittadini che assistono al tetro spettacolo. L’Europa che ha finito le parole, quella che ha esaurito la forza di contare i morti, quella disgustata dai burocrati del dolore, quella che a volte sembra quasi sollevata da chi emigra in fondo al mare. Che non ha bisogno nemmeno di essere ricollocato. Niente impronte digitali. Niente scarpe. Costa niente, tra l’altro.

Buona martedì.