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Terrorismo, le polizie europee potranno tenere i dati sui passeggeri per cinque anni

Hanno votato ancora la sicurezza e la disciplina, direbbe Fabrizio De Andrè. Il 14 aprile, il Parlamento europeo ha approvato un nuovo pacchetto di norme in materia di sicurezza e antiterrorismo: i dati del codice di prenotazione (Passenger name record, Pnr) dei passeggeri degli aerei resteranno a disposizione di polizia e servizi segreti, all’interno di ogni Stato membro dell’Ue, per 5 anni. Le compagnie aeree saranno obbligate a comunicare alle autorità i dati dei passeggeri per tutti i voli provenienti da Paesi terzi verso l’Unione europea e viceversa e le autorità ne potranno usufruire ai fini di prevenzione, accertamento, indagine e azione penale nei confronti dei reati di terrorismo. Con 461 sì, 179 no e 9 astenuti, la nuova direttiva – dopo almeno 4 anni di revisioni e resistenze per anni è stata contrastata da molti – rimpiazzerà l’attuale direttiva del 1995. Adesso la proposta dovrà essere approvata dal Consiglio e, una volta pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Ue, gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepire la direttiva.

I dati Pnr sono relativi alle informazioni fornite dai passeggeri e raccolte dalle compagnie aeree durante la prenotazione dei voli e le procedure di check-in: data o date previste di viaggio; itinerario di viaggio; informazioni relative al biglietto; indirizzo ed estremi dei passeggeri; informazioni relative al bagaglio; informazioni relative alle modalità di pagamento.

Il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz
Il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz

Le reazioni. Il presidente del Parlamento europeo Schulz esulta e definisce «passi fondamentali per i cittadini europei, per la loro sicurezza e la tutela della loro privacy», le decisioni appena prese. È un testo di compromesso, dicono da Strasburgo. In particolare, le compagnie aeree saranno obbligate a trasferire (in modalità “push”) i dati Pnr dei passeggeri dei voli extra Ue allo Stato membro in cui l’aereo atterrerà o dal quale partirà. Ogni Stato creerà una Unità per le informazioni sui passeggeri (Passenger Information Unit, Piu), che avrà il compito di ricevere, conservare e valutare i dati, principalmente attraverso il confronto con le altre banche dati, in modo da identificare le persone che richiedono esami ulteriori da parte delle autorità competenti. I dati Pnr verranno quindi trasmessi alle autorità di competenza caso per caso, e resteranno pienamente disponibili per sei mesi, poi verranno conservati in formato “mascherato”. Le Piu scambieranno anche informazioni tra gli Stati, poiché le autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza non avranno accesso diretto ai sistemi dati delle compagnie aeree (modalità “pull”). Il testo prevede la possibilità, non l’obbligo, per uno Stato membro, di applicare la direttiva ai voli intra-Ue, come proposto dal Consiglio; in questo caso lo Stato dovrebbe darne notifica alla Commissione.
Ancora il presidente Schultz assicura: «La sicurezza dei cittadini europei non dovrebbe mai essere garantita a scapito dei loro diritti e delle libertà». Non è troppo convinto il Garante europeo della privacy Giovanni Buttarelli che – intervistato da Repubblica – avverte: «Del Pnr si discute da anni, e neppure dopo gli ultimi eventi terroristici trovo ragioni e prove tali da giustificare la creazione di un database senza precedenti in Europa. Finora si raccoglievano dati su categorie specifiche, in questo caso vengono raccolti dati su tutta la popolazione, indiscriminatamente». E non sarebbero, per il Garante, nemmeno utili: «Avranno costi elevati, serviranno anni per renderle operative e saranno utili solo in casi ristretti. Gli stessi risultati si potrebbero ottenere con misure più circoscritte, meno costose e meno invasive della privacy».

Il 30 giugno la Corte di Giustizia europea si esprimerà su due casi che riguardano proprio la cosiddetta bulk collection (la raccolta massiccia di dati). Una decisione che riguarderà direttamente anche le neonate norme sul Pnr.

 

Le divisioni ci sono state anche in Parlamento, come mostra il video ufficiale prodotto dai servizi di informazione dell’Europarlamento

 

L’identità culturale unica e originale della Sicilia in mostra a Londra

Quattromila anni di storia della Sicilia in mostra al British Museum. Dal 21 Aprile al 14 agosto il museo londinese presenta Sicily: Culture and Conquest, in cui sono ripercorse tutte le fasi della storia antica di quest’isola orgogliosa e ribelle che è passata attraverso una molteplicità di influenze culturali- Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Arabi e Normanni si sono alternati nell’isola– sviluppandone una propria identità culturale,« diversa da qualsiasi altra», come scrivono i curatori. Basta pensare alla corte di Federico II e alla scuola siciliana, vivace fucina poetica dove nacque la lingua italiana, prima di Dante.
La mostra racconta questa storia millenaria della Sicilia attraverso duecento opere d’arte e oggetti, alcuni dei quali fanno parte della collezione del British, mentre altri sono prestiti del Metropolitan di New York, del Bodleain di Oxford e di istituzioni museali siciliane. Tra gli oggetti più interessanti c’è una moneta coniata da Ruggero II nel 1138, la prima a usare i numeri arabi. Particolarmente affascinante è una mappa commissionata da re Ruggero al cartografo islamico Al-Idrisi, e custodita ad Oxford,mentre la passione di Federico II per la falconeria, a cui dedicò anche un trattato, è testimoniata da un falcone di bronzo prestato dal MoMa di New York. Numerose sono le testimonianze di coesistanza di culture differenti.
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«Alla corte normanna, tra il 1060 e il 1250, si sviluppò una forma di multiculturalismo e dal punto di vista confessionale vi si praticavano religioni differenti», racconta Maddalena De Luca della Soprintendenza di Palermo, che ha collaborato alla realizzazione di questa mostra.
Arrotolando il filo del tempo, un’ampia sezione della mostra è dedicata al periodo arabo. I musulmani arrivarono intorno al 827 d.C. non solo dalla penisola araba ma anche dal Marocco berbero e dall’Andalusia come conseguenza dell’irradiazione dei musulmani nel Mediterraneo che conobbe una fase espansiva verso la Sicilia. Dove gli arabi importarono, oltreché conoscenze di matematica, astronomia, ottica e medicina anche arance, limoni, datteri e spezie.
Le nuove colture importate dagli arabi, come ricostruisce Salvatore Tramontana nel libro L’isola di Allah (Einaudi) la Sicilia conobbe un sostanziale rinnovamento delle modalità di sfruttamento e d’uso delle risorse idriche di cui beneficiarono anche le città, pur nella grande carenza di fonti. Palermo in particolare, dove sbocciò una vivace vita civile e culturale e dove furono aperte numerosissime moschee.

Gorgon-Antefix-Terracotta-roof-ornament-with-head-of-a-gorgon-Gela-Sicily-c-dot-500-BC-MuseoAd un periodo ancora anteriore appartengono alcuni oggetti in mostra come una terracotta smaltata di terracotta risalente al 500 a.C, un mosaico bizantino che proviene dal Museo Diocesano di Palermo, una scultura di terracotta che raffigura un Gorgone. Tra il 500 e il 200 a.C ci fu una straordinaria fioritura culturale nella zona di Siracusa e Agrigento testimoniata dalla costruzione di numerosi templi. la mostra ricostruisce anche i viaggi di coloni greci partiti da Rodi e da Creta e le lotte per la supremazia ingaggiate con i Fenici.

Marble-statue-of-a-warrior Gli eventi collaterali Nell’arco dei 4 mesi di apertura della mostra sono previsti numerosi eventi e incontri di approfondimento. In particolare da segnalare una conferenza sulla storia delle migrazioni in Europa il 20 giugno moderata dal giornalista di Channel 4 John Snow e riguardo al ruolo centrale della Sicilia nel Mediterraneo, e il suo rapporto nel mondo islamico sono previsti una serie di appuntamenti: “Multicultural Sicily” con la docente dell’Università Birbeck Caroline Goodson il 3 giugno e “Sicily under Muslim rule” con il docente dell’Università di Lancaster Alex Metcalfe il 14 luglio. La rivoluzione multiculturale normanna di re Ruggero II è il tema della lezione di Jeremy Johns, direttore del centro di ricerca Khalili dell’Università di Oxford prevista per il 16 giugno. Mentre ai bizantini e ad una misteriosa tomba a Punta Secca è dedicata la lezione del professor Roger Wilson, direttore del centro per lo studio della Sicilia Antica all’Università British Columbia il 26 giugno. Nel mese di maggio, invece, il filo rosso degli incontri sarà la Grecia: David Stuttard parlerà dell’assalto ateniese alla Sicilia nel 415 a.C.(12 maggio) e ancora conferenze sui Greci nel Sud Italia (27 maggio) e i Greci in Sicilia (4 giugno). Mentre il 24 giugno Michael Scott dell’Università di Warwick racconta come l’arte greca-siciliana veniva rappresentata all’estero.

Una nuova tomba in mare? «La colpa è dell’Europa che ha scelto di ridurre i soccorsi»

Una barca (o diverse) con a bordo 400 persone, provenienti in maggioranza dalla Somalia, ma anche da Etiopia ed Eritrea e partita da Egitto sarebbe naufragata nel Mediterraneo. La barca era diretta in Italia. Non sappiamo ancora quanti siano i morti. Ma sappiamo alcune cose importanti sul perché uno, dieci o centinaia siano affogati. La Guardia costiera italiana, intanto, ha soccorso una barca con più di cento persone a bordo e recuperato anche almeno sei cadaveri – una ventina i dispersi.

La prima, generale, la più importante, è semplice: l’Europa non è in grado di trovare una risposta dignitosa alla più grave crisi della sua storia, una crisi che parla di tragedie umane e non di conti delle banche o di rapporto deficit/Pil. Detta così è una banalità, perciò occorre tradurla in dati, numeri, politiche.

1. Le politiche di soccorso europee (un rapporto pubblicato oggi)

«Nel 2014 i responsabili politici dell’Unione europea hanno deciso con la piena consapevolezza delle conseguenze mortali, di chiudere Mare Nostrum e sostituirlo con il più limitato Triton… Ciò che è assolutamente certo è che la loro priorità era quella di rendere le condizioni di attraversamento più difficili per i migranti e per i contrabbandieri e che questo era uno strumento da usare come deterrente. A questa priorità è stata data la precedenza sulla vita dei migranti». A parlare è Charles Heller, membro del team di ricerca di Forsenic Architecture, che ha prodotto un rapporto dal titolo Death by Rescue (morte da soccorso) che è un formidabile atto di accusa nei confronti delle autorità europee. In estrema sintesi, il testo, che utilizza i tracciati delle navi affondate e quelle di soccorso – utilizzando un bel metodo che il gruppo di ricerca utilizza per produrre “prove” e materiali per molti altri aspetti riguardanti guerre e morti civili – spiega come Triton, che nelle operazioni di soccorso coinvolge anche le navi civili, impreparate e inadatte a un certo tipo di manovre, produca morti anche quando i battelli che si rovesciano vengono soccorsi. Nei primi quattro mesi del 2014, quando c’era Mare Nostrum, sono morte in mare meno di cento persone, nello stesso periodo con Triton, se sono affogate più di 1500. Nel rapporto leggiamo:

Sezionando i verbali delle riunioni politiche e documenti operativi inediti, il testo ricostruisce il processo istituzionale che si è svolto dopo l’annuncio dell’intenzione del governo italiano di sospendere l’operazione militare-umanitaria Mare Nostrum. Quest’ultimo, che ha avuto inizio nel mese di ottobre del 2013, aveva schierato mezzi senza precedenti per salvare i migranti in difficoltà vicino alle coste libiche, ma aveva suscitato critiche crescenti con l’accusa di costituire un “fattore di attrazione” per i migranti e, quindi, causando più morti in mare. Il 1 ° novembre 2014, le istituzioni dell’Ue hanno risposto avviando l’operazione Triton guidata da Frontex, l’agenzia europea delle frontiere, che schierato un minor numero di navi in una zona più distante dalla costa libica.

2. Il comico tedesco

La decisione del governo di tedesco di dare il via libera all’indagine giudiziaria contro Jan Boehmermann, il comico che si è permesso di prendere in giro il premier turco Erdogan è un primo segnale. Qualche mese fa immaginavamo Angela Merkel come una specie di paladina dell’accoglienza. E in parte la Cancelliera tedesca lo è stata. Ma di fronte alle pressioni del suo partito e di parte della società tedesca, ha scelto di fare qualsiasi cosa per ridurre il flusso di rifugiati siriani (e non solo) verso il nord Europa. La scelta più importante di questa nuova politica è l’accordo (pessimo e illegale) con la Turchia. Pur di mantenere vivo quello faremo qualsiasi cosa. Anche gettare in mare, assieme ai rifugiati, la libertà di critica, satira e parola (per quanto possano essere volgari o inappropriate).

3. L’accordo di ricollocazione dei rifugiati tra Paesi Ue

Fa impressione tornare sul sito della Commissione a guardare la pagina che linkiamo: siamo sempre fermi a 1200. Dovevano essere 160mila, sono 1200, passano le settimane, le persone muoiono, scappano, si ammalano e non cambia una virgola: i governi di molti Paesi europei non muovono un dito. Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Belgio, Croazia e molti altri Paesi che hanno una quota di rifugiati infima non hanno accolto nessuno. Alcuni Paesi ne hanno accolti meno di dieci. Ora, il gesto di Bergoglio è chiaramente un po’ mediatico, ma la Città del Vaticano ha accolto in proporzione un numero più alto di rifugiati di tutti i Paesi che abbiamo elencato messi assieme. Sui 46mila intrappolati in Grecia piove anche la denuncia di Amnesty International che sulla condizione dei rifugiati oggi pubblica il “Intrappolati in Grecia: una crisi dei rifugiati che poteva essere evitata” rapporto:

Il rapporto esamina la situazione dei migranti e dei rifugiati, la maggior parte dei quali donne e bambini, intrappolati sulla terraferma greca dopo la completa chiusura, il 7 marzo, del confine dal lato macedone. «La decisione di chiudere la rotta balcanica ha fatto precipitare oltre 46.000 migranti e rifugiati in una dimensione di squallore e in uno stato di costante paura e incertezza» – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore per l’Europa e l’Asia centrale di Amnesty International «Gli stati dell’Unione europea non hanno fatto altro che esacerbare la crisi, non agevolando la distribuzione di decine di migliaia di richiedenti asilo, la maggior parte dei quali donne e bambini, intrappolati in Grecia. Se i leader europei non agiranno con urgenza per dare seguito al loro impegno di redistribuire i rifugiati e per migliorare le condizioni dei migranti e dei rifugiati abbandonati a sé stessi, rischieranno di causare una calamità umanitaria con le loro mani». Nei 31 centri d’accoglienza temporanea allestiti in Grecia con un significativo contributo dell’Unione europea, le condizioni sono inadeguate: vi si segnalano grave sovraffollamento, completa assenza di privacy, mancanza di riscaldamento e servizi igienici insufficienti.

Può bastare, oggi ai numeri di questi mesi aggiungiamo anche le persone affogate viaggiando tra l’Egitto e l’Italia. Chissà che dopo la Turchia, l’Europa non decida di fare accordi per la riammissione di immigrati e richiedenti asilo anche con l’Egitto, la Libia e l’Eritrea, che, in fondo, sono Paesi governati con criteri moderni e democratici.

Referendum, perché Renzi ha vinto ma anche no

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in Regione per la firma dell'accordo sul 'Passante di mezzo' di Bologna (l'allargamento dell'attuale tracciato autostradale che scorre lungo la tangenziale della città), 15 aprile 2016. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Si bulla, Matteo Renzi, commentando il risultato del referendum poco dopo le 23. Dice «i vincitori sono gli operai di cui abbiamo salvato il posto di lavoro», ma ovviamente pensa «il vincitore sono io», tant’è che poi accusa «la vecchia politica», sconfitta anche perché ha osato tentare di trasformare il quesito sulle trivelle in un referendum su Renzi. Che Matteo Renzi sia convinto di aver vinto lui, lo dice peraltro Maria Elena Boschi.

Con l’affluenza ferma al 31,2 e i sì al 85,8 per cento, Matteo Renzi può ragionevolmente dirsi vincitore della partita referendaria, anche se, avendo puntato sull’astensione, ha il vantaggio di poter sommare, con un trucco non certo inventato da lui, i suoi voti a quelli del disinteresse fisiologico. Vince, Matteo Renzi, con il quorum raggiunto nella sola Basilicata, ma alcuni segnali che dovrebbero impensierirlo ci sono anche nel voto di questa domenica.
Non tanto e non solo in ottica delle amministrative (anche se il dato di Roma, ad esempio, è un allarme: ha votato il 34,74 per cento).

Il punto è più il prossimo referendum costituzionale, che è appunto senza quorum. Perché è vero che la minoranza dem ha detto che sulla riforma Boschi voterà sì, è vero anche che il clima è nel Pd sempre più duro e Renzi non sembra voglia fare nulla per rasserenare il clima. Non fa nulla lui, e certo non fanno nulla per pacificare i suoi, come dimostra il tweet di Ernesto Carbone, che ha scatenato una polemica infinita (o quello successivo dove comincia le liste di proscrizione, prendendosela con due eletti del suo partito, in regioni governate dal suo partito).

Il dato della sconfitta del fronte del Sì, poi, si può leggere in due modi. Si può notare, come fa in queste ore palazzo Chigi, che uno schieramento largo, che andava da Forza Italia e la Lega fino a 5 stelle e Sinistra italiana non è riuscita neanche ad avvicinarsi al quorum (con tutte le attenuanti del caso, compreso un profilo bassissimo del presidente Mattarella e l’intervento pro astensione di Napolitano), oppure si può leggere confrontando il dato con i voti delle europee del 2014. In questo caso, ecco che la partita si complica e che Matteo Renzi per vincerla dovrà veramente ricorrere ad «argomenti più demagogici», come ha annunciato nell’ultimo discorso alla Camera il giorno dell’approvazione della riforma Boschi. Il fronte del voto al referendum, tra sì è no, ha superato la somma dei voti raccolti dai partiti contro Renzi alle ultime europee. E se le schede elettorali non si mischiano un po’, in questo caso a Renzi non basterebbe neanche più il celebre 40 per cento raccolto alle europee.

Kentridge al Macro racconta la genesi della sua opera sul Lungotevere

William Kentridge

Sono icone tratteggiate con carboncino nero, denso e spesso. Sono le dramatis personae della storia di Roma, dalla sua fondazione ad oggi. Dal 16 aprile una ampia selezione dei bozzetti che William Kentridge ha realizzato per l’intervento di street art sul Lungotevere (qui l’articolo di Left che racconta l’opera) campeggiano sulle pareti del >Museo Macro di Roma in una  mostra. Sulle pareti del museo ristrutturato dall’architetto Odile Decq, fluisce una lunga teoria di figure, accostate per nessi analogici, più che seguendo una cronologia razionale.

Ed è lo stesso William Kentridge a raccontarcene la genesi dal vivo. «È stato un lungo lavoro negli anni, soprattutto per la difficoltà di ottenere tutti i permessi, un lavoro passato attraverso diverse fasi: la prima e forse la più importante è stata il desiderio di realizzare questo fregio di 500 metri». L’affresco sarà inaugurato il 21 aprile per Natale di Roma e, racconta l’artista suafricano, dalle 20 e 30 sarà un grande evento popolare.

Kentridge_Biennale_Ambrosio-4«Non ci sono posti riservati, tutti possono partecipare gratuitamente». Due colonne di persone partiranno da Ponte Sisto e da Ponte Mazzini, portando le icone che campeggiano nel graffito e proiettando le loro ombre. A dare il passo sarà un’orchestra che suona dal vivo musiche del compositore sudafricano Miller che si è ispirato a musiche del XVI secolo. «Il direttore d’orchestra camminerà all’indietro portandosi dietro pubblico e musicanti», anticipa Kentridge che in passato ha già realizzato esperimenti di cine concerto ed eventi itineranti che fondono linguaggio colto e popolare.

I due gruppi di di questa laica processione si ritroveranno davanti all’opera che Kentridge ha realizzato sui faraglioni del ponte, per arte del levare, facendo in modo che le figure emergano in bianco tirando via il deposito di smog con getti d’acqua ad alta pressione. «Per arrivare a questa fase finale, sono passato attraverso i bozzetti , realizzati in differenti dimensioni- dice l’artista -. Che poi ho trasformato in bozzetti ad inchiostro per arrivare poi a realizzare delle forme da trasferire sulle pareti con la classica tecnica dello stencil». Sulle pareti del lungotevere già si possono vedere alcuni brani di pittura, con rappresentazioni di passaggi significativi della storia romana. «Non ho badato tanto alla logica quanto al senso, per questo la figura di Pasolini, per esempio, ai trova vicina quella mitica di Remo. La cupola di San Pietro è vicina alla costruzione del ghetto e al rogo di Giordano Bruno. Quello che volevo raccontare con quest’opera intitolata Trionfi e lamenti sono anche le contraddizioni della storia».

PD: I Paninari Democratici usciti da Drive In e che pisciano sul referendum

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, nella sala dei Galeoni di Palazzo Chigi, commenta davanti ai giornalisti il risultato del referendum sulle trivelle, Roma, 17 aprile 2016. ANSA / GIUSEPPE LAMI

Il referendum, innanzitutto: hanno votato 15 milioni di persone. 15 milioni di persone che per tutto il giorno ieri sono stati coglionati da una banda di fascistelli 2.0 che sbavano arroganza sui social. Niente olio di ricino: la nuova frontiera è la presa per il culo di quattro dirigenti servetti (che senza Renzi sarebbero ad animare la pro loco del paesello) che si inventano un #ciaone per pisciare sui referendum con il Matteo nazionale che parla di “un fronte pro referendum che ha monopolizzato le tv” e di “politici che vivono su twitter”. Matteo Renzi, capite: quello che riesce a berlusconare in 140 caratteri, senza nemmeno il calcio, la gnocca e la mafia.

Riuscire ad offendere milioni di persone che nonostante una campagna diffamatoria sul referendum, sulla Repubblica e sulla Costituzione hanno deciso di recarsi alle urne nel Paese più impolitico d’Europa (qui dove la Merkel ha incoronato Monti e poi Napolitano ha incoronato Renzi) in una domenica d’aprile è l’ennesima conferma di ciò che continuo a credere da tempo: siamo di fronte alla più sciatta, insolente, paninara, bulla, arrogante, saccente seppur ignorante, insulsa e pericolosa classe dirigente politica degli ultimi anni. Questi di oggi sono personaggi da televisione anni ’80 cresciuti lobotomizzati da un ego problematico che li ha resi vendicativi e torvi: anche quando sorridono non riescono a nascondere il filo di bava che gli cola dagli angoli dalla bocca per l’ultima masturbatoria vittoria dell’Io. Sono adolescenziali nella gestione dei risultati, immaturi nelle reazioni e appaiono ogni giorno di più come una combriccola di inadeguati che per un colpo di culo si sono incastrati perfettamente convergenti agli interessi del loro tempo. Sono la fibbia patacca di una cintura che tiene le fila delle più vecchie corporazioni: Renzi e renzini sono la buccia geneticamente colorata di un frutto marcio e rimasticato; fingono di avere innestato una nuova generazione nella politica italiana ma sono i figli diretti dei mediocri della prima repubblica con la sola differenza che sanno cercare più in fretta l’aforisma giusto su google in base all’evenienza.

Matteo Renzi in televisione, alla chiusura dei seggi, è apparso con tutta la ferocia di chi per governare ha bisogno di nutrire il proprio risentimento: ha ribaltato la realtà, ha infilato una serie di falsità sparate con il suo solito mezzo sorriso e ha rovesciato il risultato come letame sugli avversari (Michele Emiliano in primis). Non sa, Renzi, che chi ha bisogno dello scontro per brillare è quanto di meno politico ci si possa augurare a capo del governo: l’unica mediazione di cui è capace è quella di parlare di lui al massimo di sponda smontando qualcun altro, buttando legna sul braciere del tifo come un patetico aizzatore del quartierino.

È servito questo referendum a mostrare la vera faccia del potere dominante di questo tempo. Un potere che domina semplicemente perché è malleabile da dominare per coloro che hanno bisogno di restare nascosti e che vive la politica come un’incessante serie di occasioni di rivalsa. Matteo Renzi è la chioccia di un assembramento di mocciosi che non si accorgono, cretini, di essere i migliori amici di coloro che vorrebbero (ma davvero?) combattere: hanno instillato un rancore politico peggiore di alcuni esegeti del Movimento 5 Stelle, rincuorano i conservatori meglio della migliore Democrazia Cristiana, hanno sdoganato la “solidarietà solo tra sodali” meglio di un clan, usano l’Italia come slogan come un partituncolo di destra, leccano le scarpe a confindustria meglio della Forza Italia dei tempi d’oro, continuano ad ammansire imbolsiti comunisti come una sezione rifondarola ma cattocomunista, piacciono ai cardinali ma non disdegnano le puttane, fingono di combattere il sistema che li tiene al guinzaglio meglio dei socialisti dei tempi d’oro, pisciano sul referendum, inaugurano la Salerno-Reggio Calabria, promettono (a chi serve che capisca) il ponte di Messina, fanno petting con i gay con una mezza legge tremolante che accontenta anche i parroci, twittano contro twitter, facebookano contro Facebook, vanno nei talk per dirsi contro i talk, trasformano il giornale di Gramsci in un bugiardino di partito, rendono il partito la lettiera del giglio magico e coglionano gli elettori come faceva quell’altro.

Sul referendum quindi sì, i maggiorenti del PD hanno vinto. Ma tecnicamente parlando a sentire l’effetto che fa viene il dubbio che, come si diceva a Drive In, abbiano pestato una merda.

Buon lunedì.

Energia senza idrocarburi? Così nacque in Spagna l’elefante bianco

Quando gli uomini si trovano in una situazione nuova, si adattano e cambiano. Ma fintanto che sperano che le cose rimangano come sono ne fanno oggetto di compromesso, e non ascoltano volentieri le idee nuove.
Jean Monnet, cittadino onorario d’Europa

Quando Javier Morales, poi vicesindaco dell’isola di El Hierro, partì dalle Isole Canarie verso la Spagna per chiedermi di contribuire alla progettazione di un’economia locale che un giorno fosse indipendente nell’approvvigionamento di acqua e carburante, non mi ci volle molto a proporre una strategia basata su energia eolica, idroelettrica e volani (sistemi di accumulo meccanico dell’energia). L’obiettivo era quello di fornire energia rinnovabile e acqua in abbondanza per stimolare l’agricoltura e le industrie locali. L’investimento totale per questo progetto è stato stimato, nel 1997 in via preliminare, intorno ai 67 milioni di euro. La reazione del mondo politico e finanziario fu sprezzante: se una piccola isola con 10.000 abitanti chiede tanti soldi, vuol dire che cerca di costruire un “elefante bianco”. Spesso trascuriamo quanto sia “ristretto” il nostro pensiero!
L’isola stava spendendo 8 milioni di euro l’anno solo per importare il carburante diesel necessario per generare energia elettrica. Le petroliere sversavano l’olio, l’impianto era rumoroso e inquinante.
È interessante notare come questo modello economico ed energetico fosse considerato “normale”, nonostante non servisse un economista per capire che la spesa totale in 10 anni si sarebbe aggirata intorno agli 80 milioni di euro. Senza dire che il denaro sarebbe finito tutto nelle tasche dei produttori di petrolio – nessuno dei quali ha sede in Spagna. Così ci siamo chiesti: «Come si può considerare normale l’importazione di combustibili fossili inquinanti mentre riconvertire la spesa verso fonti rinnovabili di energia che avrebbero mantenuto nell’isola le risorse, sarebbe “un elefante bianco”»?
L’idea di convertire El Hierro nella prima isola autosufficiente nella produzione di acqua e carburante è costata 86 milioni di euro, a cui si devono aggiungere altri 21 milioni dopo l’eruzione di un vulcano, che ha reso necessarie altre infrastrutture. L’impianto è stato inaugurato nel 2013. Ora gli isolani sono molto decisi a fare il passo successivo: riconvertire entro un decennio i 6mila veicoli che circolano sull’isola in mezzi elettrici.
Tuttavia, anche dopo il successo del progetto, gli avversari continuano a ripetere la loro accusa. È “un elefante bianco” anche spendere 150 milioni di euro nella conversione dei motori a combustibile fossile in motori elettrici. Di nuovo, con pazienza, abbiamo riformulato la stessa domanda: “Può un’isola permettersi di spendere ogni anno 12 milioni di euro per l’acquisto di carburante e gasolio?”. Denaro che viene “buttato fuori” dall’economia locale, mentre, come è avvenuto per gli 8 milioni che si spendevano per alimentare la centrale, si possono tenere nell’isola anche i 12 milioni di euro per il carburante dei veicoli circolanti?
Così l’isola di El Hierro ha deciso di creare una propria società di leasing di auto elettriche. Tutti i taxi e le auto a noleggio saranno elettrici da subito, e non appena ci saranno 500 veicoli elettrici sull’isola, l’azienda di leasing installerà una rete intelligente, che stabilizzerà la fornitura di micro-corrente quando la domanda lo richiede, e immagazzinerà l’energia in eccesso nelle batterie delle auto. Non appena i veicoli saranno 2.500, la combinazione di eolico, idroelettrico, volani e batterie offrirà un livello di efficienza che avrà come ulteriore effetto l’abbassamento del costo dell’acqua. Sì, l’acqua è vita e per secoli l’isola ha sofferto di una drammatica carenza di questa risorsa, ma provate a immaginare la svolta possibile grazie alle fonti rinnovabili e a una rete intelligente integrata da trasporti a emissione zero: il doppio dell’acqua alla metà del costo!
Troppo spesso ci dimentichiamo che l’energia è uno strumento, non un fine. Le nostre vite hanno bisogno di acqua, cibo, alloggio, salute, mobilità. E ognuna di queste attività della vita richiede energia. È fondamentale superare il dibattito su “rinnovabili o no”, o peggio “a favore o contro i combustibili fossili”, e spostare l’attenzione sulla nostra capacità di rispondere ai bisogni di base di tutti nelle nostre società. Se siamo pronti a mettere al centro il soddisfacimento dei bisogni, allora il dibattito sui combustibili fossili ritorna nelle sue giuste dimensioni.
È arrivato il tempo di andare oltre il “pro o contro”. Questo approccio divisivo in cui c’è il bene contro le forze del male, divide la società e le persone. Non possiamo trascurare il fatto che la comodità di combustibili fossili e la sua abbondanza ha permesso a molti e per decenni di vivere in ambienti con aria condizionata, senza preoccuparsi delle conseguenze e dei danni collaterali connessi con la combustione di tanto carbone, petrolio e gas naturale. Abbiamo bisogno di alzare il livello del confronto, e troveremo chi verrà a mostrarci le straordinarie opportunità di creare una economia locale fiorente utilizzando ciò che è disponibile in loco. Si tratta, dunque, di passare dal carburante facile e a basso costo, che però nasconde molte verità scomode e costi differiti, a fonti energetiche locali, che ci permetteranno di far crescere l’economia del territorio, usando risorse già disponibili e naturalmente in modo sostenibile.

Se in natura si tira un filo, ci si rende conto rapidamente che è collegato a tutto il resto.
John MuirQ

A Crotone il carcere dell’accoglienza

A vederlo da fuori ha tutti i tratti di una caserma. E in effetti il Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto – una delle strutture che dovrebbero garantire l’inclusione dei richiedenti asilo cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato – sorge all’interno di un’ex base militare dell’Aeronautica, lungo la statale 106 che porta a Crotone. Emblema di un sistema ancora fondato sulla militarizzazione dell’accoglienza e sull’emergenza, il Cara di Sant’Anna secondo alcuni è una macchina perfetta, per altri perfetta solo per fare soldi, con il dubbio che finiscano anche nelle casse della ’ndrangheta. Occasione di business e raccolta di consenso politico attraverso gli appalti dei servizi che queste strutture dovrebbero garantire. Si consideri che la sola gara di appalto per la pulizia del Cara nel triennio 2009/2012 valeva ben 2 milioni di euro.

Stride l’esigenza di inclusione con le reti metalliche, muri e telecamere. I circa duemila ospiti, a fronte dei 729 posti disponibili, fuggiti dalla violenza e dalla persecuzione sono sorvegliati da una presenza massiccia di militari. Una macchina della “sicurezza” che guarda distrattamente dentro mentre sarebbe il caso di guardare anche a quello che accade fuori, se è vero quello su cui stanno indagando i magistrati della procura di Catanzaro: la ’ndrangheta e soprattutto il clan Arena, la potente ’ndrina locale – tenterebbero di accaparrarsi la gestione di alcuni servizi.

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Leggi anche: La denuncia di Medici Senza Frontiere sulle condizioni dell’accoglienza per rifugiati in Italia

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«Mi sembra difficile che la ’ndrangheta non si interessi al Cara. Quella struttura è una miniera di soldi», racconta Pino De Lucia, presidente della cooperativa Agorà Kroton, che dal 2002 gestisce un centro Sprar con una ventina di ospiti. «La ’ndrangheta chiede il pizzo ai piccoli commercianti, figuriamoci se non ambisce ad entrare nel business del Cara, che per la sua gestione richiede milioni di euro. Forse non direttamente, ma di sicuro è interessata agli appalti, alla gestione della manutenzione ordinaria e straordinaria, alle pulizie, mense e ristorazione». Il presidente della coop racconta anche di atti di intimidazione rivolti contro la sua persona e contro la struttura di accoglienza: «Minacce ne abbiamo sempre subite, sia personalmente che come cooperativa. Sulla porta di casa ho trovato più volte incise delle croci con la scritta “devi morire”, hanno bruciato i mezzi della cooperativa, abbiamo subito sabotaggi e intimidazioni, bombe esplose dentro i nostri uffici. Le indagini non hanno però mai portato a risultati concreti».

Poi c’è la vita dentro il Cara. E a raccontarcela è Achal, scappato dal Bangladesh perché ricattato da un gruppo di terroristi che minacciavano di ucciderlo e finito per diversi mesi al Sant’Anna. «È stata un’esperienza durissima», ricorda. «Dormivo in piccole stanze con altre 12 persone e avevamo un solo materasso peraltro senza rete. C’era  un solo bagno senza porta per 30 persone. I pasti che arrivavano non erano buoni e le porzioni erano troppo piccole». L’Italia è stato il suo primo Paese di approdo e qui è rimasto suo malgrado. Achal tradisce una profonda inquietudine mentre racconta la sua esperienza.


 

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Nuit debout in Place de la République, la Francia ha smesso di annoiarsi

PARIS, FRANCE - APRIL 10: Members of Nuit Debout occupy on Place de la Republique (Republic Square) during a night protest against a new labor act about workers' rights in Paris, France on April 10, 2016. Nuit debout is a French social movement that emerged from opposition to the 2016 neoliberal labor reforms known as the "Loi Travail," and began on March 31, 2016. Rodrigo Avellaneda / Anadolu Agency

Parigi – Nuit debout (notte in piedi) è una piazza simbolica nel cuore di Parigi, la Place de la République, occupata giorno e notte dal 31 marzo da centinaia di cittadini che vegliano su teloni, pezzi di cartone, e sampietrini umidi. Cittadini risvegliati che scelgono di non dormire per uscire dal coma politico. All’alba i poliziotti disperdono gli ultimi gruppi, le spalatrici distruggono le poche cose costruite, i camion delle pulizie cancellano le tracce. Gli occupanti lasciano la piazza ma tutti i giorni, ritornano, armati di tende e sacchi a pelo. E malgrado la pioggia, gli assilli della polizia, l’incredulità, qualche cosa si costruisce, si alza una rivendicazione unitaria per un’altra società: la possibilità di decidere insieme di un futuro non suicidario. In meno di dieci giorni Nuit debout si è già esteso ad altre 60 città francesi e inizia a fare emuli in Europa. Nato all’origine contro la legge El Khomri sul lavoro (che prevede licenziamenti) – dopo la sfilata del 31 marzo una parte dei manifestanti non è tornata a casa -, il movimento va oggi ben al di là della riforma del lavoro e del rifiuto della precarizzazione di massa: vuole la rimessa in causa di un sistema capitalista all’ultimo stadio. La frattura è ormai totale fra questa politica cittadina e quella di un governo autodenominato di sinistra, a cui la disoccupazione, i grandi progetti, le derive dello stato d’urgenza, e infine la revoca della nazionalità, hanno finito di togliere ogni leggitimità.
Come recita il testo fondatore di Nuit debout: «Il re è nudo, come nella favola. Dai nostri occhi allucinati, abbiamo visto i nostri dirigenti tradire con un aria sorridente tutti i loro mandati, i nostri banchieri rovinare i popoli con gesti eleganti saccheggiarli nel nome dell’interesse generale, i nostri militari esportare la guerra con aria di virtù nel nome della pace, i nostri esperti iper remunerati accusare i loro pari di menzogna se parlavano di riscaldamento climatico o di pericoli industriali, i nostri intellettuali ricostruire il discorso razzista nel nome del dibattito». O ancora come dichiara l’economista Frédéric Lordon, tra le teste del movimento: «Non si regge una società con Bfmtv, i poliziotti e del Lexomil (neurolettico diffuso, ndr)».
In questo spazio urbano che è una piazza, in questo vuoto che diventa possibile, si reinventa la democrazia diretta con la festa e la fantasia liberata. Non si contano i numerosi laboratori e scambio di saperi nati dalla piazza: «Jardin debout», «Sciences debout», «Dessin debout»; Assemblee popolari, seguite in piazza e in streaming da almeno 100mila persone, e tra seminari, concerti gratuiti, e prese di parola libere (si discute molto), qualcosa si riallaccia e si semina. Nonostante il freddo primaverile, si afferra lo stesso respiro dei movimenti degli ultimi 5 anni dagli Indignados a Occupy, e in filigrana risuonano Ghezi park, piazza Tahrir e le altre. Intanto, come in tutti i poteri destituenti e costituenti, si è rovesciato il calendario, marzo non finisce mai, oggi mentre scrivo siamo al #41 marzo.
Ma la sfida di questo neonato movimento è la convergenza delle lotte (nome del loro sito) – tanti tra i disoccupati, i liceali, gli intermittenti, i tranvieri e i ribelli di Notre-Dame-des Landes, hanno già raggiunto il raduno. Ma alcuni analisti lo giudicano un movimento bobo, senza le classi popolari e con i grandi assenti delle banlieue. Nuit debout pero è un serbatoio di persone pronte ad agire velocemente, con sms e twitt, per tutti i beni comuni da proteggere: l’alloggio, le occupazioni, i sans papiers. Nuova caratteristica dell’aria che tira, la saldatura avvenuta con il movimento dei rifugiati con raduni spontanei contro gli sgomberi della polizia degli accampamenti informali sotto la metro. è subito nato «La Chappelle debout» un collettivo che unisce le vecchie e nuove lotte dei Sans Papiers, rivendica occupazione, scolarizzazione e disobbedienza civile. Intanto, se avvenisse la trasformazione della rabbia che ribolle nel Paese, da questa politica accampata e notturna potrebbero nascere nuovi sogni. L’Eliseo già trema.

Politica della verità, verità della politica

Esplode la primavera, ma un vento gelido soffia su Palazzo Chigi. Renzi ripete che sul referendum costituzionale si gioca la testa e, alla Camera, le opposizioni lo lasciano solo. Il presidente della Consulta lo corregge e dice che si deve votare al referendum di domenica; anche Mattarella fa sapere, sottovoce, che andrà alle urne. Così, se il 17 aprile il quorum dovesse mancare, la scarsa partecipazione sarebbe colpa del premier e se invece il referendum avesse ragione, il suo successo sarebbe una sconfitta per Renzi.

Rien ne va plus! La ripresa resterà dello zero virgola, più di un commentatore, imbarazzato, comincia a prendere le distanze, il giglio magico del premier gracchia in televisione come un disco usurato. Dov’è la grinta con cui Renzi tolse la campanella dalle mani di Letta? Dov’è finita la gioia spaccona con cui ripeteva «li ho spianati, asfaltati». O gli squilli di tromba per il 42% alle europee, il peana che i giornali intonavano sulle riforme. Persino Boschi lo gela e non crede a complotti mediatici orditi dei magistrati.

In due anni la parabola del giovane leader si è consumata. Certo è possibile che resti ancora nel suo ufficio, che tagli nastri o porti il made in Italy a Teheran o a Dubai. Finché qualcuno non avrà mostrato che un’alternativa è praticabile. Ma non sarà più lo stesso. Premier per necessità, in mancanza di meglio, tollerato ma non amato, se non da coloro ai quali, di volta in volta, concederà un bonus, prometterà un incarico, procaccerà un affare. Così giovane e già così consunto, con le ali impiastricciate nel petrolio di Tempa Rossa. Lobbista di governo tra i lobbisti per le aziende.
Destino triste il suo, ma non solitario. Cameron sta annegando nel mare di denaro off shore che si celava a Panama. Sanchez, il socialista spagnolo, ha avuto paura di dar vita a un governo “del cambio” e sta spingendo il Paese verso nuove elezioni se non nelle mani dello “sconfitto” Rajoy. Valls e Macron, giovani leader miglioristi, fanno finta di non vedere i giovani che trascorrono la Nuit debout, in place de la Republique, diventata simbolo di una Francia che forse ha smesso di annoiarsi – La France s’ennuie, si scrisse prima del maggio ’68. Persino in America il cavallo di razza Hillary Clinton conquista delegati ma non convince, non commuove la middle class, non scalda i cuori dei giovani millennials, ora viene contestata anche dalle minoranze per aver investito più sul carcere e sulla repressione che sui giovani e l’istruzione.

Il fatto è che questa politica, di destra o di sinistra che sia, ma sempre realista, con tanti soldi e troppi polli di apparato, non pare autentica alla gente che la guarda dal basso, non sembra vera a chi sta fuori dal palazzo e non punta a entrarci come eunuco in una corte senza imperatore. La ragione è che chi è in basso ha capito che non si sceglie lì dove si pretende di farlo. Che Google e Facebook, Airbnb e Uber, Total e Pfizer decidono senza bisogno di chiedere permesso ai governi e ai professionisti della politica, i quali altro non fanno che adeguarsi.

Cosa resta, allora? Il populismo di Trump o Sanders, di Podemos o della Le Pen, che gli uni e gli altri, alla fin fine, pari sono? No, in una serie Netflix, The 100, si scontra chi vuol dire la verità al popolo dell’Arca, perché crede nell’umanità dell’uomo, e chi vuole nascondergliela per evitare panico e tumulti. Di sinistra è chi cerca la verità e la dice.

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